Lezione di don Paolo agli universitari, Torino, 6 giugno 2019.
Essere cristiani nel mondo di oggi
Essere Cristiani nel mondo di oggi? Vediamo se è possibile!
I. Champion’s
Immaginate che, per la prima volta nella storia, si affrontino nella finale di Champion’s il Real Madrid e il Torino. A causa di un’ordinanza particolare, però, la partita dev’essere giocata a porte chiuse, senza televisioni; sono ammessi sul campo da gioco soltanto le due squadre coi dirigenti e l’arbitro. Affinché la partita sia valida, poi, c’è bisogno di un testimone e guarda caso viene scelta Carlotta, tifosa del Toro. Entra nello stadio deserto, la partita ha inizio ed è una partita incredibile che al primo tempo è 0-0, nel secondo tempo il Real va in vantaggio 1 a 0, poi 2 a 0; dopo il Toro inizia a giocare e, non si capisce come, recupera e pareggia. Carlotta esplode di gioia, ormai la partita si avvia verso i supplementari ma al 95esimo Belotti in rovesciata sfonda la porta del portiere del Real e il Toro vince per la prima volta la Coppa dei Campioni. Carlotta è contentissima, ringrazia Dio perché nella sua vita questa è stata la gioia più grande, però festeggia da sola; vede la squadra del Toro alzare la Champion’s e poi deve uscire. Fuori dallo stadio trova tutti i giornalisti schierati ad attenderla, perché nessuno ha assistito alla partita, è l’unica. I flash puntano tutti addosso a lei, si accendono microfoni e telecamere, lei deve dire al mondo intero chi ha vinto quella sera e urla di gioia: «Abbiamo vinto!»
Fin quando Carlotta non dice pubblicamente agli altri quello che è successo, la sua gioia resta ancora parziale, non è veramente piena. Ha visto vincere la sua squadra ed è contentissima, ma la sua gioia raggiunge la perfezione solo quando comunica agli altri quello che ha visto. La gioia diventa infatti perfetta quando viene comunicata, quando si può dire agli altri il miracolo di quello che è successo.
L’analogia di questo esempio è con la fede. La gioia dell’incontro con Gesù dovrebbe spingerci a dire agli altri quello che è successo nella nostra vita. Il problema, però, è che fuori ad aspettarci non ci sono le telecamere dei giornalisti, non ci sono i microfoni, non c’è nessuno. Sembra che alla gente non importi nulla di quello che ti è successo, che hai incontrato Gesù. L’esempio andava bene forse tanti anni fa, ma adesso non c’è intorno a noi un ambiente cristiano che aspetta un annuncio di questo tipo, pare che alla gente interessi altro, non c’è nessuno a cui comunicare questa esperienza. Quando dobbiamo comunicare a qualcuno qualcosa della nostra fede, davanti a noi troviamo solo menefreghismo o scetticismo o prese in giro…
Allora, davanti a un mondo che sembra non aspettare questo annuncio, le soluzioni son due:
1. Rinchiudersi in sacrestia o in casa parrocchiale
Il mondo fuori fa schifo! La gente non ci capisce, è superficiale, non sa quello che abbiamo vissuto noi incontrando Gesù. Quindi ci facciamo i fatti nostri, ci ritroviamo in sacrestia al massimo per organizzare una reazione, a mo’ di crociata contro il mondo fuori che fa schifo. Ma chiudersi in sacrestia non è esattamente quello che ci ha detto Gesù.
