L’incontro di oggi vuole essere un riassunto del cammino che abbiamo fatto finora e anche indicare un passo nuovo.
Le domande che ci stiamo ponendo in questi nostri incontri sono: cosa significa educare dei ragazzi più piccoli, delle persone più giovani di noi? Cosa significa farli crescere? Cosa significa essere delle autorità?
Autorità, dal latino, significa far crescere: augere, far crescere.
Sintesi degli incontri precedenti
1) Trasmettere una positività ultima
La cosa più importante da trasmettere ai nostri figli e ai ragazzi più giovani è una positività ultima, che nasce dall’esperienza vissuta tutti i giorni che la vita è qualcosa di positivo, qualcosa di bello, che ha un senso e pertanto vale la pena viverla.
Sottolineo che questa è un’esperienza. Non è un’ideologia, «la vita è positiva», non è un discorso che appicchiamo alla vita.
Il cardinal Špidlík raccontando di sua mamma dice:
«Mia mamma, quando ero bambino, prendeva una verza e la tagliava in due, poi chiamava tutti noi figli e ci faceva vedere le foglie che facevano dei centri concentrici dentro la verza. Un capolavoro. E poi diceva: Chi ha fatto tutto questo? E i bambini rispondevano: L’ha fatta Dio! E allora non è bello? Dio non è bravo?»
I bambini facevano l’adorazione davanti alla verza. Continua Špidlík:
«Lì ho iniziato a fare l’adorazione che poi ho imparato a fare davanti all’Eucarestia».
Dobbiamo trasmettere qualcosa di positivo, ed accade tutte le volte che volgiamo il nostro sguardo alla luce, a ciò che è bello, a ciò che è positivo. Tante volte abbiamo delle cadute, quando il buio ci appare più forte, però, come ci indica l’itinerario quaresimale che ci fa rivivere l’itinerario di Israele che viene liberato dall’Egitto, noi ci rimettiamo in cammino ogni mattina per seguire la luce.
Non vuol dire che non ci sono dei momenti di difficoltà, di prova. Anzi, la nostra testimonianza è tanto più efficace quanto più racconta dell’attraversamento delle difficoltà e del buio avendo saputo ritrovare la luce.
Ero a tavola con dei ragazzi delle scuole superiori, che erano andati alla vacanza organizzata da don Paolo a Firenze. Ascoltando la testimonianza di un giovane uomo che aveva perso la moglie per un tumore, gli hanno chiesto: «Ma tu non senti la mancanza di tua moglie che amavi così profondamente?»
E lui gli ha risposto: «intanto mi sono staccato a poco a poco da lei perché la malattia è durata un anno ma poi, anche se mi manca fisicamente, la sento presente in un altro modo». Il ragazzo che raccontava questa cosa non aveva le parole per descrivere che questo marito sentiva la moglie vicina anche se non poteva toccarla fisicamente, perché i ragazzi di oggi crescono in un mondo ateo. Gli ho spiegato che si dice che la sente spiritualmente, e gli ho detto: vedi, noi abbiamo l’anima. Perché, di tutte le cose che hanno visto, gli è rimasta in mente la testimonianza di una persona che, di fronte a una grande prova, vive l’esperienza del rapporto con la moglie che è morta, cioè che fa l’esperienza che c’è qualcosa di spirituale? Perché sono parole che i ragazzi non sentono più, ma che sono il fondamento della speranza di una vita.
La lotta che ciascuno di noi fa nel suo cuore per seguire la luce, invece che le tenebre, non la fa solo per sé stesso. La fa anche per tutte le persone che gli stanno vicino, e in modo particolare per i ragazzi più piccoli che ci guardano.
2) Trasmettere una eredità spirituale
Non trasmettiamo solo la nostra esperienza ma abbiamo una eredità spirituale da trasmettere. Ad esempio, insegnare che abbiamo l’anima, che abbiamo lo spirito, che c’è Dio. Tutto quello che la Chiesa ci insegna e che ci trasmette.
Abbiamo una ricchezza da trasmettere, tanto più oggi che i ragazzi non sanno più niente di religione e quindi quest’ultima ritorna ad essere interessante e oggetto di curiosità.
3) Testimoniare che l’amore è possibile
La testimonianza più grande che possiamo dare ai giovani è che l’amore è possibile: l’unità nel matrimonio, l’unità della nostra casa di preti.
Ad esempio, venerdì stavamo mangiando pane e acqua, con il pane fatto da don Andrea, ed entra in cucina una persona che ha detto «che bello vedervi tutti insieme». L’unità tra i preti, l’unità dei preti con le famiglie, l’unità con gli amici, l’unità con le altre famiglie, la capacità di accogliere, sono tutti esempi concreti di questo amore.
