Omelia di Mons. Camisasca per la prima Messa di don Luca De Chiara e don Giorgio Ghigo

Don Massimo Camisasca a Messa

Leggi la liturgia Prefestiva Sab. 8/7/2023

Omelia per la prima Messa di don Luca De Chiara e don Giorgio Ghigo
Mons. Massimo Camisasca, vescovo emerito di Reggio Emilia e Guastalla
(testo non rivisto dall’autore)

Vangelo del giorno: Mt 11,25-30

Leggendo i passi del Vangelo in cui Gesù si ritira a pregare (nella notte il più delle volte, su una montagna, qualche volta, di nascosto a volte, sottraendosi non solo alle folle ma anche ai suoi stessi discepoli e apostoli), molte volte mi è capitato di chiedermi: ma che cosa avrà detto Gesù al Padre? Come avrà pregato?

Il Vangelo di questa sera ci dà una risposta. Noi non conosciamo soltanto la preghiera che Gesù ci ha detto di rivolgere noi al Padre, ma conosciamo anche la preghiera che Gesù rivolgeva al Padre. Possiamo cominciare a capirlo attraverso i versetti di questo Vangelo, che è certamente uno dei punti più alti, più commoventi e più rivelatori di tutti i quattro Vangeli. Cominciamo a conoscere non tanto e non solo le parole che Gesù diceva al Padre, ma soprattutto i suoi sentimenti e la profondità di questo dialogo.

Innanzitutto “Ti rendo grazie”, “Ti elogio”, “Ti confesso”. Vedete, la nostra preghiera comincia allo stesso modo. Gesù ci ha invitati a pregare come faceva Lui: quando pregate, dite “Padre”. Così è nel Vangelo di Luca, e anche nel Vangelo di Matteo di questa sera: “Ti ringrazio Padre”.

Ma poi il dialogo si fa qui immediatamente nuovo: “Padre, Signore del cielo e della terra, Padre creatore, Padre Salvatore, grazie perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli”. Tante volte mi sono chiesto: ma cosa sono queste “cose” di cui parla Gesù? Cercherò di darvi la mia risposta.

Ci sono dunque delle cose che il Padre ha nascosto ai sapienti e ai dotti e le ha rivelate ai piccoli. Forse se riusciamo a capire chi sono i piccoli, riusciamo anche a capire chi sono i sapienti e i dotti e quali sono dunque le cose che ha rivelato agli uni e ha nascosto agli altri.

I piccoli sono coloro che si radunavano attorno a Gesù e decidevano di stare con Lui, in modo stabile o saltuario, quelli che comunque aprivano il loro cuore a Gesù. In altre parti del Vangelo Gesù li chiama appunto i miei piccoli, come una chioccia verso i pulcini. Quanto affetto c’è in questa parola, quanta considerazione delle nostre fragilità, della nostra povertà, della nostra pochezza. Ma proprio per questo Egli guarda a noi e ci sceglie, perché siamo nulla e vuole che questo nulla sia abitato dal tutto che è il Padre. Qui tocchiamo il fondo del mistero battesimale e anche del mistero del sacerdozio.

Siamo un nulla abitato da Dio, siamo un nulla amato. Siamo i suoi piccoli, a cui egli ha deciso di rivelare il Padre. “Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, ma nessuno conosce il Padre se non il Figlio e coloro ai quali il figlio vorrà rivelarlo”. La rivelazione fondamentale è la rivelazione del Figlio, perché attraverso di Lui arriviamo al Padre: Lui è la porta. Se non conosciamo il Padre non possiamo conoscere il Padre, e a questa conoscenza siamo introdotti ogni giorno dallo Spirito di Dio, attraverso gli incontri che facciamo, le parole che Dio ci rivolge, attraverso gli amici, certi scritti, attraverso le strade più impensabili di cui Lui si serve per arrivare a noi.

Dunque il Vangelo di questa sera si apre con una rivelazione commovente: Gesù al Padre parlava di noi, parlava dei suoi piccoli, questi occupavano il suo cuore, noi occupavamo il suo cuore, parlava di noi. Il suo silenzio era popolato dai nostri nomi. Come è confortante sapere che Gesù già da allora ci portava al Padre.

Poi c’è una seconda parte di questo Vangelo, che è strettamente connessa con la prima, ma che ci rivela anche note nuove. Gesù si offre a noi, che siamo suoi piccoli, che siamo il nulla abitato da Lui, e che siamo stanchi e oppressi.

