«Gesù salì sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle, ed essi andarono da lui. Ne costituì dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demoni» (Mc 3,13-14).
Lo scopo di questa lezione è offrire un’immagine sintetica del cammino che vogliamo fare assieme quest’anno. Il centro della nostra vita è Gesù Cristo. Non è la casa dei sacerdoti, le famiglie, i giovani, le opere, i problemi da affrontare. È Gesù. È Lui l’iniziatore della nostra fede, è Lui che la porta a perfezione, senza di Lui non possiamo fare nulla. In questo cammino che vogliamo fare per mettere al centro della nostra vita Gesù, ci faremo guidare da questi due versetti del vangelo di Marco. Partendo da questa frase del Vangelo si può fare un momento di silenzio per ritrovare sé stessi, per chiedersi in che direzione si sta andando, perché facciamo le cose tutti i giorni, perché ci alziamo la mattina, perché ci affatichiamo.
1. Gesù ci chiama in una compagnia
Ne costituì dodici
Gesù ha sempre vissuto dentro una comunità. Prima per trent’anni nella comunità familiare con Maria e Giuseppe, poi Giuseppe è morto e Gesù è rimasto solo con la mamma. Anche dopo, tranne i 40 giorni che ha passato nel deserto da solo, ha sempre vissuto con dei fratelli.
Anche noi viviamo in una comunità. Da qui il titolo “Chiamati a vivere assieme”. Il primo scopo della nostra vita non è fare delle attività, è vivere assieme. È nella vita comune che sperimentiamo la bellezza di non essere da soli, del libero ritrovarsi tra le famiglie, delle amicizie. Ciò che ci attira è poter trovare una casa. Tutti desideriamo avere una casa, senza la quale non si può vivere. La casa, che per molti è questa comunità, è «il luogo in cui vengono guarite le proprie ferite e si impara a guarire le ferite degli altri». Questa frase è stata ripetuta e scritta molte volte da Don Massimo Camisasca, ma è detta da persone che vivono questa esperienza anche se non hanno mai letto o ascoltato Don Massimo. Questo è il cuore della nostra vita, è un’esperienza a cui si arriva vivendo una vita comune.
La testimonianza di una ragazza di seconda media durante un ritiro delle cresime mostra bene cosa significhi che questo luogo sia una casa. Alla domanda su cosa le sia piaciuto di più e di meno in sette anni di catechismo, ha risposto:
Mi è piaciuto tutto, non ho dubbi su questo! Tutte le volte che venivo qui sapevo di poter essere solamente io. Sapevo che se avessi voluto parlare con qualcuno, mi avrebbe ascoltato. Questo posto è sempre stato come una seconda casa per me, e non per il fatto che sia composto di stanze chiuse da muri, ma per il semplice fatto che ci sono persone che conosco, persone con cui so di potermi aprire senza essere giudicata.
Questa è una casa! E lo è per opera di Gesù. Mentre i sacerdoti si ingegnavano a studiare come trasformare l’oratorio in una casa, Gesù stava già facendo la sua casa. Per questa ragazza, infatti, l’oratorio era già una casa. Ma non è la sola. È così per molti bambini, che preferiscono passare il tempo in oratorio stando con gli amici che altrove. Ad esempio, ci sono bambini che hanno frequentato l’Estate Ragazzi a Santa Giulia ma hanno trascorso anche periodi in altri posti: in montagna, in centri con piscina, in posti più belli dell’oratorio. Quando gli è stato chiesto che cosa gli fosse piaciuto di più la risposta è stata: «L’oratorio, perché lì ci sentiamo a casa».
La casa è dove ci si può guardare in faccia. Nel mondo ipertecnologico, dove tutto è organizzato e standardizzato, sta venendo meno la percezione che siamo delle persone. Ci sentiamo persone quando incontriamo qualcuno che ci guarda in faccia, ci guarda negli occhi e ci ascolta. Non siamo ridotti a essere un componente di un sistema, di un meccanismo che funziona per un obiettivo.
