Stabilire legami d’amore che ci sostengano nel cammino di ogni giorno
Incontro di don Attanasio del 19 ottobre 2024, nel percorso «Incontri di Casa Santa Giulia».
1. La solitudine distruttiva
Le lezioni di quest’anno vogliono essere un umile tentativo di risposta a uno dei drammi più grandi della nostra società: la solitudine.
Tutti sono d’accordo nell’asserire che una delle cifre del nostro mondo è la solitudine, soprattutto nelle grandi città, ma ormai un po’ dovunque. Talvolta ne facciamo personalmente esperienza, talvolta incontriamo persone segnate dolorosamente dalla solitudine – bambini, adulti, anziani – alcuni addirittura ne muoiono. Non vogliamo però soffermarci su questo, vogliamo invece riflettere su come sia possibile liberarci da questo male.
Possiamo leggere la vita della Chiesa, per l’esperienza che ne stiamo facendo, come una risposta decisiva a questa domanda dell’uomo di oggi perché, come dice Dio all’inizio della Bibbia, non è bene che l’uomo sia solo. L’amore ecclesiale ci libera dalla solitudine, è la risposta di Dio all’inestirpabile desiderio di amicizia e di compagnia che ogni uomo porta iscritto dentro di sé.
Possiamo considerare l’amore ecclesiale come composto dai due fuochi di una stessa ellisse, due fuochi che hanno la stessa importanza, che non esistono l’uno senza l’altro: l’amicizia e la fraternità.
2. Amicizia (philia)
Partirò innanzitutto dall’amicizia. Gesù confida ai suoi apostoli, poco prima di morire: «Vi ho chiamati amici perché vi ho fatto conoscere tutto quello che il Padre mi ha rivelato». Gesù arriva a questa confidente e bellissima constatazione solo dopo molta convivenza, tre anni di vita comune con i suoi discepoli. La prima condizione perché nasca un’amicizia è che dobbiamo darci il tempo per rispondere a questo nostro desiderio.
Il desiderio di amicizia è un desiderio inestricabile del nostro cuore e dobbiamo investire del tempo se desideriamo avere degli amici. Se poniamo prima i soldi, la carriera, i figli, lo sport, sarà molto difficile che un’amicizia possa fiorire.
Dunque, l’amico è un confidente, qualcuno che si conosce così bene – per questo è necessario il tempo perché l’amicizia fiorisca – da non aver paura di aprirgli il nostro cuore. All’amico non nascondi nulla e nulla hai da temere da lui.
Non c’è amicizia perciò senza comunicazione. Solo comunicando agli amici ciò che di bello viviamo siamo veramente felici, loro hanno bisogno della nostra confidenza e noi abbiamo bisogno che ci comunichino ciò che vivono, donando gioia alla nostra vita. Soprattutto quando ci comunicano la positività di quello che vivono, qualcosa di eterno che hanno intravisto nelle loro giornate, qualcosa della luce celeste – il cambiamento positivo di una persona, una parola della Scrittura che li ha illuminati o aiutati – ci comunicano ciò che il Padre ha rivelato loro, e noi facciamo altrettanto. Ogni gruppo cattolico dovrebbe essere questa comunicazione reciproca di ciò che il Padre ci rivela. Dagli amici impariamo sempre cose nuove che ci spalancano aspetti dell’esistenza prima oscuri.
Sulla terra però l’amicizia non è solo la condivisione delle cose belle che viviamo, delle scoperte che facciamo. L’amicizia ha anche un potere esorcistico. Gesù lega all’amicizia il potere di scacciare i demoni: non manda gli apostoli da soli, ma li mandò a due a due e diede loro il potere di scacciare i demoni. All’amico possiamo aprire il cuore senza paura che si scandalizzi dei demoni, delle nostre tentazioni, delle passioni che si agitano nella nostra anima: se non escono all’esterno e non vengono scacciate da uno che ti ama e ti accoglie così come sei, possono schiacciarci. Gli amici, dunque, ci aiutano a portare i nostri pesi come noi portiamo i loro. Non possiamo, come madri, padri, come preti, nel lavoro, portare solo i pesi degli altri: dobbiamo avere l’umiltà di lasciarci portare.
