Un amore più grande

La bellezza dell’amicizia è donare la vita per il bene dell’altro

Introduzione

Nel primo incontro di Casa Santa Giulia, Atta ci ha presentato due fuochi di una stessa elisse, ci ha parlato dell’amicizia e della fraternità/comunione, dicendoci che non esiste l’una senza l’altra. Si tratta di due fuochi che si alimentano a vicenda. La fraternità è la comunione di tutti i battezzati in Cristo; l’amicizia è quella fioritura particolare della fraternità, in cui alcuni affetti particolari diventano per noi importanti, significativi. Dentro la comunione ci sono alcuni volti che ci vengono concessi da Dio come dono, che ci aiutano ad entrare nella vita della comunità.

Oggi scendiamo un po’ più in profondità e parliamo di amicizia. Partiamo da qui perché, pur essendoci prima la comunione – nasciamo in una famiglia, siamo battezzati nel corpo di Cristo che è la Chiesa – l’amicizia è quell’esperienza che primariamente ci affascina e che rende la comunione ecclesiale affascinante. Come diceva Sant’Agostino, «nulla mi è amico senza un amico». Un amico, infatti, ci introduce nell’avventura della vita, ci sprona a prendere l’iniziativa, ci sostiene e accompagna nelle difficoltà, ci dischiude il mistero profondo della comunione.

Un tema che ci accompagnerà per sempre

Sappiamo bene, per esperienza personale, quanto questo tema dell’amicizia ci stia a cuore. Lo vedo personalmente nei tanti ambiti educativi in cui opero. Ogni stagione della vita ha bisogno di capire nuovamente cosa è l’amicizia. I bambini, fin da piccolissimi, sanno chi sono i loro amici. Non conoscono il significato profondo della parola amico, ma se vengono interrogati su chi sia il loro amico, dicono subito un nome. Quello dell’amicizia è un tema che affronto, poi, con gli adolescenti e i ragazzi, nel momento in cui iniziano a percepire le prime difficoltà – incomprensioni, invidie, gelosie. È il periodo in cui gli affetti si stabilizzano e non è facile capire chi ti è amico. Credevo, infine, che nel mondo degli adulti, con la maturità della vita, certe domande si affievolissero, e invece mi rendo conto che non è così. Anche nell’età adulta le dinamiche dell’amicizia ci accompagnano, nel bene e nel male. L’amicizia ci accompagna per tutta la durata della nostra vita e devi sempre riscoprirla.

Proprio come la sessualità, la libertà, l’uso dei soldi, l’amore, il perdono il lavoro: si tratta di argomenti che in ogni stagione della nostra vita dobbiamo ricapire. Non è qualcosa che posso dire di aver ormai capito, di possedere.

Perché l’amicizia ha questa importanza? Perché il fine della nostra vita è proprio l’amicizia, l’amicizia con Dio, ce lo portiamo scritto dentro: siamo chiamati ad essere amici di Dio, per l’eternità. Le amicizie che viviamo qui sulla terra sono un simbolo, a volte più pallido, altre volte più chiaro, dell’amicizia con Dio che ci attende nei cieli, una sorta di anticipazione.

Ecco perché questo tema riaffiora sempre nella nostra vita, ci affascina, ci interroga, ci fa gioire, perché quando noi siamo buoni amici e quando troviamo dei buoni amici, questo è un anticipo dell’eternità. Quando tra due persone – come ci ricordava Atta – si dischiude una sorta di confidenza, di accettazione reciproca, di gratuità, di trasparenza, senti il cuore che esulta di gioia, non perché l’altra persona è particolarmente brava, ma perché quell’esperienza è anticipo di ciò che saremo chiamati a vivere con Dio.

