Ritiro dei volontari

Gesù sorridente abbracciato ai discepoli, fotogramma da un film sulla vita di Gesù

Rallegratevi, perché i vostri nomi sono scritti nei Cieli

Ritiro volontari – 2 maggio 2026

don Paolo Pietroluongo

«I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: “Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli”. In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: “Ti rendo lode, o Padre, Signore del Cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno conosce il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo”». (Lc 10,17-22).

La scena che qui è narrata si direbbe che sia un backstage, cioè una descrizione di ciò che avviene dietro le quinte. Gesù ha mandato i 72 discepoli ad annunciare il Vangelo, senza borsa, bisaccia, senza sandali, come agnelli in mezzo a lupi. Non viene raccontato nel Vangelo ciò che accade nelle città in cui i discepoli entrano, forse perché non è così importante, perché non sembrasse che l’attenzione fosse sui successi. Si dice solo che alla fine “tornarono pieni di gioia”. I discepoli dunque si ritrovano intorno al Maestro in un luogo in disparte, in un momento di intimità, e raccontano tutto quello che è successo, pieni di fatica ma anche di soddisfazione e di orgoglio, per quello che hanno fatto e visto. Me li immagino contenti di poter raccontare quello che hanno visto e fatto. Gesù li ascolta volentieri, anche Lui è sorpreso, è contento quando vede che facciamo la Sua volontà e partecipiamo alla Sua opera, quando facciamo bene il nostro mestiere di discepoli. È felice di vedere i suoi amici che crescono e partecipano con maturità alla missione che il Padre gli ha affidato. Gesù non è impassibile davanti ai nostri sentimenti.

Poi, mentre parlano accanto al fuoco acceso, Gesù intuisce qualcosa come un rischio, e dice “non rallegratevi perché i demoni si sottomettono a voi”, vede come allungarsi un’ombra sul cuore dei suoi amici.  Che pazienza hai avuto, o Gesù, per il nostro cuore, sempre così instabile! Vede allungarsi un’ombra e capisce che i discepoli possono fermarsi ai loro piccoli o grandi successi. E allora invita tutti alla vera gioia, quella cioè di essere custoditi dal Padre nei cieli. “Rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli”, non di altro. E mentre dice questo si ricorda, gli viene in mente il Padre, gli vengono in mente i cieli in cui era col Padre, gli viene in mente quello che era e dove era prima dell’incarnazione. Si ricorda ed esulta anche lui di gioia. Questo succede anche a noi quando nel bel mezzo delle nostre giornate e attività ci ricordiamo, per grazia, del Padre del cielo. Ci viene in mente Gesù, come un fulmine, un pensiero non voluto, non cercato, qualcosa che ci supera perché non lo produciamo noi: ci viene in mente l’immagine di Gesù che abbiamo nella stanza, un pezzo del Vangelo, un incontro fatto. Mentre i discepoli parlavano dei successi gli viene in mente suo Padre e dice “noi dobbiamo rallegrarci perché abbiamo un Padre nei cieli”.

Capisco da questo episodio che c’è come un terreno comune tra noi e Gesù (uno dei tanti), ed è il terreno della gioia. C’è come una comunanza tra la gioia che anche noi cerchiamo e la gioia di Gesù. Gesù è stato una persona gioiosa, felice di essere al mondo, felice di esserci e di stare in relazione col Padre. Tante volte mettiamo l’accento sulla sofferenza, sulla malattia, sulla partecipazione alla croce. Ed è giusto che sia così perché il dolore e la sofferenza ci interrogano di più della gioia. Perché, purtroppo, quando siamo felici non ci facciamo caso. Invece c’è anche una partecipazione alla gioia di Gesù, al suo essere insieme al Padre nei Cieli che ogni battezzato è chiamato a vivere. Questa è la gioia di cui parla Gesù, a cui anche noi siamo chiamati: “rallegratevi, perché i vostri nomi sono scritti nei Cieli”.
La vera gioia è un sentimento stabile del nostro spirito che ci fa esultare, non è qualcosa di evanescente di superficiale. ci porta allegria, perché ci ricordiamo di essere in relazione col Padre. Ancor prima di ogni successo o insuccesso – come genitori, nonni, lavoratori, volontari, preti – ancor prima di tutto questo noi siamo in relazione col Padre. È su questo che dobbiamo radicarci, perché la nostra ultima essenza, il punto più intimo e profondo del nostro essere persona è relazione con il Padre. Gesù invita i suoi discepoli a gioire per questo, non per altre cose. Gesù ci dice questo perché è così per Lui. che era in mezzo ai discepoli ma allo stesso tempo era in relazione con il Padre. Egli era accanto alle persone, ma allo stesso tempo era accanto al Padre, può stare vicino alle persone proprio perché è radicato nel Padre. Questo noi lo viviamo, solo che ce ne dimentichiamo, dobbiamo richiamarcelo alla memoria. Non conta essere persone che pregano molto o poco, o avere delle visioni, o essere più o meno predisposti all’azione. Se cresce in noi questo giudizio di essere in relazione con il Padre si dipinge anche una bella gioia sui nostri volti. Egli dunque ci invita a stare insieme a Lui, nella gioia, accanto al Padre.

