La convenienza del perdono
Seguire Gesù è la ragione per cui abbiamo cominciato questo cammino che proponiamo ai nostri parrocchiani e amici. L’argomento di questa lezione è il perdono. Per parlarne ho scelto una serie di citazioni evangeliche e di Santi o Padri della Chiesa, così da incontrare tutti insieme la parola di Gesù. La lezione è divisa in due parti: l’insegnamento di Gesù sul perdono e una proposta pratica per poterlo seguire.
L’insegnamento di Gesù
L’anticipo del paradiso
Gesù parla ai discepoli: «In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro». (Mt 18, 19-20)
Chi ci segue, poco o tanto ha già sperimentato qualcosa di questo insegnamento, la bellezza di essere accolti da un amico o di vivere in una comunità, di non essere più soli, la bellezza della fraternità. È qui che Gesù abita e ci dona la gioia dell’inizio del suo regno. Quando poi accade il miracolo dell’amicizia, questo è l’anticipo del paradiso.
Non siamo ancora in paradiso
Dopo che Gesù ebbe pronunciato queste parole, “Pietro gli si avvicinò e gli disse: «Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette».” (Mt 18, 21-22)
Per San Pietro stare con Gesù era bellissimo, ma non era sempre altrettanto bello stare con i confratelli, si litigava, c’erano gelosie, c’era uno come Giuda che rubava… allora Pietro ha pensato: se tu sei in mezzo a noi quando noi siamo riuniti nel tuo nome, come mai c’è anche il male? È la stessa nostra obiezione: Dio può abitare in una Chiesa di peccatori? Per questo gli chiede: “Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?” (Mt 18, 21). Quando uno ci fa del male, di solito alla seconda o alla terza volta lo tagliamo fuori dalla nostra vita. Pietro, dunque, si sente molto magnanimo quando dice: fino a sette volte? Va notato che il numero 7 nella Bibbia significa la totalità. Probabilmente credeva di fare bella figura con Gesù, che però gli risponde: “non ti dico fino a sette ma fino a settanta volte sette” (Mt 18,22).
Gesù dice anche, ed è un’altra frase: “Se un tuo fratello pecca sette volte al giorno contro di te (insomma: un’enormità) e sette volte ti dice: Mi pento, tu gli perdonerai” (Lc 17,4).
Ora, quello che Gesù ci chiede con queste parole non è difficile, è difficilissimo. È difficilissimo perché la nostra reazione istintiva al male che ci viene fatto è prima di tutto arrabbiarci, non certo perdonare, e in secondo luogo rattristarci. E infatti leggiamo: «Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico». (Mt 5,43)
Reazione naturale al male: ira e tristezza
Quando ero piccolo, andavo con i miei genitori in campagna insieme ad un’altra famiglia. Io ero molto amico di uno dei loro figli vittima preferita del fratello maggiore che lo tormentava con i suoi dispetti. Una volta lo stava prendendo in giro in modo particolarmente fastidioso e io, in un impeto di rabbia per vendicare il mio amico, gli ho tirato un cucchiaino in un occhio. Perché racconto questo episodio? Perché la reazione naturale al male è l’ira, cercare di vendicarci in qualche modo, restaurare la giustizia. Quando perdiamo la speranza di poterci vendicare, nasce invece la tristezza. È importante che noi abbiamo questa reazione al male che subiamo o a cui assistiamo, è giusto che sia così, perché noi siamo fatti per il bene, per il paradiso, per la felicità… e il male contraddice questa aspirazione. Solo un delinquente o una persona psichicamente disturbata può rimanere indifferente di fronte al male.
C’è però da aggiungere un’altra cosa. Il peccato non è irritarci di fronte al male, ma come poi gestiamo la nostra collera. Cito due padri della Chiesa a sostegno di quanto sto dicendo:
Chi non si adira quando c’è motivo di farlo, pecca. Infatti, la pazienza irragionevole semina vizi, nutre la negligenza, e invita al male non solo i cattivi ma anche i buoni (S. Giovanni Crisostomo, Op. imp. in Mt. hom. 11).
La passione dell’ira, come tutti gli altri moti dell’appetito sensitivo, serve a rendere l’uomo più pronto a ciò che detta la ragione. Altrimenti l’appetito sensitivo sarebbe inutile: mentre «la natura non fa nulla di inutile» (S. Tommaso, Summa theologiae, II-II, 158, 8).
