Incontro giovani famiglie con Don Massimo Camisasca. Marola, 6 giugno 2021 (trascrizione non rivista dall’autore).
Don Paolo: Caro don Massimo, questo è il gruppo di giovani famiglie che è nato in parrocchia negli ultimi anni. A termine di quest’anno sociale abbiamo desiderato incontrarti. Il tema che ci sta a cuore, di cui abbiamo parlato nell’ultimo incontro che abbiamo fatto in oratorio, è questo: come possiamo mettere al centro delle nostre vocazioni la presenza di Gesù? Come una famiglia giovane, impegnata nel mondo lavoro, che vuole mettere al mondo dei figli, che vive dentro una comunità, parrocchiale in questo caso, può mettere al centro della propria vita la presenza di Gesù? Desideriamo dialogare con te, per poter dire quello che abbiamo imparato, le difficoltà che continuano ad esserci, farti delle domande a cui io per la mia giovane età non posso rispondere. Tu che hai un’esperienza molto più grande della nostra e che incontri tante famiglie puoi dirci qualcosa. Ci sono tutti ragazzi che hanno più o meno la mia età (o poco più giovani) e che sono sposati da pochi anni, e ci interessa capire cosa diresti a noi che siamo all’inizio della nostra vocazione.
Don Massimo: Sono contento che esistano dei luoghi come il vostro. Per esperienza posso dire che una comunità (io la chiamo così, magari non lo è ancora per tutti, ma comunque un ritrovarsi è tendenzialmente una comunità) di giovani famiglie, è per me il tesoro più grande che c’è oggi per la Chiesa e per l’umanità. Per l’umanità, perché custodisce due necessità radicali di questo tempo. La prima necessità è la scuola degli affetti. Il nostro tempo ha un bisogno immenso di una scuola degli affetti, perché non si sa più cosa vuol dire amare. Quindi imparare ad amare è la cosa fondamentale perché ci sia un futuro per l’umanità. Non sto pensando ancora ai figli – che è il secondo aspetto – sto pensando proprio al futuro dell’umanità, perché se non si impara ad amare, c’è solo la guerra. E se c’è solo la guerra c’è la distruzione. Imparare ad amare è possibile e quindi penso che il primo scopo del vostro essere assieme sia proprio questo, imparare ad amare. San Bernardo in un suo scritto scrive «Dio ha ordinato in noi l’amore». Ha ordinato è una parola ambivalente, vuol dire “ha comandato l’amore”, amatevi gli uni gli altri come ha detto Gesù. Ma Dio ha anche dato ordine all’amore e cioè ci ha fatto una scuola della carità, ci ha insegnato come amare. Senza questa scuola della carità è impossibile che ci sia un futuro per l’umanità. E poi l’altra ragione di importanza capitale di una comunità di famiglie è la speranza che ci permette di desiderare dei figli. Sono tutte buone notizie quelle che escono dell’assegno unico per i figli, sussidi alla maternità, eccetera. Non sto sminuendo questo, però non può essere quella la ragione per cui si faranno dei figli. A lungo o breve andare quelle ragioni si sminuiscono perché chi non ha speranza a breve dirà che questi soldi li si può prendere facendo carriera, e se non ho figli faccio più carriera, e quindi il problema in qualche modo si riproporrà. Ma non solo ragioni per l’umanità, anche ragioni per la Chiesa, perché la Chiesa è chiamata a riscoprire la famiglia come luogo primario della trasmissione della fede. La famiglia è tornata ad essere il luogo primario della trasmissione della fede. Non sono più altri luoghi, o meglio sono altri luoghi dal momento in cui ci sono le famiglie. Ecco questo è per dire in breve perché sono molto lieto di questa iniziativa di Paolo, del fatto che ci siete voi, e quindi sono molto lieto che siate venuti fin qua a fare questo lungo viaggio. Prego, vi ascolto!