1. Dove sta la nostra vera gioia?

Davanti a questa richiesta di Gesù di rallegrarci dobbiamo domandarci seriamente: per me, dove sta la vera gioia? Qual è il motivo della mia gioia? Dove mi aspetto di trovarla? Gesù e il Padre sono per me luogo di gioia, di gioia per la mia vita? Quando sono felice, lo sono per Cristo o per altre ragioni?

Afferma Lepori: “Siamo tristi per Cristo o per altre ragioni? Siamo tristi perché ci manca Gesù, perché non lo amiamo abbastanza, o perché ci manca qualcos’altro?”[1]. Il centro per noi è questo rapporto con il Signore o sono le altre cose?

In tutta onestà, noi ci dimentichiamo che la vera gioia sta in questa relazione con il Padre, sappiamo che non viviamo avendo questa relazione col Padre come ragione profonda di gioia. Vorremmo viverla quando qualcuno ce la ricorda, ma normalmente non ne siamo in grado a causa del nostro peccato e della nostra povertà, e alla fine andiamo a cercare la gioia altrove.

Mi sono venuti in mente tre riduzioni della gioia, tre modi in cui cerchiamo la gioia, ma che non ce la danno:

  • Identifichiamo la nostra gioia col successo mondano. Ad esempio noi ci diciamo cristiani e suoi discepoli, e lo siamo realmente, ma poi vediamo come i criteri del mondo siano anche i nostri. Cerchiamo il riconoscimento, l’apprezzamento per una cosa fatta bene, il denaro, il potere – non per forza quello grande e visibile, ma anche solo il potere sulle persone che abbiamo accanto, sui figli, sul nostro coniuge. Questo è normale, non giudichiamoci… (quante volte giudichiamo la nostra persona in base a quanto siamo stati bravi con i nostri figli carnali o spirituali). Lo voglio sottolineare per non darlo per scontato, perché i criteri del mondo entrano dentro la nostra vita.
    Questo successo è subdolo, perché ti dona una breve esperienza di gioia, ti fa salire in cielo per un attimo, ma poi ti precipita di nuovo sulla terra. E quanto più sali in alto, tanto più ti fai del male quando cadi!
    Invece, ancor prima dei tuoi successi o insuccessi, la gioia che ti da il rapporto con il Padre – questa relazione filiale, affettiva, come giudizio della propria vita, questo muoverci nel Padre – ti offre una gioia stabile, duratura, che solo noi possiamo decidere di rompere.
  • Oppure identifichiamo la gioia con il trovare soluzioni esteriori. Anche questa è una riduzione della gioia, perché pensiamo che sia l’assenza di problemi. Lavoriamo per risolvere dei problemi, speriamo che aver risolto tutti i problemi ci doni quella gioia stabile che desideriamo. Immaginiamo la gioia come un non aver problemi con i figli, con il coniuge, al lavoro. Immaginiamo che la gioia sia un quieto vivere, una sorta di borghesismo. La gioia che ne nasce è però solo epidermica, superficiale: risolvi un problema, ti quieti e poi riparti dentro i problemi. Cerchiamo un’apatia, un’assenza di sentimenti, un voler star tranquilli. Invece, la gioia di cui parla Gesù è un movimento. Rallegrarsi invece mi fa pensare ad una vita che si muove, che ribolle, come un fuoco, la Bibbia dice “come scintille nella stoppia”. Quando cerchiamo la gioia nel trovare soluzioni più che stare in Cielo si sta molto sulla superficie.
  • Infine, la gioia è spesso ridotta a causa dell’esperienza del peccato, cioè l’andare a prendere con la forza, con la violenza, qualcosa che ci può essere solo donato. Il peccato è proprio il confondere la fonte della nostra gioia con un oggetto o una persona, e nel vivere in maniera sbagliata e disordinata la relazione con quell’oggetto o quella persona. Infatti, quando pecchiamo, vogliamo prenderci con la forza quella gioia, la vogliamo rubare, come una preda, non vogliamo accogliere qualcosa che ci è donato. Invece, l’esperienza di rallegrarsi di cui parla Gesù è un dono, il dono della nostra relazione col Padre, che va riconosciuta e accettata, non rubata. Anche Lucifero si è immaginato di salire in Cielo con le sue forze, perché voleva rubare quella gioia, voleva farla sua. Sappiamo che è precipitato, ed è diventato Signore di questo inganno, tanto da ingannare ogni uomo. Invece la gioia va accolta perché ci viene donata.

