Omelia di don Atta – IV domenica T.O. Anno A

“Beati gli operatori di pace”

Don Gianluca Attanasio

Sof 2,3; 3,12-13
Sal 145
1Cor 1,26-31
Mt 5,1-12

La liturgia propone alla nostra meditazione le beatitudini. Si tratta di uno dei discorsi più noti di Gesù, pronunciato sul monte, dove egli si siede e parla ai suoi discepoli. In queste parole, Gesù non abolisce i dieci comandamenti, ma è come li portasse a compimento.

Queste parole possono apparire molto difficili. Se già vivere i comandamenti sembra impegnativo, le beatitudini appaiono come indicazioni troppo alte, quasi irraggiungibili. Esse sembrano descrivere una vita che supera le possibilità ordinarie dell’uomo e mettono di fronte a un ideale che può suscitare timore e distanza.

Ma le beatitudini non sono altri comandamenti o indicazioni. Sono la vita interiore di Gesù che condivide con noi. Ciò che Gesù proclama è ciò che egli stesso vive nel cuore, nello spirito, nell’anima. È proprio perché vive così che la beatitudine non lo abbandona mai, neppure quando è perseguitato per la giustizia, perché è certo del Regno dei cieli. Anche nel momento più oscuro, sulla croce, Gesù rimane affidato al Padre, pur non facendo alcuna esperienza sensibile di beatitudine. Lo testimoniano le parole del salmo che egli pronuncia nel dolore estremo «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Sal 22; Mt 27,46; Mc 15,34).

In questo modo, Gesù ci indica una verità essenziale. La beatitudine non dipende dalle circostanze esteriori, ma dal vivere nell’amore. L’uomo è fatto per il bene. Quando ama e si lascia amare entra nella beatitudine. Quando sceglie il male si allontana da essa.

Soffermarsi su tutte le beatitudini richiede una lunga riflessione. Qui ci limitiamo a una sola, particolarmente significativa: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9). La pace di cui parla questa beatitudine non è l’assenza di conflitti. È una gioia mistica, profonda e misteriosa che nasce dal sentirsi figli di Dio. È una pace che affonda le sue radici nella relazione con il Padre.

Gesù però non parla genericamente di persone pacifiche, ma di operatori di pace. Cosa significa? Essere operatori di pace significa non chiudersi su se stessi quando si subisce il male, non lasciare che il risentimento prenda dimora nel cuore. Significa scegliere di amare anche chi sbaglia, cercare il perdono, tentare di spezzare la catena del male invece di prolungarla.

Ci si può domandare dove sia la gioia in questo essere operatori di pace. La gioia nasce da una voce ineffabile, non rumorosa, che non si impone dall’esterno, ma che si fa sentire nel profondo dell’anima, nel nostro cuore e grida: «Padre!».  È la certezza di essere figli amati. È una conoscenza interiore che permette di percepire l’invisibile.

Questa esperienza è espressa nelle parole di san Paolo: «Io piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome» (Ef 3,14-15). Quando l’uomo si inginocchia davanti al Padre e si riconosce figlio, nasce una gioia che non dipende dalle circostanze esteriori. È una gioia che può abitare anche le situazioni più difficili, perché la sua radice è nella relazione con Dio.

La felicità promessa agli operatori di pace nasce dunque innanzitutto dall’esperienza di sentirsi amati dal Padre, dalla certezza di essere voluti e custoditi da lui. È questo il cuore della vita di Gesù. Nel Vangelo di Giovanni egli ripete più volte: «Io faccio la volontà del Padre mio, non faccio nulla da me stesso, io obbedisco al Padre» (Gv 8,28). L’obbedienza di Gesù non è subita o forzata. È un’obbedienza abitata dalla gioia, perché nasce da un amore profondo e fiducioso. Gesù obbedisce al Padre perché vive di questa relazione di amore.

Così accade anche nelle relazioni umane. Quando si ama, ciò che l’altro chiede non appare come un peso, ma come un’occasione per esprimere l’amore. Chi ama è disposto a fare ciò che, dall’esterno, potrebbe sembrare eccessivo, perché l’amore rende libero e rende lieta l’obbedienza.