2. Adeguarsi al mondo
Lasciamo entrare dentro di noi i principi del mondo, iniziamo a comportarci come si comportano gli altri fuori e quindi, su certi temi, non dialoghiamo più o rinunciamo a ciò che abbiamo capito per adeguarci a quanto fa il mondo. Per esempio sui temi di morale. Quindi viviamo l’affettività come la vive il mondo, viviamo la povertà come la vive il mondo, viviamo le amicizie così come le vive il mondo. Il risultato di questo è che noi iniziamo a vivere una vita divisa. In casa parrocchiale, per la compagnia cristiana che ci è data, siamo in un modo, poi fuori siamo in un altro. Questa è un’esperienza che abbiamo fatto tutti; anche io negli anni dell’università avevo un gruppo di amici cristiani con cui mi ritrovavo a dire l’Angelus, le preghiere, ad andare a messa… e poi avevo il gruppo di amici con cui andavo a “fare serata” in discoteca. Però, alla fine, vivevo una vita divisa.
La conseguenza di questo modo di comportarci, sia se ci chiudiamo sia se ci leghiamo al mondo, è che noi non sappiamo più chi siamo veramente.
Viviamo tra due tensioni: da una parte c’è Dio che ci ha affascinato – la Champion’s! – l’incontro con Cristo, la vita cristiana; dall’altra parte il fascino del mondo, il fascino per la vita che fanno tutti. Siamo in ricerca di un equilibrio tra queste tue tensioni, tra questi due fascini; da un lato vorremmo seguire ciò che abbiamo incontrato, seguire Cristo e la sua Chiesa; dall’altra parte invece continuiamo ad essere affascinati da ciò che il mondo ci propone. E ciò che il mondo dice a volte è anche qualcosa di molto duro: bestemmiare il nome di Dio in continuazione, per esempio, o le prese in giro e le accuse dei nostri amici perché ci diciamo cattolici.
Da una parte, c’è il fascino per quello che ha attratto la nostra vita in maniera folle, dall’altra c’è il mondo che ci affascina, ma ci accusa.
Quali sono le accuse che il mondo muove a noi cristiani cattolici? Ne ho individuate tre, ma non è un elenco esaustivo:
A. La fede è un fatto privato
La prima critica che ci fa il mondo è dirci che siamo dei medioevali, siamo fuori luogo, la fede è qualcosa che andava bene quando c’erano le crociate, ma non ora nel 2020! La fede al massimo può essere un fatto privato che non deve disturbare. Per privato intendo intimistico.
Ma la fede non è mai un fatto privato, è sempre un fatto comunitario e pubblico.
– Comunitario. Vuol dire che la fede che io ho è la stessa fede che hanno gli altri e questa fede mi giunge da secoli. Non sono il primo né l’unico che ha la fede, ma giunge da 2000 anni di storia. Non può essere un fatto solo mio, ma in un certo modo mi lega a quelli che sono venuti prima di me. Chi vi dice che la fede è un fatto privato, dice una falsità: siamo tutti legati gli uni gli altri, quello che hanno visto gli apostoli, i martiri… riguarda me, perché la fede che io ho e che testimonio io oggi si basta sul sacrificio che hanno fatto i martiri, i santi e tutto il popolo di Dio nel corso della storia.
– Pubblico. Questo l’ho capito negli anni dell’università, quando ho scoperto grazie ad alcuni amici che la fede c’entra con tutti gli aspetti della vita. Non c’è la fede e poi la cultura, l’arte, la politica, gli affetti… no, la fede c’entra con tutte le cose, quindi io alla luce della fede posso giudicare tutto quello che vivo. Pubblico non vuol dire però che devo andare con l’acqua santa in piazza Santa Giulia a battezzare, oppure in discoteca a cantare le canzoni di chiesa! Fatto pubblico vuol dire che la fede può e deve giudicare tutti gli aspetti della vita, perché altrimenti viviamo divisi. Chi vi dice che la fede non c’entra con il resto, vi sta dicendo una bugia. Questo è così, perché ha un fondamento teologico: Cristo, il Verbo di Dio facendosi uomo, incarnandosi, ha voluto dimostrare che tutta la vita ha un valore. Non soltanto le preghiere, i sacramenti o quello che tu senti nel cuore nella tua cameretta la mattina: la fede ha a che fare con tutti gli aspetti della vita. Volevo leggervi una risposta di Ratzinger, quando gli domandano: come potrà essere ancora possibile in futuro la comunicazione e la affermazione dei progetti di vita e di salvezza della Chiesa? Cioè: come sarà possibile che in futuro la Chiesa possa ancora dire qualcosa? Lui risponde:
Come lei ha giustamente detto, perché questo avvenga c’è bisogno di un ambiente cristiano (che non c’è più, ora!). È un dato che esprimerei in questo modo: non si può essere cristiani da soli; essere cristiani significa porsi all’interno di comunità in cammino.