Non ci soffermiamo troppo perché saranno oggetto della prossima lezione, sulla correzione. Segnalo in particolare però ai genitori che irritarsi quando è giusto farlo è un bene, vediamo oggi il disastro dei bambini non corretti che non imparano a distinguere tra il bene e il male.
Ma torniamo al tema del perdono. Si possono subire tante forme diverse di male e, a seconda della loro importanza, diversa è anche la reazione. Per dire, se uno in auto non mi dà la precedenza e quasi provoca un incidente, io mi arrabbio, magari anche molto, ma poi torno a casa e non ci penso più, perché non ho nessun rapporto con questa persona. Il problema è quando ci fanno del male persone che amiamo profondamente: il marito, la moglie, un figlio, un amico. Il Salmo 55 dice proprio questo, e secondo la Tradizione sono i sentimenti provati da Gesù di fronte al tradimento di Giuda:
“Se mi avesse insultato un nemico, l’avrei sopportato (perché col nemico non ho un’implicazione affettiva…); se fosse insorto contro di me un avversario, da lui mi sarei nascosto (prendo le distanze da un estraneo anche se mi insulta, alla fine la cosa non mi tocca in profondità, questo è abbastanza facile da capire e da fare). Ma sei tu, mio compagno, mio amico e confidente; ci legava una dolce amicizia, verso la casa di Dio camminavamo in festa” (Sal 55, 13-15). Non c’è ferita più grande di quando ti tradisce una persona con cui tu hai fatto un cammino che ti ha avvicinato a Dio, uno che era un tuo confidente, ad esempio, quando a tradire è il marito, o la moglie, cioè la persona con cui tu condividi tutta la vita; quando a offenderti è un figlio per cui hai fatto e fai continui sacrifici; un confratello nella Fraternità san Carlo: sapere che questa persona che era dentro la tua anima ti ha voltato le spalle apre in te una ferita profonda. Perdonare diventa difficilissimo. Ti alzi al mattino e subito ti ritorna in mente il male che hai subito, e non riesci a togliertelo dal cuore.
Ma ascoltiamo l’insegnamento di Gesù: “Avete inteso che fu detto amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico (perché l’istinto naturale verso il nemico è l’odio, anzi, nell’antico testamento per nemico si intende chi non fa parte del popolo di Israele e lo attacca, odiarlo è un comandamento) ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste che fa sorgere il sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti”. (Mt 5, 43-45)
Gesù dunque ci indica una prima la strada per poter amare chi ci fa del male: pregare per lui. Solo in questo modo, se anche il risentimento e la rabbia rinascono in noi contro la nostra stessa volontà, possiamo usare questo sentimento per pregare per chi ci ha ferito.
Salire fino al cielo
Lo sappiamo tutti, perdonare non è facile. Passare dall’ira al perdono è un percorso arduo, perché l’istinto dell’uomo è la vendetta. Dunque, per poter perdonare, dobbiamo innalzarci dalla terra e salire fino al cielo, arrivare al Padre celeste. E qui appunto è l’esperienza della preghiera che ci fa entrare in rapporto col Padre. Dire “Padre nostro” ci porta a sentire accanto a noi la figura paterna che stiamo pregando. L’idea di Dio può essere un concetto astratto. Nell’esperienza della preghiera entriamo in contatto con Lui, ci sentiamo figli di un padre. E qui inizia la seconda parte della lezione che ho chiamato: la lunga scalata del perdono.
La lunga scalata del perdono
Ci sono passi concreti attraverso cui possiamo entrare nell’esperienza della misericordia. Come ci racconta Gesù, “il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito. Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: “Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito».” (Mt 18, 23-27) È proprio quello che il Padre fa con noi nella confessione: accettare le nostre scuse e il nostro rimorso e perdonarci i nostri peccati.
