“Gli andarono dietro”

Dipinto di Duccio di Buoninsegna: la vocazione di Pietro e Andrea, Gesù chiama i pescatori

“Gli andarono dietro” (Mc 1,20)

Entrare nell’esperienza della preghiera e del silenzio

don Dennis Bensiek

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1.  Il silenzio

Il silenzio è una scuola: si inizia a impararlo, ma non si finisce mai. Si tratta di un aspetto della nostra vita da educare costantemente. Il silenzio è composto da tre dimensioni. Non è importante “fare tutto”, ma scegliere ciò di cui uno sente più bisogno, ciò che uno ritiene più utile per sé per entrare sempre di più in dialogo con Dio.

a) Lettura e meditazione:

il Vangelo del giorno, il testo della Scuola di comunità, i nostri appunti degli interventi degli altri, la storia di un Santo o qualche lettura spirituale. Conviene leggere con calma, cercando di lasciarsi toccare e sfidare da ogni singola parola. Potrebbe essere utile scrivere le parole e le frasi che ci colpiscono.

b) Riflessione e giudizio:

la realtà è segno! Dio ci parla attraverso i fatti che accadono durante le nostre giornate. Bisogna guardare a questi fatti con distacco, cercando di darne un giudizio. Pian piano si impara a cogliere i segni con cui Dio ci parla: nel piccolo di ogni singola giornata e nella grande domanda sulla propria vocazione, nei momenti di buio e nei momenti di luce. Anche qui, potrebbe essere di aiuto scrivere in un quaderno i giudizi a cui pian piano si arriva. Si può usare questo momento anche per preparare il proprio intervento della prossima assemblea o della prossima Scuola di comunità, cercando di far illuminare la propria esperienza dal testo di riferimento.

c) Preghiera:

il cuore del silenzio è la preghiera e l’affidamento! Si può pregare con le proprie parole, ma si può usare anche le parole della Chiesa, facendo per esempio delle preghiere d’intercessione rivolei ad alcuni Santi a cui si è legato: per la propria vita personale, per i defunti o anche per le persone a cui si vuole bene. Ci si può affidare anche ad alcune persone in via di santità (come, per esempio, don Giussani, Enzo Piccinini, Chiara Corbella, Marco Gallo, ecc.). Infine, si potrebbe anche recitare qualche decina del Rosario.

2.  Appunti di un intervento di don Giussani sul significato della liturgia

Il fatto che ci accomuna tutti in quanto popolo di Dio è l’appartenenza al mistero della Chiesa. Essa è la sorgente della nostra personalità, il determinante ultimo e completo della nostra vocazione. Perciò per realizzare un atto di vigilanza adeguato per quanto riguarda la strada che a ognuno di noi è stata assegnata, la nostra meditazione non deve fare altro che seguire il momento tipico della vita della Chiesa: quello della parola liturgica. Nel suo senso più vasto la liturgia è l’umanità resa consapevole dell’adorazione a Dio come supremo suo significato, e del lavoro come gloria a Dio. […] Ognuno deve corrispondere e rispondere a Dio e al richiamo del mistero della Chiesa secondo la grazia che gli è stata data, secondo il talento che gli è stato affidato.

[…] La meditazione sulla liturgia è meditazione su un discorso educativo: quello della Chiesa. Quindi è tanto più valida, quanto più coglie la parola che la Chiesa ci vuol dire in quel particolare momento dell’anno. […] Dobbiamo accostarci ai singoli brani della liturgia come a sottolineature dialettiche di un’unica parola. Dobbiamo non compitare, ma consonare con la vita di Cristo nella Chiesa. La liturgia è un discorso che non ha termine e vi si è trascinati dentro dal flusso della forza della grazia di Dio, del mistero di Dio nel mondo. La liturgia vissuta costituisce molto semplicemente la strada della nostra moralità. Per moralità si intende l’atteggiamento giusto, il comportamento giusto, giusto cioè di fronte al destino, atteggiamento giusto sulla strada del destino. La liturgia è l’enunciazione sintetica e molto semplice di questa strada.