Non si può essere cristiani da soli.
B. I cattolici non sono indipendenti
Un’altra critica che ci fa il mondo: ci dicono che siamo dei poveracci perché crediamo ancora a ciò che dice la Chiesa e a ciò che dicono i preti, quindi che noi non siamo indipendenti. Questo punto me l’ha fatto capire Atta. Va di moda dire di voler essere indipendenti, ma, se poi ci pensate, uno dipende da tante cose! Anche il mondo fuori dipende dalla droga, dal sesso, dall’alcool, dagli amici che ti cercano o no… Le dipendenze ci sono e ci saranno sempre (come abbiamo anche detto nelle lezioni passate in cui voi avete detto chi sono le persone che vi fanno crescere, voi avete fatto nomi e cognomi, avete raccontato esperienze).
Le dipendenze possono essere positive o negative, sta a voi giudicare in base alla vostra esperienza che cosa vi fa crescere e che cosa no, ma è impossibile non dipendere da qualcosa o da qualcuno. Per il solo fatto che tu respiri, per esempio, che non ti sei dato la vita da solo…! Poi fa ridere che si parli tanto di essere indipendenti, liberi di fare quello che si vuole… poi uno decide di vivere nella castità e viene estromesso, guardato male dagli amici per questa scelta. E allora molti non sono coerenti con quello che dicono.
C. I cattolici sono tristi
Il mondo ci dice che siamo tristi. Innanzitutto, di fronte a questa critica, certe volte domandiamoci se quello che traspare da noi e dal nostro modo di vivere è una certa tristezza. Al di là di questo, siamo sicuri che il mondo fuori, pieno di questa indipendenza, sia più felice di noi? Mi son fatto dare da Pietro i temi che lui ha fatto coi ragazzi di I e II superiore della sua scuola, ragazzi che non sono neanche battezzati. È gente che vive come vive il mondo, secondo altri criteri. Una ragazza scrive:
Io sono infelice a modo mio; lo sono spesso, continuamente, anche se indosso una sorta di maschera della felicità. Perché, in fondo, chi è che ha voglia di vedere l’infelicità nelle persone? Io mi odio e sto male senza motivo, ma nessuno lo capisce, poi non so come essere felice veramente, ho troppe delusioni, non riesco più ad amare perché ho paura di rovinare tutto o che si rovini e basta. Non so come non essere infelice, non l’ho imparato e non me l’hanno insegnato.
Siamo cosi sicuri che chi non ha incontrato Cristo è così felice?
II. Vergogna
Queste tensioni che ho descritto ci fanno vivere divisi e così noi non sappiamo più chi siamo. Qual è, infatti, l’esperienza che nasce da questa divisione, che un giorno sei in un modo, un giorno sei in un altro? Cos’è che viviamo? L’esperienza comune è quella della vergogna.
Che cos’è la vergogna?
La vergogna è la condizione per cui uno non vuole mostrare se stesso, perché ha paura di un giudizio degli altri. Non riguarda solo gli atteggiamenti, anche alcuni atti ci fanno vergognare: mi vergogno di quello che ho fatto perché mostra qualcosa di me e ho paura che un altro mi giudichi per questo.
