AMICI E RELAZIONI
Quaderni di Casa Santa Giulia
Don Paolo Pietroluongo
I fratelli
Il tema di cui vorrei iniziare a parlare da adesso in avanti per i prossimi giovedì è il tema delle relazioni. Trovo sempre una certa tensione quando devo parlare di questo perché non è slegato da quello che abbiamo detto fino ad adesso.
Se vi ricordate, abbiamo detto che il centuplo non è soltanto l’Aldilà, ma è anche una pienezza di vita vissuta qui su questa terra, sia quando noi viviamo un rapporto vero con Gesù nella nostra vita, sia quando iniziamo a fare esperienza di alcune relazioni significative.
Quando iniziamo a fare esperienza di alcune relazioni belle, esse sono un anticipo di qualcosa. Infatti, se voi ci pensate, niente ci fa più gioire di quando ci sentiamo veramente in compagnia di qualcuno. Spero che almeno una volta abbiate fatto questa esperienza. Quando siete in compagnia reale di qualcuno, quando le anime si incontrano, oppure quando uno ha la percezione di essere su un cammino insieme a dei compagni, tutto è più bello, più semplice, più luminoso. Avete mai fatto questa esperienza? Quello è il centuplo.
Però c’è anche il contrario. Niente ci fa più soffrire di quando ci sentiamo soli, di quando non ci sentiamo accompagnati, di quando non ci sentiamo capiti. Tutto diventa grigio. Perché è così? È così per un motivo. Perché noi ontologicamente, nel nostro essere, siamo relazione. La persona è relazione. Questo cosa vuol dire? Vuol dire che noi ci compiamo in una relazione, vuol dire che noi veniamo da una relazione, vuol dire che noi siamo fatti per una relazione. Ve lo dico in parole un po’ più semplici.
Quando Dio ha creato l’uomo ha detto una cosa il sesto giorno: “Non è bene che l’uomo sia solo. Facciamo l’uomo”. Non è che ha detto “Adesso faccio l’uomo”. Ha detto: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”. Erano in tre all’origine: il Padre, il Verbo e lo Spirito Santo. Quindi quando noi diciamo che l’uomo è fatto ad immagine e somiglianza di Dio, vuol dire che noi ci portiamo iscritto dentro di noi questa matrice, questo carattere che si chiama comunione, ce l’abbiamo dentro. Quindi noi veniamo da una comunione.
Questa cosa dovrebbe cambiare completamente il modo in cui noi pensiamo a noi stessi. Quindi non vi dovete scandalizzare se quando siete da soli non riuscite a trovare compimento a voi stessi. È normale che sia così. Tu più ti ripieghi su te stesso e più non troverai il compimento di te. Più ti apri a una comunione, più realizzi il tuo essere.
E poi Dio ha detto “Facciamo la donna”. Però prima di fare questo ha iniziato a portare tutti gli esseri viventi ad Adamo per vedere, dice la Bibbia, come li avrebbe chiamati. Allora arriva un leone, che però non si chiamava leone poiché era solo una bestia, e Dio chiede ad Adamo come lo volesse chiamare. E Adamo risponde “leone”. Così anche per la scimmia e tanti altri animali… Poi arriva la donna e lui, Adamo, quando la vede dice: “Questa, finalmente, è ossa delle mie ossa e carne della mia carne. La si chiamerà donna”. Cioè, il momento in cui il cuore di Adamo esulta è quando vede un altro essere vivente, un’altra persona, capace di entrare in relazione con lui. Questo ve lo dovete memorizzare bene in testa: noi veniamo dalla comunione e siamo fatti per la comunione. Questo vi servirà sempre nella vita. Ad esempio, quando vi sposerete (questo le coppie devono ricordarselo sempre), la realizzazione di chi si sposa, e in generale dell’uomo, non va cercata fuori dal matrimonio, ma va cercata dentro il matrimonio. Questo vale anche per me. La realizzazione della mia vita non va cercata fuori dalla mia vocazione, fuori dalla mia casa, ma va cercata dentro la mia casa sacerdotale. Non in incarichi, successi, eccetera, ma in quella comunione che Dio mi ha dato. Questo vale per tutto. Se uno pensasse di dover arrivare da solo alla realizzazione di sé stesso sarebbe sempre deluso. Ecco perché è importante, quando uno è ripiegato su di sé, trovare le energie e farsi aiutare per rientrare dentro una comunione. Ad esempio, io arrivo qua la sera sempre stanco, sempre preoccupato, poi guardo i vostri volti e mi riposo. Dico “ok, sono in mezzo a voi”.