Ci sono pesi che non possiamo portare da soli, abbiamo bisogno degli amici. L’amicizia è necessaria per portare la croce che il Signore chiede a ciascuno di noi. L’amicizia ci aiuta anche a vincere la paura: un’altra cifra dell’uomo contemporaneo, oltre alla solitudine. Gesù stesso, quando nell’orto degli ulivi ha iniziato ad avere paura e angoscia, ha voluto accanto a sé gli amici più intimi: «Giunsero intanto a un podere chiamato Getsèmani, ed egli disse ai suoi discepoli: “Sedetevi qui, mentre io prego”. Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia» (Mc 14, 32-33). Quando Gesù sente paura e angoscia desidera avere vicino a sé gli amici più intimi: i dodici e, tra questi, gli amici più stretti. Così è anche per noi.
Ho sottolineato finora aspetti umanamente comprensibili dell’amicizia, aspetti che la rendono desiderabile, attraente, necessaria. Tuttavia la caratteristica più importante, che racchiude tutto quanto detto finora, è che l’amicizia, aiutandoci a liberarci dal male e a vincere la paura, ci introduce nella vita divina. Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono amici, vivono l’amicizia nella perfezione: nessuno di loro fa qualcosa senza il consenso dell’altro, non pensano e non agiscono mai in maniera individualistica. Anche per questo la perfezione dell’amicizia, su questa terra, forse la possiamo toccare solo qualche volta; ma qualcosa dell’amicizia divina possiamo già viverla qui, sulla terra. Come scrive san Giovanni: «carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio». Non si può conoscere Dio senza entrare in qualche modo in comunione con Lui, senza vivere qualcosa della sua stessa vita trinitaria: l’amicizia.
L’amicizia trinitaria è sempre creativa. Lo Spirito Santo eternamente unisce il Padre e il Figlio, ma al contempo li spalanca in una creatività da cui sprizza fuori tutta la creazione e la vita ecclesiale. Ecco perché l’amicizia è la fonte della creatività ecclesiale e umana. L’esperienza che abbiamo vissuto a Santa Giulia è nata dall’amicizia tra me, Paolo e Stefano; poi è arrivato Pietro, poi Dennis, ora ci sono anche Joao e Andrea. È chiaro che con don Paolo sono più amico, lo conosco da vent’anni: ciò non toglie che, in modi diversi, l’amicizia sia fiorita anche con gli altri confratelli. In quest’amicizia sono entrate subito delle famiglie, dei ragazzi, delle persone che vivono da sole, con cui sono fioriti legami veramente grandi.
L’amicizia ti dona la capacità di affrontare le situazioni difficili con creatività. Ad esempio, in parrocchia i giovani se ne andavano dopo la cresima: l’amicizia che abbiamo vissuto ci ha consentito di rischiare strade nuove dell’annuncio di Gesù. La cosa più importante di tutte, però, è stata aprire le porte della nostra casa e accogliere chi arrivava. Questa dinamica si ripete a tutti i livelli della comunità. Tre bambini sono amici: invitano i loro compagni perché sono felici di essere amici. Se due famiglie sono amiche, intorno a loro si genera un movimento di famiglie e di persone sole; vedendo l’amicizia dei genitori, i figli creano spontaneamente legami di amicizia tra loro.
Posso dire, guardando alla nostra comunità, che sono commosso nel vedere le amicizie dei bambini, dei ragazzi, delle mamme che cucinano insieme e affrontano la realtà con creatività: come è successo quando, di fronte alla difficoltà della Chiesa a incontrare i giovani, l’amicizia vissuta tra noi e l’aprire la casa ci ha permesso di incontrare tanti giovani.
3. Fraternità (agape, carità)
Dopo un primo sguardo al primo fuoco dell’amore ecclesiale, volgiamo il nostro sguardo al secondo fuoco: la fraternità.
C’è una parabola bella del Vangelo che racconta: «il Regno dei cieli si può paragonare al lievito, che una donna ha preso e impastato in tre misure di farina, perché tutta si fermenti». Perché ci sia il Regno dei cieli ci vuole il lievito – l’amicizia, che fa crescere e fermentare la comunità, lo abbiamo appena visto – e ci vuole una donna, la Chiesa, che impasta il lievito con la farina. E la farina cos’è? È la fraternità. Se il primo fuoco dell’amore ecclesiale è l’amicizia, il secondo è la fraternità, necessaria tanto quanto l’amicizia.
