Testimonianza di Adele e Valter, genitori di Pietro Schilirò
sulla guarigione miracolosa ottenuta per intercessione dei coniugi Martin
Maggio In Oratorio, 8 maggio 2026
Pietro Schilirò è nato il 25 maggio 2002 con una gravissima malformazione polmonare, ma è guarito inspiegabilmente dopo le preghiere di intercessione rivolte ai coniugi Louis e Zelia Martin, genitori di Santa Teresina di Lisieaux.
La beatificazione dei coniugi Martin è avvenuta il 19 ottobre 2008 grazie al riconoscimento della guarigione miracolosa del piccolo Pietro. Sono stati poi dichiarati santi il 18 ottobre 2015.
Introduzione
Questa sera abbiamo la gioia di avere con noi Adele e Walter, genitori di Pietro, la cui guarigione è stata riconosciuta dalla Chiesa come il segno decisivo per la canonizzazione dei coniugi Zelia e Luigi Martin, una coppia di sposi vissuta nella Francia di fine Ottocento.
I coniugi Martin sono una testimonianza luminosa di santità familiare. Luigi e Zelia Martin erano persone semplici e profondamente radicate nella fede; vissero il matrimonio innanzitutto come una strada verso Dio, come vocazione alla vera felicità.
Dal loro amore nacquero nove figli, di cui quattro morirono in tenera età. Le cinque figlie rimaste, tutte femmine, scelsero poi tutte la vita consacrata. Tra loro vi era Santa Teresa di Lisieux, conosciuta nel mondo come Santa Teresina di Gesù Bambino. La loro casa non era un luogo in cui la fede fosse qualcosa di astratto: chi legge i libri su di loro vede che la fede era un respiro della vita quotidiana. La preghiera, la vita comune, la carità vi trovavano posto naturale. Da questa esperienza nasce la «piccola via» di Santa Teresina: una strada di santità per tutti, fatta di amore, semplicità e fiducia totale e disarmante in Dio.
La grande novità della canonizzazione dei coniugi Martin, avvenuta nel 2015, è che per la prima volta nella storia della Chiesa è stata canonizzata una coppia di sposi, mostrando al mondo che la santità si vive anche dentro la vita matrimoniale e familiare, e che il matrimonio non è una vocazione di seconda classe. Commuove vedere come Zelia e Luigi si inseriscono nella lista degli sposi santi che conosciamo dal Vangelo: Anna e Gioacchino, Elisabetta e Zaccaria, e anche nella nostra comunità di Santa Giulia, dove ogni giovedì durante l’adorazione eucaristica preghiamo che anche perché i venerabili coniugi Giulia e Tancredi di Barolo possano un giorno essere riconosciuti come coppia di sposi santi.
Non si tratta di una via straordinaria: la santità è concreta, laica, costruita ogni giorno nel lavoro, nell’educazione dei figli, nella fedeltà reciproca, nelle prove e nel dolore. Il dolore ha attraversato profondamente anche la loro storia: hanno perso cinque figli piccoli, e Zelia si ammalò e morì a causa di n tumore, lasciando il marito Luigi e cinque figlie. Eppure hanno vissuto tutto con una fede semplice, nella comunione e nel rapporto vivo con Dio.
Questa sera ascolteremo una testimonianza che parla di una grazia miracolosa, grandissima, che entra nella vita e la cambia profondamente: non di colpo, ma lungo un cammino di fede in cui ci si sente accompagnati da Dio, presente, che ci prende per mano e cambia il nostro sguardo su tutto. Questo cammino, questa compagnia, è il cuore di ogni vocazione familiare. È il luogo in cui, dando spazio a Dio, ci si può lasciar toccare dalla sua grazia e dal suo amore.
Testimonianza
Adele: Siamo sempre molto emozionati quando dobbiamo raccontare ciò che ci è accaduto ormai ventiquattro anni fa. Quindi che il Signore ci voglia ancora qui oggi a raccontare quello che è accaduto nella nostra famiglia vuole dire che ha tante cose in serbo anche per voi. Noi vi raccontiamo di Pietro, che è il nostro quinto figlio, nato il 25 maggio del 2002. Tutto era andato bene durante la gravidanza, nulla faceva presagire invece che alla nascita sia stato immediatamente soccorso, intubato, e gli sia stato somministrato il 100% di ossigeno. La situazione è apparsa immediatamente molto grave e i medici, dopo già poche ore, disperavano di poterlo salvare, la situazione era molto grave. Tra crisi polmonari, crisi cardiache, non sapevano più cosa fare nonostante tutte le terapie massive. Ci chiedono il permesso di fare una biopsia polmonare per capire cosa avesse il bambino, per capire se c’era una qualche possibilità di fare una qualche terapia. Ci dicono anche, vista la condizione molto grave di Pietro, che se eravamo cristiani e volevamo battezzare Pietro, di farlo subito perché la sua situazione era al limite.
Chiediamo quindi a padre Antonio Sangalli, un carmelitano che a quel tempo viveva nel Carmelo di Monza, di venire a battezzare Pietro in terapia intensiva all’ospedale di Monza, anche per aiutarci a sostenere questo momento. Lui era nostro amico, ci seguiva come coppia, e ci dava veramente un grande aiuto. Lo invitiamo a venire in ospedale, lo andiamo a prendere al Carmelo con gli altri quattro figli e una ragazza in affido che avevamo in quel periodo. Nel salire in macchina lui ci fa dono di una immaginetta dei coniugi Martin (a quel tempo Luigi e Zelia Martin erano venerabili e Giovanni Paolo II aveva unito le due cause di beatificazione dicendo «li dobbiamo pregare insieme»), e ci dice: «Loro che hanno perso quattro figli in tenera età, chi meglio di loro può aiutarvi in questo cammino di dolore e di fatica per Pietro?». Con questo nel cuore andiamo in ospedale, gli viene amministrato il battesimo, in una situazione un po’ precaria e con qualche difficoltà dato che eravamo in terapia intensiva.
Subito dopo il battesimo ci aspettava il medico di guardia per ricevere il nostro consenso per fare la biopsia. Non volevamo acconsentire perché la situazione era peggiorata ulteriormente e noi a quel punto non volevamo acconsentire e ci sembrava un accanimento, una mera curiosità scientifica. Ma per l’insistenza di padre Antonio e del medico presente in quel momento, alla fine accettiamo. La biopsia viene fatta il giorno dopo e il chirurgo, uscendo dalla sala operatoria, ci dice: «Guardate, io non ho aggiunto niente di più a quella che è la gravità di vostro figlio, ma non ho potuto riconoscere un tessuto polmonare a occhio nudo, tanto era sovvertita la situazione di questo polmone. Comunque aspettiamo l’istologia e poi si deciderà il da farsi».