La vergogna ha diversi aspetti:
Psicologico
Noi abbiamo paura, non riusciamo ad essere noi stessi. Anche in casa mia, dove vivo con Attanasio, Stefano e gli altri, vivo una vergogna. Ho paura di far vedere chi sono veramente, le mie debolezze, le cose che sbaglio e ho paura che loro mi giudichino in un altro modo, come non vorrei essere giudicato.
Arrivare a una certezza e a un coraggio in cui uno si mostra com’è davanti agli altri è un percorso molto lungo e si può fare in tanti modi: attraverso amici, fratelli, un padre che ti fa scoprire i tuoi doni – perché se c’è un padre che ti fa ripartire dopo gli errori, tu non hai più così paura di mostrarti come sei veramente (vedete, c’è un legame con le altre lezioni che abbiamo fatto).
Della fede
La vergogna della nostra fede. Ricordate l’esempio di quando da seminarista ero sul treno da Roma a Genova per una giornata missionaria, (scompartimenti da 6, eravamo 4 seminaristi e 2 viaggiatori); verso le 18 era il momento dei vespri, un mio compagno di seminario, John, prende il breviario e propone di dire i vespri. Io non ero d’accordo, non mi sembrava il caso, e John mi disse: «Ti vergogni della tua fede?». C’è questo aspetto di vergogna della propria fede, perché non vogliamo mostrare chi siamo veramente. La vergogna nasce quando noi mostriamo la nostra parte più intima, tanto è vero che quando siamo nudi abbiamo vergogna. Sia chiaro, quella della nudità è una vergogna positiva, che chiamerei pudore, ma comunque può aiutare a capire. Adamo ed Eva avevano vergogna quando hanno scoperto di essere nudi perché mostravano la loro parte più intima, che si esprime nella nudità del corpo, ma voleva dire che avevano capito chi erano. Erano dei peccatori, dei poveracci e l’hanno capito davanti a Dio. Il moto di vergogna che sentiamo quando facciamo il segno di croce in treno, quando tiriamo fuori il rosario sul tram, quando dobbiamo invitare qualcuno a un incontro… proviamo vergogna perché stiamo mostrando la parte più intima di noi: io sono questo in cui credo, la mia vita è questa roba qua, è questo segno di croce! Ecco perché abbiamo vergogna, perché stiamo mostrando la parte più intima di noi stessi. Anche questa vergogna della fede è un cammino che dobbiamo fare, come la vergogna psicologica, perché Gesù ha detto:
Chi non mi riconoscerà davanti al mondo, neppure io lo riconoscerò davanti al Padre mio.
Io quando devo fare un segno di croce sul treno, ci penso bene… non vorrei che un domani il Padre non mi riconoscesse!
Come vincere questa vergogna della nostra fede, di qualcosa che è intimo a noi?
III. L’orgoglio di una appartenenza
Qual è il contrario di vergognarsi? Essere orgogliosi di quello che si è, un orgoglio buono di dire chi si è veramente, a testa alta. Ci vuole un lungo cammino per arrivare all’orgoglio di un’appartenenza.
A) La coscienza della Grazia
Durante gli incontri passati, quando vi sentivo parlare mancava completamente l’esperienza della gratitudine per quello che avete ricevuto.
Non ci rendiamo conto davvero che abbiamo ricevuto una grazia enorme. Una grazia che va approfondita. Noi a volte ci tranquillizziamo in certe formule della fede: diciamo le preghiere, andiamo a Messa, rispettiamo i comandamenti… ma non ci rendiamo conto che il cuore della fede è l’incontro personale con Cristo, in cui tu gli dici “Tu” e Lui ti parla, ti dice delle cose: l’incontro tra la mia vita e quella di Cristo. E, certo, tutto questo può e deve avvenire nella preghiera, nei sacramenti, nei comandamenti.
Questa è una grazia, perché l’incontro con Cristo che abbiamo fatto poteva non esserci nella nostra vita e invece c’è stato. Noi abbiamo visto la partita, abbiamo visto segnare il Toro al 95esimo, solo che ce ne dimentichiamo perché ci cristallizziamo in certe formule, in certi modi di fare, che rischiano di essere vuoti.