Accanto a queste tre riduzioni della gioia c’è anche un altro rischio, una confusione, forse quella più subdola e difficile da riconoscere, perché si maschera da bene. Gesù mette in guardia i suoi discepoli: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».

Gesù ci ha chiamati insieme a lavorare per la sua Chiesa e ci invita a partecipare del suo potere e della sua regalità, ci condivide questo potere, proprio come ha fatto con i discepoli. Lo condivide con tutti i battezzati, sacerdoti e laici, anche se in modo diverso. Abbiamo il potere di governare, di santificare e di profetizzare. Io sacerdote esercito questo potere in modo “ordinato” e “ministeriale” alla vostra santificazione e voi lo esercitate in modo comune. Cristo ci condivide la sua regalità.
Potremmo però cedere nella tentazione di confonderci, e di pensare che i frutti e la riuscita di quello che facciamo per Gesù siano essi stessi fonte della gioia. Non è così, non è questa la fonte della gioia, anche se si vedono dei risultati. Gesù è contento per i nostri successi, ma non è questa la fonte della gioia. Perché i successi, i frutti, potrebbero anche non esserci. Quando verranno a mancare le vittorie, i numeri, le riuscite cosa penseremo? Che non valiamo niente? No! I nostri nomi saranno comunque scritti nel cielo. Dobbiamo rallegrarci per il solo fatto di essere accanto a lui.
La fonte della gioia è nello stare con il Padre.  Quando non abbiamo frutti ce lo ricordiamo più facilmente. Invece, quando abbiamo dei frutti dobbiamo radicarci più in profondità in Lui, come gli alberi, perché se le radici non sono profonde come fa arrivare la linfa anche all’ultima mela o ciliegia lassù in alto?
Siamo chiamati ad andare oltre e a vedere ciò che viene prima: “rallegrati, perché tu sei con me accanto al Padre”.

Questo è vero anche tra marito e moglie, perché quando arrivano dei figli allora bisogna stringere di più tra marito e moglie, non solo fare di più, perché si porti più frutto per il bene dei figli. E i figli potrebbero anche non arrivare.
Vi prego, dobbiamo rallegrarci per il solo fatto di essere accanto a Lui, questo deve essere per tutti noi la fonte della gioia! Tutto il resto è una bella conseguenza.

2. La conversione della gioia

Senza scandalo, e con grande pace, dobbiamo riconoscere che non solo dobbiamo convertire i nostri atti e la nostra moralità, ma che dobbiamo convertire anche la gioia. La gioia è un lavoro, non è un’esperienza che capita, un colpo di fortuna. O meglio, capita perché ci lavoriamo su.

Se alla domanda “Gesù, per me, è veramente la gioia suprema della mia vita? La relazione con il Padre è veramente la gioia della mia vita?” la risposta è ancora incerta, non dobbiamo scandalizzarci. Dobbiamo decidere di incamminarci in pace, senza ansia, nel cammino di conversione verso la vera gioia. Questo cambiamento, di vivere con Gesù una relazione gioiosa col Padre, è un cambiamento interiore, non esteriore. Sappiamo bene che questo non può avvenire semplicemente con i nostri sforzi. Ma è il frutto di un rapporto con Cristo, vero Dio e vero uomo, che già vive la relazione con il Padre e quindi ci tira dentro questa relazione.