Intervento: Volevo iniziare con un messaggio di gratitudine per questo luogo. Questo cammino di coppia per me e mio marito che viene dall’estero, per il quale è tutto nuovo, è un dono. Questo cammino è una cosa nostra, che viviamo insieme. Per me Torino è casa mia, ho sempre vissuto lì, quindi è tutto familiare; mentre per lui no. Invece, con questo cammino abbiamo iniziato una cosa noi due, insieme, e già questo è una preziosità. Quando torniamo a casa dopo questi incontri ci vogliamo più bene, quindi provo gratitudine anche per questo. Venendo qui pensavo al lavoro che abbiamo fatto e ho riletto quello che ci siamo detti quando ci siamo visti su zoom, in merito alla preghiera. Rispondevi dicendo di pregare non perché tutto si risolva. Faccio una premessa: mio marito per qualche mese è stato disoccupato e ora ha trovato un lavoro. È stata una gioia immensa. Devo dire però che in quel periodo di tante domande, tante incertezze, la preghiera è stata una dimensione essenziale. Ho capito che il contenuto ultimo della preghiera è pregare perché Dio ci illumini, per comprendere il passo che dobbiamo fare, e poi andare avanti. La cosa importante era entrare nel punto di vista di Dio e questo può avvenire soltanto con la preghiera. Il passo che ho fatto in questa esperienza, è proprio avere più fiducia in Dio, più speranza. Questo piccolo gruppo di famiglie, che si basa sulla preghiera, nel ricercare cioè l’amicizia con Dio, mi ha fatto fare il passo di avere più fiducia in Dio. Dopo questa esperienza sorge però una domanda, perché, lo noto già, è arrivato il lavoro, più bello di quanto chiedessimo, e la preghiera è calata, la domanda è calata, e questo mi spiace. Come rimanere nel rapporto con Lui, in questo rapporto di fiducia e di speranza?
Intervento: Don Massimo, nella lettura che avevamo scelto per il nostro matrimonio dell’Apocalisse, c’era una frase che mi ha guidata in questi quattro anni di matrimonio: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose», e ci siamo sempre domandati che cosa volesse dire che Lui dovesse far nuove tutte le cose. Ci sembrava evidente quindi che noi dovessimo mettere Gesù al centro della nostra vita matrimoniale. L’ultimo incontro che abbiamo fatto con don Paolo è stato un richiamo su questo punto e sto imparando sempre di più a capire la forma concreta per metterLo al centro del matrimonio. È un lavoro che stiamo facendo. Da un lato cercando i Sacramenti, perché io sono una persona molto concreta, quindi ho bisogno di sentire la Sua concretezza. Il fatto di mangiarLo nell’Eucaristia, oppure di sentirLo nella Confessione, direttamente, tramite un sacerdote mi ha sempre aiutato. Poi cercando di capire che attraverso le persone che Lui mi mette davanti, prima di tutto Tommaso mio marito e i figli, e poi gli amici in cui c’è Lui. Poi una cosa che abbiamo imparato da don Paolo e da don Attanasio è vedere la realtà tutta come un regalo delle Sue mani, ogni evento della giornata esce dalle mani di Dio e ci è consegnata. All’interno di tutte le fatiche, anche quelle piccole, la realtà ti mette davanti molto spesso la tua vocazione anche in una maniera un po’ faticosa. Cercare Lui, per prima cosa riferirsi a Lui, cambia veramente il cuore, ti riempie di letizia, questo l’ho proprio percepito. Don Atta mi ha sempre detto che una persona crede di non avere tanto tempo nella giornata per la preghiera, per andare a Messa. Ma poi ci si rende conto che andando a Messa e dicendo la preghiera il lavoro che si pensava di fare in 3 ore poi si riesce a fare in meno tempo e meglio. Quindi ti dà un’energia anche concreta nella quotidianità. Ho imparato una cosa da mio marito: lui quando ci sono decisioni da prendere torna a casa e la prima cosa che fa è dire un’Ave Maria insieme, da questo fa partire tutte le cose della giornata. Così come quando abbiamo una difficoltà o anche una cosa bella che succede ci riferiamo al Padre Eterno che ce la regala e ce la mette davanti. Allora a volte ho paura che questo riferirsi al Padre possa terminare. Lei ha detto una cosa a febbraio che è stata la svolta sotto questo punto di vista, perché Lei ha detto: «Ricordatevi che Dio è fedele», cioè non mi devo preoccupare io se il buon Dio continuerà ad aiutarmi nella giornata a livello concreto, perché Lui è fedele, devo cercarlo io, ma Lui c’è sempre. Solo che la mia paura è che questa cosa possa finire, cioè che io possa dimenticarmi di Lui.