Noi possiamo testimoniare questo anche quando litighiamo con la moglie, il marito o gli amici se, dopo aver litigato, sappiamo riprendere. Ho ascoltato una testimonianza di due sposi che raccontavano:
«Noi tutte le sere diciamo una preghiera, un’Ave Maria, e ci sono stati dei momenti in cui, mentre dicevamo quest’Ave Maria, io guardando a destra e mia moglie guardando a sinistra, perché non riuscivamo a guardarci in faccia, perché avevamo litigato. Però dicevamo un’Ave Maria. È Dio quello ci ha tenuto insieme. Pregarlo ogni sera, a prescindere dalla nostra coerenza, ci ha aiutato a perdonarci, accettarci e ricominciare sempre. Adesso abbiamo settant’anni e insieme siamo felici. Dei nostri limiti ci facciamo delle grosse risate».
4) Aiutare i più giovani a scoprire i propri talenti
Compito di chi è più grande, dell’autorità, è aiutare i più giovani a scoprire i talenti che Dio ha donato loro.
Il passo di oggi: i principi pedagogici che possono guidarci
I giovani di oggi chi sono? Cosa pensano? Cosa desiderano?
È difficile da definire, eppure è evidente che siamo davanti a uno smarrimento generazionale che è ormai un’emergenza. Rischio depressione, disistima di sé, insicurezza, ansia da performance si diffondono a macchia d’olio. La droga è ormai la musica di fondo nella vita di migliaia di ragazzi. Anche gli psicofarmaci sono spesso usati come droga. Ci sono pericolose dipendenze che minacciano tutti i giovani: l’uso dei social, la pornografia, l’aspetto fisico. Il pericolo più grave è la solitudine che rende impotenti di fronte a questi pericoli.
Se è importante prendere coscienza di queste tendenze negative, molto più decisivo è non fermarsi alle analisi, ma offrire soluzioni.
Come ha detto D’Avenia in un’intervista al Corriere della Sera di qualche giorno fa: si parla tanto dei giovani, ma pochissimi parlano con i giovani. Ci siamo stancati delle analisi sociologiche, per quanto alcune cose siano utili per capire dei trend, a noi interessa vedere un positivo. Ci sono tanti ragazzi e bambini che ci seguono, e la domanda che noi ci dobbiamo porre è: che cosa proponiamo loro? Dalla seconda elementare fino a 25 anni ci sono circa 500 bambini, ragazzi e giovani che passano per il nostro oratorio, e questi ragazzi possono invitare altri loro amici, inoltre voi invitando a casa i compagni e gli amici dei vostri figli ne incontrate anche tanti altri.
Quali sono i principi pedagogici che guidano la nostra proposta?
1) La vita comune antidoto ai rischi della società di oggi
La vita comune sana è il più grande antidoto alla tentazione del male, e questo è vero anche per noi. Io costruisco ogni giorno la mia casa di sacerdoti, vivendoci, perché conosco la mia debolezza.
Ho citato più volte un passo di un padre della Chiesa orientale:
«Da soli si lotta contro le tentazioni come contro leoni, ma in comunità come contro pecore e agnelli».
Noi ci custodiamo l’un l’altro, e questo vale per noi e come vale per i ragazzi. La cosa che ha colpito di più nell’incontro che abbiamo fatto il mese scorso con padre Botta è stata la domanda «ma noi adulti abbiamo degli amici?». Avere degli amici che mi sostengono, coltivare l’amicizia è il più grande aiuto che possiamo dare ai giovani. Perché essendo io sostenuto, ho la forza di sostenere i più giovani.
C’è un magnifico passo di Gregorio Magno che spiega la sintesi dell’educazione:
«In un edificio una pietra sostiene l’altra, perché si mette una pietra sopra l’altra e chi sostiene un altro è a sua volta sostenuto da un altro. Così, proprio così, nella santa Chiesa ciascuno sostiene ed è sostenuto. Come io cerco di tollerare i costumi di coloro che sono ancora rozzi nel praticare il bene, così sono stato tollerato da quanti nel timore del Signore mi hanno preceduto e portato, affinché portato, a mia volta imparassi a portare gli altri. Ma anch’essi sono stati portati dai loro antenati. Se io non mi sforzo di accettare voi così come siete e voi non vi impegnate ad accettare me così come sono, non può sorgere l’edificio della carità tra noi, che pure siamo legati da amore reciproco e paziente. I più vicini si sostengono a vicenda, e così per mezzo di essi si innalza l’edificio della carità. C’è un fondamento che sopporta l’intero peso della costruzione, ed è il nostro Redentore, il quale da solo tollera nel loro insieme i costumi di noi tutti. Di lui l’Apostolo dice: “Nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo”. Il fondamento porta le pietre e non è portato dalle pietre; cioè, il nostro Redentore porta il peso di tutte le nostre colpe, ma in lui non c’è stata alcuna colpa da tollerare».