L’esito non tarda ad arrivare e la sera di due giorni dopo il medico di guardia ci comunica la brutta notizia: «purtroppo quello che ha vostro figlio è una sindrome contro la vita, ha una malformazione congenita, non si è completato il ciclo polmonare. Quindi per lui non c’è nessuna speranza, per cui la diagnosi è infausta e la prognosi è da poche ore a qualche giorno».
Voi capite bene come il nostro cuore fosse prostrato nel dolore. Quella sera stessa ci danno la possibilità di far salutare Pietro dai fratelli e riusciamo, dopo l’orario visite, a farglielo vedere. La situazione era veramente grave, e i medici non pensavano che potesse passare la notte, per darvi un’idea aveva già le mani nere.
Tornati a casa, come accadeva già da diverse sere, c’erano i nostri amici, la nostra fraternità, che si trovavano tutte le sere a dire il rosario con noi e i nostri figli. Raccontiamo loro quello che ci hanno detto i medici. Quando congediamo gli amici gli chiediamo di preparare i canti del funerale, perché ormai si parlava di questo. Non riusciamo a dormire, e quindi vegliamo in preghiera, prostrati nel dolore: una preghiera, una lacrima, un pianto. Ci aspettavamo che ci chiamassero da un momento all’altro.
Ma per noi quella notte è stata una notte di grazia, molto importante perché ci ha fatto fare un passo grande. Noi volevamo stare di fronte a quello che stava accadendo senza illusioni; per questo abbiamo chiesto di aiutarci con i canti del funerale, ma ci siamo resi conto in quella veglia che stavamo facendo un errore, che era quello di considerare l’esito che la scienza ci aveva dato come l’ultima parola sulla vita di Pietro. Invece, nel far memoria di chi eravamo noi —figli di un Padre buono che è il Signore della vita —ci siamo detti: abbiamo ancora una possibilità, che è semplicemente quella di domandare al Signore della vita che possa guarire Pietro, con la semplicità del bambino che domanda al papà, senza nessuna pretesa, solo con la certezza che se avesse voluto il Signore avrebbe potuto guarirlo, semplicemente perché era in suo potere.
Valter: Il mattino successivo siamo tornati in ospedale perché c’era la primaria del reparto che ci attendeva per darci l’esito ufficiale della biopsia. Ci ha ripetuto le stesse cose che il medico la sera prima ci aveva detto. E allora noi, memori della notte passata dentro questa rinnovata speranza, gli abbiamo detto questo: «Bene, se per la scienza non c’è più nulla da fare, allora noi chiediamo un miracolo per la guarigione di Pietro al Signore, attraverso l’intercessione dei coniugi Martin», che ci erano stati messi in mano in maniera un po’ misteriosa da padre Antonio.
Abbiamo quindi deciso di fare la novena che c’era dietro all’immaginetta, e offerto la possibilità di unirsi in preghiera con tutti quelli che volevano stare con noi. Dopo esserci congedati dal primario ci siamo avviati verso la stanza dove era ricoverato Pietro. Durante il tragitto in ospedale abbiamo incontrato un po’ di amici, infermieri, medici che conoscevamo e che ci chiedevano di Pietro, noi gli dicevamo «sta molto male» e loro ci chiedevano «come possiamo starvi vicini?». Da lì in poi abbiamo cominciato a distribuire questa immaginetta a tutti quelli che abbiamo incontrato. Abbiamo coinvolto veramente tutti, le persone della nostra famiglia, gli amici che erano intorno a noi.
Adele: Abbiamo allargato la proposta anche oltre: abbiamo diversi amici in diversi movimenti ecclesiali e le abbiamo distribuiti anche a loro, li abbiamo dati al lavoro, all’asilo, alle scuole degli altri figli, in parrocchia. Abbiamo iniziato a distribuirle, io ho preso un mazzetto di immaginette e ho suonato tutti i campanelli della mia via chiedendo di unirsi nella preghiera. Questa cosa ha un po’ sconvolto i nostri vicini, alcuni sapevo che non andavano più in chiesa e mi dicevano «sai che non vado in chiesa e vieni a chiedermi di pregare per tuo figlio? cosa vuoi che il Signore ascolti le mie preghiere, sono così lontana da tanto tempo?». Ma di fronte alla nostra richiesta, c’è stato da parte di tutti questo tornare a pregare, prima per Pietro e poi anche per sé. Nel tempo abbiamo saputo che questa domanda è arrivata in diverse parti d’Italia, e con il passaparola anche oltre i nostri confini, perfino in America, in Cambogia.
Questo per noi è stato il primo dono, abbiamo toccato con mano la bellezza di appartenere al popolo del Signore. Lo sapevamo anche prima di farne parte, ma vedere come questo cambia nella concretezza della vita: il sostegno che dà, non essere da soli anche davanti al dolore, a portarlo insieme; essere certi che anche in un momento di scoramento, di fatica, c’è un popolo che ti sostiene.
Valter: Intanto i giorni passavano, la situazione era sempre peggio. Tra l’altro in terapia intensiva noi non potevamo né accarezzarlo né toccarlo, perché appena ci avvicinavamo tutti gli strumenti impazzivano. Quindi il medico ha detto: «Non toccate, state lì in silenzio, non fate niente, non guardate neanche gli altri bambini». C’era una situazione abbastanza complicata, quindi star vicino a Pietro per noi era veramente difficile.
Ci è venuta in aiuto l’educazione che abbiamo ricevuto da ragazzi: cioè la preghiera e il canto sono l’unica cosa che potevamo fare con Pietro. Tu ti vorresti sostituire ma non lo puoi fare. E allora stavamo vicino a lui così, pregando e cantando in silenzio. Tra l’altro con i medici che passavano scuotendo la testa, pensando che era tutto inutile, dato che loro avevano la biopsia e sapevano bene cosa aveva Pietro. Per noi è stata una gran fatica, ma anche una gioia, stargli vicino così.
