Cosa stiamo vivendo e scoprendo in questo periodo

Appunti dall’incontro delle famiglie del 17 ottobre 2020

don Attanasio

Sono contento di poter ricominciare questi incontri con le famiglie, che organizziamo ormai da 4 anni (e che sono stati sospesi nei mesi precedenti, durante il periodo del lockdown) anche se, data la situazione di precarietà che continuiamo a vivere, non sappiamo se potremo vederci prossimamente. Ci piacerebbe ascoltare ciò che avete scoperto in questi mesi e le domande che sono sorte. Ad alcuni interrogativi potremo rispondere subito, altri verranno eventualmente messi a tema in futuro, quando avremo la possibilità di incontrarci di nuovo. Vi chiederei perciò di raccontare qualcosa che avete scoperto e che ritenete sia utile anche ad altri. Vi chiedo di non farvi bloccare dalla timidezza e di non sottostimare ciò che state vivendo perché «a ciascuno è data una manifestazione dello Spirito per l’utilità comune» (1 Cor 12, 7).
Personalmente devo dire che, come avete anche visto, se da una parte durante il lockdown per me è stata una consolazione la compagnia che ci siamo fatti online, dall’altra è stato un dolore profondo non poter più incontrare dal vivo voi famiglie, i ragazzi e il resto della comunità.
Ci siamo rincontrati in tanti modi anche nei mesi estivi – per quanto le attività della parrocchia, a parte le sante messe, non si potessero organizzare – ed è stata per me una grande consolazione vedere che molti di voi si sono fatti compagnia. Tanti di voi, infatti, si sono sostenuti durante l’estate e anche dopo, e questo mi ha dato veramente una grande speranza perché mi ha fatto capire che la nostra comunità non consiste solo nelle attività che svolge ma nella comunione che c’è tra noi, nell’amicizia, nella fraternità che viviamo, nel sostegno reciproco e nell’aiuto che ci diamo a conoscere e amare Dio.
In effetti noi sacerdoti ci siamo chiesti: “adesso chiudiamo per sei mesi, ma poi cosa rimarrà della nostra comunità?” e ci siamo fatti prendere dal timore che i legami si disperdessero. Vedendo però quanto i mesi trascorsi siano servite ad unire ancora di più molti di voi, non possiamo che constatare che veramente quello che abbiamo iniziato a vivere insieme in questi anni (e che alcuni di voi già vivevano prima che noi sacerdoti della FSCB arrivassimo a Torino) è la base di un legame profondo.
È per questo che adesso siamo contenti di ritrovarci tutti insieme perché, se è vero che in questa situazione particolare ci si è potuti sostenere solo con le persone più vicine, è anche vero che una comunità è fatta di momenti in cui si cerca di vedersi e di fare un cammino tutti assieme.
Per tale ragione, in questo nostro primo incontro, come avete visto nell’invito che vi abbiamo mandato con don Paolo e don Stefano che sono qui con me (perché è la comunione tra di noi, e con gli altri sacerdoti della casa, che ci sostiene), ci piacerebbe ascoltare quello che avete vissuto voi, quello che state vivendo e le domande che vi ponete, affinché possiamo mettere queste esperienze in comune e, nella condivisione, riprendere il cammino di aiuto reciproco che ci stiamo offrendo.

Angelo

Il 2020 è sicuramente un anno molto particolare per questo virus che non solo sta mietendo vittime, ma sta colpendo a livello economico tantissime famiglie. In questa situazione così drammatica, tra le tantissime cose negative, io ne ho trovata una positiva.
Quest’estate volevamo andare in vacanza insieme ad un’altra coppia ma poi, sentendo anche altri amici tutti più o meno nella stessa situazione, ci siamo messi tutti insieme e abbiamo trascorso quindici giorni in montagna. Credo che sia stata la vacanza più bella della mia vita. La montagna a me piace abbastanza, ma non l’ho mai vissuta come quest’anno. Avevamo organizzato tutto – abbiamo fissato i turni per la cucina, il servizio d’ordine, avevamo anche la stanza per il Covid – e alla fine ci siamo trovati in 30 persone. Siamo partiti con famiglie che frequentiamo spesso ma con cui non avevamo mai fatto una convivenza così lunga. In due settimane non c’è stato mai un alterco, anche solo tra i bambini, e ci siamo divertiti veramente tantissimo, al punto che chi inizialmente aveva preventivato un soggiorno più breve ha poi deciso di rimanere tutto il periodo.
Come diceva Atta prima, la convivenza ci è servita in questi anni a maturare e a vivere insieme momenti meravigliosi. Anche se questo è un anno tragico, ripeto, è stata per me un’esperienza bellissima e non pensavo di poter godere di questo, proprio in un momento così drammatico. Personalmente mi sono rilassato tantissimo, condividendo le giornate con persone con cui mi sono trovato davvero bene, tanto che dopo questa esperienza mi sento legato a loro molto più di prima e sicuramente organizzeremo altre vacanze.
Ci tenevo a condividere questa testimonianza positiva nel contesto di tante situazioni critiche e dolorose, spero comunque che l’emergenza finisca presto, per tornare a riprendere le attività che si facevano prima.