Voglio qui leggervi un altro episodio del vangelo (Mc 7,31-37) che spiega cosa vuol dire che siamo tirati dentro questo rapporto di relazione con il Padre:

«Di nuovo, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decapoli. Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e disse: “Effatà”, cioè “Apriti”. E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: “Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e parlare i muti!”»

 Questo brano del Vangelo di Marco ci aiuta, e non poco, a capire che la gioia è un lavoro di conversione da fare con il Signore. Vediamolo nel dettaglio.

  • Innanzitutto il luogo. Siamo in territorio pagano, fuori dalla Giudea. Per gli ebrei si tratta di peccatori, gente cioè che non ha ricevuto il dono della rivelazione e che non è neanche degna di riceverlo.
  • Gli viene portato un sordomuto. Chi è un sordomuto? È una persona che non può parlare e non può ascoltare. Si tratta dunque di una persona incapace di avere relazioni col mondo esterno perché gli manca la parola. A volte capita anche a noi, quando non siamo in grado di dire chi siamo, quando una relazione diventa difficile, quando non riusciamo a comunicare con una persona o con Dio, perché non riusciamo ad ascoltarlo oppure a parlarci. Il sordomuto non poteva fare l’esperienza di essere ascoltato né di comunicare sé stesso. Il dialogo è proprio questa esperienza in cui metto in comunione la parte più profonda di me e la ripongo nella tua anima
  • Quest’uomo viene presentato a Gesù dalla folla, che evidentemente sperava in un miracolo, e che Lo prega di imporgli le mani, il classico gesto della benedizione e della guarigione. Gesù fa di più, compie un gesto che paradossalmente può sembrare di ulteriore separazione, lo prende e “lo porta in disparte”, lontano dalla folla. Sembra un gesto che aumenta la distanza dalle persone. In realtà Gesù lo sta invitando ad un rapporto personale con Lui. Mentre tutti i rapporti sembrano allontanarsi, in realtà si sta creando un rapporto personale con il Signore. E questo deve farci riflettere perché a volte sembra di essere lontani da tutto e da tutti, ma in realtà è il Signore che ci chiama in disparte. È tipico di Gesù, che chiama nel deserto e parla al cuore. Quando a volte vi sentite da soli, non capiti, leggetelo dall’altra parte: “ma non è che il Signore mi sta chiamando in disparte? È un modo molto delicato questo di Gesù che ci chiama in disparte, perché Egli vuole parlarci in modo chiaro. L’essere in disparte è segno di una preferenza. Tante volte nel Vangelo è raccontato questo mettersi in disparte come luogo privilegiato, personale, di stare col Signore.
  • E a questo punto Gesù “gli mise le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua”. Bel modo di stare in disparte e di parlare! È fastidioso che uno ti metta le dita nelle orecchie, ed è schifoso che Gesù ti tocchi con la saliva la lingua. Ma perché Gesù sceglie proprio questo metodo per guarirlo? Perché non ha usato una parola, o un gesto semplice come imporgli le mani? Perché si trattava dell’unico modo che il sordomuto poteva capire, perché aveva bisogno di essere guarito proprio in quelle due parti, le orecchie e la lingua. Non aveva bisogno di gesti generali, ma di gesti particolari.
    Ci serva come esempio questo episodio del vangelo, soprattutto quando andiamo a confessarci. Gesù viene per guarire proprio quelle parti in noi che sono malate, non il peccato generale, ma proprio quello che tu hai fatto. Ma come, vorremmo dire, non quelle parti che sono malate, non mi toccare! No, invece voglio proprio quelle. È un bel cambiamento di mentalità questo: presentarci a Lui in un rapporto personale, perché egli guarisca, perdoni e sani ciò che in noi è guastato, anche se questo può sembrare fastidioso, proprio come accade nella confessione.

E poi Gesù fa questo gesto, che è il più importante, «guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e disse: “Effatà”, cioè “Apriti”. E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente». Guardando verso il Cielo Gesù ci ridona questa relazione con il Padre, fonte della vera gioia, e ci restituisce una capacità di dialogo con Lui e con i fratelli. E il sospiro, magari è anche un sospiro di pazienza, perché tante sono le volte che Cristo ci ricorda e ci ridona questa relazione gioiosa col Padre, ce la ridona e ce la ricorda. E noi sbagliamo, ci dimentichiamo, pecchiamo, e Lui di nuovo ci chiama in disparte, magari ci dà anche fastidio, ma ci ridona questa relazione gioiosa col Padre che Egli già vive.