Noi siamo sostenuti, e siamo stati sostenuti dai nostri genitori e dai nostri educatori. In forza di questo possiamo sostenere chi è più giovane.
Quando vi trovate a cena insieme nelle vostre case, i vostri figli o chi è invitato vedono come vi trattate, e questa è la cosa più importante. Tutti mi hanno testimoniato che l’aver aperto le vostre case ai più giovani è un bene per la famiglia che lo fa ed è un bene per i ragazzi che vedono che l’amore è possibile.
Tanti loro coetanei vivono nella disperazione, e lo abbiamo visto in maniera terribilmente drammatica al festival di Sanremo (io ho visto solo un’ora una sera, poi ho dovuto smettere, perché sto male a vedere questi ragazzi che vomitano tutto il dolore che hanno dentro e che diventa oggetto di spettacolo, non ce la faccio a stare lì a guardarlo). Quando sono invitati a casa vostra possono vedere una bellezza e questo li fa rinascere nella speranza.
2) Ogni persona è unica e irripetibile
Ogni ragazzo è unico, per cui a uno fa male ciò che a un altro fa bene (es. spesso il rimprovero che uno accetta, un altro non lo accetta). Alla fine i discorsi sui giovani lasciano il tempo che trovano.
Io ho incontrato don Paolo che aveva dieci anni, ho incontrato don Stefano che era più grande, da quando sono arrivato a Torino ho incontrato tanti bambini che adesso sono diventati più grandi. Ho in mente i loro volti, la loro storia. Ogni persona è unica e irripetibile. A uno fa male ciò che a un altro fa bene.
Faccio un piccolo esempio, la differenza tra bambini e bambine. Io quando ero bambino pensavo a una cosa sola: giocare a calcio. Questa era la mia passione, oltre alla pastasciutta quando avevo fame. Quindi quando ho iniziato a fare il catechismo con quelli più piccoli proponevo di giocare a pallone. Le bambine di quinta elementare a un certo punto sono state una rivelazione, perché non volevano giocare, neanche a dei giochi che potevano piacere a loro. Volevano parlare, per loro il top era bere il tè e parlare. E io, siccome cercavo di ricordarmi com’ero da bambino e cercavo di fare qualcosa che gli potesse piacere non capivo, perché io da bambino non ho un ricordo di gioia mentre parlo bevendo il tè. È chiaro che poi c’è anche la bambina che vuole giocare a calcio e il bambino che vuole parlare, proprio perché siamo unici e irripetibili e ci sono delle differenze importanti. Certi ragazzi se non li richiami duramente non capiscono, mentre se richiami duramente una ragazza, nella maggior parte dei casi, la ferisci eccessivamente.
Spesso il rimprovero che uno accetta, l’altro non lo accetta. Quello che con il primo figlio ha funzionato col secondo non funziona, perché il secondo è diverso. E il terzo sarà ancora diverso.
Questa elasticità dell’anima che si adatta alla situazione di ciascuno è impossibile da vivere se non se ne percepisce la bellezza. Cioè, se non si entra in un atteggiamento contemplativo, come la mamma di Špidlík guardava la verza e insegnava ai bambini a guardarla, non come un semplice oggetto di consumo, ma una cosa bella creata da Dio. Un atteggiamento contemplativo.
Quando sono cresciuto, già prima di entrare in seminario, una delle cose che mi attraeva molto è stata iniziare a scoprire le anime. Ascoltare qualcuno che mi raccontava la sua storia era molto bello, soprattutto se erano ragazze. Una delle cose più belle della mia vita, prima di entrare in seminario e poi soprattutto da sacerdote, è stata ascoltare il racconto di tante persone. E anche adesso che ho meno tempo per incontrare le persone, quando posso dedicargli un’oretta magari mi raccontano sinteticamente la loro vita, e rimango stupito da come Dio conduca ciascuno per strade diverse. E in ogni persona che ascolto c’è il riverbero di qualcosa che Dio mi dice. E magari dopo questa esperienza di ascolto, se lo Spirito Santo mi illumina, posso dire anche una parola che aiuta. Ma questo è successivo, al centro non deve stare quello che noi dobbiamo fare per i più giovani, per educarli. Al centro deve stare questo atteggiamento di stupore di fronte alle anime, che sono molto e più profondamente diverse dei volti che pur sono tutti diversi.