Paola

Provo a raccontare ciò che ho scoperto, sperando che possa essere utile anche agli altri.
In questo periodo sto riflettendo su tre temi: i limiti; l’umiltà; la fede e la preghiera.
Per me limite e umiltà viaggiano insieme: ho sperimentato che mi affatica il voler essere onnipresente come spesso mi capita al lavoro, anche quando non sono direttamente chiamata in causa, così come vado in crisi quando scorgo i limiti dell’altro, che magari sono invece i miei (ad esempio, la persona non è come la immaginavo; ovvero, mi sento delusa da atteggiamenti o comportamenti diversi da quelli attesi e, di conseguenza, non riesco a perdonare o accettare che l’altro non mi comprenda sino in fondo).
Per mia natura sono iperattiva, vigile ai bisogni altrui; nei mesi scorsi, costretta a fermarmi, ho riflettuto molto su quest’aspetto del mio carattere e mi chiedo se il mio modo di agire non sia dettato dalla superbia, ossia se il mio operato sia sempre indispensabile.
Forse dovrei lasciare agli altri la libertà di agire, liberandomi dall’idea che io debba far funzionare tutto al meglio! Mi spiego: capita spesso sul lavoro che io venga chiamata a risolvere talune situazioni critiche, data la mia costante disponibilità (a volte col rischio di essere invadente). Ora mi chiedo se il mio: “sì, va bene, lo faccio io” sia sempre necessario e che cosa mi induca a comportarmi così.
Probabilmente temo di deludere le aspettative rispondendo con un: “no, scusa ma non ce la faccio”, perché non è la risposta che ci si attende da me.
Da settembre ogni Vangelo domenicale mi riporta sempre sul tema dell’umiltà. Ho capito che ho vergogna a mostrare i miei limiti, perché temo di esser giudicata debole, fragile e allora indosso la maschera del “va tutto bene” e “ce la faccio, sono forte”.
Invece no: mi ero dimenticata nella mia routine di non essere sola! Dio mi parla per farmi capire qualcosa attraverso gli eventi della vita – ciò che vivo nel quotidiano, positivo o negativo, un sorriso, gli amici, la bellezza di un paesaggio, ma anche la sofferenza, la malattia… – e che non devo avere la pretesa di comprendere subito (ecco la superbia umana di saper immediatamente risolvere), ma che probabilmente capirò nel tempo, nel cammino della vita.
Durante un incontro con gli amici, don Stefano ci ha detto che “occorre accettare le provocazioni della vita come vocazioni, cioè riflettere su cosa mi chiede Dio in ciò che sto vivendo”. Dio, infatti, non mi ha mai chiesto di essere perfetta, non mi giudica per la mia performance, al contrario mi chiede di accettare e mostrare le mie fragilità umilmente, per dichiarare la mia vera natura e quindi poter crescere e maturare. Solo così posso permettere agli altri di avvicinarsi a me e amarmi veramente, per come sono, e non per ciò che faccio.
Questo è anche ciò che don Paolo ci ha trasmesso in una sua omelia di cui faccio tesoro: sono consapevole che Dio mi ama a prescindere, perché sono io, e se accetto i momenti critici della vita, affidandomi a Lui con umiltà e misericordia, come ci insegna anche Santa Teresina, posso riuscire a perdonarmi e ad accettare di esser perdonata. Devo “sperimentare” la mia vulnerabilità, affinché Dio eserciti la sua misericordia ed io possa capire che ho veramente bisogno di Lui.
Ed ora arrivo al terzo punto: la fede e la preghiera. Come ribadiamo spesso, non basta sapere cosa fare, conoscere le teorie, ovvero pregare maggiormente, mettere in pratica il Vangelo, dedicarsi a letture più profonde, ma occorre decidere di viverle, in concretezza, ad esempio: darmi un tempo, una regola per pregare, leggere, frequentare gli amici, perché è qui che incontro Dio.
Sperimento sempre di più che la fede è un dono speciale, e come tale va nutrita e custodita con la costante preghiera, perché è in essa che si instaura profondamente il rapporto con Dio. La preghiera mi rigenera, è un atto concreto, in solitaria o in compagnia (ad esempio, la recita del rosario la sera con mio marito Luigi o con gli amici ci ha unito molto profondamente), mi aiuta a capire perché stiamo insieme, cosa ci unisce, qual è il legame che ci fa desiderare di rincontrarci. Quella forza è Dio.
La preghiera è la mia àncora di salvezza, mi ricorda che sulla barca a remare, nel mare della vita, non sono sola, la mano di Gesù è ferma sulla mia spalla: se cedo, Lui mi dà forza, in cambio mi chiede semplicemente di affidarmi a Lui.
Concludo facendo mia la frase di Saint-Exupéry che ci ha ricordato don Stefano in una sua recente omelia: “Signore ti prego non darmi ciò che desidero, ma ciò di cui ho bisogno”.