Adele: Ci sono momenti in cui non riesci neanche a trovare le parole per dire quello che hai nel cuore, e poter avere un canto che già dice quello che tu vorresti dire dà aiuto, consola tanto. Questo ci ha accompagnato nei successivi, quando la situazione di Pietro continuava a peggiorare, aveva crisi respiratorie, crisi cardiache. Hanno dovuto fargli dodici drenaggi polmonari, infatti adesso si porta le sue cicatrici, le vede sul corpo: le sue medaglie, al valore.
Alcuni medici ci dicevano che la nostra speranza stava facendo soffrire Pietro: loro avevano la diagnosi e non avevano nessun dubbio sul fatto che sarebbe morto, non aveva speranze di guarigione e il nostro chiedere di non arrendersi stava allungando la sua sofferenza. Sono arrivati perfino a dirmi che Pietro stava portando via il lettino a un bambino che invece ce l’avrebbe potuta fare. Eravamo in una condizione dove non capivamo più ciò che era giusto.
È arrivato a casa il testo degli esercizi spirituali di quell’anno. Io ero a termine di gravidanza e non avevo partecipato, ma era andato Walter, e c’era stato l’intervento di don Giussani che era intitolato «Donna non piangere» e parlava dell’incontro di Gesù con la vedova di Nain, a cui muore il figlio. Sembrava che Giussani avesse saputo della mia situazione e stesse parlando proprio a me. Ma la cosa che mi colpì nel testo, che io avevo davanti, è che diceva «c’è un destino buono per ciascuno di noi». Noi guardavamo Pietro e volevamo credere per fede che ci fosse un destino buono anche per lui, ma i nostri occhi facevano fatica a riconoscerlo. E lì abbiamo osato ancora di più: abbiamo chiesto al Signore che ci svelasse un po’ di questo destino buono, che era anche per Pietro, per sostenere noi di fronte a tutto questo dolore.
Mia sorella aveva in casa un libro con le lettere dal Carmelo di Santa Teresina di Lisieux, la figlia dei coniugi a cui noi stavamo chiedendo l’intercessione, dopo un paio di giorni ha preso questo libro chiedendo di trovare qualcosa che potesse aiutarci. Ha aperto il libro diremmo a caso, ma sappiamo bene chi conduce la storia, anche quella piccola: il libro si è aperto su una lettera che era intitolata «La vocazione del piccolo bambino». Nella forma poetica che usava Santa Teresa la lettera dice questo: «Sono incantata dal piccolo bambino, e colui che lo porta fra le braccia lo è ancora più di me. Com’è bella la vocazione del bambino: non è una missione che deve evangelizzare una sola missione, ma tutte le missioni. E come? Amando, dormendo, spargendo fiori a Gesù quando dorme. E allora Gesù prenderà questi fiori, darà loro un valore inestimabile e li spargerà a sua volta su tutte le rive e salverà le anime con i fiori, con l’amore del piccolo bambino che non vedrà nulla ma che sorriderà sempre anche attraverso le lacrime. Un bambino missionario e guerriero, che meraviglia». Questa è la lettera. Santa Teresina chiude la lettera chiamando il bambino «guerriero», e questo era il soprannome che noi avevamo dato a Pietro, perché stava combattendo la sua battaglia per la vita. Capite che per noi è stato proprio come leggere una dedica per lui.
Attraverso quella lettera il Signore ha risposto alla nostra domanda, perché diceva che quello che Pietro stava vivendo non era una sofferenza inutile, perché Gesù non faceva perdere nulla di quello che Pietro stava offrendo anche senza saperlo. Di fronte a questa vocazione, a questo compito —Gesù rendeva salvifica quella sofferenza e con quella salvava le anime, così come per noi è salvifica l’offerta di Gesù della sua vita — di fronte a questo abbiamo trovato la pace del cuore, con tutto il dolore, che è rimasto identico perché il dolore rimane, come per Gesù che ha sofferto davvero sulla croce. Il nostro cuore aveva trovato la pace perché di fronte a una vocazione così eravamo davanti a un compito che ci superava.
Valter: Intanto i giorni passavano. Abbiamo preso questa lettera e l’abbiamo attaccata sul lettino di Pietro, di fianco all’immaginetta dei Martin, anche per sostenere i medici e gli infermieri che si alternavano nelle cure di Pietro e che alle volte scuotevano la testa e non sapevano più cosa fare, per incoraggiarli, per dargli una speranza nuova.
Era già passato un mese, e la situazione era sempre peggio, tanto che il 26 e il 27 di giugno — tutte e due la mattina molto presto — veniamo chiamati dall’ospedale per correre al suo capezzale perché «sta per morire». Poi non si sa come ma si riprende, riescono a ripescarlo, non sanno neanche come, dalle crisi respiratorie e cardiache che ha. Il 28 giugno il primario ci convoca e ci dice: «Guardate, ormai siamo alla fine, per cui aspettatevi da un momento all’altro la morte».
Il 29 giugno, che è il giorno dei Santi Pietro e Paolo, ci rechiamo in ospedale, sempre al mattino presto, e ci viene incontro un’infermiera che con un grande sorriso ci dice: «Perché fate quella faccia?». E noi l’abbiamo guardata e le abbiamo detto: «Sei impazzita?». «No, perché per me qui questa notte è successo qualcosa di straordinario, e noi siamo rimasti senza parole, abbiamo visto che Pietro accennava di voler respirare da solo, gli abbiamo abbassato l’ossigeno al 70% e lui dava segni di respirare, aveva il 100% da quando era nato, era una perenne ipossia».
Tre giorni dopo lo estubano, tra la meraviglia. Ancora oggi mi vengono le vertigini a pensarlo, perché davvero era una cosa straordinaria, e nessuno si capacitava di cosa fosse successo. La lastra che gli facevano tutti i giorni — centinaia di lastre — il giorno prima, il 28 giugno, era opaca e quindi i polmoni erano tutti impregnati, il giorno dopo era trasparente e nessuno sa come spiegarlo.
Adele: Noi, che pur avevamo domandato il miracolo fin dall’inizio, di fronte a questo fatto provavamo una vertigine pazzesca, pur con tutta la gioia che potete immaginare. Perché era evidente, allora e con il passare degli anni sempre di più, che noi non abbiamo fatto niente per meritare questa guarigione. L’abbiamo solo domandata, abbiamo sperato contro ogni speranza.