La confessione
Alcune persone anziane, quando si vengono a confessare, dicono: “Io non ho commesso nessun peccato”. È stato insegnato loro tanto tempo fa che i peccati erano: commettere atti impuri e non ricordarsi di santificare le feste. Siccome vanno regolarmente a messa e ormai, per l’età, atti impuri non ne commettono, si sentono a posto e, invece di guardare meglio dentro se stessi, facilmente giudicano gli altri. Naturalmente molti anziani che ho incontrato non ragionano così, conosco dei santi che, a 80 anni, continuano a confessare gli stessi peccati con un’umiltà commovente. Quello che voglio sottolineare è che se noi nella confessione non facciamo l’esperienza dell’incontro col Padre che ci perdona i nostri peccati (proprio come racconta la parabola), la nostra esperienza del rapporto col Padre rimane astratta.
Chi conosce la storia di suor Faustina Kowalska non può non essere colpito dai suoi dialoghi con Gesù sul potere della confessione. Gesù le dice:
«Scrivi, parla della Mia Misericordia. Di’ alle anime dove debbono cercare le consolazioni cioè nel tribunale della Misericordia, lì avvengono i più grandi miracoli che si ripetono continuamente. Per ottenere questo miracolo non occorre fare pellegrinaggi in terre lontane né celebrare solenni riti esteriori, ma basta mettersi con fede ai piedi di un Mio rappresentante e confessargli la propria miseria e il miracolo della Divina Misericordia si manifesterà in tutta la sua pienezza. Anche se un’anima fosse in decomposizione come un cadavere e umanamente non ci fosse alcuna possibilità di risurrezione e tutto fosse perduto, non sarebbe così per Dio: un miracolo della Divina Misericordia risusciterà quest’anima in tutta la sua pienezza. Infelici coloro che non approfittano del miracolo della Divina Misericordia! Lo invocherete invano, quando sarà troppo tardi!» (S. Faustina Kowalska, Diario 1448)
L’esperienza della confessione poi, secondo me, si estende alla vita con le persone che hai accanto. Ad esempio: Stefano, Paolo, Pietro mi perdonano tutti i giorni perché tutti i giorni mi accolgono. Don Massimo mi ha sempre riaccolto dopo ogni momento di difficoltà e il suo abbraccio è un ricordo profondo dentro di me: io ho vissuto concretamente l’esperienza di essere perdonato da un padre. Anche mio padre carnale ha sempre saputo perdonare i miei momenti di debolezza. Questa esperienza del perdono è la più simile che riesco a proporre per evocare il potere della confessione di farci guardare avanti con speranza. Perché quando ognuno di noi ricade nel peccato (e ognuno di noi ha i suoi punti debole), solo sentire il sacerdote che dice: ti assolvo, gli permette di ripartire.
Se il primo punto è l’esperienza del perdono attraverso la confessione, il passo successivo è contemplare la passione di Gesù.
Contemplare la passione di Gesù
Noi ci concentriamo sulla rabbia per il male che abbiamo subito perché dimentichiamo di pensare a Gesù. Ma se noi consideriamo le sofferenze patite da lui, se contempliamo la sua passione, questo guarirebbe le nostre ferite. Riprendiamo il diario di suor Faustina. Gesù le appare con le ferite sanguinanti e lei gli domanda: “Perché, perché tu devi soffrire questo?”.
“Dopo un momento Gesù mi disse «Tutto questo per la salvezza delle anime. Rifletti, figlia Mia, su quello che fai tu per la loro salvezza». Risposi: «Se guardo, Gesù, la Tua Passione, io non faccio quasi nulla per salvare le anime». E il Signore mi disse: «Sappi, figlia Mia, che il tuo quotidiano silenzioso martirio nella totale sottomissione alla Mia volontà, conduce molte anime in paradiso, e quando ti sembra che la sofferenza oltrepassi le tue forze, guarda le Mie Piaghe, e t’innalzerai al di sopra del disprezzo e dei giudizi degli uomini». Compresi molte cose, che prima non ero riuscita a capire.” (S. Faustina Kowalska, Diario 1184)
Solo la passione di Gesù, dunque, ci apre una porta sul mistero della sofferenza, e quindi anche su quella che tocca noi. L’offerta della nostra sofferenza può condurre molte anime in Paradiso: “e quando ti sembra che la sofferenza oltrepassi le tue forze, guarda le Mie Piaghe e t’innalzerai al di sopra del disprezzo e dei giudizi degli uomini“. Questa povera suora ha patito mortificazioni di ogni genere dalle consorelle perché in convento erano gelose del fatto che lei vedeva Gesù e la tormentavano, considerandola pazza. Che cosa le ha dato la forza di sopportare? Guardare la passione di Gesù: “T’innalzerai al di sopra del disprezzo“.