don Attanasio

Voglio soffermarmi sulla delusione di cui ha parlato Paola “perché l’altro non ci capisce fino in fondo”. Certamente è una grande gioia trovare qualcuno che ci comprende completamente, però c’è una parte di nostra incomunicabilità, ma anche di incomprensibilità all’altro, su cui si fonda la nostra identità ultima, personale. Anche chi è convinto di essere in sintonia perfetta con un’altra persona, non riesce in realtà a capirla del tutto. Solo Dio ci conosce fino in fondo, e quindi solo Lui può capirci fino in fondo. È importante esserne consapevoli. Ad esempio, se io capissi tutto di don Stefano, sarei lui; il fatto che io non sia don Stefano comporta anche che qualcosa di lui mi sfugge, e viceversa. Dunque, dobbiamo imparare a vivere questo non poter essere compresi del tutto in maniera positiva e non solo negativa, come spesso siamo portati a fare. Quando il Signore ci fa vivere l’esperienza dell’incomprensione, che ovviamente ci fa soffrire, desidera che noi entriamo in un rapporto più profondo con Lui, come ha fatto Paola, che ci ha descritto l’esperienza della sua relazione con il Signore. Lei ha iniziato a frequentare la nostra comunità perché aveva visto che sua figlia era contenta di stare con noi. Adesso è come se quel desiderio di vivere la stessa situazione sia diventato il suo rapporto con il Signore. Penso che sia proprio questo il segreto del cammino che siamo chiamati a fare insieme: che ciascuno di noi scopra sempre di più quanto è amato personalmente da Dio, e possa vivere con Lui un rapporto sempre più profondo.

