Omelia di don Atta – VI domenica di Pasqua Anno C
25/05/2025
Gesù inaugura una nuova modalità per starci vicino
Don Gianluca Attanasio
At 15,1-2.22-29
Sal 66
Ap 21,10-14.22-23
Gv 14,23
Cari fratelli e sorelle, il brano del Vangelo di San Giovanni che abbiamo ascoltato fa parte dei discorsi di addio che Gesù rivolge ai Suoi discepoli, dal capitolo 14 al capitolo 17. In queste parole, Gesù svela i Suoi segreti più intimi agli Apostoli, prima di morire. Se qualcuno ha tempo, può andarli a leggere: sono davvero belli, in alcuni punti misteriosi, ma in altri sorprendentemente profondi e di grande aiuto per la nostra vita. Questa mattina vorrei dire qualcosa per aiutarci a entrare almeno in alcune delle parole che abbiamo ascoltato.
Gesù dice: “Se mi amaste, vi rallegrereste perché io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me”. Immaginate Gesù circondato dagli Apostoli: loro sono rattristati, percepiscono l’incombere della tragedia, anche se non hanno chiaro cosa stia accadendo. Gesù, però, dice queste parole sorprendenti: “Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre”, cioè che io muoia.
Perché? Perché il Padre è più grande di me. Gesù, come uomo, ci insegna innanzitutto l’umiltà: stare davanti al Padre celeste come a Colui che è più grande, da cui imparare sempre, a cui affidarsi. Il Signore ci insegna a dialogare con il Padre: “Padre nostro che sei nei cieli, sia fatta la tua volontà, non la mia. Venga il tuo regno”, non il mio. Riconoscere che il Padre è più grande di tutti significa comprendere che possiamo sempre crescere in Lui, nella vita; che Egli ci ama, si prende cura di noi, e decide ciò che è davvero importante. C’è un tempo per nascere e un tempo per morire.
Gesù ha condiviso tutto questo fino in fondo. Anche la Sua missione si è rivelata a poco a poco, come accade per ciascuno di noi. Ma c’è qualcosa che non è semplicemente umano, è divino, nelle Sue parole: “Vi ho detto che vado e tornerò a voi”.
Gesù, morendo, non solo muore: entrando nel seno del Padre, inaugura una nuova modalità di essere vicino agli Apostoli. Questo è assolutamente divino.
A volte pensiamo che sarebbe stato bello vivere al tempo degli Apostoli, per conoscere Gesù personalmente. Ma Gesù mostra che la Sua presenza fisica non è la più importante. La presenza più importante è quella che unisce dall’interno, intimamente. Anche quando parliamo con una persona, non è detto che entriamo davvero in comunione con lei: se i nostri spiriti non si uniscono, rimaniamo separati. Gesù invece ci promette una presenza più profonda: “Il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, Lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto”.
Quando Gesù sarà assunto in cielo, manderà attraverso il Padre lo Spirito Santo. Anche lo Spirito Santo è umile: non parlerà di sé, non metterà al centro se stesso, ma “vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto”. Ecco una presenza ancora più profonda di Gesù nella nostra vita.
Attraverso lo Spirito Santo comprendiamo le parole di Gesù, che sono umane e divine insieme, e che rimarrebbero incomprensibili senza il dono dello Spirito. E non solo: Gesù è presente nella nostra vita non soltanto perché, grazie allo Spirito, comprendiamo le Sue parole, ma perché lo Spirito ci dà anche la forza di metterle in pratica.
“Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. Salendo al cielo, Gesù ci promette che, osservando la Sua parola, non solo lo Spirito Santo abiterà in noi, ma tutta la Trinità. Così vivremo in comunione con il cielo.
Domandiamo dunque, in questa Santa Messa e sempre nella nostra preghiera, il dono dello Spirito Santo, il dono dell’amore tra di noi, affinché possiamo davvero fare esperienza delle parole di Gesù: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”.
Ascolta l’omelia