Abbiamo detto che entrare nel mistero del perdono significa innalzarci al cielo – “La meditazione sulla mia passione ti aiuta a sollevarti al di sopra di tutto” – ma in che modo possiamo arrivare a comportarci come il Padre celeste, che fa piovere sui giusti e sugli ingiusti? Solo guardando a Cristo. Però la strada per arrivare al Padre celeste è la croce, la porta stretta, mentre noi spesso ci dimentichiamo del Padre che ci perdona, ci dimentichiamo di Gesù che è morto per liberarci dal peccato.
Riprendiamo la parabola: «Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: “Paga quel che devi!” Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito”. Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito». (Mt 18, 28-30)
L’uomo era stato perdonato (gli erano stati condonati debiti enormi), poteva andare in pace, invece appena esce dalla casa del padrone e incontra un suo debitore che gli doveva pochissimo, davvero una cifra minima, gliene impone la restituzione. L’altro chiede pietà ma non la ottiene, lui lo fa gettare in prigione, cioè non lo perdona. Si dimentica che il Padre ha perdonato lui.
Come si conclude la parabola? «Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?” E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello». (Mt 18, 31-35)
Al cospetto di angeli e santi
Quando noi non perdoniamo nostra moglie, nostro marito, nostro figlio, il nostro amico, il compagno di lavoro… gli angeli e i santi partecipano del dolore dell’ingiustizia e, in virtù di questo dolore, la comunicano al Padre. Ecco dunque l’altra strada per entrare nella misericordia: iniziare a scoprire che la nostra vita è al cospetto degli angeli e dei santi. Ascoltiamo san Cassiano, che io amo molto.
L’ira può svolgere in noi un servizio molto utile quando ci adiriamo con sdegno contro i pensieri osceni che si agitano nel nostro cuore, e ci indigniamo che quel che ci vergogneremmo di fare o di dire davanti agli uomini sia potuto sorgere nelle profondità del nostro intimo; e questo evidentemente perché temiamo la presenza degli angeli e di Dio stesso, che è dappertutto e penetra ogni cosa, e il suo occhio al quale nessun segreto della nostra coscienza può sfuggire. (S. Cassiano, Conf. VII, 7)
San Cassiano dice: l’ira è utile quando noi ci adiriamo contro i pensieri sbagliati, questo è importante (seconda parte della citazione) “evidentemente perché temiamo la presenza degli angeli e di Dio stesso, che è dappertutto e penetra ogni cosa, e il suo occhio al quale nessun segreto della nostra coscienza può sfuggire.“
Allora, io invito tutti a provare. Quando siete arrabbiati con qualcuno, mettetevi a pregare e a prendere coscienza del fatto che siete davanti agli angeli e ai santi che vedono tutti i pensieri di vendetta che vi passano per la mente. Vi garantisco che questa consapevolezza inizia a cambiarvi.
Convenienza del perdono
Ma perché faticare tanto per fare questo cammino? Perché perdonare ci conviene.
La nostra completa purificazione dai vizi e la nostra tranquillità interiore, non devono dipendere dalla volontà degli altri, che non è in nostro potere, ma piuttosto nella nostra decisione. (S. Cassiano, Ist. VIII, 17)
Se noi aspettiamo il cambiamento di nostra moglie che ci fa arrabbiare, il cambiamento del capo che ci soverchia…, il capo magari non cambia, la moglie non cambia e tu cosa fai, aspetti di andare in pensione per avere un po’ di quiete? Anche i preti corrono questo rischio. Però, siccome non sono sposati e non possono prendersela con la moglie, danno la colpa al vescovo sperando che ne arrivi uno che li capisca e faccia quello che pensano loro. Pensano che il problema sia il vescovo, così come si pensa che il problema sia il marito, la moglie, il capo ingiusto… Invece dobbiamo cambiare prospettiva e, se riusciremo a perdonare, entreremo nella pace.