Il mondo di oggi ti dice l’esatto contrario. Il mondo di oggi ti dice che tu ce la devi fare da solo, non devi chiedere aiuto. Questa è una schizofrenia perché la nostra natura è un’altra. Questo ci manda fuori fase. Siamo schizofrenici.
Finora abbiam detto che veniamo da una comunione e siamo fatti per essa. Ma c’è anche una parte negativa che si chiama peccato originale. Sapete cosa è il peccato originale? È il segno della disobbedienza in cui l’uomo decide da solo che la sua realizzazione non sta in una relazione con Dio, ma sta in quello che pensa lui sia giusto. Infatti, il primo peccato che l’uomo ha commesso dopo il peccato originale è un fratricidio: Caino uccide Abele. Dopo che l’uomo ha commesso questo peccato i rapporti tra di noi sono diventati complicati. Tutti i rapporti umani sono segnati da questo peccato, dal peccato originale. Per cui tu inizi a sentire l’altro non come un compagno di viaggio, ma come un nemico. A un certo punto non ci si capisce nelle relazioni, diventano faticose, diventano difficoltose, subentra la gelosia, l’invidia, l’esclusione, la mormorazione, la recriminazione. Subentra la misura, quanto ho fatto io e quanto fa lui. Questo non accade perché uno è fatto male o perché non capisce. Questo è così perché c’è come questa conseguenza del peccato originale che fa sì che i rapporti tra di noi sono tutti complicati. Sono anche belli, infatti ho detto che delle volte sentiamo la bellezza di questi rapporti. Noi ci portiamo dentro sia una memoria positiva di come era bello quando stavamo assieme, sia una memoria negativa, di tutte le difficoltà dell’essere assieme.
Non solo a Caino e Abele. I fratelli di Giuseppe prima lo buttano in una cisterna e poi lo vendono. Mosè e Aronne litigano. Giacobbe e Esaù litigano per chi dovrà essere il primo. Quindi quello che voglio dire è questo: fin dall’inizio ci sono stati problemi relazionali. Che cosa ha fatto Gesù per guarirci da questa cosa? Per guarirci da queste difficoltà nelle relazioni, Gesù ha creato la Chiesa attraverso gli apostoli. Cioè fin da subito, quando è arrivato Gesù sulla Terra, ha deciso di fondare la Chiesa, cioè una comunità cristiana in cui poter fare esperienza di relazioni vere, significative, in cui gli uomini potessero imparare a vivere assieme nell’amore e a perdonarsi. Infatti, anche ai tempi di Gesù c’erano le gelosie e le invidie: i discepoli si parlavano dietro, facevano a gara ad essere i primi dentro la comunità cristiana dell’epoca. Pure quando c’era Gesù si parlavano dietro! E questo è ancora più grave perché lì c’era il figlio di Dio. Ma nonostante questo, grazie alla presenza di Gesù, che correggeva, perdonava, spiegava, insieme si rimettevano in cammino e si perdonavano tra di loro. La comunione tra di loro e con Gesù vinceva sempre.
Noi ce lo dimentichiamo spessissimo, ma la prima cosa che ci è successa quando siamo nati è che siamo stati messi dentro una famiglia, dritta o storta che sia! Gesù ci ha affidato una comunità: la famiglia. Poi siamo stati battezzati. È un dato di fatto, questa cosa non ve la toglierà più di dosso nessuno. Siete stati assegnati a una comunione. Tu sei stato assegnato attraverso il battesimo a una comunione. Vuol dire che non sei più solo. Poi ti ha fatto incontrare la parrocchia. E poi un gruppo di persone: insomma, grazie alla Chiesa noi possiamo vivere delle relazioni stabili in cui possiamo fare esperienza della comunione vera, grazie alla presenza di Gesù tra di noi.