E allora ci siamo detti: ma se il Signore ha guarito Pietro e non per merito nostro, vuol dire che questo fatto non ci appartiene, non appartiene alla nostra famiglia; vuol dire che il Signore, attraverso questa guarigione, vuole dire qualcosa a tutti, a ciascuno di voi. Allora abbiamo iniziato a guardare i fatti cercando di capire che cosa il Signore innanzitutto stesse dicendo a noi, oltre al dono di nostro figlio. E abbiamo visto queste due cose che condividiamo.
La prima è che con la guarigione di Pietro il Signore ha confermato quello che c’era scritto nella lettera di Santa Teresina.
Pensate all’episodio del Vangelo in cui Gesù è in una casa piena di gente, e fuori ci sono quattro persone che portano il loro amico paralitico, e che non riescono a passare, salgono sul tetto lo aprono e calano l’amico, e Gesù gli dice: «Ti sono rimessi i tuoi peccati». Questo è un miracolo che non si vede. La gente che era lì con Gesù lo vedeva ma non poteva neanche immaginare che fosse Figlio di Dio, e per un ebreo era evidentissimo che chi rimette i peccati è solo Dio. Gesù, che legge nei cuori, inizia a dialogare con loro e conclude dicendo: «Per dimostrarvi che ho il potere di rimettere i peccati, ti dico: alzati, prendi il tuo lettuccio e vai a casa». Quindi ha fatto vedere un miracolo visibile con gli occhi per dimostrare l’altro.
Per noi la guarigione di Pietro (un miracolo visibile) ha avuto questo significato: la certezza che nessun dolore è sprecato, che tutto è preso da Gesù per la salvezza delle anime (un miracolo invisibile). Poi ci siamo detti: se questo dono di dar valore al dolore è possibile per un bambino che non sa neanche di offrirlo, anche noi abbiamo la possibilità di dare senso alle nostre fatiche, ai nostri dolori; abbiamo la possibilità di offrirli per i nostri amici che hanno bisogno, per i cristiani perseguitati, perché finisca presto la guerra. Allora tutto diventa portabile: anche un dolore che non vorremmo, anche una fatica che ci pesa, ma se noi la mettiamo nelle mani di Gesù, sappiamo che anche noi contribuiremo alla salvezza delle anime. Poi magari qualcosa il Signore ci fa vedere anche oggi dell’effetto che ha la nostra offerta. Ma per il resto abbiamo tutto il tempo del paradiso, per capire in che cosa abbiamo fatto noi un pezzettino, in che cosa abbiamo aiutato affinché il regno del Signore accada, venga in questo tempo.
Valter: La seconda cosa è che abbiamo iniziato a conoscere di più i coniugi Martin, Luigi e Zelia. Abbiamo cominciato a leggere un po’ di loro e abbiamo letto anche quello che Santa Teresina scriveva di loro, definendoli «Terra santa, più degni del cielo che della terra, mi basta guardare papà per capire come pregano i santi». Quindi lei riconosceva già in questi genitori qualcosa di straordinario. E che cosa c’è di straordinario in questa coppia? Lo straordinario è proprio che… non avevano nulla di “straordinario”. Semplicemente vivevano la compagnia di Cristo dentro la loro vocazione matrimoniale, dentro tutto ciò che accadeva. La cosa bella di loro era che si prendevano cura l’uno della santità dell’altro. Questa è una cosa straordinaria, che abbiamo imparato anche noi a capire e a comprendere fino in fondo. Cioè guardare l’altro come il dono che il Signore fa alla tua vita. Quindi non possiamo più guardarlo come una persona qualunque, che abbiamo incontrato magari casualmente, con cui abbiamo anche un’affinità, ma come compagnia carnale alla santità. Il Signore ci dà un aiuto vero, per cui quando guardiamo il coniuge, lo guardiamo con questo sguardo, lo dobbiamo trasfigurare: è il Signore che si prende cura di noi attraverso di lui o di lei. È un grosso cambiamento che ha innanzitutto interrogato noi. Come ci diceva il cardinal Comastri, dobbiamo dire alle coppie cristiane di guardare la propria vocazione con più orgoglio, di capire come davvero sono importanti per il mondo e per la Chiesa, perché dobbiamo testimoniare con la nostra unità quella della Chiesa. Abbiamo un compito molto grande, che è quello di educare i figli, farli crescere, ma anche essere nel mondo testimoni della sua presenza. In un momento come questo è una grazia grande che il Signore ci abbia donato, dopo centocinquant’anni, la santità di questa coppia.
Vi invitiamo a leggere e a capire un po’ di più questa coppia attraverso le lettere, quelle soprattutto che Zelia scrive al fratello, in cui racconta la vita familiare, come affrontano la vita, del lavoro, dell’educazione dei figli, la fatica anche dello stare nel sociale, una grande carità del mondo.
Adele: Come vi avevo raccontato avevo tappezzato per chilometri con la richiesta di unirsi alla preghiera per Pietro, quindi tutti sapevano di lui. Immaginate quindi quando uscivo con il passeggino: la gente si fermava stupita. Con l’andare dei giorni iniziavo ad essere preoccupata perché la gente magari arrivava alle mie spalle, toccava Pietro e si faceva il segno della croce, come se lui potesse elargire benefici o non so cos’altro. Quindi questa cosa ci aveva preoccupato: «Ma come facciamo a farlo crescere sano se c’è questa attenzione su di lui?».
Abbiamo chiesto al Signore di aiutarci a far capire che Pietro era segno, ma lui non portava in sé delle doti particolari. Bisogna stare attenti a quello che si chiede al Signore perché Lui risponde sempre anche se a modo Suo. Verso i due anni e mezzo, tre, Pietro nel giro di pochi giorni cambia atteggiamento: è sempre spaventato, grida sempre, vuole sempre stare in braccio. Ovviamente ci preoccupa questo cambiamento così repentino. Iniziamo a farlo vedere per capire se c’è qualcosa che non va. La prima risposta è stata: «Sono i ricordi inconsci di quello che ha vissuto nella terapia intensiva». Però ci sembrava strano perché il trauma c’era anche prima. La seconda possibilità era il rapporto con la madre, perché ovviamente è sempre colpa delle mamme. Per fortuna era il quinto figlio, quindi se con gli altri non c’era stato nessun problema anche questa era da escludere. Alla fine abbiamo capito che Pietro era diventato sordo. Abbiamo detto: «Senti Signore, facci capire: perché prima ce lo guarisci e adesso è diventato sordo?». Abbiamo quindi dovuto dedicarci a capire come aiutarlo, a fare tutto il percorso, le prime protesi.