“Finché la passione nefasta dell’ira si annida nel nostro cuore e acceca l’occhio della nostra mente con le sue tenebre nefaste non potremo né acquisire un retto discernimento nel giudicare, né possedere uno sguardo capace di autentica contemplazione, né avere maturità di giudizio, né aver parte alla vita, né restare saldi nella giustizia, né tanto meno essere in grado di accogliere la vera luce spirituale, poiché dice la Scrittura: «A causa dell’ira il mio occhio si è turbato»” (Sal 31,10 – S. Cassiano, Ist. VIII, 1,1)
Si può anche dire in un altro modo: vale la pena di fare il cammino che Gesù ci indica per entrare nel perdono perché i puri di cuore perché vedranno Dio, mentre se io sono arrabbiato con qualcuno, il mio cuore non è puro. Vedo solo la mia rabbia, la mia tristezza, il mio risentimento: una noia mortale. Perché vale la pena di fare una battaglia spirituale per combattere il risentimento, l’ira e la tristezza, che abitano nel nostro cuore a causa del male che incontriamo? Per poter vedere il regno dei cieli. Quando io ho il cuore puro vedo il regno dei cieli.
Due piccoli esempi. Di recente sono rientrato da un viaggio a Roma e in casa ho incontrato gli studenti universitari che mi hanno detto: “Ci sei mancato”, e questo è stato un piccolo anticipo di paradiso. Perché quando noi arriveremo nel regno dei cieli, ci diranno: “ci siete mancati, vi aspettavamo”. Quando un bambino ti sorride, è un sorriso che ti accoglie, i bambini spesso non sanno neanche bene chi sei… ti conoscono vagamente, ma ti accolgono. Oppure senti un canto ben eseguito, ascolti la musica di Bach, guardi il cielo, leggi le parole di Gesù… scopri che la vita è piena del regno dei cieli. Peccato che il più delle volte non riusciamo a vederlo perché siamo ripiegati su noi stessi, sulle nostre preoccupazioni e i nostri dolori. Allora, ecco perché fare insieme questo cammino al seguito di Gesù, per poter gustare della vita, cioè per poter tornare come bambini, quando ci stupivamo di tutto.
Assemblea
A volte, più che cercare di perdonare, lascio correre, sapendo che il momento di conflitto passerà. Sento troppo faticoso il perdono vero, profondo, e perciò perdo l’occasione di migliorare.
Lasciar correre è un primo livello di perdono, più superficiale, ma è già comunque positivo. Il problema è che lasciare correre può essere sbagliato, ma ne parleremo la prossima volta… io ho cercato di indicare quello che ci insegna Gesù, cioè entrare nel perdono nel profondo del cuore. Lei dice: “sento troppo faticoso”, infatti è faticoso, e per questo suggerisco dei passi concreti per iniziare questo cammino. Ad esempio, io ho impiegato anni per perdonare un amico da cui avevo subito un torto. Il risentimento riemergeva sempre, finché Dio mi ha liberato. Quando voi sentite il perdono vero come faticoso, abbiate pazienza, dovete accettare di fare un cammino che, quanto più le ferite sono profonde, tanto più può essere lungo.
Come possiamo fare in concreto per arrivare alla contemplazione della passione di Gesù nella vita quotidiana?
Spesso voi pensate che, siccome siete laici, avete un lavoro impegnativo, i figli, tante preoccupazioni… vi manca il tempo. Ma per la meditazione quotidiana bastano poche righe del Vangelo o di un libro da leggere alla sera. So che alcuni rileggono i testi delle nostre lezioni, vanno bene anche questi. Tutti possono meditare, è semplice, bisogna solo scoprire la strada, e riflettere sulla passione di Gesù è un concentrato di profondità e di amore, che vi nutrirà sempre l’anima.
È sufficiente pregare dopo aver risposto col male al male ricevuto? A volte mi sembra poco, forse non mi impegno abbastanza e mi assale la tristezza che dovrei fare di più, ma come? Che cosa?
Che cosa fare per riparare il male? Talvolta possiamo riparare e talvolta no, ma possiamo sempre pregare. Qui voglio dire questo: la prima opera di misericordia è la preghiera. Scopo della vita è salvare l’anima, quindi quando voi pregate per una persona, fate l’opera di misericordia più importante che possiate fare. Poi, se ci riuscite, potete chiedere scusa. Questa, che è una pratica quasi scomparsa dalla vita sociale del popolo in cui viviamo, è educativa al massimo: è umiliante per il nostro orgoglio, ma quando io chiedo scusa, se l’altra persona mi riaccoglie, il nostro rapporto cresce. E quando qualcuno mi chiede scusa, sono felice di perdonarlo, perché so come si sta male dall’altra parte. Quindi quel male, quando si chiede scusa e poi ci si riabbraccia, è l’occasione di un’amicizia, di un amore più profondo.