Certo, non sempre nella casa si è in grado di accogliersi. Ad esempio, tra marito e moglie a volte non ci si accoglie, perché siamo fragili, siamo debòli, abbiamo tante preoccupazioni, perché pecchiamo. Però la casa rimane il cuore della nostra vita e una casa come quella descritta dalla ragazza è ciò che desideriamo vivere a casa nostra. Se non desideriamo vivere quello che si vive in parrocchia nella nostra casa, è inutile venire qui. È necessario almeno avere questo desiderio e provare. Magari poi non ci riusciamo, perché la riuscita non è nelle nostre mani. Però dobbiamo almeno provarci e riprovarci senza demordere, ripartendo sempre.
La piccola regola di vita per le famiglie è nata proprio perché quello che si vive in parrocchia si possa vivere nella propria casa. Ed è necessaria tantissima ironia: sbagliamo mille volte tutti i giorni ma poi ricominciamo chiedendo aiuto e invocando la misericordia di Dio. Poi ci confessiamo e andiamo avanti con gioia, sapendo che la perfezione la raggiungeremo solo in Paradiso.
Da dove nasce, da dove arriva nella nostra vita una casa, la compagnia che ci ha tolto dalla solitudine?
Nasce da Gesù. Gesù che ha iniziato a vivere con dodici pescatori ignoranti, peccatori e debòli, proprio come noi. Dice San Paolo: «Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti e perché nessuno abbia a vantarsi davanti a Dio».
Vivendo con gli apostoli Gesù ha tentato di liberarli dall’orgoglio spirituale. Gesù, il miglior educatore della storia del mondo, nei suoi tre anni di vita con loro, su questo punto ha fallito miseramente. Gli apostoli hanno capito l’insegnamento di Gesù sull’umiltà solo quando lo hanno abbandonato tutti, solo quando Gesù è morto in croce. Solo in quel momento hanno capito e sono entrati nell’umiltà. Prima di allora, il cercare di liberarli dall’orgoglio spirituale non ha avuto successo. Questo significa che la nostra educazione sarà sempre perfettibile, perché noi rimaniamo dei peccatori. Nella Chiesa ci sono, a parte pochi santi, tutti peccatori come noi.
Tuttavia, Gesù va a vivere con questi dodici apostoli. Perché? Perché viveva in una casa: una casa vagante, sempre aperta, che accoglieva tutti. Una casa costituita con dodici persone perché Gesù essendosi fatto uomo, avendo abbracciato i limiti del tempo e dello spazio, non poteva vivere con tutti contemporaneamente. Per questo il cuore della parrocchia è una casa, la nostra casa, le vostre case. Perché la casa non è un luogo dove si fanno attività, la casa è dove si sta insieme, dove ognuno può stare con delle persone, che ci sono date, perché altrimenti saremmo soli.
2. Stare con Gesù e lasciarsi amare da Lui
Perché stessero con lui
Perché Gesù va a vivere con gli apostoli? Costituisce una casa con loro?
Il passo del Vangelo dice: «chiamò a sé quelli che egli volle, ed essi andarono da lui. Ne costituì dodici che stessero con lui». Gesù ci chiama per stare con Lui. Prima di insegnarci cosa fare, prima di aspettarsi che mettiamo in pratica ciò che ci dice, prima di tutto, Gesù vuole solo stare con noi.
Allora dobbiamo domandarci come possiamo concretamente stare con Gesù? Come possiamo ospitarlo nella nostra casa?
Ci possono aiutare due frasi che Santa Teresa di Calcutta ripeteva alle sue suore.
«Sono convinto dell’amore di Gesù per me e del mio per lui? Gesù vuole vivere con noi un rapporto d’amore. Questa convinzione è come la luce del sole che fa crescere la linfa della vita e fa fiorire i boccioli della santità. Questa convinzione è la roccia su cui si costruisce la santità».
«Il demonio potrebbe usare le ferite della vita, e tutti noi siamo feriti, e talvolta i nostri stessi errori per portarvi a credere che è impossibile che Gesù vi ami realmente, che realmente voglia rimanere unito a voi, questo è un pericolo per tutti noi, ed è così triste perché è assolutamente il contrario di quello che Gesù desidera e sta aspettando di dirvi. Lui vi ama sempre anche quando non vi sentite degni».