Che cos’è la fraternità? La fraternità sono tutti i battezzati, la comunione tra tutti i battezzati, i primi fratelli che il Signore ci mette accanto nella Chiesa. Partecipando alla liturgia siamo tutti partecipi – piccoli, bambini, anziani, amici, non amici, anche dei nemici magari – e siamo lì tutti insieme a pregare. Se l’amicizia non si apre all’esterno, muore; se il lievito non viene impastato nella farina, si secca e non serve a niente. Se non accettiamo che le nostre amicizie vengano impastate dalla Chiesa nella farina della fraternità, diventeranno sterili; se lo accettiamo, le amicizie lievitano. Come il rapporto tra un uomo e una donna che si sposano, se non si apre ai figli, ai fratelli, ai bisognosi, muore. Dunque l’amicizia è immagine della Trinità, porta dentro di sé una potenza creativa che è lo Spirito Santo, il quale ci spinge ad aprire la nostra amicizia a tutti i battezzati che sono fratelli, perché sono lì con noi per seguire Gesù: «Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare […] e chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre» (Mc 3, 31-35).
La fraternità è anche qualcosa di più largo, di più ampio: abbraccia tutti gli uomini, non solo chi fa parte della comunità, perché tutti siamo figli di Dio. Gesù ci ha insegnato a dire Padre nostro che sei nei cieli; solo Gesù poteva dire Padre mio, perché egli, come capo del corpo della Chiesa e dell’umanità redenta, contiene in sé tutti gli uomini. Fratelli sono tutti gli uomini, in quanto figli di Dio, in quanto destinati alla comunione nella Chiesa, sulla terra o nell’aldilà. Dunque la fraternità è il luogo dove può nascere l’amicizia, ad esempio facendo un’attività di volontariato assieme.
La fraternità è qualcosa di ancor più profondo: il fratello che mi è posto accanto, a prescindere dal fatto che mi sia amico o meno, a prescindere dalla consonanza di idee e di sentimenti, è Cristo stesso. Gesù ci rivela: «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno dei miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». Più piccolo è chi ha bisogno di noi. Se tu fai qualsiasi gesto di amore per tuo marito o per tua moglie o per i tuoi figli, l’hai fatto a Gesù, a prescindere dai sentimenti che provi per loro in quel momento. Quando facciamo l’elemosina, quando facciamo la Caritas, quando facciamo il doposcuola, lo facciamo per tutti, a prescindere dall’appartenenza alla Chiesa o dai nostri legami di amicizia. Quando accogliamo in casa altri ragazzi, quando accogliamo a mangiare con noi una persona sola, noi accogliamo Cristo. Alla solitudine di oggi si può rispondere solo accogliendo i fratelli che il Signore mette sul nostro cammino.
Nell’amicizia troviamo una corrispondenza, qualcuno che ci comprende, di cui ci possiamo fidare. La fraternità ci spinge ad amare tutti perché sono figli di Dio, quindi nostri fratelli. I legami di fraternità ci spingono fino ad amare il nostro nemico, per amore di Dio che l’ha creato.
4. L’amicizia fiorisce sul tronco della fraternità
Potreste dirmi: bellissimo, ma io non ho amici, mi sento completamente solo. Risponderei innanzitutto che un cristiano non è mai completamente solo. Nel momento in cui vieni a Messa, fai parte di una comunità: sei unito spiritualmente a tutto il corpo di Cristo che è la Chiesa. La tua preghiera è un dono per tutti e sei sostenuto dalle preghiere di tutti. Sperimenti, magari solo per degli attimi, che Gesù è con te. Gesù non abbandona nessuno; però puoi tentare di partecipare a qualcuno dei gruppi che ci sono nella comunità e che sono aperti a tutti.
Ci fa sempre bene donare il nostro tempo nella comunità: nel doposcuola, nella Caritas, nel servizio d’ordine, nelle pulizie, nella polisportiva. I papà che fanno il servizio d’ordine permettono la vita della nostra comunità: non è detto che siano amici, ma facendo qualcosa insieme, da fratelli, può nascere il fiore dell’amicizia. Tutto ciò che facciamo a un piccolo lo abbiamo fatto a Gesù, e lui sempre ci ricambia col centuplo. Oppure andare al doposcuola: aiutiamo dei ragazzi che possono essere anche di un’altra religione; quella carità di aiutarli nello studio, a inserirsi in Italia, ci fa lavorare assieme a loro. Dopo un tempo di lavoro assieme, di volontariato, in alcuni casi fiorisce l’amicizia, proprio come è accaduto a Gesù con i suoi discepoli.