3) «Spesso la medesima persona, a seconda dei casi, diventa un’altra»
Questa è stata una rivelazione che ho avuto leggendo Gregorio Magno. Se voi mi incontrate dopo che ho dormito otto ore, incontrate un uomo felice, un uomo positivo, un uomo che sorride. Se voi mi incontrate dopo una notte in bianco non è proprio così, trovate una persona facilmente irritabile, che fa fatica.
Noi ci facciamo un’immagine dell’altro, ci facciamo una immagine di noi stessi, e quando questa immagine non combacia con la realtà veniamo destabilizzati. Ma le persone sono diverse a seconda dei momenti che vivono e dell’età che vivono.
Il segreto di un matrimonio felice è capire che la persona che mi sta al fianco è cambiata, ha altre esigenze. Se un ragazzo più giovane passa un momento di grave difficoltà magari devo con pazienza soprassedere dal correggerlo. È così anche per noi, se quando siamo in difficoltà uno sottolinea i nostri aspetti negativi aggrava la difficoltà. Invece ci può essere un altro momento in cui è utile correggere.
Se è vero per noi che spesso la medesima persona, secondo il caso, diventa un’altra figuriamoci per i giovani. Una mamma mi disse: «i figli ogni sei mesi cambiano». Questo richiede in noi un’elasticità che è faticosa, forse è la cosa più faticosa del fare il prete. Ad esempio, viene da te una ragazza tutta contenta, ti fa vedere l’anello, ha avuto la dichiarazione del fidanzato che la vuole sposare e s’aggira per la casa parrocchiale al settimo cielo, e magari subito ne arriva un’altra che è stata abbandonata dal ragazzo ed è disperata. E tu devi adattare il tuo animo a quella che è felice e poi a quella che è triste perché, se sei felice con quella triste la abbatti ancora di più, e se a quella appena fidanzata dici che il matrimonio ha tante difficoltà le tagli le gambe. Non è facile avere questa elasticità, ma è quello che ci mantiene giovani.
4) La parola degli educatori deve adeguarsi agli uditori ed ai loro bisogni
La parola degli educatori deve adeguarsi alle disposizioni degli uditori ed essere aderente ai bisogni di ciascuno, pur senza perdere di vista l’edificazione comune.
Quando è venuto padre Botta ha detto che noi adulti dobbiamo essere leali verso i giovani. Questa affermazione ha colpito molti, ma ha anche suscitato qualche reazione negativa. Intendeva dire che noi non dobbiamo fingere, ad esempio non nascondere che anche noi abbiamo momenti di debolezza e difficoltà, ma non vuol dire raccontare a loro tutti i peccati che facciamo, perché sarebbe un’istigazione a fare il male. Ci deve essere sempre una distanza tra una generazione e l’altra, questa distanza non può essere tolta. Questo non vuol dire che non ci debba essere un punto di comunicazione.
Ho letto alcune testimonianze disperate di ragazzi e ragazze delle superiori, che dicono che quello che li tiene in piedi è avere degli amici. Questo è vero per loro come per noi, ed è un punto di unità con chi è più giovane. Quindi è necessario che noi facciamo un movimento di uscita da noi stessi, cercando di immedesimarci con ciò che vivono i più giovani, cercando di dire una parola che possa dargli speranza. Ma ancor più che una parola, è importante la testimonianza di una vita che segue la luce, il positivo, che segue Gesù, che segue la comunione, che ricerca la fraternità con chiunque, innanzitutto con chi ci vive vicino.
Occorre immedesimarsi nell’altro, come capita a me quando ascolto i vostri racconti e mi dimentico di me stesso. Però dopo, quando ho finito di ascoltare, devo rientrare in me stesso, devo rientrare in Dio, devo rientrare nel mio lavoro. E quindi devo mettere una distanza.
Concludo riprendendo la mamma di Špidlík che ha insegnato ai figli a fare l’adorazione e il silenzio davanti alla verza tagliata in due. Questo atteggiamento contemplativo verso la vita, questa disposizione del cuore che cerca il bello il vero e il bene, è il segreto che ci permette di stare davanti a chi è più giovane di noi conoscendolo un po’ meglio. E quindi ci permette anche di poter dire una parola di aiuto, di sostegno o di correzione di fronte a ciò che è sbagliato, e ci permette di avere la forza della pazienza, come i nostri genitori che hanno avuto pazienza con noi e ci hanno sopportato nel nostro vano orgoglio.