Sabrina

Tre anni fa, in occasione di una cena, abbiamo chiesto a Don Stefano, che seguiva i nostri figli al catechismo, di incontrarci con lui insieme ad altre famiglie.
Don Stefano ha accolto il nostro desiderio e ci ha proposto di dedicare parte del tempo per affrontare argomenti che ci stavano a cuore e che erano già stati trattati parzialmente con Don Atta negli incontri mensili in parrocchia, come l’amicizia, la preghiera, il lavoro, la correzione, i figli, il perdono.
Ognuno di noi a cuore aperto ha portato la propria esperienza e il proprio pensiero, talvolta ispirato da letture condivise con tutto il gruppo. Tali occasioni ci hanno aiutato a vivere la nostra quotidianità più serenamente, ci hanno aperti ancora di più alla fede ed alla preghiera giornaliera da soli, in famiglia, con gli amici. Confrontarci con gli altri e sapere che anche loro sono soprraffatti dalle stesse ansie e dagli stessi dubbi ci fa sentire meglio e ci dà la spinta per non lasciarci travolgere dagli impegni e dalla frenesia della quotidianità. Il tutto è stato coronato da alcuni viaggi e gite in cui abbiamo potuto approfondire la nostra amicizia e fratellanza.
Tali occasioni hanno acceso in noi il desiderio di testimoniare la grande opportunità che Dio ci ha concesso, inviandoci i nostri fantastici sacerdoti della Fraternità San Carlo, affinché anche altri possano fare un’esperienza simile alla nostra.
Spesso sopraffatti dai doveri quotidiani, ci scolleghiamo totalmente dall’idea che Dio c’è ed è sempre con noi. Questo cammino mi ha aperto gli occhi su come Dio ci mostri la sua presenza attraverso le cose che ci accadono. Ciò mi fa affrontare la vita con maggiore serenità, sapendo di non essere sola.
Così mi ritrovo a pregare (recitando una semplice Ave Maria, un Padre nostro o un Eterno riposo) mentre cammino, guido la macchina o pedalo.
Sempre più spesso, prima di iniziare qualunque attività, la metto nelle mani della Madonna, e tutto scorre senza il peso della responsabilità e dell’adeguatezza.
Nello stesso periodo Dio mi ha messo accanto l’amicizia nella fede che sto vivendo con Federica.
Desiderose di una comunione di vita, ci incontriamo una volta al mese per pregare insieme e per condividere le nostre paure e incertezze, ma anche tante gioie, rinnovando in noi la consapevolezza che Dio ci sta accanto in tutte le situazioni belle e brutte e che la sua presenza ci regala serenità.
Un altro dono immenso che sento di aver ricevuto è la fede che sta crescendo nel cuore di Roberto, mio marito, e i grandi passi che lui ha fatto dal matrimonio ad oggi.
Questo brutto periodo dovuto all’epidemia ci ha portati a condividere momenti di preghiera insieme, che prima eravamo abituati a vivere ciascuno nella propria intimità.
Ho imparato che ognuno di noi vive la fede secondo un proprio livello di spiritualità, e che Dio ama tutti, indifferentemente dal livello in cui ci troviamo e che per ognuno di noi ha predestinato un cammino diverso, che accogliamo quando apriamo il cuore alla fede, e che non è mai troppo tardi per iniziare.

don Attanasio

Vorrei commentare alcune parole di Sabrina: se da una parte, come diceva Paola, talvolta sperimentiamo che l’altro non ci capisce fino in fondo, dall’altra facciamo anche l’esperienza della fraternità. Mi riferisco in particolare a quando Sabrina ha detto: “Anche gli altri vivono le stesse esperienze”. Questo è uscire dalla nostra solitudine, questa condivisione non ci fa apparire gigantesche le fatiche che stiamo affrontando, proprio grazie al fatto di poter sentire anche quello che vivono gli altri, di vedere che difficoltà analoghe le sta facendo il fratello che abbiamo vicino e che magari ci può indicare una strada per uscirne, e questa è per noi una grande consolazione. Possiamo dire che è come se ci fossero due poli: da una parte, la nostra vita interiore con Dio, la nostra riflessione, il nostro far tesoro di quello che Dio ci comunica attraverso i fatti della vita, come diceva Sabrina; dall’altra, questo condividere le esperienze che facciamo con gli amici e con i fratelli, che è veramente un anticipo del paradiso, come diceva prima Angelo riferendosi all’esperienza di comunità vissuta insieme durante le vacanze. Anch’io sono andato a trovarli e ho visto che erano veramente contenti, proprio perché quel vivere insieme tra fratelli li ha resi felici, anche se magari nessuno stava facendo la vacanza che aveva programmato. Quindi anche dentro la situazione davvero difficile che ci troviamo ad attraversare, se noi facciamo l’esperienza della fraternità con le persone che ci sono poste vicino, con i nostri familiari o con i nostri amici, se approfondiamo questi rapporti, nonostante tutta la drammaticità del periodo, ne avremo un grande guadagno.