Ora, vi faccio una distinzione importante. Perché andiamo in crisi noi nelle relazioni? Perché noi dividiamo le due cose. Cioè, una cosa è la comunione e un’altra è l’amicizia. Ad esempio, io sono amico del signore che viene a messa la domenica? No. È mio fratello? Sì. Questa cosa è importante capirla. Non siamo tutti amici. Se noi non capiamo questo, andiamo sempre fuori fase. Dio ci affida una comunità di fratelli e di sorelle, ed è la comunione di tutti i battezzati, che si chiama Chiesa. E non siamo tutti amici allo stesso modo, ma siamo tutti fratelli. Questa differenza tra comunione e amicizia riguarda tutti i battezzati, tutti gli esseri umani, direi, anche il barbone che sta fuori la chiesa. Quello è mio fratello perché condivide la mia stessa carne. Viene dal mio stesso Dio, dal mio stesso Padre, e io lo devo guardare in faccia per questo. Ma non è mio amico.
E poi ci sono gli amici. Gli amici sono una fioritura, un colore particolare della comunione. Tra tutti quanti, qua non è che siamo amici tutti allo stesso modo. Io alcuni li conosco da sei mesi, altri li conosco da dieci anni. È impossibile essere amici tutti allo stesso modo. Anche tra di voi, non è che siete tutti amici allo stesso modo, o sbaglio? Se avete la pretesa di essere amici tutti allo stesso modo, vi schiantate. Allora sì, siamo in comunione tutti, ma essere amici è un’altra cosa. È una coloritura particolare della fraternità. A che cosa serve l’amicizia? L’amicizia serve a farti vivere di più la comunione. Un’amicizia vera ti aiuta a guardare tutti come fratello e sorella. Tutti, se l’amicizia è vera! Se l’amicizia vi fa stare chiusi tra di voi a giudicare gli altri, non è un’amicizia vera. Tutti gli amici sono fratelli, ma non tutti i fratelli sono amici. La differenza è chiara? Ve la dovete stampare in testa.
Vi devo dire un’ultima cosa che ti cambia completamente il modo con cui tu puoi guardare gli altri. Io in questo momento dovrei inginocchiarmi davanti a voi. Sapete perché? Perché noi imparassimo a guardarci con apertura, con amore, abbiamo detto che Gesù ha fatto due cose. Ha fondato la Chiesa, ma ancora prima si è fatto uomo. Quindi vuol dire che in un certo modo qualcosa di Dio è presente in ciascuno di voi. Voi magari non lo sapete, non vi stimate neanche, pensate che questo non sia possibile. Ma io ci credo a questa cosa. È un giudizio di fede. Qualcosa di Dio è presente in ciascuno di voi. Io dovrei mettermi in ginocchio davanti a ogni essere umano che incontro. Come quando noi entriamo in una chiesa e c’è il Santissimo Sacramento esposto, c’è l’ostia, e tu ti metti in ginocchio. Come in ogni ostia del mondo c’è Gesù, lo stesso si può dire per ciascuno di voi. Perché da quando Gesù è diventato uomo, vuol dire che non c’è più niente che è estraneo a Lui e che Lui è presente in ogni uomo che noi incontriamo sul cammino. Qualcosa di Gesù è presente in te, che tu sia mio amico o no. E io dovrei mettermi in ginocchio davanti a te. E questo fa sì che tra di noi, se ci fosse questa coscienza, immaginate che cosa può voler dire andare a scuola, andare all’università, vivere i rapporti, le relazioni, avendo questo giudizio di fede: che in ogni uomo è presente un pezzo di Dio. Allora sì che fai il sacrificio di amare, di essere aperto, di chiedere perdono, di perdonare. Chi è l’altro per te? È un nemico da cui devi difenderti e che viene a turbare la tua tranquillità? Oppure l’altro è segno di Gesù che vuole essere accolto, vuole essere amato, vuole essere ascoltato? Perché se l’altro è segno di Cristo, allora tu ti metti in cammino verso di Lui e cerchi di ascoltarlo. Se invece l’altro è un nemico, gli farai sempre la guerra e dirai “quello non capisce niente”. Questo qui si chiama giudizio di fede: bisogna chiedere di vedere la presenza di Gesù nel fratello che hai accanto, devi proprio chiederlo. A volte sarà facile riconoscere la presenza di Gesù, come in alcune amicizie quando vanno molto bene. Delle altre volte è difficilissimo.