Perché tutto questo sia possibile è necessario un atteggiamento di umiltà. Questo è il tema che tratteremo la prossima volta, come l’umiltà sia la cosa più importante anche per educare.
Domanda: Quindi non esistono ricette da seguire pedissequamente. Si possono seguire i principi cristiani di accoglienza, comprensione, rispetto, valorizzazione, correzione fatta per amore.
Però c’è un’obiezione: facile a dirsi, ma poi capita che ci arrabbiamo, proiettiamo i nostri desideri e le nostre paure sui nostri figli, non sappiamo se dobbiamo lasciar correre o riprendere un comportamento sbagliato. Come si può fare? Come si può essere genitori in grado di dare una struttura ai figli, spiegando cos’è il bene e il male, essendo accoglienti, non nascondendo i nostri limiti ma dandogli sicurezza?
Risposta: Se ci arrabbiamo per qualcosa di gravemente sbagliato è un bene. Non reagire di fronte al male è un male. Esiste un’ira giusta che si chiama «zelo». Siccome non viviamo nel mondo dei fiori ma viviamo in un mondo dove c’è il male, e siccome tutti abbiamo il peccato originale, quando i nostri figli sbagliano gravemente è giusto arrabbiarsi, perché anche da questa reazione percepiscano la gravità di quello che hanno fatto.
Certo, è difficile mantenere un’ira giusta, perché è facile che questo sentimento, che mette in subbuglio la nostra anima, ci spinga a reagire oltre il ragionevole, e questo non fa bene né a noi né ai ragazzi. Cerchiamo però di non farci prendere da eccessivi complessi di colpa, educhiamo i nostri figli in mezzo a tante difficoltà. Se ci siamo adirati in maniera eccessiva chiediamo scusa, distinguendo l’ira dalla correzione, che è giusta.
Quindi non bisogna considerare l’ira di per sé stessa un male: talvolta è bene che ci sia! Talvolta bisogna intervenire subito in modo che la persona capisca che è sbagliato — ad esempio se il bambino piccolo mette le dita nella corrente elettrica si interviene subito gravemente — per altre cose ci vuole la pazienza di trovare il momento giusto. Quando qualche parrocchiano o confratello fa qualcosa che mi adira particolarmente, mi è molto utile portare il peso di quest’ira nel silenzio, aspettare che sbollisca e poi, se ancora necessario, intervenire. Tante volte capisco che è meglio «stendere un velo pietoso» e andare avanti. Anche perché questo velo pietoso Gesù lo stende tutti i giorni nei confronti dei miei peccati. Questo è un consiglio utile anche nel rapporto tra marito e moglie o nei posti di lavoro.
A volte non sappiamo se lasciare correre o riprendere un comportamento sbagliato. Il punto fondamentale è accettare che non sappiamo cosa fare, e che questo è normale. Io non devo guidare una famiglia, ma una casa di preti e una comunità e molte volte non so cosa fare, ma ho fatto pace con questa situazione. Non sono Dio che è onnisciente. Certe volte so cosa fare e certe volte no. Una volta, quando non sapevo cosa fare, preso dall’angoscia cercavo di fare di tutto per risolvere i problemi, adesso ho capito che questo atteggiamento non è utile né a me né agli altri, quindi aspetto. L’esperienza del non sapere cosa fare è importantissima per capire che noi abbiamo bisogno della luce di Dio, della luce della parola di Dio, abbiamo bisogno della luce del consiglio, del marito, della moglie, dell’amico, di chi è più esperto di noi in un certo ambito. Se io non so cosa fare e penso che il marito non mi potrà dire niente di intelligente su una situazione con il figlio, mi privo di un importante consiglio. Però magari anche il marito non sa cosa fare, allora si accetta questo e si aspetta. Questa umiltà è fondamentale. Soprattutto non dobbiamo angosciarci di non sapere cosa fare. I nostri figli sono un mistero, come d’altronde anche noi siamo un mistero a noi stessi. Certe volte non sappiamo cosa fare neanche riguardo noi stessi.
Il non sapere riguarda tante cose. In particolare, l’educatore si trova nella drammatica esperienza del non sapere se intervenire o meno, è un’esperienza che facevo molto più da giovane, adesso meno perché intervengo molto meno.