Intervento: Buongiorno, io avevo piacere di condividere la nostra storia e come ci sia stato utile questo percorso. Mio marito ed io stiamo insieme da tantissimo tempo. Tante persone che ci erano vicine pensavano che il matrimonio per noi potesse cambiare poco, perché comunque noi ci conosciamo da tanto. Al più si poteva trattare di una bella festa o un sigillo per la nostra relazione. Io non pensavo questo, però nonostante ciò avevo sottovalutato la potenza del percorso che stavamo intraprendendo. Personalmente, dal 5 ottobre che è la data del nostro matrimonio, ho smesso di pensare a me stessa come singolo e ho cominciato a pensare in termini di dualità, di coppia, proprio perché ho la consapevolezza che tra di noi c’è un amore più grande che non è solo l’amore che io provo per lui o che lui prova per me ma è l’amore di Gesù. E io ho il dovere e la responsabilità di custodire questo amore. Nonostante questo ci troviamo ultimamente di fronte a una difficoltà: abbiamo ricevuto alcune delusioni da persone a cui vogliamo molto bene all’interno della famiglia. E da queste delusioni ho, in primo luogo, difficoltà a perdonare, quindi chiedo come perdonare anche persone che non vogliono essere perdonate. E in secondo luogo domando come acquisire la fiducia non soltanto all’esterno della famiglia, che paradossalmente è più facile, ma all’interno, cioè essere tolleranti verso atteggiamenti che gioco forza ci sono perché siamo essere umani e quindi ad essere più clementi nei confronti degli altri ma anche di noi stessi. Grazie.
Intervento: Io volevo fare una domanda rispetto a dei testi che ci ha dato Don Paolo da leggere. In particolare ce n’è uno di Lepori, “Aderire a Cristo”, che dice: «Se afferriamo gli oggetti dei nostri desideri come una preda e li divoriamo subito è anzitutto perché abbiamo paura di non essere soddisfatti, di non trovare la gioia, la soddisfazione del desiderio del nostro cuore». Il testo prosegue dicendo che tutto questo è per la paura di non essere felici e per la paura di donare la vita. Questo pezzo mi ha fatto pensare molto, perché mio marito mi dice sempre che non sono mai soddisfatta. In generale entrambi come indole abbiamo caratteri che tendono sempre a volere di più, a cercare di più, nel lavoro, in tutto; da un lato non ci accontentiamo mai e dall’altro non riusciamo mai a trovare fino in fondo quello che cerchiamo. Anche per il suo lavoro vorremmo sempre qualcos’altro, qualcosa di diverso. Io in particolare sono così, dal momento in cui ottengo una cosa vorrei già qualcos’altro, qualcosa di diverso. Questo lo vedo, facendo un esempio molto concreto, anche nella nostra vita, ad esempio nella ricerca di una casa, ma non solo, di tutto quello che concerne la nostra vita familiare, perché non ci si accontenta di ciò che si ha. Viviamo ad esempio in una casa, tutto sommato stiamo bene ma vorremmo un’altra casa, fatta in un modo diverso. Non si è mai soddisfatti fino in fondo. Questa paura citata da Lepori la sento molto su di me perché io sono così: vorrei sempre anche materialmente tante cose, sempre cose nuove. La domanda che mi è sorta leggendo questi testi è come in tutto questo desiderio di infinito tenere sempre Cristo al centro e come questo non accontentarsi possa portare a Lui e non al vivere come vivono tutti.