La vecchietta curva che tutte le mattine va a Messa non è mia amica, però per me è un esempio enorme di cosa voglia dire seguire Cristo, e sostiene la mia fede senza neanche saperlo: io ne ho bisogno quanto ho bisogno degli amici. La fraternità conserva l’amicizia, le dà stabilità, la inserisce nella liturgia, in una regola: la liturgia cattolica. La Messa è uguale per tutti coloro che vi partecipano. Questa liturgia si diffonde nella famiglia: si mangia alle 20, ci vediamo con altre famiglie una volta al mese, facciamo un incontro e poi mangiamo insieme, condividiamo la vita interiore con i fratelli, alcuni dei quali sentiremo più vicini. Ma non ci troviamo solo quando ci sentiamo amici, perché altrimenti non ci sarebbe nessuna stabilità, nessuna continuità, tutto sarebbe fluttuante: con i fratelli della comunità, invece, la vita diventa liturgia.
Alla solitudine dell’uomo contemporaneo rispondiamo con l’amicizia; alla paura rispondiamo col coraggio che nasce dalla forza della nostra comunione; all’instabilità, che è un’altra cifra dell’uomo di oggi, rispondiamo con la fraternità, con la comunità dei battezzati, dove tutti andiamo alla Messa domenicale, tutti preghiamo insieme, tutti preghiamo l’uno per l’altro, tutti svolgiamo dei servizi all’interno della comunità come carità per tutti. La forza di questo amore ricevuto ci può portare fino alla perfezione dell’amore fraterno: amare i nemici.
La fraternità e l’amicizia sono la risposta al dramma dell’uomo contemporaneo, di cui anche noi facciamo parte.
5. L’esempio di Gesù
Gesù ha vissuto perfettamente queste due dimensioni dell’amore. Ha vissuto, prima stabilmente in una famiglia, poi nella comunità religiosa da lui fondata, una fraternità stabile con i suoi discepoli: ha vissuto con i dodici la missione di incontrare chiunque. Al contempo ha cercato di ritagliarsi dei momenti per stare con gli amici più intimi: «venite in disparte e riposatevi un poco». Ha vissuto una stabilità di legami di fraternità, e all’interno di questi legami viveva infinite gradazioni di amicizia: Giovanni, il predìletto, poi Pietro e Giacomo, poi i dodici, poi Marta, Maria e Lazzaro, i settantadue, e così via.
Cosa ha fatto Gesù nel momento della prova? Ha voluto pregare con i dodici e ha voluto più vicino a sé i suoi amici più intimi: «Giunsero intanto a un podere chiamato Getsèmani, ed egli disse ai suoi discepoli: “Sedetevi qui, mentre io prego”. Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia» (Mc 14, 32-33). Ma non sono stati solo gli amici più intimi a sostenerlo: ci sono anche le donne che lo accompagnano sul Calvario, che forse non erano sue amiche – certo non erano le sue confidenti – ma quanto ne ha avuto bisogno mentre saliva il Calvario! Sulla croce ha avuto bisogno dell’amico Giovanni, della madre e di altre donne, che rappresentano quella fraternità, quella capacità di condividere il dolore che possiamo incontrare anche in persone che non ci sono amiche, ma a cui è stato fatto questo dono. Sono necessarie al nostro cammino, tanto quanto gli amici.
Durante la sua passione Gesù ha sofferto la prova suprema, sentirsi abbandonato dal Padre; ma in quel dolore sconfinato, in mezzo a un mare di malvagità, ha visto la luce che abitava quelle donne, soprattutto Maria. Le donne non vedevano questa luce – altrimenti si sarebbero inorgoglite – soffrivano e basta; ma Gesù vide, attraverso quelle anime derise e doloranti, lo splendore del Padre, che interiormente gli era sbarrato da satana. Vide, per pochi attimi, in quelle anime purificate dal suo amore, lo splendore della creazione redenta che era venuto a inaugurare.
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