Mariella

L’esperienza che ho fatto a partire dal lockdown, e che tuttora dura, è questa: nulla può separarmi da Cristo; la comunità ha la forza di sostenere la mia vita, quasi fisicamente.
Nulla può separarmi da Cristo perché nelle circostanze avverse, esteriori – ma anche interiori: angosce, paure, aridità… – ho visto che non mi era tolta la possibilità di un rapporto reale con Gesù! Questo rapporto anzi è possibile proprio dentro la vita, così com’è. La comunità porta in sé una forza, ed è nato dentro di me un affetto forte per tutti quelli che ne fanno parte, anche per quelli che conosco meno.
È nato il desiderio di fare spazio a questa esperienza, vivendo il presente dentro un ordine orientato a Dio, un ordine consapevole che mi impedisca di farmi trascinare dalle cose da fare e disperdermi. Vivendo il presente, piano piano sto scoprendo che sono amata, io! Proprio io! Nell’istante scopro con stupore e quasi con gioia (una gioia totalmente estranea al mio temperamento), che sono amata e che il presente è pieno di doni. Così inizia a spuntare una gratitudine (anche questa per me sconosciuta: sono più incline al lamento e ad una nostalgia spesso dolorosa per ciò che nel presente mi manca). Ovviamente quella descritta è una esperienza iniziale, non idilliaca, che ha bisogno di aiuto per diventare più stabile.
Ora mi sorge una domanda: che cosa mi viene chiesto adesso? Mi sembra di intuire due cose.
Primo: il rapporto con il Signore deve diventare più personale, più intimo, più mio. Mi sono accorta che trovo grande aiuto per crescere nel vivere una familiarità con alcuni amici, con Don Stefano, con mio marito, la mia famiglia. Familiarità vuol dire proprio quello che si vive in una famiglia, ad esempio condivisione di sé senza pudori e maschere.
Secondo: mi viene chiesto di sostenere gli altri, vicini e lontani; sostenerli com’è possibile, con piccoli gesti, parole, evitando di farsi trascinare nel lamento, nell’amarezza e nel senso di abbandono che spesso incontro. Sono un medico e prendermi cura degli altri per me è un bisogno. In questo momento le modalità relazionali nel mio lavoro sono sacrifici, e questa è una sofferenza. Ma in realtà io non ho la forza di sostenere nessuno, nemmeno me stessa! Posso fare questo nella preghiera, che vivo come bisogno sempre più forte, ma anche come compito specifico della mia vita.
L’amore del Signore è come un fiume nel quale sono immersa, la corrente del fiume per sua natura non si arresta e, dopo aver inondato me, va verso altri. Il Signore mi parla attraverso altri e mi manda ad altri, quasi staccandomi da sé; io starei attaccata a Lui, nella preghiera, nella compagnia delle persone con cui sto bene… Questo distacco per me non è facile e ho bisogno di aiuto per viverlo.
Ho un amico a cui sono affezionata e per cui prego molto, ci frequentiamo da qualche anno nella scuola di teatro che è una comune passione. Lui non è battezzato e una volta mi ha detto: “Io non so fare nemmeno il segno della croce”. Durante il lockdown, il giorno di Pasquetta, ha suonato il citofono, ci ha chiesto di salire e, senza aspettare di essere invitato, è entrato in casa, si è seduto e ci ha detto: “Avevo bisogno di vedere delle facce”. Mi ha molto commossa: il giorno dell’Angelo, il Signore mi ha mandato un pagano a ricordarmi che abbiamo bisogno gli uni degli altri.

don Attanasio

Mi colpisce questo esempio dell’amico “pagano” (come lo ha definito Mariella) che il giorno di Pasquetta è venuto a trovarla dicendo: “Avevo bisogno di vedere un volto”. La pandemia non è una ragione sufficiente per eliminare il bisogno che noi abbiamo gli uni degli altri, anche il bisogno di vederci in faccia. Questa è una necessità ontologica che qualunque uomo ha dentro di sé, perché siamo fatti ad immagine e somiglianza di Dio, che è Trinità. Noi nella solitudine moriamo perché la vita è trina, la vita è sempre rapporto con un altro da noi, con un altro volto. Adrienne von Speyr, la grande mistica tedesca mia carissima amica, dice che l’inferno consiste nell’Io. Vi riporto una sua citazione: “Il nucleo ultimo dell’angoscia infernale si rivela come Io: l’Io rispecchiato mille volte attorno a me, che invoca una qualche spaventosa integrazione, mentre ogni volto che mi trovo di fronte è sempre e solo il mio Io, la tomba del mio Io. (…) Il mio sguardo è prigioniero di me stesso per l’eternità. Avevo rifiutato di guardare a Dio e la mia pena è quella di dover contemplare me stesso con estremo dolore e senza fine. Sono punito con ciò in cui avevo peccato. Volevo me stesso e ho avuto me stesso” (A. Von Speyr, Apocalisse. Meditazione sulla rivelazione nascosta, Ed. Jaka Book, Milano 1983, p. 252).
Secondo Adrienne, chi è nell’inferno vede sempre sé stesso perché in vita ha voluto vedere sempre e solamente sé stesso e alla fine Dio gli ha dato quello che voleva. Questo è l’inferno.
Perché ho ripreso questo punto? Perché nella situazione che stiamo vivendo si rischia di perdere proprio il rapporto con l’altro, e questo è un punto fondamentale, perché noi abbiamo bisogno del volto dell’altro. Il volto dell’altro è immagine di Dio e noi non possiamo vivere senza.
L’altro aspetto che vorrei sottolineare nelle parole di Mariella è la domanda: “Che cosa Dio ci chiede adesso?” Penso che questa domanda debba albergare nel cuore di ognuno. Dio chiede cose diverse a ciascuno di noi, a seconda dei doni spirituali che ci dà e delle circostanze in cui ci mette. Però c’è qualcosa che chiede anche a tutti noi insieme e questa penso sia una domanda che dobbiamo tenere aperta. Mariella ha dato una risposta che a me sembra molto bella: vivere un rapporto più familiare con il Signore e sostenere coloro che incontriamo sulla nostra strada. Perché dentro questo bisogno delle persone che incontriamo c’è una chiamata, una vocazione per ciascuno di noi.