La beatitudine degli operatori di pace non nasce solo dall’ascolto di quella voce ineffabile che, nel profondo del cuore, chiama Dio Padre. Nasce anche dalla certezza che ogni gesto di pace, anche il più piccolo, possiede una forza di irradiazione. Dove si compie un atto di riconciliazione, dove si introduce un frammento di amore, lì si genera un contagio di pace che va oltre ciò che è immediatamente visibile.

L’esperienza quotidiana sembra spesso dire il contrario. Le notizie che raggiungono le persone sono quasi sempre segnate dalla violenza, dal conflitto, dall’ingiustizia. Anche chi le comunica avverte talvolta il peso di questo racconto continuo del male, come se fosse necessario giustificarsi per aver consegnato un’immagine così oscura della realtà. Questo modo di guardare il mondo rischia però di far dimenticare che il bene, quando accade, è silenzioso, non fa rumore, non occupa le prime pagine dei giornali.

Che cosa permette allora di non essere abbattuti di fronte alle notizie negative che continuamente ci raggiungono? La certezza che, dove si compie anche solo un piccolo gesto di amore, inizia un contagio di pace capace di irradiarsi ben oltre ciò che appare.

Questa esperienza è concreta nella vita quotidiana di molte famiglie cristiane. Non si tratta di famiglie perfette, che non sbagliano o che non attraversano conflitti e momenti di tensione. Si tratta piuttosto di famiglie in cui almeno uno prega. Quando i coniugi pregano, quando ripartono dai sacramenti, dalla confessione, dall’appartenenza alla vita della Chiesa che li sostiene, allora si percepisce qualcosa una bellezza particolare. In queste famiglie colpisce l’accoglienza, colpisce una apertura alla vita che non è costruita, ma che si irradia naturalmente. Altri vengono accolti, entrano in contatto con questa pace e ne sono toccati. È così che prende forma l’inizio di un mondo nuovo.

Questo non avviene solo nelle famiglie. Avviene anche nelle comunità religiose. Ad esempio nella casa sacerdotale in cui vivo. La vita di preghiera condivisa, il dialogo fraterno, la conversione quotidiana che ciascuno cerca di vivere, spesso anche con ironia verso se stesso, diventano nel tempo un punto di riferimento. È qualcosa che attrae le persone della comunità, offre un esempio semplice e raggiunge anche chi è più lontano dalla fede. Non per ciò che si dice, ma per ciò che si vive.

Anche chi non vive in una comunità sacerdotale o in una famiglia può viverlo. Esiste sempre la possibilità concreta di una comunità anche minima. Due o tre amici, inseriti in una parrocchia, in un movimento o in un’associazione, possono essere uniti da questa certezza interiore dell’essere figli di Dio. Da qui nasce un cammino continuo di conversione, perché il male non prenda il sopravvento. Questo amore, vissuto con fedeltà, diventa un contagio di pace che si irradia nella comunità e raggiunge anche altri. Molte persone impegnate nella Caritas sono una testimonianza di questo. La loro amicizia, il loro stare insieme, irradia pace verso le persone che incontrano, spesso molto provate e bisognose. Da questo nasce una forza che permette di aiutare molti. È così che un piccolo gesto di pace diventa un contagio capace di raggiungere molto più lontano di quanto si possa immaginare.

È questa certezza che rende beati e che impedisce di lasciarsi abbattere di fronte alle difficoltà, alle incomprensioni e al male che attraversa il mondo e che continuamente ci raggiunge attraverso i mezzi di comunicazione. In questo orizzonte risuonano le parole di Gesù: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9).

Le beatitudini non sono un dovere morale in più, né un nuovo elenco di comandamenti da osservare con fatica. Si possono rileggere queste parole come un segreto che Gesù ci svela. Sono la vita interiore di Gesù che viene condivisa con noi. Egli le affida ai discepoli, rivelando dove nasce la vera felicità.

Accostarsi a queste parole significa lasciarsi introdurre in un’esperienza più profonda, quella dell’essere figli di Dio. È da qui che nasce la capacità di diventare operatori di pace. Non perché il male scompaia, né perché non lo si veda o non lo si subisca, ma perché cresce la certezza che il male non ha l’ultima parola. Dove si compie anche un piccolo gesto di pace, prende avvio un contagio silenzioso che può irradiarsi ben oltre ciò che appare, fino a raggiungere tutta la terra.

 

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