Però devo aggiungere una cosa importante: noi non dobbiamo illuderci di poter mettere a posto il male che abbiamo fatto. Chi ci salva è Cristo, senza la passione di Cristo il male rimane l’ultima tomba della nostra vita.
Dopo aver subito un’ingiustizia, mi è capitato di provare a perdonare, ma poi vengo considerata una perdente e mi blocco.
Bellissima questione. La mentalità del mondo non è quella di Dio; la mentalità del mondo, come ho già detto, è che nel profondo della nostra anima c’è la vendetta. Uno studente al secondo anno di Università mi ha detto: “L’unica ragione per cui studio, da sempre, è per fare meglio degli altri. È l’unica molla che hanno usato gli insegnanti per farmi studiare: dimostra di essere il migliore”. Questa è la mentalità del mondo, che noi abbiamo dentro: non essere un perdente. Che cosa ci può liberare? La bellezza della proposta di Gesù. Il bambino è un perdente perché non può difendersi? Eppure il bambino gode della vita perché si stupisce, non ha il cuore ingombro dal desiderio di sopraffare gli altri e di vendicarsi, e quindi è libero. Dobbiamo sviluppare in noi stessi la mitezza.
Spesso le offese e i comportamenti poco caritatevoli provengono da ambienti cattolici. In questi casi, almeno inizialmente, ci si arrabbia. Dovremmo invece comprendere la debolezza degli altri, anche di quelli che, almeno in teoria, sono meglio di noi perché hanno fatto un percorso complesso di fede?
Io rispondo brevemente così: la Chiesa è fatta di peccatori. Non che tu, siccome hai studiato Gesù, sei sempre in grado di mettere in pratica il suo insegnamento. Quindi forse possiamo entrare in una pace più grande se riconosciamo che la Chiesa è fatta di peccatori e che Gesù è venuto per salvare i peccatori.
Si può fare anche un’altra riflessione: ho un amico portoghese, padre João. Da giovane vedeva il male fatto alla Chiesa del suo paese da preti che avevano abbandonato le tradizioni in nome di un miglioramento che non si sapeva bene dove avrebbe portato. Proprio vedendo questo disorientamento, lui ha deciso di entrare in seminario e di fare il prete. Dunque, il male che noi vediamo dentro la Chiesa ci può spingere a costruire una Chiesa più bella.
Se la misericordia non cancella la conseguenza del peccato, e il dolore che è una persecuzione, allora che misericordia è?
Il male fatto in un certo modo rimane. Sapere che noi non possiamo liberarci dalle conseguenze del peccato con le nostre sole forze ci fa capire perché abbiamo bisogno di un salvatore. Noi sogniamo di poter togliere il male dal mondo. Una società sana tende a realizzare la giustizia, ma l’uomo ricade nel peccato. L’uomo da solo non può liberarsi dal peccato, dobbiamo aiutarci l’un l’altro a scoprire che abbiamo bisogno del Salvatore che è Gesù.
Se uno ti tratta male forse vuole chiudere il rapporto con te. Per questo anche se tu lo perdoni, magari il rapporto deve morire comunque.
San Cassiano affronta questo caso. Noi dobbiamo fare tutto quello che ci è possibile per riconciliarci con il fratello, anche solo per una ragione egoistica, per vivere in pace. Però l’altro può non volersi riconciliare. Quando noi raggiungiamo questa evidenza, dobbiamo accettarla, possiamo solo pregare per il fratello che ci ha abbandonati. Non è detto che un rapporto che si interrompe adesso debba per forza morire. Magari questa persona in seguito cambierà idea, però è necessario accettare l’idea che al momento non vuole stare con noi o non si vuole riconciliare. Continuare ad insistere è non solo inutile, ma dannoso perché non fa altro che mettere sale sulle ferite.
Se una persona mi fa del male 7 volte al giorno, cioè quasi sempre, oltre a non coltivare risentimento, pregare per lui, cosa devo fare? Rimanere passivo?