Le amicizie ferite dal peccato

Per esperienza però, sappiamo anche che non si tratta sempre di gioie. Conosciamo le fatiche che nascono dall’amicizia. Proprio come il nostro rapporto con Dio qui sulla terra è ferito dal peccato originale, così anche le nostre amicizie sono ferite dal peccato. Da quel momento, tutto è stato più complicato. La gratuità ha lasciato il posto al calcolo, alla recriminazione al dubbio, alle passioni scomposte, che fanno allontanare anche due persone a cui è stata donata una grande amicizia. Quante volte nell’amicizia misuriamo quanto fa l’altro e quanto faccio io! Se uno non capisce che le amicizie che viviamo sono ferite dal peccato originale, se non c’è in noi questa chiarezza, ci sarà sempre una recriminazione nei confronti degli amici. L’amicizia è un luogo di redenzione per l’uomo ed è anche un’esperienza da redimere, perché continuamente oscilliamo tra queste due posizioni: l’amicizia come anticipo di eternità e l’amicizia ferita dal peccato originale, esattamente come è il nostro rapporto con Dio.

Le nostre amicizie, cioè, sono soggette a purificazione continua, a conferme continue, gesti di gratuità, momenti di apertura e chiusura, ricomprensioni. Esattamente a come avviene con il nostro rapporto con Dio.

Ora, potremmo parlare per ore di strategie, atti virtuosi, tecniche comunicative, per vivere meglio le nostre amicizie. Ma questo ci stuferebbe, a me stuferebbe subito. Siamo cristiani, discepoli di un solo Signore, Cristo Gesù, figli della Sua Chiesa. Dobbiamo allora imparare a vivere le amicizie, visto che sono così importanti, secondo le indicazioni di Cristo stesso.

Ponat, Anima, Dilectionem

C’è una frase di Gesù che più di tutte mi ha affascinato nell’ultimo periodo e che descrive, in modo sintetico, come poter vivere le amicizie. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Detta in italiano, questa frase di Gesù è un già sentito. Ma leggiamola in latino: maiorem hac dilectionem nemo habet, ut animam suam quis ponat pro amicis suis.

Innanzitutto, vediamo che la traduzione di dare è ponat, cioè porre, mettere a disposizione. E cosa l’amico mette a disposizione? Animam, cioè l’anima, le nostre facoltà interiori. Normalmente noi siamo preoccupati di cosa debba fare l’amico per noi affinché sia considerato un buon amico. Normalmente, siamo preoccupati di prendere dall’amico attenzioni, tempo, affetto, riconoscimenti, energie, ascolto. Gesù capovolge la prospettiva: l’amico sei tu. Desideri essere un buon amico? Impara a dare. È un porre la propria anima a disposizione dei tuoi amici. Non si tratta dunque di morire martiri, di sacrificare la vita per i tuoi amici come nei film. Gesù ci invita a mettere la nostra anima, cioè ad offrire, a porgere con semplicità le nostre facoltà interiori, ai nostri amici. Questa frase di Gesù ti mette in croce perché non dice cosa deve fare l’altra persona per te ma dice cosa devi fare tu per essere un buon amico. E poi in latino viene usata la parola dilectionem, cioè questo amore, questa messa a disposizione di noi stessi non è istintiva o automatica, ma è qualcosa di pensato. Dilezione, de-eligere, infatti, dice di una scelta – io ti eleggo, ti scelgo, ti preferisco in modo pensato, ragionato – per mettere a disposizione la mia anima davanti a te. Quando parlo delle mie facoltà interiori parlo della mia libertà, del mio intelletto, delle cose che capisco, della mia gioia, del mio dolore. Metto nelle mani dell’amico ciò che c’è di più profondo in me.

Cristo stesso ha vissuto questa frase. Egli ci ha scelti e prediletti, ci ha offerto la Sua anima, e ci ha dato anche il Suo corpo. Egli è stato davvero un buon amico per noi, si è preoccupato di essere un buon amico per noi, che siamo poveri e peccatori, che non abbiamo nulla da restituirgli se non i nostri peccati. Pensate, che solo una volta nel Vangelo Gesù chiama amico una singola persona: Giuda, nel momento in cui lo bacia: «Amico, con un bacio tu tradisci il Figlio dell’uomo». Non Pietro, non Giovanni, ma Giuda è stato chiamato «amico», nel momento del tradimento. Ha continuato a mettere a disposizione la sua anima per l’amico che lo stava tradendo.