Un po’ alla volta però ci siamo resi conto che intorno a lui lo sguardo delle persone era cambiato. Pietro poteva ammalarsi come gli altri bambini e quindi era ritornato nel suo ruolo di bambino come per tutti gli altri. Quindi abbiamo detto: «Vabbè, grazie Signore che ci hai aiutato».
Questa cosa però ha fatto riflettere anche noi, e ci ha fatto fare un altro passetto. Perché noi non volevamo che Pietro fosse il preferito dentro l’ambito familiare, ma in fondo era il Signore che si era occupato di lui, con gli altri tutto sommato eravamo stati bravini, erano cresciuti anche abbastanza educati. E fino a quel momento era come se quello che avevamo fatto per gli altri figli fosse dipeso da noi, opera nostra. Invece con Pietro era evidente che noi non potevamo far niente, era intervenuto il Signore, come se con gli altri non lo avesse fatto. E invece ci siamo resi conto che è importante riconoscere come il Signore si occupa della nostra vita dentro la quotidianità. Perché ci sono situazioni in cui è difficile riconoscerlo perché la fatica che dobbiamo fare è tanta. E qui entra in gioco il valore del farsi compagnia, dell’essere un popolo, del potersi sostenere nel riconoscere come il Signore si occupa della vita di ciascuno di noi. Se siamo dentro una compagnia questa ci aiuta ad alzare lo sguardo, dove noi non riusciamo ci fa vedere che il Signore è lì lo stesso, di fianco a noi, ci accompagna. Capite che ricchezza il Signore ci ha dato: questa possibilità di non essere mai soli nella vita, ma di riconoscere attraverso una compagnia la sua presenza. E questa cosa è stata proprio un cammino che il Signore ci ha fatto fare dentro tutta questa vicenda.
Per affrontare la sordità di Pietro abbiamo fatto le prime protesi e dopo gli impianti, perché le protesi non bastavano più. Verso l’età delle medie Pietro aveva una protesi e un impianto cocleare, queste però trasmettono il suono in modo diverso, e questa cosa lo aveva mandato in crisi: sentiva peggio con questi due modi. Quindi un giorno torna a casa da scuola arrabbiatissimo, non si riusciva a parlargli, io non capivo. Quando si è un po’ calmato gli ho detto: «Pietro, ma cos’è successo?». E lui: «Mamma, io non volevo essere sordo». Perché si rendeva conto che non riusciva a star dietro alle battute dei suoi compagni, alle cose che gli altri dicevano: questa cosa lo aveva proprio afflitto. E io ci ho messo un attimo, ho subito il contraccolpo, ma non ho risposto subito, non ho avuto questa prontezza. Nei pochi minuti in cui io sono stata in silenzio lui ha cambiato espressione e mi ha detto: «Mamma, non preoccuparti, il Signore mi ha aiutato quando stavo morendo, mi aiuterà anche con la mia sordità». Ecco, questo riassume un po’ la posizione che Pietro ha nella vita: si porta le sue fatiche, però sa che il Signore non lo abbandona e che ha due santi che gli stanno a fianco e lo sostengono e lo aiutano a guardare alla vita con più serenità, con questa certezza di essere sempre accompagnato dentro un amore. Che in fondo è quello che ci testimonia pur stando zitto, che è così per tutti: non c’è bisogno di essere oggetto di un miracolo. Perché adesso il Signore ne fa tanti di miracoli, ma non è detto che lo faccia a ciascuno. E se noi mettiamo solo in questa possibilità la certezza di avere il Signore vicino a noi, magari passiamo tutta la vita e non accade mai. Ma se invece ci aiutiamo a vedere come il Signore si prende cura di noi dentro l’ordinarietà, dentro la nostra fatica del crescere, la fatica del lavoro, dentro le nostre amicizie, allora possiamo godere della sua presenza tutti i giorni. Che è l’augurio che facciamo a tutti voi, che possiate aiutarvi ad aprire gli occhi per intercettare la presenza del Signore nella vita di tutti i giorni.
Valter: Un ultimo accenno al percorso della beatificazione: perché, come vi dicevo, la guarigione di Pietro è stata improvvisa, è accaduta in pochissimo tempo. I medici non si capacitavano di quello che era successo, e lo hanno tenuto ricoverato ancora per un mese per fare gli esami di ogni tipo. In seguito tra l’altro ha avuto un’altra infezione molto grave e si è salvato anche da quella. Insomma, davvero il Signore ha operato grandemente.
Dopo che lo hanno dimesso, a luglio abbiamo raccontato tutto a padre Antonio il quale, con il suo carattere vivace, ha detto: «Sì, ma chissà cosa mi racconti tu; fammi parlare con i medici perché voglio capire bene questa cosa qua». A settembre riusciamo a farlo incontrare con alcuni medici, che si decidono a raccontare i fatti dal punto di vista medico, cartella clinica alla mano. Lui informa ovviamente l’Ordine carmelitano. C’era il postulatore delle cause dei santi carmelitani che a quel tempo era uno spagnolo; viene giù in Italia, si rende conto di quello che sta accadendo e riconosce che quanto accaduto è una cosa grande e informa quindi la diocesi. Nella primavera dell’anno successivo, nel 2003, viene istituito il processo diocesano con Domenico Pecile come giudice. Lui interroga più di trenta testimoni, e alla fine consegna tutto nelle mani dell’arcivescovo, il quale allora era Mons. Tettamanzi. Il processo diocesano si conclude il 10 giugno del 2003 e viene trasferito tutto a Roma.
Ci vorranno ancora cinque anni. Il 19 ottobre del 2008 Papa Benedetto XVI conferma il miracolo operato dal Signore attraverso l’intercessione dei coniugi Martin e stabilisce la data della beatificazione a Lisieux, in Francia, dove ha vissuto la famiglia e dove poi ha vissuto anche Santa Teresina nel Carmelo. Il giorno della beatificazione ci siamo resi conto, davanti a trentamila persone, di cosa volesse dire la beatificazione di questi due coniugi e di quanto la si stesse aspettando in tutto il mondo.
