Omelia di don Atta – II domenica di Pasqua Anno A
I segni della Resurrezione
Don Gianluca Attanasio
At 2,42-47
Sal 117
1Pt 1,3-9
Gv 20,29
Il Vangelo racconta che Gesù risorto appare alle donne e dice: «Non temete; andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno» (Mt 28,10). Cosa significa la Galilea? La Galilea era il luogo dove i discepoli vivevano con Gesù, dove ascoltavano il suo insegnamento e dove vivevano in armonia con Lui. Ma dov’è questa Galilea per noi? Dove incontriamo Gesù risorto oggi?
Il Vangelo che abbiamo ascoltato ci aiuta a individuare delle risposte. Gesù appare ai discepoli e attraversa le porte chiuse. Per due volte dice loro: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi» (Gv 20,21). Si comprende così una prima via attraverso la quale incontrare il Signore. Gesù risorto si incontra attraverso i suoi testimoni. Attraverso i santi riconosciuti dalla Chiesa. Ma anche attraverso persone semplici che si incontrano nella vita della comunità. Un testimone può essere una persona che attraversa una malattia e la vive con serenità, sostenuta dalla fede. Può essere una coppia giovane che decide di sposarsi, andando controcorrente rispetto a un clima in cui questo passo è sempre più raro. Può essere chi va a trovare persone anziane per offrirgli compagnia.
I testimoni sono numerosi e spesso non fanno rumore. Fanno gesti piccoli, di cui a volte possono non avere contezza. Una bambina del catechismo, durante un breve soggiorno organizzato dalla parrocchia, ha invitato alcune compagne di classe. In questo modo è diventata, senza forse rendersene conto, una testimone per loro.
In questo modo si comprende che Cristo si incontra attraverso i suoi testimoni. È naturale allora interrogarsi su chi siano, nella propria vita, queste presenze che rendono visibile il Vangelo. Allo stesso tempo ci si può chiedere come essere, a propria volta, testimoni per le persone che il Signore ci pone accanto. Questo è il primo compito che il Gesù affida a coloro che lo incontrano. È quanto emerge già nel racconto pasquale, quando le donne ricevono l’invito «Andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno» (Mt 28,10). Al di là dei ruoli e delle responsabilità nella Chiesa, a tutti è la missione di annunciare Cristo risorto. Gesù dice espressamente: «Voi siete i miei testimoni nel mondo». Ecco la prima strada per incontrare Cristo Signore, Cristo risorto.
Vi è poi una seconda via per incontrare il Signore. Dopo aver parlato, Gesù soffia su di loro e dice «Ricevete lo Spirito Santo» (Gv 20,22). È lo Spirito Santo che rende possibile l’incontro con Gesù risorto oggi.
Se i discepoli, i santi, le persone della comunità sono testimoni esteriori, persone attraverso le quali la fede è stata trasmessa, qui si tratta di un testimone interiore. Lo Spirito Santo attesta allo spirito, all’anima, al cuore dell’uomo che siamo figli di Dio. Non si tratta di un’idea, ma di una realtà viva, che si manifesta nel profondo (Rm 8,16).
San Paolo vive questa esperienza quando ascolta nel suo cuore una voce ineffabile che diceva: «Padre» (Rm 8,15). Se si invoca lo Spirito Santo nella preghiera – e Gesù ha promesso che a chiunque domanderà lo Spirito Santo sarà donato (Lc 11,13) – si può essere introdotti in questa stessa esperienza. Solo attraverso lo Spirito Santo la fede può crescere e nasce la certezza di essere figli amati. La fede non è una conquista personale, ma un dono che viene dall’alto.
Solo così è possibile essere certi che Cristo è risorto e rimane con noi fino alla fine del mondo (cfr. Mt 28,20). Egli è presente anche quando non è percepito, quando sembra lontano nella preghiera, quando la sua presenza non si avverte interiormente. Rimane accanto anche nel tempo della prova, quando tutto sembra oscurarsi. La sua parola resta vera e affidabile «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).
La certezza della presenza di Cristo risorto non è solo interiore. Quando Gesù dice «Pace a voi», promette una pace certamente interiore. Infatti, se non siamo in pace interiormente, non c’è pace per la nostra vita. Però questa pace è chiamata a diventare anche esteriore, una realtà vissuta nelle relazioni.
Il principale ostacolo alla pace è il male che ci si fa gli uni gli altri. La pace può ritornare solo attraverso il perdono reciproco. Non c’è pace senza perdono. Per questo, nel momento in cui Gesù dice: «Pace a voi», pace agli apostoli, aggiunge: «A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati» (Gv 20,23). Finché siamo sulla terra siamo peccatori che amano altri peccatori, e Gesù ne è ben cosciente. Quando ci dice: «Pace a voi», sa che siamo in questa condizione. Così è anche nella Chiesa. Il male che ci facciamo è tenebra, il perdono è luce.
Riabbracciarsi e perdonarsi è già un anticipo della risurrezione. È un anticipo del paradiso, dove la comunione sarà piena e senza ferite. Accostarsi al sacramento della riconciliazione e lasciarsi perdonare da Cristo significa sperimentare una rinascita. È come risorgere, perché il cuore viene liberato e restituito alla vita. Alcuni artisti hanno cercato di esprimere questa realtà. Nei dipinti del Beato Angelico il paradiso è raffigurato come una comunione gioiosa, fatta di incontri, di abbracci, di armonia. È un’immagine che aiuta a comprendere che la pace vera nasce dalla riconciliazione.
In conclusione, si può fare una breve riflessione su san Tommaso. È il discepolo che non crede, perché era assente alla testimonianza degli altri apostoli. Quando Gesù riappare, dopo una settimana, gli dice: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente» (Gv 20,27). E infine Gesù dice: «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto» (Gv 20,29). A chi non piacerebbe vedere Cristo risorto come san Tommaso? Che senso ha questa espressione di Gesù? Il senso è che queste parole indicano un cammino. Se si impara a riconoscere Cristo nei segni della sua presenza, lo sguardo si prepara a incontrarlo pienamente nell’aldilà. Cristo si lascia riconoscere nei testimoni, nello Spirito che parla nel cuore, nel perdono reciproco. Se non si impara a vederlo in questi segni, non lo si riconosce neppure quando si manifesterà senza veli. L’incontro non sarebbe fonte di gioia, ma di smarrimento.
Per questo Gesù dice: «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto» (Gv 20,29). Possiamo già essere beati sulla terra, riconoscendolo presente nei suoi segni, e questa gioia si compirà in maniera definitiva nell’aldilà.
Leggi la liturgia – 12/4/2026