Chiamando Giuda «amico», ha chiamato tutti noi «amici». Noi, che avevamo rotto quel rapporto con Dio con il peccato originale, chiamandoci «amici» ci ha riavvicinato al Padre. Non solo. Con la sua presenza Gesù, ha anche redento le amicizie tra di noi da ogni forma di calcolo, di possesso. Se le nostre amicizie, anche quelle che viviamo fuori dalla Chiesa, ad esempio con i colleghi, non sono illuminate da questa luce di Cristo, che redime i nostri rapporti, se non sono illuminate dal Suo modo di vivere l’amicizia, da questa messa a disposizione continua della Sua anima per noi, saranno sempre vissute così come le vive il mondo: «sei mio amico fino a quando mi va bene», saranno sempre un «capirsi, chiarirsi, incontrarsi a metà strada». Siamo chiamati ad attingere a questa anima di Cristo, che ci ha messo a disposizione, per essere noi buoni amici, per essere io un buon amico per i miei fratelli. Ho bisogno di attingere all’anima di Cristo e nutrirmi del Suo corpo per imparare un’amicizia come quella di Cristo. L’eucarestia è la strada per avere in noi i sentimenti di Gesù e non essere schiavi dell’egoismo, proprio con le persone che ci sono più vicine e che facciamo più fatica ad amare. La confessione spezza la tristezza che nasce quando l’amico non ti capisce, sbaglia, e ti fa ripartire di nuovo nell’amicizia; la recita del rosario è chiedere alla Madonna che ti faccia acquistare sempre e di nuovo uno sguardo di stima verso i tuoi amici. Impariamo a vivere le nostre amicizie da Gesù, che ha chiamato Giuda «amico», tanto più che i nostri amici, nella maggioranza dei casi, non sono dei grandi traditori.

Abbiamo detto che le nostre amicizie hanno bisogno di essere illuminate dalla presenza dell’amico divino. Come vivere queste amicizie cristiane? Attingiamo al Vangelo. Come i primi cristiani hanno vissuto l’amicizia?

Come i cristiani vivono le amicizie?

Dalla resurrezione di Gesù in poi, gli apostoli hanno vissuto i loro rapporti completamente proiettati alla ricerca di colui che non è qui, è risorto. Pensiamo a Pietro e Giovanni che la mattina di Pasqua corrono insieme verso il sepolcro; pensiamo ai discepoli di Emmaus, che insieme lo riconoscono nello spezzare il pane; pensiamo alle diverse apparizioni. In tutti questi casi si intuisce che i loro rapporti erano segnati da una passione per la presenza di Gesù, vivo e presente in mezzo a loro. Dal momento della resurrezione ad oggi, tutti i rapporti tra cristiani, tutte le amicizie cristianamente vissute sono state segnate da una caratteristica: la ricerca comune di questo amico divino. Noi cristiani abbiamo intuito questo: che, guarite dal Risorto – un’amicizia ti viene donata, ma poi va redenta – le nostre amicizie diventano sacramento dell’amicizia con Dio. Cioè, ti richiamano, ti rendono presente, il mistero di Dio. Ecco perché le bramiamo così tanto, perché in modo più chiaro ci dicono che Dio è nostro amico.

Tre icone neotestamentarie

Esempio di questo è la famosa vicenda, dopo la resurrezione, della pesca miracolosa sul lago di Tiberiade, capitolo 21 di Giovanni. Dopo una notte insonne, carica di tristezza, questi amici, 7 in tutto, si ritrovano intorno al fuoco. Aleggia già la tristezza perché l’amico divino non si mostra. Vanno a pescare. La tristezza è accresciuta dalla pesca che va a vuoto, non prendono nulla. Il malumore serpeggia, la ruvidezza dei sentimenti è palpabile. Hanno perso di vista lo scopo del loro essere assieme, si sono ripiegati sulle cose da fare. Agli amici a volte succede, come spesso accade in queste circostanze, sono vittime del loro successo. Poi, di colpo, la voce di un uomo sulla riva che li chiama, la loro obbedienza immediata, talmente grande il fascino di quell’invito che avevano già sentito: «Gettate le reti».