Domanda: la parola fratello non è considerata più “stretta” rispetto alla parola amico?
Risposta: No, perché i fratelli non li abbiamo scelti, mentre l’amico è più del fratello, perché devi continuamente sceglierlo. L’amicizia è divina perché il fine della nostra vita è l’amicizia con Dio; quindi, tutte le amicizie che vivi su questa terra sono l’anticipo dell’amicizia con Dio. Quando arriverai in Paradiso, l’amicizia con Dio sarà simile all’amicizia che tu stai vivendo qui in terra con queste persone. Ecco perché la parola amico è di più rispetto alla parola fratello. Il fratello sarà sempre tale, l’amicizia invece ti costringe delle volte a sceglierti di nuovo. Io decido di mischiare la mia vita con la tua, decido di ricominciare e superare le difficoltà. È molto di più la parola amico. Infatti Gesù, quando dice le ultime parole ai discepoli, dice: “Vi ho chiamati amici”.
Domanda: quindi se le persone hanno tanti amici comunque alla fine nasce una preferenza verso una certa persona?
Risposta: Esatto. Dovete immaginarvi la comunione come un prato: quella è la comunione. Siamo tutti fili d’erba. Poi c’è l’amicizia che è come alberi che nascono e sono pochi, saranno 4/5. Poi c’è ancora un’altra cosa che si chiama preferenza che è come un fiore che sta sulla punta dell’albero. Tra tutti gli amici tu sei il mio preferito. Anche Gesù aveva i preferiti, per Lui era Giovanni. Ma il punto non è la preferenza, è che noi poi, a causa del nostro peccato, trattiamo male anche le nostre preferenze perché pensiamo che siano esclusive. Invece le preferenze, anche nel Vangelo, sono sempre inclusive. Ad esempio, quando Gesù chiede a Simon Pietro: “Mi ami tu più di costoro?” (ovvero, “mi preferisci?”), Simone risponde: “Sì Signore, lo sai che ti voglio bene”. Gesù gli dice: “Pasci le mie pecorelle” e in questo senso la preferenza è sempre aperta a qualcosa. Non è mai esclusiva, “stiamo io e te e basta”. No, deve essere aperta a generare nuova vita. Siamo io e te, siamo assieme, e ci prendiamo cura anche degli altri.
Quindi i passaggi sono questi: comunione, amicizia, preferenza. La preferenza e l’amicizia devono aiutarti a vivere nella comunione. L’amicizia ti rimanda sempre a una comunione. Il problema è che vivere questa dimensione della comunione è difficile perché l’altro ha i difetti, ti fa soffrire. È questa qui la grande complessità. Allora tu devi decidere se metterti in cammino per crescere nell’amore e nell’accoglienza dell’altro oppure se chiuderti in te stesso e non guardare nemmeno in faccia gli altri.
Vorrei che vi rimanesse questo: Gesù ci affida a una comunione che per tutti è la comunione umana, per chi crede è la Chiesa e la Chiesa ha dei volti. In un certo senso, Gesù vi ha affidato a questa comunità, fatta di queste facce, in cui siamo tutti fratelli e ognuno di noi si porta dentro un pezzo della divinità.
Amicizia
Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia. L’altra volta abbiamo iniziato ad approfondire questa beatitudine, perché vogliamo educarci a vivere meglio i rapporti tra di noi, con tutte le persone che ci sono accanto e che incontriamo sul nostro cammino. Abbiamo detto che veniamo dalla comunione di Dio e che siamo fatti per la comunione: la nostra vita si compie solo quando siamo in comunione gli uni con gli altri, cioè quando le nostre relazioni sono sane, aperte. Abbiamo anche detto che la comunione (o fraternità, quello che voi chiamate “gruppo”), ovvero ogni fratello è per me occasione di amore.