Poi è accaduto un altro miracolo, sempre nei giorni della beatificazione, a Valencia in Spagna, per una bambina con una grave emorragia cerebrale. Questa bambina nasce prematura il 15 ottobre del 2008, il giorno di Santa Teresa d’Avila, ed è in condizioni molto gravi. Il papà, desideroso che qualcuno pregasse per questa bambina, cerca su internet un monastero di Santa Teresa, ma nell’agitazione del momento, anziché Santa Teresa d’Avila, va a prendere quello di Santa Teresa di Gesù Bambino. Prende la macchina, fa quaranta chilometri dall’ospedale, arriva tardi e avevano già chiuso il monastero, la suora portinaia non gli apre perché qualche tempo prima erano entrati a rubare con questa scusa. Lui da fuori dice di pregare per la bambina che è nata prematura, e la suora gli dice di tornare domenica alla Messa. La suora portinaia, al momento serale della ricreazione, quando le suore parlano tra loro, racconta di questo papà e viene sgridata dalla madre superiore. La domenica si mettono in attesa, in agguato, e finita la Messa cercano di fermare questa famiglia, perché anche la moglie e l’altro figlio erano lì alla Messa. Ma la prima volta gli va male perché loro non erano venuti avendo il pensiero della bambina in ospedale. La seconda domenica riescono a fermarli e loro raccontano della situazione della bambina. Nel frattempo c’era stata la beatificazione dei Martin, perché era avvenuta il 19 ottobre. Le suore che avevano saputo da un Carmelo del Perù, propongono, visto che era stato guarito un bambino, di pregare i Martin. Loro accettano, fanno conoscere i Martin alla famiglia e agli amici. Nel giro di poco tempo la situazione della bambina migliora e viene dimessa. Aveva un’emorragia cerebrale di quarto grado, e se mai fosse sopravvissuta, avrebbe comunque avuto dei seri problemi. La bambina guarisce e loro vengono a sapere che, nel gennaio-febbraio del 2009, ci sarà il pellegrinaggio in Spagna del reliquiario dei Martin, perché padre Antonio porta le reliquie al postulatore, che come avevamo detto era spagnolo. Il papà va a incontrare padre Antonio e racconta quello che è accaduto a sua figlia. Padre Antonio ovviamente non si fida e quando torna a casa parla con i medici che avevano seguito Pietro. E loro gli dicono: «No, ma non è mica normale che con un quarto grado di emorragia cerebrale questa bambina possa essersi ripresa». Allora inizia di nuovo tutto il percorso che si fa in questi casi, quindi indagini, pareri medici, eccetera.
Questa vicenda è particolare, per le dinamiche con cui è accaduta. Vedi proprio che è stato voluto dal Signore, a partire dalle suore che avevano saputo da una Carmelo del Perù del miracolo di Pietro operato dai Martin. Quindi vedete proprio la volontà del Signore di far conoscere adesso i Martin in breve tempo, perché ci hanno messo tanto da quando loro sono vissuti. Però poi dal 2008, quando c’è stata la beatificazione, al 2015 in cui sono stati canonizzati da Papa Francesco il tempo è stato veloce. Quindi c’è un po’ di premura sotto questo aspetto.
Quando dopo la beatificazione siamo andati a consegnare il reliquiario insigne a Papa Benedetto XVI— si consegna un reliquiario che ha in una sua stanza —eravamo con Pietro e padre Antonio. Poi, finita l’udienza del mercoledì, siamo stati chiamati dalle Guardie svizzere per un fuori programma: ci chiamava il cardinal Comastri che ci voleva incontrare. Lui ci ha accolto con grande gioia e voleva incontrare Pietro e noi, perché quando lui era nella Santa Casa di Loreto —era infatti custode della Santa Casa — una famiglia che noi non conosciamo è andata a chiedere a lui di poter pregare nella Santa Casa per un bambino malato. E lui è andato con loro a pregare per Pietro che non conosceva. Quando poi è stato chiamato a Roma come responsabile della Basilica Vaticana, era stato affidato a lui il ruolo di “cardinale ponente”, cioè l’incaricato di studiarsi la causa dei coniugi Martin e presentarla al Collegio cardinalizio che si ritrova per definire varie cause in corso. Mentre leggeva la causa si è reso conto che anche lui aveva pregato per Pietro a Loreto. Ci diceva: «Io non ho aggiunto nulla alla causa: ho solo accompagnato quello che stava accadendo, ma mi sono sentito come accarezzato dal Signore, come se il Signore mi avesse voluto far leggere questa cosa per darmi questa carezza». Voleva incontrarci e ci voleva lasciare due compiti: il primo era quello dell’orgoglio di essere sposi cristiani, e il secondo era: «Dite a tutti gli sposi cristiani che il dono più grande che si possa fare ai propri figli non è certo quello del lavoro, della scuola migliore, ma il dono della fede». Quindi i genitori hanno un compito grandissimo, che è quello di testimoniare ai propri figli la fede. Ecco, io questa sera ho assolto questo compito.
Adele: Non è che il Signore a noi fa tutti i doni che gli chiediamo, perché dopo Pietro abbiamo aspettato un altro figlio, che però è arrivato fino al quinto mese e poi è morto in utero. Anche per questo bambino avevamo domandato la grazia. Ma quando fai esperienza che sei amato, che c’è un Padre buono che ti vuole bene anche quando ti toglie quello che desideri, il dolore non cambia ma resta la fiducia. Quando mi hanno detto che dovevo partorire perché non era così piccolo da fare diversamente, ho avuto un momento di ribellione e dicevo «Ma che senso ha adesso vivere il travaglio del parto sapendo già che è morto?». E invece poi ho ringraziato il Signore di avermi dato questa possibilità, perché noi abbiamo perso altri figli ma entro il terzo mese, resta questo dolore però non li vedi, non partecipi della presenza del figlio. Invece aver provato questo dolore, questa possibilità di partorire anche se era morto, è stato per me un dono, cioè vederlo e poter fare quel pezzettino di cammino insieme anche dentro il dolore fisico. Quindi il punto non è che il Signore, per sapere che ci vuole bene, che ci accompagna, deve necessariamente donarci tutto quello che chiediamo. Ma il cammino con Lui è proprio dentro questa fiducia che nel tempo cresce e che ti fa partecipare, ti fa sentire che il Signore è con te anche quando ti chiede tanto.
E poi ci siamo detti: «Forse noi abbiamo anche bisogno di aiutarci a guardare di più attraverso la risurrezione». Noi tante volte ci fermiamo alla morte, ma il Signore con la sua risurrezione ci ha promesso la vita eterna. E allora aiutiamoci a guardare anche alla morte con questa certezza, che non toglie niente al dolore ma nella certezza che il compimento deve venire, il bello deve venire dentro questo abbraccio del Signore. E questa cosa va detta di più fra noi, che però non vuol dire allora, anziché piangere, ridiamo quando qualcuno di caro viene chiamato, ma aiutiamoci a ricordare che non è finito tutto. Anzi, nessuno ci viene portato via, e un giorno saremo tutti insieme, come diceva Zelia: la vita è breve, poi saremo insieme.