Ilaria

La pandemia e l’estate passata mi hanno permesso di scoprire alcune cose.
Le nostre anime sono unite, non c’è limite di spazio e di tempo, l’unione in Dio nessuno ce la potrà togliere. Vivere questa consapevolezza è una scoperta che mette pace.
La riscoperta della natura può dare grande compagnia al cuore. Dopo tanto essere rinchiusi, rivedere il mare e la montagna è stata un’esperienza dell’amore di Dio per me.
La riscoperta della quotidianità: a volte disprezziamo la normalità, ma io l’ho riscoperta come dono, grazia e bellezza, soprattutto della famiglia, attraverso gli occhi di una bimba in affido.
La compagnia: che bello potersi ritrovare insieme in montagna, che grazia, che dono gratuito questi amici.
Ora mi interessa approfondire che cosa vuol dire sentirsi amati da Dio: per me è evidente questo rapporto profondo, innanzitutto con l’esperienza del distacco dalle cose e soprattutto dalle persone, che a volte per me è vissuto come un ricatto. Più mi avvicino a Dio, più sono libera e sono me stessa.
Desidero approfondire il tema della carità: che cosa vuol dire veramente amare, perdonare, sopportare, accogliere, ecc.
Nel vortice della situazione attuale, trovo positivo vivere l’istante. Vivere il presente nel rapporto con Dio libera dal passato e dalla paura del futuro e riempie il cuore.
Trovo molto utile la preghiera. Nel silenzio dell’adorazione vengo sostenuta e faccio l’esperienza di essere libera dall’ansia di questo momento. Nessuna situazione può impedire il rapporto con Dio, che è l’unico scopo sensato della mia vita. Nessuno potrà mai separarmi da lui.
Mi interrogo su come aiutare i ragazzi che vivono la limitazione di tutto e tendono a isolarsi e deprimersi. Dobbiamo incoraggiare momenti anche brevi di compagnia con gli amici, basta anche uscire per una passeggiata, ma abbiamo la responsabilità di fare qualcosa! Favoriamo il dialogo e la preghiera in famiglia. Questo vale anche per noi adulti: dobbiamo aiutarci a non perdere il contatto tra noi: comportiamoci in modo responsabile ma facciamo uno sforzo di creatività e diamoci una mossa, favorendo per quanto possibile momenti di condivisione.