Ripeto la frase di san Bernardo che vi ho detto già altre volte, ma che è utile ripetere:
«Tutto vedere. Molto sopportare. Correggere una cosa alla volta».
Se voi correggete più cose alla volta, sbagliate di sicuro. Perché la persona è destabilizzata, cioè non può lavorare contemporaneamente su troppi fronti. Correggerci è difficilissimo sia per noi che per i più giovani, allora bisogna indicare un obiettivo per volta. Se interveniamo troppo, sicuramente è sbagliato, se non interveniamo mai è sicuramente sbagliato, perché i giovani hanno bisogno di indicazioni.
Come si può essere genitori in grado di dare una struttura ai figli spiegando che cos’è il bene e cosa è il male? Adesso siamo in Quaresima, la Chiesa ci invita a fare le opere di misericordia. Tra le opere di misericordia spirituali c’è insegnare agli ignoranti. I nostri figli sono, nella maggior parte dei casi, più ignoranti di noi perché sono più giovani. Bisogna insegnargli delle cose. Ad esempio, che la droga è un male. La nostra società ha tirato su dei giovani convinti che drogarsi non sia un male ma sia ricreativo, e questo è sbagliato e la droga è diventata il sottofondo della vita di tantissimi giovani anche perché nessuno gli ha mai detto in maniera chiara che è sbagliato, nessuno gli ha fatto leggere gli esiti psichiatrici di chi ne fa uso. Il sesso libero è un male, è chiaro che è un bene non violentare qualcuno, ma fare sesso con chiunque incontro, anche se consenziente, e dovunque questo è un male perché sconvolge la mia vita e quella degli altri. Occorre quindi insegnare che cosa è bene e che cosa è male.
Come si può essere genitori in grado di dare una struttura ai figli? Non so rispondere a questa domanda. Sicuramente la struttura gliela dà Dio, non gliela diamo noi. Però tanto più noi siamo stabili nell’amare il marito, la moglie, gli amici, una comunità, tanto più questa stabilità si trasmette. Però ci sono tanti fattori che ci sfuggono e comunque questa penso sia una domanda da tenere aperta.
Domanda: Tu hai detto che ascolti l’altro, ma poi prendi le distanze per rientrare in te stesso, per rientrare in Dio. Puoi spiegare meglio cosa intendi? Cosa significa ascoltare l’altro, ma poi rientrare in sé stessi?
Risposta: Ascoltare un altro implica un lavoro. Se devo incontrare una persona devo farlo con la mente, per quanto possibile, sgombra dai miei problemi personali. Al contempo, incontrare gli altri mi aiuta a liberarmi dai miei problemi personali perché entro in quello che mi racconta un altro, e scopro che i miei problemi personali non sono l’orizzonte della mia vita, scopro che sono in comunione con l’altra persona che sto incontrando, che Dio mi ha pensato insieme a quell’altro che sto incontrando anche se lo incontro una volta sola.
Questo implica una ascesi. Infatti, adesso so ascoltare molto di più di quanto facessi da giovane. L’importante è cominciare. Ci riesco sempre? No. Però se dedico un’ora a una persona, cerco di dedicargliela completamente.
Occorre cercare un posto dove ci siano delle condizioni materiali che aiutino l’incontro. Ad esempio, a me piace molto camminare fuori casa in modo da non avere distrazioni, mentre faccio fatica a stare seduto in casa, però non è che non si possa incontrare una persona stando seduti, magari uno si mette al bar.
Dante alla fine del trentatreesimo canto fa dire a San Bernardo: «Costui che dall’infima lacuna dell’universo, ha veduto le vite spirituali ad una ad una, ora vuole elevare il suo sguardo a vedere Dio». Vedere la vita spirituale di un’altra persona ci fa scoprire qualcosa di Dio, come fa Dante nella Divina Commedia che impara da tutti, anche dal peggiore dei peccatori, fino a giungere al punto in cui può vedere Dio. Dobbiamo scoprire la bellezza dell’incontro con le anime.
Quando incontri gli altri tante volte ti dicono delle cose belle, e questo ti eleva l’anima, ma altre volte ti rendono partecipe di dolorosi drammi, di fatiche che stanno facendo. Io non posso vivere nel dramma dell’altro dopo che ho smesso di parlare con lui, non posso vivere i drammi di tutti, altrimenti mi esaurisco, e quindi devo rientrare in me stesso. Spesso Virgilio dice a Dante che rimane troppo partecipe dei drammi delle persone che incontra: «Non possiamo fermarci, dobbiamo andare avanti». Devo prendere un distacco dalle cose negative che mi sono state dette, questo è rientrare in sé stessi e in Dio. Ad esempio, nel rapporto con i figli è importantissimo, per capire cosa proporgli, immedesimarsi nella loro vita, ma poi devi rientrare in te stesso, vivere la tua vita, andare a fare il tuo lavoro, vivere il rapporto con tuo marito, ritornare in Dio. Altrimenti incontrare le persone alla fine può distruggerci, perché sei preso dalle angosce di tutti. Ad esempio, una delle cose che io devo insegnare ai giovani è imparare a non caricarsi delle angosce del papà e della mamma. Prendi le distanze, perché hai già le tue angosce da gestire.