Ritorniamo con la memoria, con la preghiera, a rivivere quel momento lì in cui abbiamo visto il pallone entrare in rete! Perché altrimenti parleremo, ma diremo soltanto cose vuote, ripeteremo soltanto formule. Invece che cos’è che mantiene viva la mia vocazione, mantiene vivo il mio desiderio di parlare con gli altri, di andare a mangiare con gli amici…? Il fatto che io ho ricevuto una grazia che altri non hanno, che quella ragazza di 15 anni, alunna di Pietro, non ha (ma se leggessi gli altri temi, sono tutti così… io brucio dentro perché so che grazia ho ricevuto e questa ragazza no e noi ce ne dimentichiamo!).
B) Il gusto dell’incontro
Quello che mi spinge a parlare con tutte le persone che incontro, credenti e non credenti, è il fatto che, siccome siamo tutti fatti a immagine di Dio, so che ogni persona che incontro mi sta dicendo qualcosa di Dio. Quindi a me non importa niente, da un lato, se uno crede o no: è innanzitutto per me che accolgo, perché attraverso l’altro, Dio mi parla.
Vi leggo questa cosa sempre di Ratzinger che secondo me la dice meglio di come potrei dirla io:
Direi che il primo settore in cui può contribuire con la Chiesa è proprio il dialogo intellettuale tra agnostici e credenti; ambedue hanno bisogno dell’altro. L’agnostico non può essere contento di non sapere se Dio esiste o no, ma deve essere in ricerca e sentire la grande eredità della fede. Il cattolico non può accontentarsi di avere la fede, ma deve essere alla ricerca di Dio ancora di più e nel dialogo con gli altri, ri-imparare Dio in modo molto più profondo. Questo è il primo livello: il grande dialogo intellettuale etico e umano.
Se io mi avvicino ad un altro, lo incontro veramente! Quando voi mi dite che in università fate fatica a incontrare le persone, io vi dico spesso di partire da uno, di conoscerlo veramente, cercare di capire chi è, che cosa vuole, i suoi desideri…! Non bisogna rimanere soltanto sullo scambio di informazioni, ma imparare a dialogare con la gente. Occorre aprirsi, lasciare che l’altro vi ferisca, perché altrimenti rimangono tutti rapporti impersonali. Ma se non entri in un rapporto personale, come puoi dire chi sei veramente?
C) L’orgoglio di una appartenenza
Da soli si fa fatica, ci vergogniamo; invece qual è la nostra grande potenza? Il fatto che noi annunciamo insieme Cristo; non siamo da soli.
L’esempio del Maggio in Oratorio spiega proprio questo: mi ha impressionato che tanti ragazzi abbiano invitato al concerto finale i loro colleghi, a cui non avevano detto prima di essere cattolici praticanti. Li hanno invitati dicendo: «Vieni che ti faccio conoscere degli amici!», li hanno portati lì perché da soli si fa fatica a dire chi si è, ma se si è assieme è più facile dirlo. Quando facevo l’università a Cassino, da solo non mi sarei mai sognato di parlare con gli altri che non credevano in Dio, ma avevo la grazia di avere con me due amici con cui incontravamo tutti. Perché quando si è in due o tre, è più facile farlo, così dicevamo pubblicamente chi eravamo!
Di nuovo Ratzinger dice questo che è il punto con cui vi voglio lasciare:
Se la società nella sua totalità non è più un ambiente cristiano, come non lo è stato d’altronde neanche nei primi tre o quattro secoli, è la Chiesa stessa che deve costruirsi delle cellule vitali, degli spazi in cui siano possibili un sostegno e un cammino comune.
In un altro articolo, dice che la Chiesa deve ripartire dalle piccole comunità, che lui chiama minoranze creative.