don Paolo

Quello che dice Ilaria mi ha colpito perché è simile a ciò che ho vissuto io. Anch’io sono arrivato alla conclusione che il rapporto con Gesù non mi verrà mai tolto e che l’ostacolo più grande al mio rapporto con Gesù sono io. Questo l’ho capito perché quando eravamo tutti costretti a rimanere in casa, durante il lockdown, ero preoccupato e davo la colpa della mia ansia alla pandemia (e probabilmente parte del mio stato d’animo dipendeva dalla situazione generale); da quando sono tornato dalle ferie, vedo che l’ostacolo più grande, sono comunque io. Nonostante abbiamo deciso di dedicare più tempo alla preghiera, ma anche di trovare un po’ di tempo per svagarci e parlare tra noi, alla fine sono continuamente chiamato a lasciare spazio a Gesù e a combattere contro me stesso. Non contano tanto le circostanze esteriori, conta soprattutto, secondo me, quello che sto vivendo io. È decidere di lasciare spazio a Gesù e combattere questa battaglia contro se stessi.
Mi ha anche colpito nelle parole di Mariella e di Ilaria un tema su cui anch’io sto riflettendo adesso: a noi è dato veramente di vivere soltanto nel presente. Anch’io sono preoccupato, e don Stefano lo sa perché ne ho parlato con lui, sembra sempre di stare in un equilibrio instabile. Anche per i ragazzi con cui ho parlato è la paura più grande: tu programmi, progetti qualcosa ma non sai quanto può durare questa situazione. Alla fine ho realizzato che l’unica cosa su cui noi possiamo veramente contare adesso è il presente, è l’attimo che abbiamo davanti in cui possiamo decidere se accogliere o rifiutare Gesù e quello che Lui ci vuole dire, non c’è altro. Sto cercando, perciò, di vivere l’istante presente, quello che Dio mi chiede, sapendo che Lui continuamente ci parla in quello che sta accadendo. Poi, appunto, è importante tentare di capire “come” fare quello che ci chiede. Questo mi sta aiutando.

don Stefano

Voglio proporre due esempi, il primo per Ilaria che chiedeva che cosa possiamo fare e che iniziative mettere in atto per noi e con i figli.
Avvicinandosi il primo turno delle prime comunioni, poiché non ho praticamente visto per sette mesi la maggior parte dei bambini, ho pensato di chiedere loro la loro esperienza, come fa spesso don Pietro con i suoi alunni. Ho deciso di mandare una lettera a tutti i bambini (che, tra l’altro, non avevano mai ricevuto una lettera di carta!). Così mi sono messo a scrivere a ciascuno di loro – Caro Edoardo…, Caro Francesco… – una lettera in cui parlavo di me, dicevo che ero contento di rivederli e ponevo a ciascuno due domande: In preparazione alla prima comunione, cosa chiedi a Gesù? Di cosa Lo ringrazi? Ho pensato: “io ci provo, non so se mi risponderanno”. Avevo indicato che potevano farlo via mail oppure con una lettera da imbucare nella nostra cassetta della posta e 7-8 bambini del primo turno mi hanno risposto. Ho citato questo piccolo esempio perché io non avrei mai pensato a una soluzione simile, però secondo me quando uno desidera davvero raggiungere l’altro, qualche strada la trova.
Ed ecco l’altro esempio. All’incontro con i genitori dei bambini della prima comunione una mamma mi ha chiesto: “Quest’anno per il catechismo non potete fare il collegamento su Zoom come per il rosario, che è stato bellissimo?”. Io ho risposto che, a meno di un nuovo lockdown, non vedo il motivo di utilizzare Zoom se è possibile venire in parrocchia, dato che la lezione in presenza è più efficace. Finito l’incontro, la mamma mi ha spiegato che suo figlio ha una malattia grave e che ogni tanto i professori vanno a casa da lui perché il bambino non può frequentare la scuola, e che quando, durante il lockdown, abbiamo iniziato a trasmettere il rosario su Zoom, e poi il catechismo con il collegamento, era molto contento. Tutta la famiglia ha ricominciato a pregare, ed è stato un momento importante per loro. Allora le ho proposto di andare io a casa loro e di mandare eventualmente anche qualche catechista e lei è stata molto commossa. Questa disponibilità mi è venuta spontanea perché tante volte altre persone l’hanno mostrata nei miei riguardi e, soprattutto, perché Dio trova continuamente nuove strade per poter vivere dentro le condizioni presenti, per potermi raggiungere.

