Vado a prepararvi un posto
Don Gianluca Attanasio
At 1,1-11
Sal 46
1Pt 2,4-9
Mt 28,16-20
Prima di morire Gesù aveva confidato agli apostoli: «È bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paraclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi» (Gv 16,7). Per i discepoli era quasi impossibile comprendere queste parole. Dopo tre anni trascorsi con lui, dopo aver vissuto accanto a lui ogni giorno, sentirsi dire che la sua partenza sarebbe stata un bene doveva apparire incomprensibile. Poco tempo dopo giunge la prova. Vedono Gesù arrestato, giudicato e condotto alla croce. Assistono a quella che appare come l’ingiustizia suprema. Colui che è santo, puro, senza colpa, viene trattato come un malfattore e giustiziato insieme ai ladri.
Si può allora immaginare la sofferenza vissuta dagli apostoli nel distacco da Gesù. Dopo tre anni di vita condivisa con lui, il vuoto lasciato dalla sua assenza doveva essere immenso. Era un vuoto nel cuore, come accade quando viene meno una persona amata, ma anche un vuoto nella mente. Non sapevano più che cosa fare, né dove andare. Per questo si nascondono, pieni di paura. Poi, dopo tre giorni, giunge la risurrezione, inattesa e insperata. Alla sofferenza subentra una gioia difficile da esprimere. Là dove sembrava aver vinto il male, si manifesta la vittoria del bene.
Solo chi attraversa il dolore della sconfitta può comprendere davvero il sapore della vittoria. Non si apprezza pienamente la salute senza avere conosciuto la malattia. Non si comprende fino in fondo la luce senza avere attraversato le tenebre. Si può allora intuire l’entusiasmo degli apostoli, dei discepoli e delle donne in quei quaranta giorni in cui Gesù appare risorto. Nei loro cuori nasce una convinzione. Chi può ormai vincere colui che è risorto? Nessuno. Gesù attraversa le porte chiuse, appare e scompare, si manifesta ai suoi. Nessuno sembra più poterlo toccare o fermare.
Ecco allora che i discepoli pongono questa domanda a Gesù: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?» (At 1,6). È una domanda nella quale è facile riconoscersi. Quando le cose sembrano andare bene, nella famiglia, nel lavoro, nella comunità, nasce spontaneamente l’impressione che il regno di Dio stia finalmente trionfando. Anche nella storia della Chiesa si ritrova talvolta questa attesa. In alcuni momenti si è pensato che il cattolicesimo fosse destinato a imporsi stabilmente nella società, quasi come una vittoria definitiva già compiuta. Quando, nel dopoguerra, l’Azione Cattolica raccoglieva milioni di iscritti e la Democrazia Cristiana otteneva grandi successi politici, molti immaginarono che tutta l’Italia sarebbe presto diventata pienamente cattolica. Cristo Re appariva allora come il simbolo di questa visione.
«Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?» (At 1,6). Questa attesa continua ad abitare il cuore dell’uomo. Si desidera che Dio faccia trionfare il suo regno in modo immediato, nella propria vita e nella storia del mondo. E Gesù risponde: «Non spetta a voi conoscere i tempi o i momenti che il Padre ha riservato al suo potere» (At 1,7). Il potere di Dio non viene meno, ma non si manifesta secondo le attese dell’uomo. Il regno di Dio è destinato a compiersi, ma il momento del suo pieno manifestarsi rimane custodito nel mistero del Padre.
All’uomo non viene consegnato il controllo della storia, ma il dono dello Spirito Santo. Anche nel momento conclusivo della sua vita terrena, Gesù manifesta l’umiltà di Dio. Non impone la sua vittoria con la forza, ma ascende al cielo e affida ai discepoli la missione della testimonianza. Gesù non costringe ad aderire a lui attraverso il potere. Chiama invece gli uomini attraverso la verità annunciata con umiltà. Per questo dice: «Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e di me sarete testimoni» (At 1,8). E ancora: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28,19).
Gesù sale al cielo e, apparentemente, scompare. Ancora una volta i discepoli sperimentano il distacco, l’assenza di colui che hanno seguito. Rimangono a guardare il cielo, finché gli angeli dicono loro: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?» (At 1,11). Questo allontanarsi di Gesù lascia spazio alla libertà dell’uomo. Tuttavia, non lascia gli uomini orfani. Cristo viene ad abitare nell’intimo attraverso lo Spirito Santo, che rende i discepoli suoi testimoni nel mondo. Dio non costruisce il suo regno senza coinvolgere l’uomo. Lo chiama a partecipare alla sua opera, donando il suo Spirito e affidandogli la testimonianza del Vangelo.
Dunque, nel tempo che separa l’Ascensione dalla Pentecoste la Chiesa vive nell’attesa del dono dello Spirito Santo. Cristo sale al cielo, ma continua a operare attraverso lo Spirito che viene donato ai suoi. La Pentecoste non è soltanto un evento del passato. È una realtà che continua nella vita della Chiesa e che si manifesta ogni volta che lo Spirito viene accolto.
Perciò questi giorni diventano un tempo di preparazione e di invocazione. Lo Spirito Santo viene ad abitare nel cuore di chi lo desidera e lo invoca con semplicità. Non sono necessari gesti straordinari o tempi lunghi. Basta fermarsi un momento, nel mezzo delle occupazioni quotidiane, durante un cammino, nel silenzio di una pausa, e dire: «Vieni, Santo Spirito, vieni ad abitare nel nostro cuore. Donaci la forza di testimoniarti nel mondo».
Leggi la liturgia – 17/5/2026