Gli apostoli stavano con Gesù perché si sentivano amati da Lui non per cambiare il mondo. Uno degli apostoli a un certo punto ha avuto un progetto di rinnovamento del mondo ed è finito male. Anche gli altri avevano i loro programmi di riforma del mondo ma alla fine anteponevano sempre a questi progetti il più profondo desiderio di stare con Gesù. Questo era il loro pensiero dominante. Noi spendiamo tantissimo tempo per considerare cosa abbiamo fatto di giusto e sbagliato, anche cristianamente parlando. Ma è una tentazione. Santa Teresa passava la vita ad aiutare materialmente i poveri, ma anche lei ha vissuto questa tentazione di ripiegarsi su di sé, di fare dei bilanci, di sentirsi degna. Però tornava sempre al centro che non erano le sue opere di carità, ma l’amore che Gesù aveva per lei. Da lì veniva tutta la sua forza.
Per sentire l’amore di Gesù, per stare con Lui e amarlo ci sono molte possibilità: l’Adorazione, la Messa, la Confessione, il silenzio, la preghiera, la meditazione della scrittura e delle vite dei santi, ecc. Quando si inizia anche minimamente ad assaporare questo amore, se ne vuole di più. Ad esempio nell’adorazione. Che cos’è? È semplicemente stare davanti all’ostia consacrata. Perché alcuni sono attratti dall’Adorazione? Perché sperimentano su di sé questo sguardo di amore di Gesù. La testimonianza di una mamma:
Vado dietro a tremila cose, mi chiedo se ce la farò, se sono brava con i figli, se li ho educati bene, se tratto male mio marito. Però poi mi metto lì davanti alla ostia consacrata e capisco che Gesù mi ama così come sono, lo intuisco, lo sento perché neanche si capisce.
Si potrebbe obiettare che la vita spirituale in Chiesa, in parrocchia, è molto bella e sentiamo che Gesù ci ama, ma il mondo fuori è un’altra cosa. Cosa c’entra l’amore di Gesù che sperimentiamo nella liturgia con la vita fuori? Per rispondere fermiamoci su cosa dice una studentessa che in prima superiore in un compito ha scritto queste parole:
Non mi sento né voluta né desiderata. Delle persone potrebbero credere il contrario, ma è perché ognuno ha la sua opinione su ciò che si deve vivere per sentire la propria esistenza necessaria.
Sono parole di una generazione di giovani che è cresciuta con il dubbio radicale di essere voluta. È cresciuta nel mondo della legge sull’aborto, dove si può venire a sapere che si ha avuto un fratello abortito, o che la propria madre aveva pensato di abortire. Questa cultura mina alla radice l’amore. Il nichilismo uccide. Noi però possiamo comunicare alle persone che incontriamo fuori dalla Chiesa, dalla parrocchia che c’è qualcuno che le ama. Possiamo comunicarlo alle persone che incontriamo fuori se per prima percepiamo questo amore su di noi.
Quindi la preghiera, il silenzio, i sacramenti – che sono il cuore della nostra vita – c’entrano con le persone che incontriamo fuori. Il memoriale di Cristo morto e risorto che riviviamo ogni domenica nella santa messa è il cuore infuocato della nostra vita, ma anche il cuore del mondo, c’entra con il collega che non crede e magari si ammala e teme di morire. C’entra perché le persone nel mondo si pongono a un certo punto la domanda: “ma se muoio?”. Un parrocchiano ha detto: «Io potrei essere chiamato a comparire davanti a Dio. Cosa gli dico? Che cosa ho fatto della mia vita?». Questo è il punto più radicale, più importante.
Il cuore della nostra casa è la liturgia, l’asse intorno al quale tutto gira. Una casa sana ha dentro di sé una liturgia. Dire la preghiera prima di mangiare, spegnere il cellulare a una certa ora. Senza una liturgia che dalla Chiesa arriva nella casa, la casa non resta unita. È una coabitazione per ridurre le spese. Trovare il momento e il modo di pregare che vada bene nella casa non è scontato. Per anni abbiamo pensato a come fare un momento di preghiera per i ragazzi che vengono a studiare da noi e abbiamo quasi sempre fallito. Adesso abbiamo proposto di recitare l’Angelus alle 5.30, quando si fa merenda. Tutti arrivano e si fermano. Si recita l’Angelus e c’è un momento di silenzio. Anche con i bambini più piccoli si recita l’Angelus e c’è silenzio. Si prega veramente, è una liturgia che investe la vita di tutti. Ma noi non vogliamo solo essere soggetti passivi dell’amore di Gesù, vogliamo riamarlo e lui stesso ci invita a farlo. L’amore vero è sempre un cerchio in cui si dona e si riceve.