Infatti, la moralità cristiana non è altro che la conversione del cuore, il volgersi del cuore alla direzione esatta, il che indica un cuore nuovo, vale a dire: percezione e giudizio, sentimento, decisione e azione nuovi. Tale moralità come conversione è definita da due grandi categorie. Prima di tutto l’ascolto. La liturgia è il libro dei poveri di spirito, di coloro che non inventano parole. La liturgia è ciò che il popolo cristiano fedele segue, ripete, risponde. Per questo è l’ambito dell’obbedienza. Non c’è nessuna strada semplice per la conversione che non sia l’obbedienza del cuore. La liturgia è innanzitutto ascolto e, così come è innanzitutto ascolto, è la parola che inizia la conversione. La parola del Signore è infallibile, è precisa e cambia l’anima. La parola del Signore storicizzata è la liturgia. Proprio perché l’inizio della conversione è l’ascolto, la liturgia è il luogo dove si attende la venuta del Signore. Infatti, quando una persona prega, o legge, mangia o lavora, che cosa fa in realtà, se è cristiano, se ha il cuore convertito? Attende la venuta del Signore e basta. E nella misura in cui vive questa attesa cambia tutto ciò che ha tra le mani, e già quella venuta incomincia. Il primo fattore della moralità cristiana, perciò, è l’ascolto e l’attesa della Sua venuta, che è in fondo l’atteggiamento della povertà di spirito. Se uno infatti non ha niente prima, ascolta, se non ha niente prima, attende, e da questo si aspetta di diventare diverso.

Il secondo fattore della moralità cristiana è la totalità del coinvolgimento nella grazia del mistero di Dio. Noi viviamo tutto dentro questa grazia che ci raggiunge con la vita liturgica della Chiesa e i suoi sacramenti. Da una parte, infatti, la liturgia ha come fulcri i sacramenti: parole ultime del discorso, avvenimenti in cui l’azione divina si attua, presenza della comunità come mistero; e dall’altra la liturgia chiarisce il senso dei sacramenti: la confessione o l’eucaristia nel periodo di Natale, per esempio, sono come se avessero un significato particolare diverso da quello del tempo pasquale; in ogni momento però sono compresenti tutti i gradi del significato.

Ora, se in questa grazia non mettiamo dentro tutto, dividiamo Cristo dal mondo, quasi che noi ipostatizzassimo un Cristo al cospetto di un mondo che ha dei diritti di fronte a lui. Invece la conversione del cuore, che è l’avvenimento della nostra povertà nello spirito, genera l’unità della persona. Al di fuori di essa, qualunque energia abbiamo, qualunque personalità sentiamo di possedere, siamo divisi. Divisi: Cristo-mondo, comunità-mondo, persona e attività nel mondo. Questa conversione del cuore, avvenimento della povertà nello spirito, generativa dell’unità della persona, ha un solo alveo: la liturgia. Un solo alveo dentro il quale, nella misura in cui è vissuto, viene buttata tutta l’acqua della nostra vita: mangiare e bere, parlare e pregare, lavorare. E così, dovunque siamo, sorge l’alba del nuovo mondo, cioè inizia la Sua venuta.

3.  Mons. Massimo Camisasca, sul significato del silenzio:

Per comprendere che cosa sia l’Eucaristia, che cosa è la presenza di Cristo nella nostra vita, bisogna comprendere che cosa sia il silenzio: il silenzio di Dio creatore, il silenzio di quel momento in cui tutto è uscito dalle mani di Dio e in cui non c’era nessuna voce se non il fragore delle acque e delle tempeste, dei pianeti, del magma che si andava a poco a poco formando e, su tutto, il silenzio dello Spirito di Dio creatore.

È lo stesso silenzio della capanna di Betlemme. È, prima ancora, il silenzio del ventre di Maria, silenzio del suo ‘sì’. È il silenzio di quel nascondimento che eppure è realtà. È il silenzio trascurabile di quel bambino, pulviscolo come può esserlo nell’universo un pianeta, eppure significato di tutto. È il silenzio della croce. È il silenzio di quel mattino della risurrezione, quando Lo videro, seppero, e l’eco non si sarebbe più fermata. È il silenzio dei battesimi, il silenzio del confessionale, il silenzio della morte.