Don Massimo: Rispondo subito a questa domanda. È vero che noi abbiamo dentro un desiderio di infinito, e questo desiderio di infinito, non può essere placato da nulla. Rimane un desiderio di infinito, anche nelle risposte che troviamo nella vita. Se c’è questo desiderio di infinito non può essere placato né dal marito né dalla moglie né dai figli. Allora la domanda è importante: sono destinato al “dongiovannismo”, cioè a continuare a cambiare fiore senza sapere se mai avrà fine questo mio posarmi su un fiore e su un altro? No. Perciò nella tua posizione, se ho capito bene, c’è qualcosa di sbagliato. Cioè confondi il desiderio di infinito con l’infinita ricerca delle cose. Sono due cose diverse. La nostra ricerca di infinito deve avvenire nel finito. Cioè in altre parole, anche se sai che tuo marito non potrà mai ricolmare questa sete di infinito, è in tuo marito che devi cercare l’infinito, è nei tuoi vicini, nei tuoi amici che devi ricercare l’infinito, è nei tuoi figli che devi cercare l’infinito. È nella preghiera, nell’abbandono a Dio che devi cercare l’infinito, e potremmo andare avanti, all’infinito. È molto importante questo ed è la differenza fra la nevrosi e la ricerca di Dio. Questa è la risposta alla tua domanda. È molto sintetica ma vi assicuro che non è per niente banale. Cioè la ricerca dell’infinito non sarà mai finita, ma in questo tempo la ricerca dell’infinito avviene nel finito. Quindi è nel finito, è nell’approfondimento continuo del finito che noi troviamo l’infinito. Faccio un esempio: marito e moglie, compagno e compagna, fidanzato e fidanzata, si conoscono, o meglio cominciano a conoscersi, pensano di essersi conosciuti. Poi si sposano o vanno a vivere assieme e scoprono che l’altro, l’altra è diverso da come l’avevi immaginato, e si lasciano. L’infinito ti provoca attraverso la diversità del finito, non attraverso le continue scelte in cui puoi saltabeccare. È una cosa che dico sempre a quelli che mi dicono che vogliono separarsi. Dico sempre di tenere presente una cosa, che il passato non lo si può cancellare. Non si può cercare in una nuova situazione quello che non hai saputo trovare nell’antica. Questo non è la giustificazione di ogni passato, però è una riflessione importante per la persona, altrimenti costruiamo tutto sulle macerie del passato. Quindi, diciamolo negativamente, non accontentarsi di quello che si ha non è la ricerca dell’infinito, ma è la ricerca del differente, del diverso, del diversivo, non dell’infinito. E una delle manifestazioni di questa nevrosi, perché è una patologia psichica prima che spirituale, è la continua ricerca di un nuovo lavoro. Non sto dicendo che questo non possa avvenire, ma dico che se questo diventa una forma ansiogena della nostra vita, è certamente qualcosa di patologico.
Intervento: La domanda che volevamo condividere è una domanda che ci portiamo da un po’ di tempo, ovvero come fare per tener viva la speranza di poter avere dei figli. Tante volte ci rendiamo conto che cadiamo nel cinismo oppure mi rendo conto che il mio cuore si chiude di fronte a tante cose. Quello che mi succede è una chiusura, una stanchezza, la durezza del cuore. Noto invece che quando ho gli occhi più aperti, il cuore più aperto, anche rispetto al rapporto con mio marito, con gli amici, quando si affida questa fatica di non riuscire ad avere figli, è tutto diverso: ci sente più sollevati perché si è accompagnati.
Don Massimo: Sara, la moglie di Abramo, ha avuto il figlio Isacco molto anziana; Elisabetta ha avuto suo figlio, il Battista, molto anziana. Tutte queste donne anziane che hanno avuto un figlio nella Bibbia, sono per nostro insegnamento. Il figlio è un dono di Dio. Oggi questo è completamente perduto. Il figlio lo faccio io, se non posso averlo facciamo l’inseminazione; se non c’è lo sperma del marito facciamo l’eterologa; se non c’è la possibilità dell’eterologa c’è l’utero in affitto; se poi vado alla banca del seme compro un figlio che abbia i capelli biondi e gli occhi azzurri oppure di altro tipo… Questa è una scuola di infelicità, perché guardate che la cosa più terribile non è non avere dei figli ma averli in questo modo. Cioè averli non come dono ma come prodotto. E capite come questo influenzi l’educazione dei figli. Il figlio come dono rimane un dono. E quindi tu già nel momento in cui nasce sei pronto a lasciarlo partire. Al contrario il figlio come prodotto è un oggetto. Quindi i figli sono un dono, questo è importante. Attraverso questa fatica, Dio sta educando tutte le altre famiglie su come devono trattare i figli. Voi direte: “Sì ho capito ma se Dio educasse un po’ meno le altre famiglie e desse a noi un figlio sarebbe meglio”. Sono d’accordo, però è così. Io vi chiedo di pregare assieme per avere questo figlio e nello stesso tempo di pregare assieme perché Dio vi conceda di entrare nella Sua volontà.