Quest’azione l’abbiamo già vissuta una volta nella nostra vita, durante il Battesimo, quando il sacerdote ci ha detto “Effatà”, e ci ha aperto per la prima volta a questa relazione col Padre, attraverso Cristo. Ma questa relazione gioiosa con il Padre Gesù ce la ridona continuamente nell’esperienza della Confessione, ma non solo, anche tutte le volte che decidiamo nel nostro cuore di riaprirci ad un dialogo con Gesù e glielo chiediamo, e Lui lo fa, e continua a sospirare ma non smette di ridonarcela, di ricordarcelo.

Allora, è proprio vero che questo cammino verso la relazione gioiosa col Padre è una conversione continua. È iniziata il giorno del Battesimo e la vivremo fino alla fine dei tempi, se lasciamo agire Cristo che continuamente ci riapre ad essa tutte le volte che, a volte in modo fastidioso, ci rimette in dialogo con il Padre.

I nostri nomi sono scritti nei cieli, e niente, se non la nostra libertà, potrà impedire che il nostro nome venga cancellato.

3. Gesù era un uomo gioioso e trasmetteva questa gioia

Gesù è il figlio di Dio, è Dio stesso che siede alla destra del Padre. Egli vive questa relazione col Padre fin dall’eternità. Anche durante la sua vita terrena non ha mai smesso di vivere questa relazione. Egli stesso si ritirava in disparte per stare da solo col Padre e viverla in maniera più profonda. Amava il padre, dedicava del tempo a Lui. Amava la sua volontà, ciò che Egli voleva lo voleva anche lui. Ed era felice di compierla, era pronto ed attento ad essa, ma non come uno schiavo, ma come un figlio libero che partecipa all’opera del Padre. Ma non era solo questa la fonte della gioia di Gesù. Infatti il brano del Vangelo dice «In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: “Ti rendo lode, o Padre, Signore del Cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli.”» Gesù era felice perché vedeva che anche altri entravano in questa relazione amorosa col Padre. Non era geloso, non era invidioso, ma in questa relazione di gioia col Padre c’era posto per tutti. Mi verrebbe da dire che appena Gesù si rende conto che i nomi dei discepoli sono scritti nei cieli, Gesù esulta di gioia. In questa relazione ci siamo anche noi. Era dunque anche questa la sua gioia, sapere che i suoi erano col Padre insieme con Lui. C’è spazio per tutti in questa relazione con il Padre, a condizione di essere piccoli, come bambini che non mettono in dubbio la relazione col padre o con la madre. E quando Gesù vedeva una persona che desiderava rientrare in questa relazione gioiva di cuore. L’ha fatto con Zaccheo: Scese in fretta e l’accolse pieno di gioia (Lc 19,6). Ma chi accolse chi? Il Vangelo non lo dice. È Zaccheo che accoglie Gesù pieno di gioia o è Gesù che accoglie Zaccheo? E mi piace pensare che sia stato pieno di gioia anche quando Matteo ha lasciato il banco delle imposte, nonostante i discepoli non lo volessero perché era un peccatore. E lo ha fatto con il ladrone, che si è convertito alla fine, anche nel momento della morte Gesù era pieno di gioia, perché ha salvato un’anima e l’ha portata in Paradiso. Ha parlato di questa gioia parlando del pastore che lascia le pecore per andare a cercare la pecora perduta e una volta trovata se la carica sulle spalle pieno di gioia; ne ha parlato quando ha raccontato del figliol prodigo, quando il padre addirittura gli ha preparato una festa. Insomma, Gesù gioiva in continuazione perché era con il Padre; e gioiva tutte le volte che vedeva qualcuno tornare al Padre insieme con lui.

ASSEMBLEA

Domanda
Provo una gioia reale nella preghiera del mattino, ma subito mi prende un senso di colpa pensando a chi soffre intorno a me. Come non cedere a questo?