Per comprendere l’Eucaristia, per comprendere la presenza di Cristo nella propria vita, bisogna comprendere che il centro del mondo è questo invisibile e carnale silenzio. “Invisibile”, perché pesca fin nelle profondità inattingibili e irraggiungibili della Trinità, come un gorgo la cui profondità ci attrae e nello stesso tempo ci spaventa. Eppure, “carnale”, visibile, fatto della quotidianità del pane.

4.  Brani del Vangelo da “Riconoscere Cristo” di don Giussani:

In “Riconoscere Cristo” don Giussani non svolge un commento sistematico di un solo passo evangelico, ma costruisce la sua meditazione attorno ad alcuni episodi che, secondo lui, mostrano come Cristo venga riconosciuto attraverso un’esperienza umana concreta, prima ancora che attraverso una dimostrazione teorica: come si può riconoscere che quell’uomo è Dio fatto carne?

La risposta di don Giussani è che il riconoscimento nasce dall’esperienza di una presenza eccezionale che corrisponde alle esigenze più profonde del cuore umano, esattamente come avviene nei racconti evangelici.

I primi discepoli:
il riconoscimento di Cristo nasce da un incontro (Gv 1,35-42)

Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa Maestro -, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.

Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.

La Samaritana:
un rapporto che trasforma la coscienza della persona (Gv 4,1-42)

Gesù venne a sapere che i farisei avevano sentito dire: «Gesù fa più discepoli e battezza più di Giovanni» – sebbene non fosse Gesù in persona a battezzare, ma i suoi discepoli -, lasciò allora la Giudea e si diresse di nuovo verso la Galilea. Doveva perciò attraversare la Samaria.

Giunse così a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù, dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei, infatti, non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: «Dammi da bere!», tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna -, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: «Io non ho marito». Infatti, hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero».

 Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così, infatti, il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».

In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno, tuttavia, disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui.

Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Voi non dite forse: «Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura»? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. In questo, infatti, si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica».

Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

Il cieco nato:
un’esperienza vissuta che sopporta anche l’opposizione (Gv 9,1-41)

Passando, vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Siloe» – che significa Inviato. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.

Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: «Va’ a Siloe e làvati!». Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so».

Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei, dunque, gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!».

Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!».

Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.

Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui.

Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: «Noi vediamo», il vostro peccato rimane».

Tommaso:
dal dubbio al riconoscimento (Gv 20,24-29)

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Didimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

La confessione di Pietro:
conoscere l’identità di Cristo (Mt 16,13-17)

Gesù, giunto nella regione di Cesarea di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli.

5.  Preghiere

Preghiera alla Madre di Dio (di Padre Léonce de Grandmaison):

Santa Maria, madre di Dio, conservami un cuore di fanciullo, puro e limpido come acqua di sorgente.

Ottienimi un cuore semplice, che non si ripieghi ad assaporare le proprie tristezze; un cuore magnanimo nel donarsi, facile alla compassione; un cuore fedele e generoso, che non dimentichi alcun bene e non serbi rancore di alcun male.

Formami un cuore dolce e umile che ami senza esigere di essere riamato, contento di scomparire in altri cuori, sacrificandosi davanti al Tuo Divin Figlio; un cuore grande e indomabile, così che nessuna ingratitudine lo possa chiudere e nessuna indifferenza lo possa stancare; un cuore tormentato dalla Gloria di Cristo, ferito dal Suo amore, con una piaga che non si rimargini se non in cielo. Amen.

Coroncina della Divina Misericordia:

Per recitare la Coroncina della Divina Misericordia si può usare una semplice corona del Rosario.
Si segue questa sequenza:

1) Segno della Croce
2) Padre Nostro
3) Ave Maria
4) Credo
5) Su ogni grano maggiore del Rosario, quando si dice normalmente il Padre Nostro, si dica:
Eterno Padre, Ti offro il Corpo e il Sangue, l’anima e la Divinità del Tuo dilettissimo Figlio e Signore nostro Gesù Cristo, in espiazione dei nostri peccati e di quelli del mondo intero.
6) Su ogni grano minore del Rosario, quando si dice normalmente l’Ave Maria, si dica:
Per la Sua dolorosa Passione, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
7) Alla fine della corona, si dice la preghiera seguente tre volte:
Santo Dio, Santo Forte, Santo Immortale, abbi pietà di noi e del mondo intero.
8) Preghiera conclusiva:
Dio, Padre Misericordioso, che hai rivelato il Tuo amore nel Figlio Tuo Gesù Cristo, e l’hai riversato su di noi nello Spirito Santo Consolatore, Ti affidiamo oggi i destini del mondo e di ogni uomo. Chinati su di noi peccatori, risana la nostra debolezza, sconfiggi ogni male, fa’ che tutti gli abitanti della terra sperimentino la Tua Misericordia, affinché in Te, Dio Uno e Trino, trovino sempre la fonte della speranza. Eterno Padre, per la dolorosa Passione e la Resurrezione del Tuo Figlio, abbi misericordia di noi e del mondo intero. Amen. Veni, Sancte Spiritus. Veni per Mariam.

Preghiera per lo studio di sant’Anselmo di Aosta:

Ti prego, Signore, fa’ che gusti attraverso l’amore quello che gusto attraverso la conoscenza. Fammi sentire attraverso l’affetto ciò che sento attraverso l’intelletto.

Tutto ciò che è tuo per condizione fa’ che sia tuo per amore. Attirami tutto al tuo amore; fa’ tu, o Cristo, quello che il mio cuore non può. Tu che mi fai chiedere concedi.

6.  L’Adorazione eucaristica

La Presenza di Cristo è reale: prima di essere un’idea o un sentimento, si tratta di una Presenza viva. L’adorazione eucaristica educa il nostro sguardo a vedere i segni con cui Dio ci parla tutti i giorni, per imparare a riconoscere questa Presenza nella nostra vita quotidiana.

Teniamo il silenzio: spegniamo il cellulare e cerchiamo di lasciare fuori pensieri che ci distraggono. Possiamo metterci in ginocchio o seduti come vogliamo, con semplicità.

Guardiamo l’Eucaristia: non dobbiamo fare niente! Basta lasciarsi guardare da Lui, così come siamo. Portiamo qui ciò che viviamo in università: tutto – studio, relazioni, dubbi, desideri, fatiche, ecc. – può essere offerto e affidato a Cristo, esposto nell’Eucaristia.

Viviamo assieme questo gesto: non si tratta di un momento individuale! Siamo un popolo radunato davanti a questa Presenza che ci attende.

Durante il silenzio cerchiamo di pregare e di affidare ciò che ci portiamo dentro: domande, dubbi, pensieri, ecc. Poi, possiamo meditare i testi del libretto. Non è un problema se ci distraiamo! Quando ci accorgiamo di essere distratti recitiamo una decina del rosario per focalizzare il nostro sguardo di nuovo sull’Eucaristia.

Scaletta dell’adorazione:

 

Esposizione del Santissimo (Canto: Pange lingua)

 

1a Meditazione: Riconoscere una Presenza

Siamo qui davanti all’Eucaristia. È un gesto semplice, eppure è uno dei gesti più rivoluzionari che possiamo compiere: mettersi in ginocchio davanti a un pezzo di pane consacrato ha senso solo se quel pane è veramente una Presenza. Se fosse soltanto un simbolo, allora il nostro stare qui sarebbe un esercizio della memoria, un momento di raccoglimento, un aiuto psicologico; forse anche bello, ma niente di più.

La fede e la tradizione della Chiesa dicono qualcosa di infinitamente più grande: qui c’è Cristo! Lo stesso Cristo che ha camminato sulle strade della Galilea, che ha guardato Zaccheo, che ha pianto davanti alla tomba di Lazzaro, che è morto e risorto. Lui è realmente presente in questo pezzo di pane!

Don Giussani insiste spesso su questo punto: il cristianesimo nasce da un fatto, da un avvenimento, da una Presenza che entra nella storia e continua a rendersi presente. E allora l’Eucaristia è il luogo in cui questa logica raggiunge il suo vertice: qui il segno e il mistero coincidono. Il segno non rimanda semplicemente a qualcos’altro, ma contiene ciò che significa. Davanti all’Eucaristia non diciamo: “Questo mi ricorda Gesù”, ma diciamo: “Questo è Gesù”.