Intervento: Volevo fare una domanda sulla maternità. Noi abbiamo un bimbo di 8 mesi. Mi rendo conto che soprattutto all’inizio, penso, alla mamma è richiesta una fatica maggiore rispetto al papà, lo nutre al seno, sta sempre a casa…
Don Massimo: Alla mamma è richiesta una fatica maggiore sempre.
Intervento (continua): E anche una gioia! La cosa che ogni tanto mi ferisce è il non essere compresa fino in fondo da mio marito. Lui è fantastico, si mette in gioco tantissimo, è un papà fantastico. Però mi rendo conto che su certe cose non mi comprende fino in fondo. Poi forse la situazione del lockdown ha reso ancora maggiore questa fatica, come per esempio la difficoltà nel vedere gli amici. Ad esempio, con una mia amica ci vedevamo una volta a settimana, in maternità ci facevamo anche solo una passeggiata e mi rendo conto che questo era di grande aiuto. Volevo chiedere: come essere aiutati su questa ferita di non poter essere compresa a pieno da mio marito?
Don Massimo: Dovrei essere a casa vostra per poter rispondere bene e con meno superficialità a questa domanda. Vorrei dirti una cosa, e non penso sia un escamotage. Ci sono alcune cose nella vita che sono incomunicabili. Di diverso tipo, sia positive che negative. Ad esempio, la depressione è una malattia incomunicabile, chi l’ha vissuta lo sa. L’altro non capirà mai. La maternità è un altro evento incomunicabile. Non ci sarà mai un uomo che capirà che cosa vive la donna. In questo senso il prete e il marito sono allo stesso livello. Nel senso che l’esperienza della maternità, io penso, almeno per come l’ho sentita raccontare da centinaia di donne, è un’esperienza trascendentale, cioè si può comunicare ma fino a un certo punto. E quindi anche il rapporto tra la madre e il figlio è qualcosa di incomunicabile. Anche il rapporto tra il padre e il figlio. Io penso che la cosa importante sia che aumenti la comunicazione tra voi, che preghiate assieme e che il marito impari ad adorare qualcosa che non gli può essere fino in fondo detta. Vedo un legame molto forte tra maternità ed Eucaristia. Questo è il mistero della visitazione di Maria ad Elisabetta. Maria portava nel grembo Gesù. Il ventre di Maria è stato il primo tabernacolo ed è andata a visitare sua cugina Elisabetta. L’Eucaristia è Cristo che nasce dentro di te nel Suo corpo, che ti rende capace di generarlo in altri. Quindi c’è un legame molto stretto tra Eucaristia e generazione. Dentro le rivendicazioni delle donne non tutto è da buttare, anzi ci sono delle cose molto importanti. E una è questa, e cioè che il marito, l’uomo, deve aprirsi di più al mistero della donna. Una volta, ero ancora a Roma, forse 30 anni fa e andavo a Milano ogni tanto a trovare mia mamma che era sola. Abitava in un appartamento in una casa popolare al quinto piano senza ascensore. Quando io ero al primo piano sentivo già mia madre che apriva la porta. Un giorno trovo sul portone di casa la mamma di un mio compagno delle elementari che purtroppo si era suicidato. Mi dice che aveva visto mia mamma l’altro giorno ed era contenta perché sapeva che sarei salito a trovarla da Roma. «Sa – mi disse – noi vi attendiamo 9 mesi e da allora in poi vi attenderemo sempre». Questa è la maternità. Quindi l’uomo deve entrare in questo mistero in punta dei piedi e in adorazione. Io trovo che sia giusto il discorso che le donne devono avere più responsabilità nella nostra società, ma non quello della superiorità della donna. Perché la superiorità della donna è già scritta nella sua maternità e questo non si vuole accettare oggi. È vero che non tutte le donne devono essere madri, non tutte le donne devono essere spose, lo sappiamo dal ’68 in poi. Anche se al vertice di Amazon e di altre cose ci sono degli uomini, al vertice del mondo c’è la donna.