Giovanni è il primo a capire. Indica a tutti il Signore risorto. La gioia prende il sopravvento e Pietro, senza pensarci un minuto, si getta in mare mezzo nudo. Questa per me è l’icona dell’amicizia. Uno che indica all’altro Cristo, e l’altro senza pensarci un attimo si getta in mare. Pietro non è stato lì a pensare che lui, che è stato il prescelto da Gesù, non l’aveva riconosciuto. Non è stato a piangere sulle sue incapacità. Si è gettato. Noi siamo insieme solo per questo motivo, per aiutarci ed indicarci il Maestro, il Signore risorto, che è qui presente in mezzo a noi. Tutto il resto prima o poi passerà, la nostra salvezza non sta in «quanto noi amici ci vogliamo bene»; la nostra salvezza è la presenza di Cristo e allora dobbiamo indicarcelo. Dobbiamo indicarci dov’è la gioia, la verità, la bellezza, la giustizia, perché anche questo è indicarci Cristo Risorto. Questo fuoco comune per il nostro amico divino è presente nella nostra comunità in tante forme, in tanti amici e gruppetti di amici, e l’indicarci l’amico divino è ciò che permette di bruciare tutte le nostre passioni disordinate (le invidie, le gelosie, l’ira, le tristezze); senza questa tensione verso il Risorto, senza questo sguardo comune verso il Risorto, alla fine le passioni disordinate prenderanno il sopravvento.

I sette discepoli arrivano sulla spiaggia. Fanno fatica a trascinare la rete con 153 grossi pesci. Sono stupiti della pesca, ma ancor di più sono stupiti dal vedere la scena che c’è a riva. Quest’uomo, che tutti sanno essere il Signore risorto, ha preparato il fuoco e la brace. C’è del pesce con del pane (dove li aveva presi, poi?). Chiede ancora un po’ del pesce appena pescato, perché i suoi amici si sentano partecipi della cena. «Venite a mangiare». Avevano già sentito quest’invito. Tante volte Gesù nei tre anni insieme li aveva invitati in un luogo solitario, loro soli, a mangiare e parlare, a stare assieme. Questa è una seconda icona dell’amicizia. Perché un’amicizia funzioni ha bisogno di spazio e di tempo di qualità per potersi comunicare. Un conversare tra amici, in cui ci si parla delle cose del Cielo e delle cose della Terra, perché si possa sprecare tempo con gli amici e perché ci si possa sentir sostenuti da essi. Un’amicizia non è un hotel a 5 stelle dove tutto è già pronto, ma è una casa da costruire, abitare tra amici, è un lavoro continuo, che ha bisogno di spazio e tempo di qualità.

Durante la cena Pietro e Gesù chiariscono qualcosa che avevano in sospeso. Immagino che Pietro durante la cena pensasse «speriamo che non tiri fuori quell’argomento…» E quando Gesù dice «Pietro», gli si sarà gelato il sangue nelle vene. Gesù, da buon amico, perdona e guarisce Pietro. I due si dicono parole di amore, di stima, di perdono. Ad ogni risposta di Pietro Gesù dice «Pasci le mie pecorelle». Dal perdono, offerto da Gesù e accolto da Pietro, nasce la Chiesa. Anche questa è un’icona dell’amicizia, che ci trasmette la gioia del costruire insieme. Dal perdono donato e accolto nasce il desiderio di costruire la Chiesa, di mettersi in gioco per il bene della Chiesa, nasce un’amicizia creativa, che permette la nascita delle prime comunità cristiane.

Guarite dal Risorto, le nostre amicizie diventano sacramento dell’amicizia con Dio. In queste tre icone c’è il segreto dell’amicizia cristiana.