Ora parliamo di una coloritura particolare della comunione. È come un punto in cui la comunione, la fraternità tra di noi, prende colore, forza particolare, una carica affettiva: si chiama amicizia. Definisco l’amicizia come quella particolare relazione umana in cui l’altra persona tu la senti, misteriosamente, più vicina. Vi ricordate? Tra i fratelli, tutti i fratelli, alcuni sono più vicini di altri: questo rapporto prende il nome di amicizia. Quello che era vero per le relazioni con tutti gli uomini, ora per gli amici è sommamente vero: gli amici sono la cosa più gratuita che ci possa essere e allo stesso tempo la cosa di cui non possiamo farne a meno; l’amicizia è la cosa che più ci fa soffrire e anche quella che più rende esaltante il cammino. Niente mi ha fatto gioire di più nella vita che percepire di essere insieme ad un altro mentre fai cose; niente mi ha fatto incazzare di più nella vita che le amicizie che ho avuto. Perché è così? Perché l’amicizia è così dirimente per noi essere umani (per gli animali no, mi spiace per gli animalisti). Ascoltatemi bene: è così perché il fine della nostra vita è amicizia, è Amicizia con Dio. Le amicizie che viviamo qui su questa terra (ognuno di voi pensi in questo preciso momento ad un amico), sono anticipo dell’amicizia con Dio. Ecco perché è così bello stare con quell’amico, perché è un anticipo. E quando soffri per colpa dell’amico o perché tu l’hai tradito, è perché stai rovinando qualcosa che è anticipo del divino. Ecco perché si rompe qualcosa nell’anima quando finisce un’amicizia.
Ora, potremmo parlare per ore di strategie, atti virtuosi, tecniche comunicative, per vivere meglio le nostre amicizie. Ma questo ci stuferebbe, a me stuferebbe subito. Siamo cristiani, discepoli di un solo Signore, Cristo Gesù, figli della Sua Chiesa. Dobbiamo allora imparare a vivere le amicizie, visto che sono così importanti, secondo le indicazioni di Cristo stesso.
C’è una frase di Gesù che più di tutte mi ha affascinato nell’ultimo periodo e che descrive, in modo sintetico, come poter vivere le amicizie. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Detta in italiano, questa frase di Gesù è un già sentito. Ma leggiamola in latino: maiorem hac dilectionem nemo habet, ut animam suam quis ponat pro amicis suis.
Innanzitutto vediamo che la traduzione di dare è ponat, cioè porre, mettere a disposizione. E cosa? Animam, cioè l’anima, le nostre facoltà interiori. Normalmente noi siamo preoccupati di cosa debba fare l’amico per noi affinché sia considerato tale, un buon amico. Normalmente, siamo preoccupati di prendere dall’amico attenzioni, tempo, affetto, riconoscimenti, energie, ascolto. Gesù capovolge la prospettiva. Innanzitutto l’amico sei tu. Desideri essere un buon amico? Impara a dare. È un porre la propria anima a disposizione dei tuoi amici. Non si tratta dunque di morire martiri, di sacrificare la vita come nei film per i tuoi amici. Gesù ci invita a mettere la nostra anima, cioè ad offrire, a porgere con semplicità, le nostre facoltà interiori ai nostri amici. E poi viene usata in latino la parola dilectionem, cioè questo amore, questa messa a disposizione di noi stessi non è istintiva o automatica, ma è qualcosa di pensato. Dilezione, de-eligere, infatti, dice di una scelta, io ti eleggo, ti preferisco, in modo pensato, ragionato, per mettere a disposizione la mia anima davanti a te. Certo, qui nasce sicuramente la vostra classica obiezione: “Sì, ok, ma anche io ho bisogno di essere ascoltato, accolto, consolato, ecc. ecc”. Sicuramente, ma è la prospettiva iniziale da capovolgere: se tutti iniziamo a fare così, se tra due amici tutti e due iniziano a fare così, sarà più facile accogliersi! Altrimenti ci si misura sempre. Domandiamoci: con i miei amici, sono più preoccupato di prendere o dare?
Tenete presente che Gesù ha vissuto così le sue amicizie. Gesù è Amico per eccellenza. Perché Egli ha sempre messo a disposizione la sua anima, fino alla fine. E infatti: chi è l’unico, l’unica persona che chiama “amico” nel Vangelo? Giuda! Capite? L’unico che chiama amico è colui che lo sta tradendo, lo sta fregando.
