Condividere la vita, vivere la missione

Bambini sorridenti nella neve accanto a un pupazzo di neve, locandina Casa Santa Giulia "Condividere la vita, vivere la missione"

CONDIVIDERE LA VITA VIVERE LA MISSIONE

In un mondo di solitudini l’amicizia cristiana è una speranza per tutti

Vorrei iniziare la meditazione di oggi partendo da due notizie che ho letto recentemente. Un’indagine di Save the Children[1] riporta che il 41,8% dei ragazzi, quando sono in ansia o tristi, ricorrono all’intelligenza artificiale. Questo è segno di solitudine e di un enorme bisogno di relazione. Il Corriere della Sera[2] riportava una ricerca in cui si mostrava che la metà delle famiglie torinesi è unipersonale, cioè la metà degli abitanti di Torino vive da sola. Sempre a Torino ci sono 85.000 cani, segno del bisogno ineludibile di compagnia che le persone hanno e che non trovano in altre persone e che cercano quindi nei cani.
Il Concilio Vaticano II ha indicato la necessità che la Chiesa riconosca i segni dei tempi per poter parlare all’uomo di oggi, e sono convinto che uno dei più grandi segni dei tempi di oggi è questo bisogno di comunità. La società tecnologica ha reso gli uomini più drammaticamente soli.

Vorrei approfondire il tema della missione riprendendo alcune cose dette da Madre Corradini nell’incontro della scorsa volta, che ha colpito tutti, sia per il contraccolpo che lascia l’incontro con una persona che vive davanti a Dio, in Dio, per Dio, sia per le parole che ci ha detto.
La cosa che più ci ha colpiti è stata l’affermazione che la missione è amare. Ci ha liberati dall’idea di dover fare qualcosa, che dobbiamo avere un qualche ruolo, un qualche compito: non è questa la questione decisiva, posso amare sempre e dovunque. Madre Corradini ci ha posto poi una domanda: come può la mia vita essere espressione d’amore?

Vorrei cercare di rispondere a questa domanda dettagliando tre punti.

1. La famiglia

Contemplare la bellezza della famiglia è importante anche per chi non è sposato, o per chi una famiglia non ce l’ha più perché è rimasto vedovo, per chi si è separato.
Tutta la storia della Bibbia, Abramo, Mosè, Davide, Salomone, Elia, ecc. rimarrebbe incompiuta senza il Cantico dei Cantici, il senso di tutto l’Antico Testamento è racchiuso in questo cantico d’amore che racconta come tutta la storia sia lo sposalizio tra Dio e l’umanità.

Una voce! Il mio diletto!
Eccolo, viene
saltando per i monti,
balzando per le colline.
Somiglia il mio diletto a un capriolo
o ad un cerbiatto.
Eccolo, egli sta
dietro il nostro muro; [cioè non lo vedo sempre]
guarda dalla finestra,
spia attraverso le inferriate. [però talvolta lo vedo]
Ora parla il mio diletto e mi dice:
«Alzati, amica mia,
mia bella, e vieni! [cioè: non stare ripiegata su di te, non assaporare le tue tristezze]
Perché, ecco, l’inverno è passato[3]

Questo è lo sguardo che Cristo rivolge a ciascuno di noi. «Tu sei prezioso ai miei occhi[4]», come dice Isaia. Cristo ce lo dice anche quando noi siamo atterriti dalle nostre miserie, dal fatto che cadiamo sempre negli stessi peccati.
Le famiglie che incontro non sono perfette: vedo dei genitori che litigano tra di loro e con i figli, vedo famiglie che hanno passato momenti anche di grave difficoltà, però vedo anche tante volte una bellezza. La bellezza che più mi colpisce è proprio in quelle famiglie che litigavano e che iniziano a guardarsi in un altro modo. Ti siedi a tavola con loro: quando i figli sono più piccoli ci sono tante risate per le cose simpaticissime che dicono, quando crescono inizi ad avere dei dialoghi veramente belli. Vedo questo dialogo con i figli, l’ospitalità in casa. Siamo chiamati a conservare e a far crescere questa bellezza.
Quando si è fidanzati, certi pensieri negativi dell’uno sull’altro non ci sono, perché ciascuno torna a casa propria e i pensieri negativi vengono nei confronti del papà o della mamma con cui vivono. Ma sposandosi, certi pensieri negativi vengono verso la persona con cui vivi.