Domande e risposte

Domanda Atta distingueva tra Amicizia e Fraternità. Non tutti i fratelli sono o possono essere amici. Cosa distingue l’amico dal fratello? Non posso aver stima di «qualunque» fratello. Non posso fidarmi di mettere a disposizione la mia anima di «qualunque» fratello. In cosa differisce l’atteggiamento verso un amico o un fratello?

Risposta Tutti gli amici sono fratelli ma non tutti i fratelli sono amici e questa distinzione è importante. Se non capisci questa distinzione rischi di aspettarti una certa risposta da una determinata persona che magari non potrà mai arrivare. Cosa distingue l’amico dal fratello? I fratelli non te li scegli. Io sono il quarto di quattro, non mi sono scelte le mie due sorelle e mio fratello. Sono capitati proprio quelli. Poi è una grazia che questi miei tre fratelli siano anche miei amici. Io non ho scelto i miei confratelli con cui vivo, non ho scritto a Roma chiedendo che mi mandassero Dennis, Joao, Atta, Andrea. La prima distinzione è che il fratello non te lo scegli, invece l’amico lo scegli, è una scelta elettiva – dilectionem, eligo. Eligo ha dentro la radice indoeuropea lg, la stessa di logos, cioè di ragione. Dilezione, quindi, è un amore scelto, ragionato, pensato. Per cui io scelgo continuamente l’amico che mi viene donato. Perché l’amicizia è un dono. È una fioritura particolare della fraternità, dicevo all’inizio della lezione, è una fioritura della fraternità carica di affetto. Non posso fidarmi di mettere a disposizione la mia anima di qualunque fratello, sarebbe assurdo. Sarebbe assurdo porgere la propria anima a chiunque. Io porgo la mia anima al mio amico, chi è capace di custodire quello che io offro. E non tutti i fratelli hanno questa capacità. Per noi cristiani fratello è anche colui che vive dall’altra parte del mondo, il peggior peccatore di tutti, che non ho mai visto. Anche quello è fratello, siamo tutti fratelli. Fratello in Cristo è chiunque riceve il battesimo, riceve la vita divina e che magari non ho mai visto o di cui magari non ho nessuna stima, anche quello è mio fratello. Io non metto a disposizione la mia anima di chiunque, solo di alcuni amici. In cosa differisce l’atteggiamento verso un amico o un fratello? A questa domanda rispondiamo alla fine.

Domanda Si può, e se sì come, essere amici del proprio marito o della propria moglie? Come aiutarsi tra amici rispetto alla fatica della vocazione matrimoniale?

Risposta In senso largo sì, si può essere amici tra marito e moglie. Provo a spiegare perché in senso largo. A volte forse di certe cose è meglio non parlarne con la propria moglie o con il proprio marito, è meglio rivolgersi ad un amico. In senso largo sì, perché tu metti a disposizione del marito o della moglie la tua anima e nasce una complicità bellissima. Però bisogna distinguere le cose e le situazioni. Quindi in senso largo sì. Come aiutarsi tra amici rispetto alla fatica della vocazione matrimoniale? Tante volte vedo che le fatiche della vocazione sia sacerdotale che matrimoniale uno pensa di doversele vivere da solo. Ecco, niente di più sbagliato. È ovvio che la vocazione Dio l’ha data a te. Quindi devi fare tu i conti con la tua vocazione. Ma quando si è in difficoltà, avere un’altra coppia di amici con cui parlare è fondamentale. Una cosa che amo ripetere è che «due cuori e una capanna» va bene se la capanna è nel villaggio. Davanti alle fatiche della propria vocazione, uno sta lì e cerca di risolversele da solo perché un po’ si ha vergogna a mettersi a nudo davanti a un fratello. Poi arriva il momento in cui uno sta per schiantarsi e capisce che se non chiede aiuto, se non si fa aiutare si schianta. Ecco perché in questi anni Atta e tutti noi, abbiamo puntato sul far nascere dei piccoli nuclei di amici tra famiglie. È quello che anche il nostro vescovo e la Chiesa tutta ci sta ripetendo: la Chiesa riparte da piccole comunità, possono essere anche due famiglie che si sostengono.