Magari fuori siamo solo noi, ma è la nostra minoranza creativa che feconda tutto il resto. Pochi che fanno un’esperienza di vita vera, bella; non è che vanno a sbandierare, a far le battaglie sui temi morali… Magari fanno un concerto e invitano gli altri!
Una minoranza creativa, è da qui che si deve ripartire. In università o sul posto di lavoro siete solo in due o tre o sei solo? Ok, parti da lì!
Questo orgoglio non riguarda semplicemente la piccola comunità di riferimento. Quando andate a lavoro, all’università, c’è la fede di 2000 anni che vi precede. La gente ha dato il sangue, è morta! Noi facciamo parte di una famiglia che dà il sangue per un ideale preciso e questo, per me, è motivo di orgoglio. Pensate a Giovanni Paolo II, a Madre Teresa, ai grandi Santi sociali. Ma quella è gente della mia stessa fede, posso mai vergognarmi di questo? Con tutto quello che hanno fatto nella Chiesa e nel mondo!
Domandate ai vostri colleghi: tu per cosa daresti la vita? Io sono orgoglioso di appartenere alla chiesa cattolica, non me ne vergogno!
Tutto questo, se vissuto con coscienza di una grazia, se diventa un incontro personale con la gente che incontriamo, anche ripartendo da una comunità piccola, tutto questo ci farà crescere veramente nella nostra identità.
Fabrizio è andato all’università e ha iniziato un rapporto con un ragazzo che gli bestemmiava in faccia; lui non gli aveva detto subito che era cattolico. Quando passeggiavano nei dintorni di Palazzo Nuovo incontravano sempre i bambini del catechismo che uscivano da scuola e salutavano Fabrizio e questo amico allora un giorno gli ha chiesto: «Ma chi sono questi bambini che saluti?» e lui ha risposto: «Guarda, io faccio il catechista a questi bambini!». Alla fine, dire chi sei ti rende libero, perché poi questo amico gli ha chiesto scusa, promettendo che avrebbe cercato di non bestemmiare più. È un inizio di rapporto, anche Fabrizio si è sentito sollevato. Fabrizio ha coscienza di una grazia ricevuta, ha intessuto un rapporto personale con lui, è orgoglioso di appartenere alla chiesa cattolica perché è contento di tirar su dei bambini e questo alla fine l’ha spinto a dire chi era veramente e vivere con libertà.
In estrema concretezza, quello che vi consiglio è innanzitutto di pregare, perché la vergogna si supera solo con la preghiera. Un amico si vergognava a fare il segno di croce a tavola con i genitori o tirare fuori il rosario, io gli ho detto di chiedere la grazia di vincere la vergogna e adesso l’ha vinta. Oppure contare sull’aiuto degli amici. Mi ha impressionato che Elena faceva fatica in università e allora Bizio è andato con lei; è bastato questo perché nascesse un altro rapporto con le amiche.
In secondo luogo deve partire da gesti semplici, per esempio: il segno di croce a tavola quando si mangia con gli amici. Non è che dobbiamo andare in giro con l’acqua benedetta a battezzare i non battezzati; fare il segno di croce a tavola è un gesto semplice, uno lo fa e poi magari nasce qualche rapporto più profondo, qualcuno si chiede come mai lo fai, spieghi che ringrazi Dio per il cibo che dà. Oppure invitare gli amici. Voi invitate, chi siete per giudicare che l’altro non verrà mai? Non siete Dio, magari si muove qualcosa nel cuore dell’altro e decide di partecipare.
Terza e ultima cosa: certi temi vanno approfonditi. Non è possibile che noi siamo nel mondo e poi appena qualcuno ci contesta qualcosa non sappiamo rispondere. I grandi temi etici e morali vanno studiati, vanno approfonditi! Va bene non riuscire a rispondere perché magari siamo impacciati, ma se uno ti pone un tema, tu devi saper rispondere o quantomeno devi iniziare ad approfondire.