Vivendo così le amicizie, cioè, noi assomigliamo un po’ di più a Gesù. Anche qui: capite che per essere io buon amico devo attingere a colui che è Amico per eccellenza. Mangiando Cristo, nell’eucarestia (ecco perché facciamo adorazione), io imparo da lui ad essere un buon amico. Io non voglio che viviamo le amicizie così come le vive il mondo, che ti usa e poi ti scarta quando ti ha consumato. Io voglio che viviamo le amicizie così come Gesù ci ha insegnato. Domandiamoci: io prego per i miei amici o ho solo in mente le mie necessità?
I discepoli questo l’hanno capito bene. E sempre, dopo la risurrezione, hanno fatto di tutto per cercare quest’amico divino. L’hanno cercato e trovandolo si sono scoperti più amici. Tutte le amicizie cristiane, dopo la risurrezione, hanno in comune questo: la ricerca dell’amico divino.
L’esempio di questo, a mio avviso, è la famosa vicenda, dopo la resurrezione, della pesca miracoloso sul lago di Tiberiade, capitolo 21 di Giovanni. Dopo una notte insonne, carica di tristezza, questi amici, sette in tutto, vanno a pescare. La tristezza è accresciuta dalla pesca che va a vuoto, non prendono nulla. Il malumore serpeggia, la ruvidezza dei sentimenti è palpabile. Hanno perso di vista lo scopo del loro essere assieme, si sono ripiegati sulle cose da fare. E come spesso accade in queste circostanze, sono vittime del loro successo. Poi, di colpo, la voce di un uomo sulla spiaggia, la loro obbedienza immediata, talmente grande il fascino di quell’invito che forse avevano già sentito. La pesca miracolosa.
Giovanni è il primo a capire. Indica a tutti il Signore risorto. La gioia prende il sopravvento e Pietro, senza pensarci un minuto, si getta in mare mezzo nudo. Questa per me è l’icona dell’amicizia. Uno che indica all’altro Cristo, e l’altro senza pensarci un attimo si getta in mare. Pietro non è stato lì a pensare che lui, che è stato il prescelto da Gesù, non l’avesse riconosciuto. Non è stato a piangere sulle sue incapacità. Si è gettato. Noi siamo insieme per aiutarci ad indicare il Maestro, che è qui presente in mezzo a noi; siamo insieme per aiutarci ad indicarci la verità, la bellezza, la giustizia. Se in un’amicizia, due non si correggono mai vuol dire che c’è qualche problema! Se in un’amicizia uno non ha il coraggio di prendere l’altro e di dirgli: “guarda, stai attento! Guarda, forse puoi far così! ecc”. Se al centro di un’amicizia, in sintesi, c’è solo quanto l’altro dà a me allora finirà: se al centro di un’amicizia invece c’è una passione per ciò che è vero, giusto, bello, in sintesi Cristo stesso, allora è davvero un’amicizia matura.
I sette discepoli arrivano sulla spiaggia. Fanno fatica a trascinare la rete di 153 grossi pesci. Sono stupiti della pesca, ma ancor di più sono stupiti dal vedere la scena che c’è a riva. Quest’uomo, che tutti sanno essere il Signore risorto, ha preparato il fuoco e la brace. C’è del pesce con del pane (dove li aveva presi, poi?). Chiede ancora del pesce appena pescato, perché si sentano partecipi della cena. Venite a mangiare. Avevano già sentito quest’invito. Tante volte Gesù li invitava, in un luogo solitario, loro soli, a mangiare e parlare. Questa è una seconda icona dell’amicizia. Perché un’amicizia funzioni essa ha bisogno di spazi e di tempo per potersi comunicare. Un conversare tra amici, in cui ci si parla delle cose del Cielo e delle cose della Terra, perché si possa sprecare tempo gratis con gli amici e perché ci si possa sentir sostenuti da essi. Un’amicizia non è un hotel a 5 stelle dove tutto è già pronto; ma è una casa da costruire, abitare tra amici è un lavoro continuo, che ha bisogno di spazio e tempo di qualità.