Domanda L’altro, per il fatto di essere altro da te, può avere dei difetti, dei limiti, che finiscono per infastidirti e diventare un ostacolo al rapporto. Quanto è utile ricercare l’affinità nell’amicizia? È utile correggere eventualmente l’altro, amandolo nonostante tutto senza fissarsi solo sul limite?

Risposta Alcune definizioni di amicizia dicono che l’amico è un altro te, uno che sente la vita come la senti tu, non perché è un tuo specchio, ma perché c’è una comunanza su come senti la vita.

La correzione, è sempre un segno di stima, se uno smettesse di correggermi vorrebbe dire che non mi stima più. Noi in casa proviamo a correggerci e io ringrazio i miei fratelli per questo. Non è sempre facile perché non capisci mai quando è il momento, quando lo devi fare come lo devi fare. Però la correzione è sempre un atto di stima. La correzione che l’altro ti fa ti obbliga a metterti in cammino, magari l’altro può essere animato dall’ira, può essere animato da intenzioni non pure che non sono la correzione per il tuo bene, però il fatto che lui ti corregge, ti obbliga in un certo modo a metterti in cammino. San Basilio diceva che l’altro è il medico che svela la tua malattia, fa venir fuori ciò che in te non è ancora puro. Il rapporto di amicizia è anche questo, è fatto anche di correzioni, ma a un certo punto devi anche capire che l’altro, forse su quel punto lì non cambia. È inutile che continui a correggerlo. E se non cambia trattalo come uno dei pagani, cioè accettalo così com’è.

Ma la diversità in un’amicizia quanto è importante? Io sono mezzo napoletano, Dennis è tedesco, niente di più distante. Eppure, questa nostra diversità genera come una scintilla, è capace di generare, genera una creatività, sguardi diversi sulla realtà. I discepoli erano tutti diversi, Giovanni era un contemplativo, Pietro era un pescatore, quando erano tutti e 12 a tavola con il Maestro ognuno aveva una diversa percezione del rapporto con Lui. Ma questa diversità ha fatto sì che la tavola degli apostoli fosse ricca, ricca di carismi, ricca di doni. E questo è un bene. Questa è la ricchezza della Chiesa. Ci correggiamo? Certo, perché io devo capire che lui viene da Colonia e che quindi è diverso da me che vengo dal centro Italia.

E non è che non c’è stata fatica. In alcuni casi c’è ancora. Ma questo è un bene, è un bene per la Comunità che ci è affidata, è un bene per la nostra casa sacerdotale. È un bene perché dato il suo approccio diverso dal mio mi fa vedere cose che io non vedrei. E io godo di più della presenza del Maestro, perché lui mi fa vedere delle cose della vita della Chiesa, della vita spirituale, del rapporto con Gesù che io non vedrei. Quindi la diversità è una ricchezza in questo senso.

Domanda Come farsi perdonare da un amico?

Risposta Innanzitutto, bisogna avere l’umiltà di andare a bussare alla porta del suo cuore e di chiedergli scusa. Devi vivere quest’umiliazione di chiedere scusa. Guarda, ho sbagliato, chiedo il tuo perdono. È un’umiliazione. E poi bisogna aspettare. Perché non è detto che l’altro voglia perdonarti o possa perdonarti.