don Attanasio

Gli esempi portati da don Stefano dimostrano che, se noi chiediamo allo Spirito Santo di farci capire come dobbiamo comportarci in una situazione difficile, lo Spirito ci illumina.
Per concludere il nostro incontro, la prima riflessione che viene da fare dopo quanto è stato detto è che le nostre anime sono connesse. Platone, il divino Platone, dice che l’uomo è un albero rovesciato: l’albero ha le radici in basso e tanto più butta le radici dentro l’umido della terra dove può raggiungere l’acqua, tanto più si può slanciare verso il cielo. L’uomo invece ha le radici nel cielo: tanto più noi, con la preghiera, il silenzio, la meditazione, lanciamo le nostre radici verso il cielo, tanto più viviamo. Perché la vita dell’uomo viene dal cielo, così come la vita dell’albero viene dall’acqua che prende dalle sostanze che cattura dalla terra. Ma c’è da aggiungere che queste radici che noi abbiamo nel cielo sono intersecate tra loro. Le mie radici, ad esempio, sono intersecate con quelle di tutti voi… e infatti, quando prima ho detto che le nostre anime sono connesse, intendevo che la cosa è reale. Quando noi preghiamo per un’altra persona, l’anima di questa persona ne trae beneficio. Quando offriamo una nostra sofferenza per un’altra persona, questa ne trae beneficio.
Le nostre anime sono connesse da radici celesti. Iniziare a vivere questa esperienza ci fa capire anche quello che ci è chiesto adesso. Non entro ora sul perché Dio ci chiede questo sforzo, perché la risposta sarebbe complessa e lunga. Innanzitutto, dovremmo chiederci se è Dio che ce lo sta chiedendo o se è l’uomo che si affida troppo ai calcoli probabilistici dei computer. Forse dovremmo chiederci se è giusto dare il governo della nostra vita ai calcoli dei computer, e ci sarebbe tutta una serie di problemi di natura politica che non voglio affrontare in questo momento. Adesso mi interessa la questione più profonda, l’aspetto spirituale.
Quando si è parlato di vivere il presente, perché non possiamo progettare il futuro, che cosa intendevamo? Dobbiamo prendere coscienza del fatto che noi possiamo vivere il presente in questo modo quando iniziamo a sperimentare che l’incontro con una certa persona nel presente è l’inizio della vita eterna, è l’inizio di qualcosa che non finisce.
Per vivere questo incontro, come diceva Mariella, non dobbiamo essere arrabbiati per ciò che sta succedendo, non dobbiamo essere ripiegati su noi stessi, risentiti, tristi perché le cose non stanno andando come vogliamo. Se noi siamo chiusi in noi stessi, l’altro non lo incontriamo, non viviamo il presente. Se tramite una vita fraterna, tramite la preghiera ed il rapporto con il Signore, riusciamo a liberarci dei nostri risentimenti, delle nostre paure per il futuro, entriamo nel presente. Il presente è infinito perché confina con l’eterno, il rapporto con l’altro che incontriamo confina con l’eterno.
Per questo, per quanto noi soffriamo del fatto che in questo tempo non possiamo fare a casa nostra quello che vogliamo, lo dobbiamo accettare lo stesso. Ad esempio, io oggi devo rinunciare a molte delle mie attività, però posso incontrare una persona e dedicarle del tempo in più. Faccio meno cose, però cerco di essere completamente dentro alle cose che faccio, e devo dire che questo porta un grande frutto, innanzitutto per me.
Anche se noi ancora a lungo non potremo incontrarci tutti insieme, il rapporto l’uno con l’altro, come è emerso questa sera, contribuisce a far crescere il regno di Dio innanzitutto in noi. Magari ci farà raggiungere persone che non avremmo mai avvicinato continuando a svolgere le nostre attività, magari non avrebbe fatto venire fuori una tale creatività da parte nostra, perché tutto era sempre già organizzato. Questa creatività come pone le fondamenta di un popolo che cresce?
La risposta non è facile, però io penso che dovremmo tenere aperta la domanda su che cosa ci sta chiedendo Dio in questa particolare circostanza e cercare di vedere ciò che Lui (ovverosia, lo Spirito Santo) sta già operando dentro l’attuale realtà. Il governo dei computer e degli scienziati può anche essere sbagliato, ma questo non impedisce allo Spirito Santo di operare. Lo Spirito Santo operava anche in guerra, quando la gente era nelle trincee. Probabilmente la situazione attuale non è così grave, però in effetti sta diventando sempre più pesante. Una seconda fase come quella che abbiamo vissuto tra l’inverno e la primavera scorsa, senza chiarezza su quando finirà, ha ricadute economiche gigantesche e sociali. Non si può certo vivere chiusi in casa e con la mascherina all’infinito, è fuori da ogni logica ragionevole, ma anche dentro questa situazione, anzi, paradossalmente proprio dentro una situazione di sacrificio come questa, forse noi capiremo meglio che cosa veramente è importante, che cosa veramente è essenziale, di che cosa non possiamo fare a meno e che cosa invece dobbiamo lasciare.

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