Madre Corradini ha detto una cosa bellissima: la vera carità è avere un pensiero benevolo nei confronti dell’altro. La conversione è nel pensiero, non è lo sforzo di volontà di non dire parole che possano ferire. La carità è avere un pensiero che comprenda l’altro, che non si fermi davanti alla bruttezza dell’altro, ma neanche si fremi davanti alla mia bruttezza, perché tante volte vedo l’altro brutto perché vedo brutto me. La vera carità è avere un pensiero benevolo che viene dalla grazia di Dio e non dall’Accusatore.

Gesù ci guarda dicendo: «Amica mia, mia bella». L’Accusatore invece ci accusa davanti a Dio giorno e notte. Quando noi scopriamo che questo pensiero di accusare noi stessi e l’altro è un pensiero demoniaco – non nella confessione, dove uno accusa i propri peccati, ma nella vita di tutti i giorni – allora iniziamo a capire che possiamo liberarcene.
Cosa c’entra ciò che ho detto sulla famiglia con l’incipit sulla situazione di solitudine delle persone nel mondo torinese e, in generale, nel mondo occidentale? Rispondo raccontando un piccolo episodio. Ho invitato una mamma a fare una testimonianza sulla fede al gruppo di universitari che seguo. Al termina della testimonianza un ragazzo le ha chiesto: “Ma cosa c’entra la tua fede con il legame con tuo marito?”. E lei gli ha risposto: “Mio marito mi ha fatto fiorire. Lui è più bravo di me”. Alla fine dell’incontro questo ragazzo si è avvicinato a questa mamma e le ha detto: “Ti ringrazio perché mi hai ridato speranza nel matrimonio: non ho mai visto i miei genitori amarsi”.
Vedere delle persone in una famiglia che si amano è fonte di speranza per tanta gente. È una grande missione. Per credere nella famiglia bisogna vederla come qualcosa di affascinante.

2. La comunità

Come può la mia vita essere espressione di amore? Amando le persone della comunità. Questo lo può fare chiunque. Vorrei leggervi qualche versetto della Lettera ai Romani, anche perché spero che la vita che vivete con noi sacerdoti possa essere sempre di più un’occasione di amare la parola di Dio, che si accenda in voi un affetto e un amore per la parola di Dio, perché Dio ci parla attraverso la sua parola. San Paolo descrive come si può vivere una comunità:
«Amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno. Gareggiate nello stimarvi a vicenda[5]».

Il pensiero benevolo di cui parlavo prima nei confronti dei figli o del coniuge, diventa un pensiero benevolo verso le persone della comunità. Non per finta, ma perché ho una visione spirituale di fede che mi permette di vedere risplendere in loro un raggio della luce celeste, perché ciascuno di noi è immagine di Dio e riflette un raggio della luce superna.
Nella comunità ciascuna persona ha un’unicità irripetibile. Colpisce che nel Vangelo siano citati i nomi: Pietro, Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Marta, Maria, Lazzaro, ecc. La comunità cristiana non annulla le differenze, le esalta, ma dentro un’unità; non è una esaltazione individualista, narcisistica, ma è dentro una comunione che si genera intorno alla sequela del vangelo e alla carità reciproca. Quando questo accade, per quanto ancora all’inizio, ancora incompiuto, ancora segnato dal nostro peccato, è realmente un’immagine della Trinità, nella quale ci sono il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, dove il Padre non è il Figlio e lo Spirito Santo non è il Padre e non è il Figlio, ma sono un solo Dio.

Può accadere che una persona, dentro la comunità, non si senta valorizzata, non trovi un suo posto, non capisca come poter servire, non riesca ad esprimersi. La prima cosa da fare è parlare con i responsabili, parlare con i preti delle difficoltà che si hanno. Fatto ciò, può succedere che uno si senta ancora non valorizzato, che non trovi il suo posto.
Il consiglio di san Paolo in queste situazioni:
«Non aspirate a cose troppo alte; piegatevi invece a quelle umili. Non fatevi un’idea troppo alta di voi stessi[6]».