Intervento: Io e mia moglie ci siamo trasferiti a Legnano da Torino. Stando a Torino ho conosciuto gli amici di Santa Giulia e negli anni ho riconosciuto in loro un’autorità per me. Anche questo luogo di famiglie è un’autorità per me. Anche a Milano conoscevo un sacerdote, un prete della fraternità San Carlo ed era molto amico di tutti noi universitari, che era un’autorità per me. Adesso abitando a Legnano ci manca un po’ un’autorità. Lo vedo personalmente, lo vedo per me e mia moglie, perché riconosciamo l’utilità di un posto simile a questo e del rapporto con Don Stefano, Don Paolo che c’è stato a Torino; ma lo vedo anche nelle coppie di amici, che sono sparsi nell’hinterland milanese, che c’è questa necessità. Come si riconosce un’autorità? Come si sceglie? Io l’ho sempre riconosciuta all’interno di un rapporto che è nato col tempo, adesso non vedo un rapporto simile intorno a me. Probabilmente nel tempo qualcosa verrà fuori, però il bisogno c’è adesso e mi chiedo quali siano i primi passi per trovare e riconoscere un’autorità.
Don Massimo: Vorrei ora provare a rispondere più ampiamente agli interventi e alle domande che mi avete posto. Come possiamo mettere al centro della vita la presenza di Gesù? Innanzitutto la prima cosa che voglio dirvi è che noi non dobbiamo mettere Gesù al centro della vita, ma dobbiamo riconoscere che Lui si sia già messo al centro della nostra vita. Questo è importante, perché se il punto di partenza fosse che noi mettiamo al centro della vita Gesù, potrebbe essere un punto di partenza che non parte mai. Invece Lui si è già messo al centro della nostra vita. Certo, si è messo al centro con discrezione, in punta di piedi, talvolta invece in un modo un po’ meno discreto secondo le nostre norme. Però Lui si è già messo al centro della nostra vita. E questo è il matrimonio cristiano. Allora la domanda diventa: quali sono le strade per seguirLo? Ecco il problema dell’autorità che non è solo il problema di una persona, ma di un luogo. Quali sono le strade per seguirlo, o come chiedevano alcuni vostri interventi: come permanere nel rapporto di fiducia? Come continuare a cercarLo? Questa è la domanda che Gesù ha posto ai primi: «Che cercate?». Notate che non ha detto “Chi cercate?”. Era furbo, Gesù, perché se avesse detto “Chi cercate?”, avrebbero detto “Te” e la questione era bella che finita. E invece ha detto “che cercate?”, cosa cercate in me? Qual è il vostro desiderio di infinito? Cercate la felicità? Ecco, «venite e vedrete», la vostra ricerca dell’infinito è in un finito infinito. Il finito: la Sua casa, «stettero con Lui quel pomeriggio». Però trovarono in quel volto qualcosa di infinito. Quindi la prima cosa che direi per cercare l’infinito nel finito è questo luogo, senza un luogo non si trova neanche il resto. Voi direte: prima dei Sacramenti? Prima della meditazione della Parola di Dio? Sì, prima di tutto, prima di tutto c’è la Chiesa, il Sacramento originale, che viene prima dei Sacramenti. Quindi nella fedeltà a questo luogo troverete tutto il resto. È chiaro che questo non risolve tutto, ci saranno momenti di difficoltà, di buio, di incomprensioni, magari di fatiche e anche di discussioni o di alterchi, fanno parte della vita. Quello che ci è garantito non è l’assenza dei problemi, ma è la strada per viverli. La prima risposta per esempio a una coppia che non riesce ad avere un figlio è «chiediti cosa vuol dirti Dio in questo momento, e poi prega con fiducia». Sempre le due cose sono unite, «sia fatta la tua volontà, venga il tuo regno e dacci il pane quotidiano». Le due domande sono unite. In questa parola, cercare, che avete usato, effettivamente sta tutta quanta la sapienza della vita, se voi leggete i salmi vedete che il cercare Dio è un tema ricorrente, che San Benedetto assume nella sua regola di vita, addirittura come motto di tutto quanto il monachesimo, «Quaerere Deum», cercate il Suo volto. Gesù dice «Cercate il Suo regno e poi tutto vi sarà dato». Cercare indica un dinamismo, quindi quando io dico che il primo modo per seguire Gesù è appartenere a questo luogo, indico non una staticità ma un dinamismo, un dinamismo di tutto il nostro essere, un cammino di conversione, un cambiamento del nostro cuore e della nostra vita, una disponibilità al cambiamento.