Questa domanda è bella perché dice che sei chiamato a fare tu un passo, non devi aspettare che lo faccia l’altro. Accorcia tu la distanza, vai tu a bussare alla porta della stanza e dire: «guarda, ti chiedo scusa, ho sbagliato, chiedo il tuo perdono». Niente di più semplice, niente di più difficile. Poi attendere che l’altro ti porga il suo perdono. E vivere nell’attesa, portando dentro questo dolore perché l’altro non ti perdona, offrendolo in comunione alle sofferenze di Gesù, che ha aspettato di farsi amare da noi. Dietro questa domanda c’è una domanda sui rapporti: come vivere i rapporti che finiscono? I rapporti che finiscono sono una croce perché gettano un’ombra di morte sulla vita. Però noi sappiamo anche che in Paradiso saremo assieme. E quello che ora noi non riusciamo a capire, non riusciamo a vivere per gli errori che facciamo, in Paradiso, invece, vivremo sempre assieme. Il Signore purificherà in Paradiso quello che non siamo riusciti a purificare qui sulla terra. Io ho in mente alcuni rapporti con alcuni amici che sono finiti. Porto dentro di me il dolore per questa fine, ma anche la certezza che in Paradiso saremo assieme. E senza questa prospettiva dell’eternità non è difficile, è impossibile vivere rapporti di amicizia! Anche quelli che non credono in Dio, alla fine intuiscono che c’è qualcosa che durerà per sempre. Quindi magari non riuscirai ad ottenere il perdono qui, su questa terra. Sii certo del Paradiso in cui potrai reincontrare tutti, tutte le persone che magari hai ferito e potrai riacquistare tutti quei rapporti che non sei riuscito a «risolvere» qui, su questa terra.

Domanda Come affrontare le delusioni in un’amicizia? Se mi implico in un rapporto di amicizia, ma mi rendo conto che dall’altra parte non c’è la stessa implicazione, attenzione verso l’altro, cosa posso fare? Come affrontare quella delusione e differenza di aspettative?

Risposta È normale che in un rapporto due persone abbiano una percezione diversa dell’importanza dell’altro. Io mi aspetto di essere importante per Dennis. Magari per lui, però non sono così importante. Sono rarissimi i casi in cui non c’è questo divario, ed è una fioritura ancora in più rispetto all’amicizia, si chiama preferenza. Entrambi vivono quel rapporto con la stessa percezione dell’importanza di quel rapporto. Sono casi rari, normalmente ci può essere questa differenza di potenziale. E che un amico ti deluda, direi: meno male!! Se non arriva questa esperienza della delusione, l’amicizia non si purifica mai, perché l’altro non è Dio. Il Salmo dice, «ogni uomo è inganno sulla terra». Per quanto io possa mettere a disposizione la mia anima per Dennis, lui non riuscirà mai ad accoglierla e abbracciarla così come fa Dio. E anche questo lo dobbiamo sapere, altrimenti rimarremo sempre delusi. Dennis non è Dio, quindi che l’altro ti deluda, è anche un bene, perché ti aiuta a volergli bene così com’è. Così tu puoi voler bene a Dennis e non all’immagine di Dennis, non a quello che Dennis dovrebbe fare.

Però questa domanda dice anche un’altra cosa. Tu puoi continuamente mettere a disposizione la tua anima per un’altra persona, ma se l’altro poi non è capace di accoglierla, ad un certo punto dici «va bene, però io ho anche bisogno di essere sostenuto». Allora forse puoi alzare lo sguardo e vedere se ci sono altri capaci di farlo. C’è questo episodio del Vangelo in cui Gesù dice ai discepoli «quando entrate in una città e non vi accoglieranno, scuotete la sabbia che si è attaccata ai vostri piedi e andate in un’altra città». Vivere con gratuità l’amicizia, può voler dire «guarda, non riesci a darmi ciò di cui ho bisogno? Va bene, magari mi rivolgo a don Andrea». E magari questo iniziare a scommettere su altri rapporti fa nascere altre amicizie.

E concludo riprendendo l’ultima parte della prima domanda: in cosa differisce l’atteggiamento verso un amico o un fratello? Dice Gesù, «voi siete i miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi perché il servo non sa quello che fa il suo padrone, ma vi ho chiamato amici perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi». Leggendo queste parole capisco che la differenza tra il fratello e l’amico è l’ascolto. Un amico ti ascolta. È capace di sedersi in silenzio, e stare in silenzio accanto a te, magari non ti dice tante parole. Ma innanzitutto è capace di farti spazio. Nel prossimo incontro parleremo della fraternità e capiremo un po’ meglio la differenza tra fraternità e amicizia.

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