Per capire cosa significa amare pensiamo a come si vede che una persona vuole bene a un’altra. Si vede da tante cose, ma in modo particolare, se ascolta ciò che gli dice. Se stimiamo una persona, ascoltiamo che cosa ci dice. Ecco come l’educazione al silenzio investe la vita di una casa. La persona che parla è infinitamente di più di quello che dice. Il marito, la moglie, il figlio sono molto di più delle loro parole, ma se si vuole stare davanti a uno di loro si deve prestare attenzione a ciò che dice. Nello stesso modo, stare con Gesù è stare davanti alla Sua presenza, è sperimentare la gioia della sua compagnia (Iesù dulcis praesentia) ma anche ascoltare la Sua parola. È Lui il maestro. Non lo sono i sacerdoti. Noi siamo tutti suoi discepoli. In questo siamo tutti perfettamente uguali.
Per ascoltare la Sua parola basta fermarsi su ciò che ci colpisce, una frase di un salmo, una parola del Vangelo, non c’è bisogno di molto. A questo proposito, Madeleine Delbrêl, una laica consacrata francese che ha vissuto in un quartiere ateo di operai poveri, scrive:
Chi lascia penetrare in sé una sola parola del Signore, una sola, e lascia che essa si compia nella sua vita conosce il Vangelo più di colui il cui impegno resterà meditazione astratta o considerazione storica. Il Vangelo non è fatto per spiriti in cerca di idee, è fatto per discepoli che vogliono obbedire. Quella che ci è chiesta è una obbedienza da bambino ritornato alla sua ignoranza radicale di creatura e al suo accecamento universale il peccatore.
Una sola parola. San Tommaso diceva: «la vecchietta che sa tre parole di catechismo per la sua Fede sa più di me».
L’obiettivo di questi nostri raduni è arrivare a proporre una strada possibile per tutti. Il primo punto è, come detto, vivere un’amicizia con altri, avere dei compagni, dei fratelli. Tutti lo possono fare, è possibile per tutti. Il secondo punto è stare con Gesù, ossia pregare, fare silenzio, recitare un Rosario o una decina del Rosario. Mettere al centro della nostra settimana la santa messa, questo fiume di grazia che piove dal cielo. Anche questo può essere fatto da tutti. Alcuni non hanno tempo, hanno una vita molto piena. Qualcuno può pensare: “facile dire fate un’ora di silenzio, se sei un prete”. Ma molti trovano tempo e modi pur nella vita incasinata. Una mamma di tre figli, di cui uno neonato, riesce a leggere il Vangelo quando allatta. Un padre di due ragazzi ascolta le canzoni di Taizé mentre monta i cancelli e così prega. Una ragazza al mattino, mentre va al lavoro, ascolta le meditazioni di una badessa benedettina che commenta le letture del giorno.
Possiamo trovare molti modi per ascoltare. Se però non facciamo penetrare una parola e la facciamo andare nella profondità di noi stessi siamo solo sommersi da informazioni, anche se sono informazioni spirituali. Dobbiamo lasciarci colpire da una parola, lasciarla andare in profondità in noi. Come un seme. Il seme cresce quando c’è il sole. Per noi il sole è l’amore di Gesù, che fa crescere. Ma cresce anche quando non c’è sole, anche di notte, quando Gesù non lo vediamo e il suo amore non lo sentiamo, cresce sempre. Come cresce il seme l’agricoltore stesso non lo sa, come cresce questa parrocchia, come parroco, non lo so. E se cerco di capirlo non ci arrivo, così come cresce il regno di Dio in me, non lo so. Ma cresce per virtù propria come il seme, certo bisogna annaffiarlo.