Se mi faccio un’idea troppo alta di me stesso, e voi non mi dite che sono bravo, ci rimango male. Se invece ho una considerazione equilibrata di me stesso, se non mi dite che sono bravo, sono felice ugualmente. Ma c’è qualcosa di più profondo. Se noi desideriamo vivere un’intimità con Cristo, dobbiamo raggiungerlo nel posto che è il suo. E il posto di Cristo è l’ultimo, perché Cristo è venuto per servire, non per essere servito. Ha lavato i piedi agli apostoli. Se uno vuole essere valorizzato nella comunità, deve cercare l’ultimo posto e servire all’ultimo posto, perché niente da più gioia ed è più fecondo di poter stare vicino a Cristo.

3. Il lavoro

Come può la mia vita essere espressione di amore?

1 – Una delle strade di immedesimazione a Cristo è il lavoro. Cristo ha amato i lavori che ha fatto. Ha fatto il falegname: ha avuto il gusto di fare bene i mobili, ha avuto il gusto di usare il legname ben stagionato perché il mobile non si gonfiasse, ha sopportato i clienti che si lamentavano per far andare avanti l’azienda di famiglia – Lui, che poteva fulminarli – li ha sopportati, li ha accolti con amore e ha fatto questo lavoro per circa vent’anni, da quando più o meno aveva dieci anni.
Poi ha cambiato lavoro, un lavoro che non c’entrava niente col falegname: ha fatto l’insegnante. Anche qui ha sopportato con pazienza e con grande passione ha cercato di spiegare a degli alunni un po’ … cocciuti il Regno dei cieli, che è materia abbastanza complessa da insegnare. E poi ha fatto il medico. Il Vangelo racconta che arrivava a sera stanco di guarire e che, quando toccavano il suo mantello, “da Lui usciva una forza[7]”. Se usciva da lui una forza, dopo che ciò accadeva, lui aveva meno forza, e ha guarito tanti.

2 – Dunque ha fatto vari lavori, li ha amati e certamente una parte della nostra missione è amare il nostro lavoro. Però il lavoro è anche fatica, perché non siamo capiti, perché talvolta non vediamo i frutti del lavoro che facciamo, fatica in tanti modi. C’è un valore supremo del lavoro, che è come il vertice di tutta l’esistenza e che – come cercherò di spiegare la prossima volta – si manifesta in maniera somma nella Messa, che è il sacrificio di Cristo. Possiamo offrire, in unione al sacrificio di Cristo, le sofferenze che viviamo per la salvezza delle anime. Questo è lo scopo di tutta la storia dell’umanità: questo incontro tra la mia anima, tra le anime degli uomini e Dio.
Santa Teresina di Gesù Bambino, patrona delle missioni, entrata in monastero a 16 anni e morta a 23, ha sfruttato ogni piccola o grande sofferenza per offrirla a Dio per la salvezza delle anime. Ad esempio, la sofferenza causata da una suora che durante la preghiera nel coro la distraeva producendo rumori molesti. Oppure, le gocce d’acqua sporca che una suora, per distrazione, le buttava in faccia mentre lavavano i fazzoletti. Offriva a Dio tutto, come fiori che donava a Gesù. E lei non ha visto i frutti di questa sua offerta in vita, se non in un condannato a morte che, grazie alla sua offerta e alle sue preghiere, si è convertito prima di essere ghigliottinato e si è confessato.
La visione di questa offerta l’ha avuta dal Paradiso, grazie a innumerevoli miracoli ottenuti per sua intercessione. Nelle statue o nei quadri è rappresentata con le rose in mano perché durante tali grazie – che continuano ancora – si diffonde un profumo di rose soprannaturale.