Quanto cambia la nostra preghiera quando ci rendiamo conto di questa cosa? Quante volte preghiamo in modo astratto. Rivolgiamo parole verso un Dio lontano, sperando che ci ascolti. Qui, invece, siamo davanti a Qualcuno. Non ci immaginiamo una presenza, ma la riconosciamo!

La parola decisiva è proprio questa: riconoscere. Riconoscere non significa inventare. Significa accorgersi di ciò che già c’è. Come Giovanni e Andrea nel Vangelo. Non costruiscono Gesù con i loro pensieri. Lo incontrano e Lo seguono. E tutta la loro vita cambia perché una Presenza li ha raggiunti. Ogni adorazione dovrebbe essere come il primo incontro: Cristo è qui, adesso! Non come ricordo; non come emozione; non come ideale astratto; è qui!

Arriviamo qui con preoccupazioni per i nostri esami, con le fatiche dello studio quando il caldo ci brucia, con domande sul futuro, con relazioni complicate, con peccati che ci pesano. Nulla di questo impedisce a Cristo di essere presente. Anzi, Lui ci aspetta proprio dentro tutto questo.

L’adorazione allora non è innanzitutto ciò che facciamo noi, ma è il tempo in cui lasciamo che Lui ci guardi: prima ancora del nostro sguardo c’è il Suo; prima ancora del nostro amore c’è il Suo; prima ancora della nostra ricerca c’è Lui che ci è venuto incontro.

Silenzio (Canto: Iesu dulcis memoria)

2a Meditazione: Da questa Presenza nasce tutto!

Se Cristo è realmente presente qui, allora cambia tutto! Cambia il modo di guardare ogni cosa. Don Giussani diceva che il cristianesimo non aggiunge un settore alla vita. Non è un’attività religiosa accanto alle altre. È il centro da cui tutto prende consistenza.

Se Cristo è realmente presente, allora diventa vero anche tutto il resto: diventa vera la rappresentanza, perché non è più la ricerca del potere, ma può diventare servizio all’uomo. Diventa vera la musica, perché può essere una strada attraverso cui il cuore riconosce la bellezza. Diventa vero lo sport, perché il desiderio di vincere e di crescere non è più un’affermazione egoistica, ma una possibilità di vivere con lealtà, sacrificio e amicizia.

Ma soprattutto diventa vero lo studio: non perché ogni esame riesca bene, ma perché anche i libri, le lezioni, la ricerca della verità partecipano dello stesso desiderio che ci ha portati qui: incontrare il significato della realtà.

Se Cristo non fosse presente, tutto questo rischierebbe di frammentarsi. Ci sarebbe la fede da una parte e la vita dall’altra; la preghiera da una parte e l’università dall’altra; la compagnia da una parte e il resto del mondo dall’altra. Ma se Lui è qui, allora niente è estraneo a Lui: l’Eucaristia diventa così la sorgente della comunione. Noi non siamo amici semplicemente perché abbiamo gli stessi interessi, la stessa sensibilità o lo stesso percorso. La nostra unità nasce da una Presenza che ci precede. Non creiamo noi la comunione: la riceviamo. E poi la costruiamo con il nostro impegno.

Che cosa cambia davvero il fatto che Cristo è presente? Cambia il modo in cui domani entrerò in università? Cambia il modo in cui guarderò i miei amici e la mia fidanzata? Cambia il modo in cui affronterò una delusione? Cambia il modo in cui userò il mio tempo? Se la risposta fosse no, allora l’Eucaristia rimarrebbe un rito vuoto. Ma se la risposta diventa sì, anche solo un poco, allora questa Presenza comincia a trasfigurare tutta la realtà.

È questo il miracolo della fede: non fuggire dal mondo, ma scoprire che il mondo è abitato da Cristo. L’adorazione ci regala una certezza: Cristo è presente. Ed è questa Presenza il fondamento della nostra speranza, della nostra compagnia e della nostra missione nel mondo.

Silenzio (Canto: Il Mistero)

 

Riposizione del Santissimo (Canto: Tantum ergo)

 

Benedizione eucaristica (Canto: Iesu tibi)

Parrocchia Santa Giulia
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