Risposta
Questo sentirti in colpa è un sentimento che non devi coltivare. Quando ti viene in mente questo pensiero, devi scacciarlo. Se ti ritorna, lo riscacci; e se ti ritorna di nuovo, lo riscacci di nuovo. La gioia che provi devi viverla come una responsabilità: come Gesù ha fatto spazio a ciascuno di noi nella relazione col Padre così anche noi siamo chiamati a fare spazio dentro di noi e ad accogliere le persone che attraversano momenti di difficoltà o di sofferenza. La gioia che il Signore ti dona ti dà uno spirito più libero, più gioioso, e sei chiamata ad accogliere dentro questa tua gioia anche le persone che soffrono e portarle con te nella preghiera. Come prima cosa, però, non devi dare troppa importanza a questo senso di colpa. Il demonio non è contento se noi siamo felici. È come se Satana iniettasse nelle nostre vene — che sono i pensieri, i sentimenti, gli affetti — qualcosa che disturba questa gioia. Non la devi coltivare: non la devi sottolineare, non devi dargli troppa importanza. Come consiglio concreto: accogli dentro di te queste persone. Magari non riesci a dimostrarlo esteriormente — nei tratti del viso, nelle parole, nel carattere, perché uno è fatto come è fatto — però c’è uno spazio interiore che gli altri non vedono, in cui c’è spazio per tutti. Io, per esempio, non vado a dire a tutti quelli per cui prego «Prego per te»: lo faccio e basta. Poi in paradiso si vedrà — saremo trasparenti gli uni agli altri e vedremo quanto abbiamo pregato gli uni per gli altri.

Intervento
Quest’anno i frutti che speravo — con un gruppo di amici non credenti — non si sono visti. Ho capito che pregare per loro vale più di qualsiasi progetto. Ho riscoperto così il potere di intercessione: portare nel cuore queste persone davanti a Gesù è già agire per loro. Anche benedire — nel mio lavoro dico «Stia bene» guardando negli occhi i pazienti — è un potere reale che spesso non valutiamo. L’altra cosa: questa gioia che trionfa sulla morte mi affascina sempre di più; è liberante perché non dipende dal fatto che le cose vadano bene.

Risposta
La partecipazione al potere di Gesù come laici è un tema che approfondiremo nelle catechesi dell’anno prossimo, proprio sulla santità laicale. Il rischio opposto — io che mi «laicizzo» e voi che vi «clericalizzate» — è reale, e in alcune comunità crea confusione. Il potere di intercessione fa parte del potere di santificare: voi lo vivete attraverso la preghiera e l’offerta dei vostri sacrifici. Io la vivo così: «Signore, non considerare questa preghiera a mio beneficio, ma di queste persone» — portarle davanti a lui come se pregaste al loro posto. Sulla gioia e i problemi: anch’io sto imparando che la gioia non può aspettare che i problemi finiscano. Finiremo la vita con una lista irrisolta — devo imparare a essere lieto dentro il problema, non dopo.

Domanda
La confessione per me è un momento di vera gioia, eppure ogni volta c’è un fastidio grande prima di arrivarci. C’è una contraddizione enorme. Si può approfondire?

Risposta
Quel fastidio viene dal fatto che nella confessione ci viene sbattuta in faccia la verità di noi stessi — e c’è pudore, persino vergogna, come Adamo ed Eva dopo il peccato. Un incontro personale scomoda sempre la libertà: ti chiama proprio te, su cose che non ti piacciono. Probabilmente questo fastidio ci rimarrà fino alla fine. Ma in paradiso finirà — ed è importante saperlo, perché ci aiuta a vivere meglio l’aldiquà.

Domanda
Il bisogno di essere riconosciuti mi sembra un’esigenza profonda, non sbagliata in sé.

Risposta
Il bisogno di riconoscimento ce l’abbiamo tutti, e non è sbagliato. È sbagliato cercarlo nelle approvazioni esterne. Gesù lo dice chiaro: chi fa le cose per essere visto ha già ricevuto la sua ricompensa. C’è un «mostro del riconoscimento» dentro di noi; la domanda è come lo nutriamo.

Domanda
Provo uno scetticismo segreto nel credere davvero che Dio ami me, con tutti i miei difetti.

Risposta
Lo scetticismo di cui parli deve diventare preghiera: «Signore, tu mi ami? Fammi sentire il tuo amore». Proviamo a chiederlo con costanza per due settimane — il Signore dà dei segni. San Paolo ha vissuto questo amore personale nella carne: «Cristo mi ha amato e ha dato sé stesso per me».

Domanda
Anche Gesù provava tristezza, come si concilia la sua tristezza con la relazione gioiosa col Padre che hai descritto? Non era certamente il rapporto col Padre a renderlo triste — ma allora da dove veniva la tristezza di Gesù?