Vi dico un’altra cosa di Zelia, all’inizio mi dicevo, ma cosa hanno fatto questi due? mi sembravano molto semplici, avevano una vita semplice, si occupavano di famiglia. Mi dicevo: «Beh, un po’ come noi: ci occupiamo dei figli, dei vicini». Invece mi sono resa conto che la loro grandezza era nel mettere Gesu al primo posto in tutte le scelte che facevano, nei rapporti, nelle scelte economiche, in ogni cosa. Ma allora questa cosa è possibile anche per noi. Cioè, se loro avessero fatto delle cose così straordinarie, irraggiungibili per i più, sarebbero sì dei santi ma sarebbero fuori dalla nostra portata. Invece la loro semplicità ci fa capire che è possibile anche per noi diventare santi dentro la nostra vocazione matrimoniale. Quindi è una possibilità che ci è data nel guardare a questa coppia: possiamo ritrovare tantissime cose che viviamo anche noi oggi, con la differenza del tempo ovviamente, del periodo storico.
L’ultima cosa che dico su Zelia è che lei, quando scopre di avere un tumore che ormai è inoperabile, va a Lourdes. Perché c’erano state le apparizioni proprio l’anno in cui si erano sposati loro. Aveva ancora le figlie piccole, allora la più grande aveva 17 anni, la più piccola era Teresa che aveva intorno ai 4 anni. Quindi dice: «Mi dispiacerebbe morire, lasciare mio marito, lasciare le mie figlie; le figlie hanno ancora così tanto bisogno». Fanno questo viaggio e vanno a Lourdes, lei e le figlie più grandi. Quando tornano — in questo viaggio gliene succedono di tutti i colori —lei è peggiorata, e dice: «Evidentemente la Santa Vergine non mi vuol guarire, il mio tempo è compiuto e io sono chiamata a riposare altrove. E per le mie figlie forse è meglio che io me ne vada». Questa cosa mi aveva sconvolto, perché lei di fronte al desiderio che aveva di accompagnare ancora il marito e le figlie, in particolare Leonia che aveva dei problemi, accetta la situazione e si affida al volere del Signore e della Madonna.
Adesso immagino che tutte le mamme pensino: «Come curiamo noi i figli non li cura nessuno». Lei invece dice: «Forse è meglio che io me ne vada», perché si fida totalmente dell’intervento del Signore. Cioè, è così certa che il Signore le avrebbe accompagnate che dice: «Ma forse se io me ne vado, il Signore fa di più di quello che posso fare io». Ecco, lì ha fatto un atto di fede. Noi oggi lo vediamo come il Signore si è occupato delle sue figlie. Ma questa sua certezza nella bontà del Signore è quello che io domando per me, che accada anche al mio ultimo giorno: che io possa dire le sue stesse parole.
DOMANDE
Domanda: come hanno vissuto i vostri altri figli questa vicenda di Pietro?
Valter: Tenete conto che la più grande aveva 14 anni e gli altri a scalare. Giulio il nostro terzo figlio, che aveva 10 anni, in quell’estate ha scritto un tema e ha raccontato la storia di Pietro, e alla fine ha concluso dicendo: «Io penso che il Signore fa accadere queste cose per costringerci a pensare di più a Lui». Quindi sono stati di fronte a quello che accadeva e questo li ha aiutati a pensare di più. Sicuramente l’esperienza di questo miracolo li ha resi tutti certi che il Signore si occupa della vita di ciascuno, quindi anche dentro le fatiche che ogni figlio ha a modo suo — tutti i figli, grazie a Dio, e questo è il miracolo nel miracolo. Ma hanno questa fiducia di fondo che non li fa disperare: né la più grande che è sposata da 11 anni e non ha figli, né la seconda che vorrebbe sposarsi e avere famiglia da quando capisce e parla e ha 36 anni e non ha ancora trovato niente. Cioè, ognuno si porta la sua fatica, perché nella vita tutti noi abbiamo la nostra fatica da portare. Ma hanno la certezza che siamo accompagnati, che non siamo abbandonati, che dentro quella situazione così dolorosa e faticosa c’è un compito che è più grande. Anziché guardare solo il proprio dolore, si può mettere a servizio degli altri la nostra condizione.
Domanda: Che ragazzo è oggi Pietro? Testimonia come voi del miracolo che gli è successo?
Valter: Innanzitutto lui era piccolo in quel momento, quindi quando lui dice o tenta di raccontare un pochino quello che gli è accaduto lo fa basandosi sulla nostra testimonianza, cioè su quello che noi raccontiamo. Ha sentito anche quello che i fratelli più grandi gli hanno raccontato. Certo lui ha quella coscienza che il Signore si era occupato di lui quando era nato e quindi che si occuperà della sua vita, come raccontava prima Adele, di quando è tornato da scuola e diceva «io non avrei voluto essere sordo». Lui si fa spesso questa domanda: «Ma il Signore cosa vuole della mia vita?». Ed è capitato qualche volta che raccontasse i fatti, ma ovviamente li racconta per riportata parola. Certo quando si guarda allo specchio si vede tutte le sue belle cicatrici e poi anche un bello sbrego nel costato perché gli hanno fatto la biopsia, insomma un po’ di domande se ne fa.
Adele: Pietro è un ragazzo normale che vive nella semplicità della sua quotidianità. Si è laureato a dicembre, e adesso lavora da pochi mesi ed è contento di aver raggiunto anche questo traguardo pur dentro la fatica della sua sordità, perché sicuramente gli impianti sono veramente un grande successo della medicina, però non arrivano mai a ridare lo stesso udito normale. È un ragazzo sereno che ride della sua sordità, e siccome ultimamente io non sento più tanto bene allora ogni tanto mi presta le sue cose. È un ragazzo che sta con gli altri con semplicità, è molto attento, prega, prega per le persone che sa che hanno bisogno, che siano amici o conoscenti o di cui gli si parla. Lui dice che li affida sempre ai Martin. Dobbiamo veramente ringraziare che tutti i nostri figli sono in cammino nella Chiesa, nessuno è arrivato, come non siamo arrivati noi, loro vivono la fede con tante domande ma con questa certezza che sono amati.