Certamente qui Gesù si riferiva innanzitutto ai suoi correligionari, al popolo ebraico, al resto di Israele, che vedeva piagato e piegato sotto interpretazioni della legge di Dio che schiacciavano invece che sollevare e fare volare la vita.

Ma l’uomo di ogni tempo è molto spesso stanco e oppresso. Oppresso talvolta da se stesso, dall’incapacità di perdonarsi e di perdonare, di accogliere. Stanco e oppresso anche e soprattutto per le forze del mondo che vogliono opprimerlo vendendo la falsità per verità, il male per il bene, confondendolo, rendendo difficile trovare le strade della comunione e della vita.

Gesù guarda con compassione quest’uomo che siamo noi: “Io vi darò ristoro”.

E come ci dà questo “ristoro”? Spiegandoci che il giogo della legge è diventato adesso un giogo leggero, dolce: è l’amore. L’amore a Dio che apre le strade dell’amore a se stessi e al prossimo. “Ama Dio con tutte le tue forze, ama il prossimo come te stesso”. Il giogo pesante di centinaia e centinaia di regole è diventato il giogo leggero dei due comandamenti dell’amore.

Ma c’è una parola su cui vorrei soffermarmi: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore”. Umilitas, forse qualcuno di voi lo sa, è stata la parola che San Carlo ha scelto come suo motto episcopale. Ma non poteva essere diversamente, perché umilitas era anche il motto della sua famiglia. Ma quello che per la famiglia Borromeo poteva essere l’esaltazione del contrario, perché erano ricchi e fastosi, per San Carlo, invece è diventata una scelta di vita. Ha voluto essere senza tanti servitori, senza tanti segretari, senza tanti possedimenti, senza tanti vestiti, senza tanti onori.

Che cos’è l’umiltà? Rispondere a questa domanda penso sia essenziale per una vita cristiana, e in particolare per una vita sacerdotale. Tutti i grandi padri della Chiesa, in un modo o in un altro, hanno incentrato su questo tema dell’umiltà, l’opposto dell’orgoglio, la strada alla realizzazione della vita.

Se però cerchiamo di entrare un po’ più in profondità in questa parola cominciano le difficoltà. Che cos’è veramente l’umiltà? Vorrei dirvi semplicemente tre principi pratici che possono orientare e guidare la vostra vita.

Il primo principio pratico ci dice che cosa non è l’umiltà. Non è il disprezzo dei propri doni e delle proprie doti. Se la intendessimo così dovremmo dire che l’umiltà consiste nella negazione di Dio, perché questi doni ce li ha dati Dio Creatore, Dio Salvatore. Quindi l’umiltà non sta nella negazione dei doni che abbiamo.

Piuttosto l’umiltà sta nell’interrogarsi su come devo usare questi doni. E sappiamo che ci sono due strade per usare i nostri doni: per la nostra gloria o per la gloria di Dio. Se li usiamo per la nostra gloria, i nostri doni si disfaceranno nelle nostre mani, svaniranno, perché la gloria dell’uomo è come il fiore del campo che alla mattina esiste e alla sera è seccato. Se invece noi usiamo dei nostri doni per la gloria di Dio, perché Lui sia conosciuto e amato, per la vita della chiesa, allora li consegniamo a Lui. Non ce ne impossessiamo più e allora Lui ci indicherà le strade per usarli oppure per metterli da parte.

L’umiltà non coincide né con il disprezzo depressivo di sé, né con l’esaltazione orgogliosa, ma consiste piuttosto in una “simpatica” dimenticanza. Nella dimenticanza di sé, nella dimenticanza delle proprie strade di gloria e di affermazione. E coincide con la scoperta che dimenticando i nostri progetti essi si realizzano. Non mettendoli al centro della nostra attenzione, del nostro orgoglio, della nostra ansia, delle nostre preoccupazioni Dio a poco a poco li svela e ce li fa vedere magari in un modo molto diverso da come li avevamo immaginati, ma certamente superiore e più confacente alla nostra personale santità.

È dunque un programma grande quello che Gesù pone davanti ai nostri occhi: quello della mitezza e dell’umiltà, due parole, certamente fondamentali per comprendere la figura di Cristo, e quindi anche il proprio destino di sacerdoti e di cristiani.

Non ho potuto che fare qualche accenno. Vi auguro che tutta la vostra vita approfondisca la coscienza non tanto di queste parole, ma di queste esperienze della persona di Gesù e possa consentire perciò a voi di comprendere voi stessi.

Leggi l’omelia di Mons Camisasca