È necessario questo momento di rientrare in sé stessi, che per me è dato da tante cose. Ad esempio, quando vado a pranzo mi metto a parlare con chi pranza e cerco di distaccarmi dai dialoghi profondi che ho avuto. La preghiera è un grande aiuto, lo sport, vedere un bel film, cucinare… Questo mi ricarica per poter incontrare altre persone in maniera positiva, senza venirne appesantito in maniera eccessiva e quindi, nel tempo, non poter essere utile a nessuno.
È vero che io mi devo immedesimare nell’altro per aiutarlo, ma è anche vero che devo avere un certo distacco per poter dare un consiglio lucido. Faccio un esempio rispetto alla mia vita. Io non riesco a vedere bene me stesso, perché nessuno vede sé stesso bene, quindi, ho bisogno di un altro che mi consigli e mi veda dal di fuori. Don Paolo m’ha detto due frasi che mi hanno illuminato: «tu sei su troppi fronti» e «devi rallentare». Io da solo non ci arrivavo, queste due frasi mi hanno illuminato e fatto capire che devo correggere la rotta. Come ha fatto a darmi questi consigli? Perché fa meno cose, ed essendo meno preso dalle tante cose da fare, ha avuto la lucidità di guardarmi e dirmi una parola che mi ha illuminato.
Il distacco, quando ti fa rientrare in Dio, quando è distacco umile, cioè nel riconoscimento che non possiamo fare tre milioni di cose, ci dà lucidità. Perché si dice che è altamente sconsigliato che un medico curi i suoi familiari? Perché è difficilissimo che possa avere il distacco necessario per vedere le cose con obiettività.
Quindi il distacco è un bene quando consiste nel rimettere il nostro baricentro in Dio, nel ricentrarci sul fatto che i primi che devono convertirsi siamo noi e non ci si può occupare degli altri dimenticando questo. È un bene quando è capire che la mia personalità non si può fondere con quella di un altro, per quanto sia un mio grande amico che mi capisce e che io capisco. La distanza ci permette di avere un dialogo tra persone diverse quali effettivamente siamo.
Don Giussani diceva che la verginità è un possesso, cioè un legame, con dentro un distacco. E faceva questo esempio: se tu guardi un quadro stando a una spanna vedi delle macchie, se tu ti allontani un po’ vedi la bellezza dell’opera d’arte. E questo è vero anche nella più grande opera d’arte che ha fatto Dio, che sono gli uomini con la loro anima.
Domanda: Le amicizie spesso deludono. Come possiamo essere leali con i nostri ragazzi e allo stesso tempo trasmettere una speranza per noi e per loro?
Risposta: Qui c’è un punto molto importante, ma molto difficile da capire: le delusioni sono necessarie al nostro cammino verso Dio. Per capirlo è necessario fare un lungo cammino ma, ad oggi, non vedo altra strada per vivere le delusioni senza scadere nella disperazione e nello scetticismo.
Se noi avessimo solo amici che non ci deludono, vi garantisco che noi non cercheremmo Dio. Ci basterebbero gli amici. La delusione del rapporto amoroso è fondamentale per capire che la moglie, il marito, il ragazzo o la ragazza non sono la risposta esaustiva al bisogno infinito della nostra anima. Io penso che questo non lo capiremmo senza l’esperienza della delusione che ci costringe a rifugiarci in Dio.
Questa esperienza è molto utile perché noi tendiamo a esaltare l’amico, il figlio, chi amiamo, e a metterlo al posto di Dio.