Il secondo punto – stare con Gesù pregando – è una proposta per tutti. Non solo per chi ha interessi religiosi o non sa come usare il suo tempo. Chi non ha abbastanza tempo per dire: «O Dio vieni a salvarmi. Signore vieni presto in mio aiuto»? C’è qualcuno che non si arrabbia mai e non dice parolacce? Forse qualcuno c’è, ma tutti gli altri quando si arrabbiano possono dire anziché le parolacce l’invocazione «O Dio vieni a salvarmi. Signore vieni presto in mio aiuto». Magari continueranno per tanto tempo a dire le parolacce, ma poi, piano piano, inizieranno quando sbagliano, quando si arrabbiano, quando sono tristi a dire «O Dio vieni a salvarmi. Signore vieni presto in mio aiuto». E così l’ira e gli errori diventano una strada a Dio.
Tante volte, poi, ci manca il silenzio perché non ce lo prendiamo. Possiamo farlo mentre andiamo al lavoro, mentre torniamo, mentre saliamo le scale, dopo aver messo a letto i bambini, il sabato, la domenica. Tutti i rumori che ci circondano fanno molto meno baccano del riverbero delle cose in noi stessi. L’assenza di silenzio è dentro di noi. Dobbiamo prenderci quei piccoli spazi di silenzio che il Signore ci dà durante la giornata. Gli incontri in parrocchia sono momenti più lunghi per ascoltare, per fare silenzio, insieme, per stare davanti a Lui. E se si inizia a gustare la bellezza di questo, allora si inizia ad adoperarsi per avere più tempo: si prende un’ora, magari sabato o domenica, per fare silenzio. Due ragazzi che si preparano al matrimonio facendo silenzio arriverebbero a una grande profondità nel loro rapporto, imparerebbero ad ascoltarsi.
3. Chi è il missionario
E anche per mandarli a predicare
Dunque, come detto, il primo punto è che Gesù ci chiama in una compagnia. Tutti possono viverlo, anche chi non crede. Se una persona non crede in Dio ma gli piace la compagnia delle persone della parrocchia, stare in parrocchia. Il secondo passo è stare con Gesù, nei modi appena visti: venendo a Messa o dicendo spesso «O Dio vieni a salvarmi. Signore vieni presto in mio aiuto». E anche questo è alla portata di tutti. Poi, su questo punto, si può fare di più, e più si sta vicino a Gesù, più si sente il suo amore e si è contenti. Ma non bisogna misurarsi su questo, soprattutto è necessario imparare a non misurare noi stessi. Scacciamo l’ansia da prestazione dalla nostra vita spirituale che non è misurabile. Si può forse misurare l’amore?
L’ultimo punto riguarda la missione. Il Vangelo ci dice che Gesù «Ne costituì dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare». Tradizionalmente il testo è sempre stato riferito ai chierici e alle suore. Strettamente parlando il testo si riferisce alla vita apostolica, ma poiché ciò che Gesù vuole vivere con gli apostoli lo vuole vivere con tutti non è certamente sbagliato riferirlo a ogni battezzato. Sono stati gli apostoli a portare Gesù nel mondo, ma erano solo dodici vescovi, di cui uno papa, senza presbiteri. Sono stati i mercanti, gli esiliati, gli schiavi a portare nel mondo Gesù. Gesù dà a tutti un compito: la vita missionaria.
Chi è il missionario? Tutti possono essere missionari. Una persona della comunità ha detto: «io non sono capace di fare il missionario», ma può esserlo. Essere missionari è alla portata di tutti. Chi è il missionario? Il missionario è qualcuno che prega. Gesù pregava. Ha pregato prima di iniziare la sua missione, passando quaranta giorni nel deserto a pregare. Prima di allora ha pregato trent’anni nel silenzio della casa di Nazareth. Ma non solo. Prima di parlare alle folle, di incontrare le persone di giorno, pregava di notte. Prima di chiamare i discepoli, aveva passato la notte in preghiera. Possiamo farlo anche noi. Prima di parlare con nostro marito o nostra moglie possiamo dire un’Ave Maria. Possiamo pregare per la persona che dobbiamo incontrare, prima di incontrarla. Possiamo dire «O Dio vieni a salvarmi. Signore vieni presto in mio aiuto», affidando e offrendo l’esperienza che faremo a Dio. Questo può essere fatto da tutti. Il cuore della nostra missione è la preghiera.