Durante la cena Pietro e Gesù chiariscono qualcosa che avevano in sospeso. Sai, qualche tradimento era ancora sulla coscienza…Gesù, da buon amico, perdona e guarisce Pietro. I due si dicono parole di amore, di stima, di perdono. Dal perdono, offerto e accolto, nasce la Chiesa futura. Pasci le mie pecorelle. Anche questa è un’icona dell’amicizia, che ci trasmette la gioia del costruire insieme. Dal perdono donato e accolto nasce il desiderio di costruire insieme, di mettersi il gioco per il bene della Chiesa. Apertura dell’amicizia è primo passo per la costruzione.
Per cui, da questa scena nascono 3 domande che, secondo me, possono guidarvi nel giudicare le vostre amicizie:
- Tra amici, siete preoccupati di indicarvi il bene/male e, nel caso Top, Cristo stesso?
- Dedichi del tempo di qualità ai tuoi amici?
- Costruisci qualcosa con i tuoi amici?
Misericordia per sé stessi
Abbiamo parlato di comunione e amicizia, e abbiamo visto finora questi due punti importanti: il primo, che tutti i fratelli che ci sono stati messi accanto, tutti, portano dentro qualcosa di Dio. E per cui noi possiamo vivere il rapporto con loro, anche se faticoso, come un’opportunità per crescere nell’amore verso Dio e verso i fratelli. Poi, il secondo punto, abbiamo visto che tra tutti i fratelli ce ne sono alcuni che sono amici (l’amicizia è una coloritura particolare della comunione). E abbiamo anche detto che per vivere bene le amicizie è necessario che innanzitutto io mi consideri amico e metta la mia anima a disposizione dei miei amici.
[Differenza amicizia e comunione] Una di voi ha scritto: Un esempio di amicizia profonda è Anita (nome di fantasia): con lei sento di avere tutte le caratteristiche di amicizia elencate: perdiamo tempo assieme, ci correggiamo. Quando sono con lei è come se lei fosse una sorella di sangue. Vorrei riuscire a coltivare altre amicizie così ma sento di ricevere solo porte in faccia e che l’altra persona non voglia.
Ora vediamo l’ultimo punto di questo trittico: c’è un segreto per vivere bene le relazioni? Cosa possiamo fare per vivere le relazioni con apertura e maturità? Senza cadere nella mormorazione, nella critica, nelle gelosie o invidie? Io ho capito questo – e Gesù me lo ha confermato nel Vangelo – che se non c’è una custodia della propria anima, è impossibile vivere con maturità le relazioni. E per me maturità vuol dire imparare a perdonarsi. Voglio leggere con voi questa parabola di Gesù perché secondo me spiega bene quello che voglio dire. Pietro ha appena domandato a Gesù: Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte? E badate che a Pietro, un simile numero, sembra già eccessivo! E Gesù gli rispose: Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Già qui abbiamo un primo indizio: gli ordini di grandezza di Gesù sono completamente diversi dai nostri, soprattutto quando si parla di perdono: 70 volte 7 vuol dire sempre.
E poi Gesù inizia a raccontare la parabola. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. C’è un re, Gesù, che regola conti con tutti i servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Un tale gli doveva diecimila talenti. Ora, un talento, uno solo, all’epoca di Gesù, equivaleva circa a 30/40 kg di metallo prezioso, di solito oro o argento. Quindi, diciamo che il debito di questo tale si aggirava circa a 340 tonnellate d’oro, pari a circa 20 miliardi di euro. La cifra, dunque, lo capite da soli, è esorbitante. Vuol dire che questa persona, non sarebbe mai riuscita a saldare il suo debito. Eppure, coraggioso, forse a causa della famiglia che non voleva perdere, supplica il re, e lo fa mentendo spudoratamente. Ti restituirò ogni cosa: è una falsità, non avrebbe mai potuto saldare questo debito. Il Re lo sa perfettamente, ma nonostante il debito enorme, nonostante la bugia grossa come una casa: Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Gesù fa prevalere i sentimenti sui conti: ebbe compassione. Cosa stanno a significare questi diecimila talenti? E cosa significa che non possiamo ripagarli? Non ci basterebbe lavorare una vita intera per ripagare i doni che Dio ci ha fatto. Si tratta, cioè, di quei doni che non abbiamo fatto nulla per avere e per cui non è stato richiesto un pagamento: il dono della vita, noi in questo momento stiamo vivendo, il cuore batte, il sangue circola nelle vene, ci rendiamo conto di ciò che ci sta intorno: stiamo facendo qualcosa che meritarci tutto questo? Oppure la bellezza e sì, anche la drammaticità dei nostri sentimenti, l’aria che respiriamo, i colori della natura, i sorrisi dei bambini, la bellezza dell’arte e della musica, la diversità dei colori, ma anche più semplicemente un albero. Tutto questo ci è stato dato e condonato. E non ci è stato chiesto nulla in cambio, se non accettarli, accoglierli. Domandiamoci: quanto vivo con coscienza che la vita che ho è un dono? Qual è il dono più prezioso che ti è stato fatto e che non senti di meritare?