No, talvolta bisogna correggere l’altro (ma di questo argomento parleremo la prossima volta) e se non è possibile ottenere un cambiamento, secondo me ci si deve distaccare. Se uno continua a ferirmi, io per difendermi devo prendere da lui una distanza interiore.
Poi c’è un altro punto su cui riflettere: Dio permette che siamo offesi per far crescere la nostra anima, perché quando riusciamo a sopportare il male, diventiamo più forti. Sopportare il male è la cosa più difficile, è perfino più virtuosa che fare il bene, infatti da questa capacità si misura la magnanimità di un uomo. Quando ho letto nel libro “Cinque pani e due pesci” la storia del cardinale vietnamita Nguyễn Van Thuận che, perseguitato e incarcerato, si mette a insegnare le lingue straniere ai suoi carcerieri che si rifiutavano di rivolgergli la parola, per entrare in rapporto con loro, mi sono detto: altro che subire passivamente, quest’uomo ha una statura gigantesca. Il perdono gli permette di stare davanti a chi lo ferisce con una creatività inarrestabile.
Vorrei qualche spiegazione sulla frase di san Tommaso sull’ira: quando la passione dell’ira è utile, quando è nefasta?
Riprenderò questo tema nella lezione che farò sulla correzione. Qui vorrei solo dire che se un genitore vede il figlio che fa il male e non interviene, fa del male al figlio. Questo è nefasto, perché distrugge le persone. Mio padre mi ha insegnato a capire che c’è un confine, valicando il quale entro nel male, il che ha delle conseguenze. Oggi vedo molti ragazzi a cui questo non è stato insegnato. Quindi, se tu di fronte al male non reagisci, fai sì che il male, come dire, si espanda. San Tommaso dice: quando tu devi correggere il male e sei spinto dal sentimento dell’ira, se quest’ira non ti obnubila la ragione, è un bene, perché ti permette di perseguire il male essendo sostenuto da un impeto affettivo. Questo è un punto delicato, perché facilmente l’ira obnubila per cui, ad esempio, puoi dare un castigo eccessivo, dire parole non equilibrate. Mi colpiva sempre il modo in cui don Massimo, anche quando si arrabbiava, riusciva a governare l’ira; e quando ti richiamava la correzione era ancora più efficace. Mentre se uno si lascia dominare dall’ira, anche la correzione ne rimane oscurata perché fa nascere nella persona che subisce la correzione il dubbio sulla giustizia della medesima.
Che cosa significa adirarsi contro i pensieri osceni nel nostro cuore?
I pensieri osceni sono i pensieri di ira e quelli che vanno contro i comandamenti di Dio e contro l’amore. Adirarsi contro di essi significa cercare di scacciarli, per quanto possibile, con la meditazione. Santa Teresa d’Avila diceva: mi metto a pregare e non riesco a farlo perché sono oppressa da pensieri, poi apro un libro, mi basta leggere una frase, e la mia anima viene elevata. Perché la contemplazione della verità libera l’anima dai pensieri che ti opprimono, e che ti impediscono di elevarti fino a Dio.
A me pare di non aver fatto un’ingiustizia grave ad altri. Perché allora devo perdonare chi mi offende gravemente?
Penso che ci si liberi da questa situazione di sentirci in fondo giusti solo avvicinandoci a Gesù o ai santi. Quando ero un giovane prete, a Vitorchiano, venni ammesso alla processione del Corpus Domini nel monastero delle suore di clausura. Quando vidi come queste ottanta donne stavano davanti all’Eucaristia, mi sentii veramente inadeguato. Rispetto a loro stavo davanti a Gesù come una bestia. Quando tu conosci uno più santo di te ti rendi subito conto di essere un peccatore. Certo, non hai fatto niente di criminale, ma se ti avvicini ai santi, comprendi quanto sei inferiore. Chi inizia ad avvicinarsi a Gesù, comincia a superare questa sensazione autoassolutoria, perché inizia a vedere quante volte nella giornata viene meno a ciò che Gesù ci insegna. E questa consapevolezza fa nascere in lui la misericordia verso gli altri. Guardando alla luce, come dice il vangelo di Giovanni – venne nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo – la luce di Gesù illumina anche le nostre tenebre, ci fa riconoscere che siamo peccatori e fa nascere in noi, quasi naturalmente, il desiderio di accogliere gli altri che sono poveri peccatori come noi.
Ascolta la lezione del parroco