Il cuore della nostra missione non è l’azione, il fare, ma è l’amare. Il missionario è qualcuno che ama. Si può essere missionari senza fare nulla, addirittura essendo imprigionati. Il libro “Libero tra le sbarre” racconta la vita del Vescovo vietnamita Van Thuan che ha passato tredici anni in prigione, di cui molti in isolamento, per la sua fede. Nella sua situazione Van Thuan ha convertito tutti i carcerieri che gli mettevano vicino. Si convertivano perché lui li amava. Erano persone che gli facevano del male e lui li perdonava e li amava tutti. Ecco il missionario, qualcuno che ama. Lo possono fare tutti. E lo si può fare insieme. Gesù manda i discepoli a due a due. Nel Vangelo è riportato che i discepoli sono sempre a coppie. «Scelse altri settantadue discepoli e li inviò a due a due». Questo è il segreto della comunità: le amicizie che vivete tra voi e che viviamo assieme. Quando ci si ama nella famiglia, si è missionari. Quando ci si ama cucinando insieme, si è missionari. Quando si fa qualsiasi cosa in parrocchia amandosi, si è missionari. Perché la bellezza di Gesù si manifesta nell’amore. «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri». Non c’è altro da fare.
Il missionario ama il prossimo, chiunque incontri. Si cerca di amare chi si incontra, lo si saluta, a volte non è un gran rapporto, ma si prova ad amare come si può. Non sempre ci si riesce.
Infine, il missionario è qualcuno che testimonia. Si può pensare che non si sia capaci di testimoniare, ma non è così. Basta che uno racconti quello che vive. Ad esempio, dicendo che dice il rosario. Se si sta dicendo il rosario per strada camminando, non è che si pensa a come fare la missione, si dice il rosario e basta. Magari qualcuno lo vede. Se alla domanda cosa fai la domenica, si risponde che si va a Messa o in parrocchia, si sta testimoniando. In alcuni casi può succedere che ci chiedano perché diciamo il rosario. Magari, come è successo, spieghiamo che è per sentire sempre l’amore di Dio. Come un bambino che ha paura del buio e vuole sempre essere con la mamma, così anche noi, come bambini, con il rosario siamo sempre con la nostra mamma celeste che ci aiuta.
Tante volte non sappiamo che parole dire e siamo angosciati. Ci chiediamo se abbiamo detto la parola giusta o sbagliata. Ma quando diciamo una parola di Gesù, dentro un rapporto di amore, siamo certi di non sbagliare. È giusta perché non è la nostra parola. Il testimone non dice la sua parola. Se si annunzia la parola del Vangelo, si è tranquilli, non c’è angoscia e non si sbaglia. E se questa parola, quando noi la lasciamo scendere in profondità in noi stessi – una singola parola o frase del Vangelo che ci ha colpito, letta o sentita a Messa – la possiamo ridire, rivissuta da noi e fatta nostra. Allora la testimonianza diventa credibile.
Questo non significa che la testimonianza venga accettata. In alcuni casi lo sarà in altri no. Ma la parola di Dio è viva ed efficace. Non è nostra e non sappiamo in che modi e tempi opererà, noi dobbiamo fare il nostro lavoro: seminare. Al resto penserà Dio. Questa è una grande liberazione.
Il valore assoluto della persona singola
Non mi è ancora del tutto chiaro cosa Dio ci stia chiedendo chiamando così tanti fratelli a prendere parte alla nostra comunità. Di una cosa però sono certo: dobbiamo sempre rimettere al centro e non dimenticare mai il valore della singola persona, per cui Gesù è morto in croce. Desidero pertanto lasciarvi un’ultima frase di madre Teresa perché possa costituire la stella polare del nostro cammino.
«Per poter amare una persona, dobbiamo entrare in stretto contatto con lei. Se aspettassimo di raggiungere molta gente, non ci raccapezzeremmo più e non saremmo mai in grado di manifestare amore e rispetto per la singola persona. Credo nel rapporto a tu per tu: per me ogni persona rappresenta Cristo e poiché c’è un solo Gesù quella persona in quel momento è l’unica al mondo».
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