L’omelia di don Cristiano che parte per Lisbona

L’omelia di don Cristiano Ludovici del 17 giugno in occasione della S Messa prima della sua partenza per la missione a Lisbona.

“Carissimi,

condivido con voi quello che certamente è uno dei momenti più importanti della mia vita.

Ci sono alcuni momenti che mi hanno segnato indelebilmente, momenti precisi in cui Dio mi si è fatto vicino e io ho voluto dirgli coscientemente di sì. Il mio incontro con il Movimento di Comunione e Liberazione il 22 agosto del 2002, il mio ingresso in seminario il 2 gennaio 2009, la mia partenza per Torino il 4 settembre 2014 e la mia ordinazione sacerdotale il 25 giugno scorso sono stati momenti in cui Dio ha voluto prendere la mia esistenza e trasformarla radicalmente e io ho voluto dirgli di sì permettendo che lui sconvolgesse tutto. A questi momenti cruciali si aggiunge ora questo della mia partenza per il Portogallo.

Per raccontarvi ciò che sto vivendo, vorrei provare a rispondere ad una domanda che mi sono sentito fare spesso in questi giorni: Perché parti?

Come sapete, i superiori della Fraternità San Carlo mi hanno presentato il bisogno di un aiuto alla nostra casa di Alverca, proponendomi di raggiungere quella missione.

Non parto certamente per una mia iniziativa né per un’idea che mi è venuta chissà da dove. E questa è la prima cosa che vorrei dire oggi: la mia vita è bella quando è tutta tesa a rispondere ad uno che mi chiama. E’ questo che le dà gusto e la realizza. Non avrei potuto immaginare tre anni fa la ricchezza e la profondità dell’esperienza che ho vissuto qui a Torino. Ho semplicemente aderito ad una proposta che mi è stata fatta. Solo rispondendo a Dio trovo davvero il mio posto. La casa in cui sono chiamato a vivere, le persone che andrò ad incontrare, gli incarichi che avrò da svolgere saranno le circostanze concrete in cui potrò rispondere a Dio che chiama.

Quando il cuore si ripiega su ciò che già conosce, inevitabilmente invecchia. E questo invecchiamento è un’esperienza che già posso fare a trent’anni. Ma che gioia invece lasciarsi sorprendere da Dio! Ad esempio, chi avrebbe potuto immaginare che avrei vissuto con Atta, quando l’ho conosciuto negli ultimi anni del liceo? Oppure come avrei potuto immaginare di avere una così grande soddisfazione nei compiti che via via mi sono stati affidati? O come avrei potuto anche solo prevedere, tre anni fa, la profondità dei rapporti che sono nati qui? E’ Dio che fa grande e utile la mia vita, a me sta di continuare a dargli spazio.

Primariamente, per me, rispondere alla chiamata di Dio vuol dire servire il suo corpo, la Chiesa. Parto perché sento come mio il bisogno della Chiesa. La proposta della Fraternità rivolta a me dai miei superiori è per me immediatamente un’urgenza che sento mia. Desidero servire Cristo e il suo corpo e quindi quello che è importante per la Fraternità San Carlo è importante per me. Chi si lega a Cristo si lega ad una compagnia i cui confini coincidono con quelli del mondo, non di meno. L’amore ad una comunità particolare, quella di Torino, ha fatto ancora più crescere in me l’amore a tutto il grande corpo della Chiesa. Parto perché la vita cristiana ha un respiro grande come tutta l’umanità e io voglio continuare a vivere con questo orizzonte, appassionato alla gente di Torino perché so che è chiamata a partecipare di un’unica grande casa, la Chiesa, che è la stessa casa a cui è chiamata la gente di Alverca.

Che grande mistero, però, che Dio abbia scelto proprio me. E oggi, ad una settimana dal mio primo anniversario dall’ordinazione, mi stupisce questo mistero molto più di quando ho iniziato questa strada. La più grande gioia della mia vita è stata poter portare nei sacramenti Cristo agli uomini, poter contemplare da vicino il grande mistero di come Dio diventi sperimentabile, tangibile per chi accetta di avvicinarsi a lui. Accompagnare tante persone nel loro rapporto con Dio è una grazia che non merito, ma che Dio ha deciso di donarmi. Questo è stato per me il contenuto più profondo della parola missione: scoprire insieme a voi come Dio vuole chiamare ciascuno in un modo del tutto particolare. Essere missionario è voluto dire entrare, per come ho potuto, nella particolare esperienza a cui lo Spirito chiama ciascuno. Missione è per me camminare verso Dio insieme alle persone che mi sono date. Per questo sono grato per ogni volto a cui mi sono appassionato in questi tre anni: perché ciascuno è stato una particolarissima strada del tutto nuova e inaspettata per conoscere più profondamente il Mistero che attrae le nostre vite.

Posso dire che in questi tre anni ho imparato soprattutto che Cristo non si fa conoscere genericamente, ma proprio nelle circostanze che mi sono date e attraverso le persone che mi sono donate. Per questo, il primo luogo che ha trasformato la mia vita è stata la mia casa. I miei confratelli sono stati un dono e una provocazione particolarissima. Stefano, Paolo, Pietro e Marek sono stati per me un modo insostituibile con cui mi è stato chiesto giorno per giorno di entrare in una nuova esperienza di Dio: innanzitutto per la testimonianza di dedizione a Dio che mi hanno dato e che mi ha sempre rincuorato e spinto a imitarli. E poi per la diversità di ciascuno da me, per temperamento, storia e sensibilità: queste diversità soprattutto sono state la molla per una conversione continua. In particolare la paternità di Atta è stata un sostegno insostituibile. La sua capacità di guidarmi sempre mostrandomi un ideale possibile, la sua profondità che gli permette di mostrarmi così concretamente i passi che mi sono chiesti, la testimonianza che dà vivendo sempre immerso in Dio, sono diventati per me lineamenti essenziali della voce che Cristo ha quando si rivolge a me.

Ma a questo punto voglio chiudere rispondendo all’altra domanda che spesso mi sono sentito fare: perché, se tutto questo è vero, non rimanere a Torino?

Perché non voglio perdere nemmeno una briciola della verità di ciò che abbiamo vissuto insieme. Scriveva don Giussani a 23 anni, parlando della sua amicizia con Cristo: “Io non voglio vivere inutilmente: è la mia ossessione. E poi tra due amici profondi cosa si desidera? L’aspirazione dell’amicizia è l’unione, è quella di immedesimarsi, impastarsi, diventare la stessa persona, la stessa fisionomia dell’Amico: la gioia più grande della nostra vita è quella che ad ogni piccola o grande sofferenza ci fa scoprire ‘ecco, ora sei più simile a me’, più impastato con Lui. La vita per la felicità degli uomini, per l’amicizia di Gesù”.

Ciò che veramente sento che compie la mia vita è la possibilità che io mi immedesimi con Cristo, che io abbia i suoi sentimenti, che io compia i suoi gesti. Dico serenamente di sì a Dio in questo momento a maggior ragione perché in questi tre anni ho sperimentato che è questa passione per la gloria di Cristo che dà fuoco a tutti i rapporti e che dà senso a tutto il mio impegno. Sono certo che, su questa strada, nulla di ciò che mi è dato andrà perduto.”

2018-01-10T17:01:33+00:00 giugno 20th, 2017|Omelie|