Risposta
Sì, Gesù era triste, ma non per il rapporto col Padre. La sua tristezza nasceva dal vedere gli uomini soffrire, e per la sua sensibilità a questo reagiva: risuscitava Lazzaro, cercava chi gli chiudeva il cuore. Non aveva un pensiero duale tristezza/gioia, la tristezza era uno stimolo ad agire, non una contraddizione alla gioia.
Lo stesso vale per noi: i nomi scritti in cielo non ci tolgono il dolore della malattia o del non essere capiti. Ma ricordare che là è la nostra casa rinvigorisce il cammino. L’Apocalisse dice che in Paradiso non ci saranno più lacrime. La tristezza è una condizione momentanea, non è quella a cui siamo destinati.

Intervento
A volte Gesù prende in disparte anche noi, soprattutto quando siamo tristi, affranti, addolorati. Lui capisce quella tristezza e la accoglie. L’essere presi in disparte da Gesù — come il sordomuto nel Vangelo — mi sembra un privilegio, non un abbandono. Anche perché Lui capisce anche quello che gli altri non capiscono. Quando siamo affranti e non capiti, forse è lui che ci chiama per dirci: «Adesso mi prendo cura di te». Il Salmo 138 mi aiuta molto: «Alle spalle e di fronte tu mi circondi e poni su di me la tua mano».

Risposta
Noi facciamo un’esperienza di comunità forte, a volte anche invasiva. Non dobbiamo però aver paura di dire che la comunità deve essere anche un aiuto a tornare al rapporto personale con il Signore. Deve aiutarci anche a stare un po’ in disparte, non è necessario partecipare a tutto. Tante volte non lo sottolineiamo per evitare che qualcuno si costruisca un rapporto personale intimistico e chiuso col Signore. Ma servono entrambe le cose.

Intervento
Il rapporto con Gesù non è mai intimistico, perché lui non lascia che lo sia: se lo è, finisce, non si mantiene.

Risposta
È un «et-et»: la comunità serve a vivere il rapporto personale col Signore, e il rapporto personale, se è vero, rimanda alla comunità.

Intervento
L’immagine di Gesù che ci tira dentro nella relazione col Padre mi aiuta molto: le due dimensioni, il cuore a cuore personale e la vita coi fratelli, passano entrambe attraverso di Lui e alla fine coincidono. «Nulla potrà danneggiarvi»: se il centro della mia vita è il rapporto col Padre, grazie ai fratelli, e grazie a Gesù che diventa mediatore verso il Padre, allora davvero nulla mi può danneggiare: né chi non mi riconosce, né chi mi danneggia materialmente, né chi mi ignora.

Conclusione – Don Paolo

Concludo con questo brano del Vangelo (Gv 20, 11-18):

«Maria, invece, stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: “Donna, perché piangi?”. Rispose loro: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto”. Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù in piedi. Bello: il Signore in piedi, non più sdraiato. Ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?”. Ella, pensando che fosse il custode del giardino – questo è il giardino dell’Eden chiuso – gli disse: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo”. Gesù le disse: “Maria!”. Ella si voltò e gli disse in ebraico: “Rabbunì!”, che significa “Maestro”. [N.d.R.  qui si esprime Il rapporto personale: “Maria” – “Maestro”; ma poi Gesù sembra allontanarla per rimandarla ad un rapporto di tipo diverso] Gesù le disse: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: ‘Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro’”. Maria di Magdala andò ad annunciare ai discepoli: “Ho visto il Signore” e ciò che le aveva detto.»

In questo brano del Vangelo è racchiusa tutta la comunione con Dio, con i fratelli, col Padre. “Non mi trattenere, ma va’ dai miei fratelli”: cerca lì il rapporto con me, nella Chiesa che io costituisco e fondo sui sacramenti e sulla sua struttura comunitaria. Non lo devi più cercare come l’hai cercato fino adesso, non cercarlo più nella carnalità, non cercarlo più in un ritorno puramente esperienziale. Adesso devi cercarlo in un altro modo il rapporto con me: ora io sono Spirito e mi cerchi dentro la comunità.

[1] G. Lepori, Aderire a Cristo, Cantagalli, pag. 6.

Ascolta la lezione di don Paolo

 

Scarica gli appunti della lezione e dell’assemblea

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