Domanda: Che cosa ci suggerite di leggere per conoscere di più la famiglia Martin. Inoltre mi ha colpito molto, oltre al racconto del prodigio e della guarigione, questa insistenza sul cammino, sulla quotidianità e sul fatto che c’è comunque a volte la croce da portare. E quindi volevo chiedervi di approfondire questo aspetto, cioè questa frase che hai detto che anziché guardare solo il proprio dolore lo si può mettere a servizio degli altri.
Valter: Di testi, adesso ce ne sono veramente tanti. C’è un libro, diciamo storico, che parla della famiglia Martin, ma poi ci sono «Il ritratto di mio padre» e «Il ritratto di mia madre», che sono stati fatti dalle sorelle più grandi, e ci sono racconti vari. Quello secondo me più interessante è «Corrispondenze familiari», che è una raccolta di circa 250 lettere che sono delle lettere soprattutto di Zelia ma anche Luigi — ma sapete che noi uomini siamo di burro e scriviamo poco. Le lettere che scrive Zelia le invia prevalentemente al fratello, che abita a Lisieux. Infatti dopo la morte della mamma Zelia, i Martin si trasferiranno a Lisieux dove vive il fratello, in modo che la famiglia si potesse riunire. In queste lettere c’è il racconto della vita quotidiana. Ed è molto bello proprio perché racconta di come vivessero la fede dentro l’ordinarietà della vita. «Il Signore è il primo ad essere servito» era un motto che loro riprendevano da Giovanna d’Arco, ma che era il loro modo di stare insieme. Se andate ad Alençon, dove ha vissuto la famiglia prima di trasferirsi Lisieux, vedrete che hanno costruito una cappellina di fianco alla casa natale di Teresa, e in questa cappellina a lato dell’altare hanno abbattuto la parete e dall’altra parte c’è il talamo nuziale dei Martin, ed è bellissimo perché tu vedi il talamo di Cristo e il talamo nuziale. Questo veramente ci fa capire profondamente che cos’è che vuol dire la vocazione matrimoniale.
Adele: Io invece faccio l’esempio della mia Marta: sposata da 11 anni e mezzo, non hanno figli, e lei era già pediatra e adesso ha finito di specializzarsi in anestesia, per poter lavorare con i bambini in terapia intensiva pediatrica, che è un reparto dolorosissimo. Però lei diceva: «qualcuno li deve curare, li deve aiutare, e io mi sento di doverlo fare». Cioè lei si occupa dei bambini degli altri. Ma poi di modi di mettersi al servizio ce ne sono: basta guardare la realtà, perché poi il Signore ti fa incontrare le occasioni, te le fa vedere; bisogna qualche volta avere un po’ il coraggio di riconoscerle e di darsi.
Adele: Vorrei solo aggiungere questo sui Martin: perché non vorrei che sembrassero una coppia un po’ sui generis. Loro si volevano bene, e poiché mettevano il Signore Gesù al primo posto il loro amore era centuplicato. Ci sono delle lettere dove c’è Luigi che va a Parigi — Zelia faceva i merletti, e lui a un certo punto lascia il suo lavoro di gioielliere orafo, inizia a fare il commerciante e va a vendere i merletti che fa Zelia, perché così in realtà guadagnavano di più — mentre lui è via manda una lettera dicendo che sarebbe tornato un certo giorno. Lei riceve la lettera, e riscrive a sua volta dicendo: «Ho ricevuto la tua lettera, so che arriverai fra poco, sono così contenta di poterti riabbracciare che non so più cosa fare, non riesco più a combinare niente per la gioia che provo di poterti riabbracciare così presto». E un’altra volta lei è a Lisieux a trovare il fratello e la cognata con le figlie, lui è a casa, quindi lei scrive: «Guarda, siamo arrivati qua, tutto bellissimo, ci hanno portato a vedere» — fa un elenco di cose belle e poi dice — «ma io sono qui e mi manca l’aria, come ai pesci che tu tiri fuori dal fiume, non riesco a respirare per la mancanza che sento della tua presenza. Continuo a chiedermi cosa starai facendo in questo momento, non vedo l’ora di poter tornare da te».
Domanda: Voi prima avete detto che la cosa più importante è dare ai figli la fede. Volevo chiedervi qual è la cosa da avere più a cuore in questa educazione alla fede, nella vostra storia?
Valter: Viverla per sé nel rapporto matrimoniale, perché più che le parole i nostri figli vedono cosa mettiamo noi al primo posto nella vita. E anche se passano i momenti di allontanamento, qualunque situazione adolescenziale o di scelta apparentemente consapevole, ma quello che vedono resta al di là delle parole. Racconto una cosa che è successa da noi: uno dei nostri figli era in un periodo in cui i suoi compagni di classe al liceo ne facevano di tutti i colori il sabato, e lui diceva: «mi hanno invitato, ci sono andato una volta, non sono più andato». Mi aveva sorpreso e ho detto: «ma come mai?», «perché loro sembrano felici, ma in realtà sono tristi, invece vedo voi che anche se vi succedono cose spiacevoli, in fondo siete sempre lieti, e per me questo vale di più». Quindi al di là dei discorsi, se noi mettiamo la nostra fiducia nel Signore i figli lo vedono. Cioè dobbiamo cercare noi di camminare con letizia, e questa cosa diventa invidiabile.
In sostanza quello che facciamo, è un cammino di conversione. Il matrimonio è un’occasione grande per cui il Signore ci dona di poter guardare sempre di più a Lui. Per cui questa è la cosa più grande: non l’affinità, il trovarsi bene, fare delle belle vacanze, fare tante cose — che queste possono anche starci — ma la cosa più grande che dobbiamo vivere nel matrimonio è che siamo fatti l’uno per l’altro per andare incontro al Signore. Questo fa diventare anche l’amore umano più bello, più grande, non ci si perde. E quando uno verifica questo, lo desidera sempre di più, se uno fa un’esperienza bella la vuole approfondire, la vuole fare sempre di più. Guardate invece quanta fatica fanno tante coppie, quanto dolore. Mettere Gesù al primo posto dentro all’unione matrimoniale è un’occasione grande, innanzitutto per la crescita personale, per una conversione, per amare sempre di più il Signore. E poi quanta bellezza ne nasce. Il Signore ci ha messi al mondo per essere felici, quindi se siamo felici mettendo Lui al primo posto abbiamo la possibilità di sperimentare il centuplo che ci ha promesso.