Vorrei adesso soffermarmi per concludere sulla domanda circa le delusioni e le persone che non vogliono essere perdonate. E questa è una questione molto importante, che in un modo o in un altro nella vita ci toccherà. Non dico proprio a tutti, ma che comunque riguarda molti, e cioè il tradimento di chi ti è caro. «Se fosse un nemico – dice il salmo – l’avrei sopportato; ma sei tu mio amico, ci legava una dolce amicizia, verso la casa di Dio camminavamo in festa». È qui che viene a galla l’importanza di perdonare. Non importa se gli altri non vogliono essere perdonati. L’importanza di perdonare, cioè di non odiare, di non serbare rancore, ma nello stesso tempo di non pretendere a tutti i costi di ricucire. Io ho vissuto delle situazioni, non mie personali, ma di persone che si sono rivolte a me e che hanno speso decenni delle loro vite per ricucire. Non è sempre necessario ricucire, talvolta può essere anche dannoso. Nel senso che uno poi si volta indietro e dice “ma questi anni della mia vita chi me li restituirà?”. E allora in quel caso, se si vede una pervicacia nell’altro, anche se fa parte della famiglia, si può dimenticare e basta. Non è detto che la cosa migliore sia spendere tutte le proprie energie per ricucire. Nella famiglia, è vero, c’è un legame di sangue che urla dentro perché si ricucia, ma non è sempre la cosa più giusta. Lo dico anche con un esempio semplice, che non implica necessariamente queste problematiche che si sono sollevate. Il rapporto con i suoceri… Tu hai sposato tua moglie, tuo marito, non la famiglia di lei o di lui. Questo dev’essere secondo me ben presente. Laddove c’è un buon rapporto, anche se magari conflittuale va bene, ma laddove questo rapporto incrinasse il rapporto tra marito e moglie, il rapporto tra marito e moglie deve avere il privilegio, a costo di dire “signori restate a casa vostra”. È penoso, doloroso ma ci sono delle priorità. C’è un discernimento nella vita da operare, che talvolta può provocare anche delle ferite. «Chi ama suo padre e sua madre più di me non è degno di me», è una forma semitica per dire che ci sono nella vita delle priorità. È il martirio, il martirio non è semplicemente che ti venga tagliata la testa, il martirio è che tu per aderire all’oggi in Cristo puoi essere anche chiamato a tagliare dei rapporti di sangue che fino a ieri ti sembravano necessari ma che oggi ti ostacolano, anche se appaiono altrettanto necessari.
Un’ultima questione: l’autorità si sceglie o si riconosce? Direi entrambe le cose. Cioè non si tratta di pura passività, riconoscere come pura passività, e non è neanche uno scegliere come pura discrezionalità. Io penso che se uno cerca veramente l’autorità, presto o tardi la trova. Quindi abbi pazienza ancora un po’ e la troverai. Però un’autorità ce l’hai già ed è questo luogo. E poi assieme a questo luogo troverai anche l’autorità lì nella Lombardia.