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Cento denari sono una cifra irrisoria rispetto ai diecimila talenti. Sarebbero bastati 100 giorni di lavoro. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. È incredibile. Per molto meno di quanto è stato donato e perdonato a noi, siamo pronti a strozzare i nostri fratelli, a sottolineare i loro debiti nei nostri confronti. E badate, questo secondo servo usa le stesse parole che il primo aveva usato con il re. E questo primo servo non ha memoria, non ricorda nulla, ma guarda solo quello che gli è dovuto. Non è cosciente di quanto è stato dato per la sua salvezza e per la sua felicità. Non si ricorda della compassione che è stata usata con lui. Non si tratta, dunque, solo di saper imitare esteriormente il re, nelle parole e nei fatti, ma di avere in noi il perdono di Dio: se l’abbiamo in noi, allora possiamo scambiarcelo. Ti amo, e ti perdono, con quell’amore con cui io sono amato e perdonato. Se è in noi questa memoria positiva del bene che abbiamo ricevuto allora è più facile scambiarcelo. Se in noi c’è questa memoria di quanto la nostra miseria è abbracciata continuamente da Dio, allora potremo avere in noi questo sguardo di bene e consegnarlo anche agli altri. Se invece in noi c’è questo sguardo di calcolo, di recriminazione sulla nostra vita, lo avremo anche sugli altri. Allora, una strada che voglio segnalarvi è la memoria del bene ricevuto, la memoria dei diecimila talenti che ci sono stati donati. Domandiamoci: sono uno che “tiene il conto” di quanto fanno gli altri? Li guardo con calcolo?
Coltivare questi pensieri di bene, nella strada del perdono, è un cammino. Dobbiamo essere sinceri e dirci che non siamo ancora dei buoni cristiani che sanno perdonare. Facciamo fatica anche solo a sopportare le molestie di chi ci sta accanto, i loro difetti e le loro debolezze. Anche solo non parlare male di alcuni a volte è una grande fatica. E ancor prima della parola, c’è il pensiero che inquina il nostro cuore. Magari fuori siamo persone silenziose, e sembra quasi che sappiamo sopportare pazientemente. Ma poi nel nostro cuore abbiamo la guerra. C’è come un tribunale interiore, tanto più severo perché più nascosto, che ognuno di noi coltiva interiormente. Ed è su questo tribunale, la nostra anima, che noi dobbiamo vigilare. Si tratta di custodire il nostro cuore, come sorgente da cui poi escono pensieri e parole. Custodire, cioè donarlo a Dio: noi Gli diamo il nostro cuore ferito, anche la nostra psiche, le nostre difficoltà, le nostre mormorazioni, e Lui ci dona in cambio lo Spirito Santo che ci fa far memoria del bene ricevuto e ci permette di ricominciare. Domandiamoci: tu custodisci il tuo cuore? Oppure lasci che i pensieri negativi entrino dentro di te?
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Se tu vivi di questa misericordia che ti è stata fatta nella vita, e la custodisci nel tuo cuore, allora puoi trasmetterla, e trasmettendola agli altri la rivivi tu. Sei come tirato dentro questo fiume di perdono e vivi nell’amore e nella pace.