Perché capita questo? Perché l’amicizia è divina. Nell’amicizia vera si manifesta la vita divina. Perché Dio è un’amicizia. Ed è per questo che l’amicizia ci sostiene così tanto, che ci attrae così tanto, che ci è così necessaria, e vivere senza di essa è mortale. Sono andato a vedere il film Perfect days che racconta di un giapponese che vive la sua vita tutta organizzata, nella bellezza della contemplazione, pulisce i bagni pubblici ma quando fa un incontro reale, quando guarda gli alberi, ne vede la bellezza. E sembra una vita bella, ed in effetti è bella. Prima aveva un incarico importante ma ha abbandonato tutto e non ha più pensieri, può fermarsi e contemplare la bellezza delle piante, a guardare le persone, a incontrarle veramente, e questa è una cosa molto bella. Ma verso la fine del film succede che entra in un bar e vede due che si abbracciano, e lì crolla. Perché, anche se ha una vita organizzata e uno sguardo contemplativo, senza un amore la vita da solo alla fine è invivibile.
Quindi è normale che noi adoriamo l’amico come Dio, perché l’amicizia è divina. Però la delusione ci aiuta a scoprire che l’amico non è Dio, e che solo amandolo in Dio noi non lo perdiamo. Ma questo sicuramente è un lungo cammino. Se noi ci avviciniamo veramente a Dio scopriamo che in Dio non perdiamo nessuno, anche se uno temporaneamente ci ha abbandonato. Se io prego per l’amico che mi ha deluso vi garantisco che quel legame continua, anche se sulla terra magari non riesco più a restare con lui.
Quando si rompe un legame d’amicizia autentico si rompe qualcosa dentro di noi, perché l’amicizia è qualcosa di divino ed è un anticipo del regno celeste. Si rompe qualcosa, quindi questo ci genera ira, ci genera tristezza, ci genera delusione, talvolta disperazione. Anche se bisogna sempre ricordare che noi non vediamo l’intimità dell’altro, non sappiamo che cosa l’altro sta vivendo, non sappiamo perché ci ha abbandonato.
Se questa ferita che in me si apre, se questo qualcosa che si rompe dentro di me diventa strada a Dio, preghiera a Lui, preghiera per quella persona, se prego per lui, piano piano, piano piano la ferita si rimargina. Magari ci vogliono anni ma poi arriva la pace.
Gesù ci insegna a pregare per i nostri nemici. Infatti, l’amico o l’amante che ci ha dato tanta speranza quando ci tradisce diventa un nemico. Vediamo tante scene riportate dalle cronache, mariti o fidanzati che uccidono la compagna perché l’amore è tradito. L’amore t’ha dato così tanta speranza e poi dopo t’ha tradito, e l’amico diventa nemico. Prima occorre fare tutto quello che si può per ricostituire l’amicizia, perché tante volte basta lasciar sbollire la cosa, riparlarne e si riparte, ci si perdona. Però ci sono casi in cui invece non è possibile e colui che era amico è diventato nemico. Il magnifico Salmo 54 dice:
«Se mi avesse insultato un nemico, l’avrei sopportato; se fosse insorto contro di me un avversario, da lui mi sarei nascosto. Ma sei tu, mio compagno, mio amico e confidente; ci legava una dolce amicizia, verso la casa di Dio camminavamo in festa»
e questo non ce la faccio a sopportarlo. Amare i nemici è il vertice dell’amore, allora se io prego per quella persona, piano piano quella ferita si rimargina. Ripeto, piano piano vuole dire anche anni. E inizio a vedere anche il nemico nella luce di Dio. Nella luce di Dio non si perde nessuno. È l’esperienza che fa Sant’Agostino quando gli muore l’amico carissimo Alipio con cui lui condivideva tutto. Alipio prende una malattia che nel giro di pochi giorni se lo porta via, e Agostino cade nella depressione più nera e scrive nelle Confessioni «tutto quello che con lui era gioia, la casa, gli amici, il ritrovarsi, si tramutò per me in una tortura, perché lui non c’era più», finché scopre Dio e commenta «Beato chi ama l’amico in Te — la distanza di cui parlavamo prima — e il nemico per tuo amore, perché in Te non perde nessuno».
Ci sono questi ragazzi in condizioni disperate che ti raccontano che non si suicidano solo perché hanno degli amici, però dicono «siamo angosciati di perdere gli amici», perché senza Dio dell’amico ultimamente non puoi essere sicuro. Quindi risponderei alla domanda dicendo che dobbiamo crescere in Dio, perché allora anche l’amico che ci ha tradito, se diventa strada alla crescita dell’amore in Dio, se ti rifugi in Dio non lo perdi. O magari scopri degli altri amici, perché certe volte Dio ci toglie un amico per farci capire che c’è tanta altra gente che è da sola e disperata e non potete stare sempre tra voi due. E poi per fortuna capita solo qualche volta che un amico ti tradisca, nella maggior parte dei casi gli amici sono fedeli.
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