Sul lavoro abbiamo a che fare con altre persone: dobbiamo accettare di stare con le persone che Dio ci ha dato. Una giovane insegnante, mi ha detto: “Desidero guardare i miei studenti come io stessa sono stata guardata da Cristo”. Penso che questo dovrebbe essere vero per come guardiamo tutti i nostri colleghi di lavoro e per tutte le persone che incontriamo: guardarli come siamo stati guardati da Cristo.
Ecco perché è così importante quel raccoglimento interiore, quella preghiera che domanda la fede, che ci permette di sentire la voce di Cristo che, in fondo alla nostra anima, ci dice: «Alzati, amica mia, mia bella, e vieni», cioè: vieni vicino a me, condividi la vita con me, condividi la mia missione che è salvare gli uomini, non lasciarmi da solo.
Quando noi facciamo questa esperienza che, come ricordavo all’inizio, non è sempre – si nasconde dietro il muro, Gesù non si manifesta sempre, lo vediamo qualche volta – se noi sperimentiamo questo amore in fondo al nostro cuore, allora possiamo portare questo calore alla gente che è sola. Possiamo portare una luce di speranza a chi “giace nelle tenebre e nell’ombra di morte[8]”. Possiamo essere anche noi – come san Giovanni Battista che era “una lampada che arde e risplende[9]” – una lampada che arde d’amore e che risplende della luce della rivelazione che Cristo è venuto a donarci.

DOMANDE

Domanda 1
Come si fa ad avere un pensiero benevolo, una stima nei confronti dell’altro – ad esempio il coniuge – quando istintivamente manca o viene un po’ meno?
Domanda 2
Puoi spiegare come si fa ad avere un pensiero benevolo quando l’altro “non ne azzecca una”?

Don Atta
Non voglio dettagliare a cosa ci porterebbe l’istinto…..
Noi siamo fatti per seguire la ragione illuminata dalla fede, è questo che ci conduce alla felicità. Ci aiuta sapere che in noi c’è una inclinazione al male. A causa del peccato originale c’è in noi un istinto omicida – Caino e Abele –c’è un istinto orgoglioso – Adamo ed Eva che volevano essere come Dio. Questo insegnamento della Chiesa è un grande aiuto.
Inoltre siamo tentati dal demonio, il quale è invidioso di coloro che si amano e quindi ci mostra ciò che nell’altro non va, ad esempio: “quell’altro non ne azzecca una”. Ma tu non hai sposato tua moglie o tuo marito perché siano efficienti, ma perché ti sono dati come compagnia per la salvezza. Magari “non ne azzecca una”, però ti può richiamare Cristo in qualche modo. Quindi occorre essere consapevoli dell’esistenza della tentazione e non scandalizzarci.
Ma se la tentazione c’è, come possiamo vincerla? Certamente con la preghiera. Poi prendendo una distanza interiore, cioè se mi vengono dei pensieri negativi sui miei confratelli io posso coltivarli oppure no. Certe volte basta pensare ad altro e i pensieri negativi se ne vanno.
La terza strada è la Chiesa. Il matrimonio è inserito dentro una comunità. È esperienza comune che, quando si partecipa a dei gruppetti in cui ci sono varie famiglie che raccontano le loro difficoltà, le problematiche di una famiglia vengono relativizzate. Due coniugi non possono affrontare le loro difficoltà da soli. Questo è assolutamente impossibile e penso che certi pensieri negativi sull’altro si incrementino anche perché talvolta si è da soli. Io ho visto alcuni matrimoni che avevano difficoltà al loro interno, che però si sono aperti a una comunità, a una missione, e questo ha dato respiro e ha fatto sì che non si fissassero sui loro problemi.
Un altro suggerimento è la parola di Gesù: «Non giudicate». Perché, ad esempio, diciamo “l’altro non ne azzecca una”. Ma forse l’altro ci sta mettendo più impegno con le sue capacità, di me che “ne azzecco tante” e che ho più capacità, perché Dio ha dato i talenti in maniera diversa. Può darsi che l’altro, nell’aldilà, sia più in alto di me. Quindi bisogna stare attenti a giudicare, perché il nostro giudizio non vede le anime. 

don Paolo
Quando inizio ad avere la percezione di essere vittima dei torti da parte degli altri, quando gli altri non fanno quello che io ho in mente, mi succede di cominciare a pensare male. Però arriva un momento in cui devo decidere: “Ma io che voglio fare? Voglio continuare a intossicarmi l’anima? Voglio continuare a pensare male di tutti? Voglio continuare a dire che quello non fa le cose e quindi mi intossico l’anima, oppure voglio redimermi con la grazia di Cristo?”. E allora nasce una domanda: “Signore, guarda, io non ce la faccio a cambiare i pensieri del mio cuore, me li cambi Tu per favore?”. Noi pensiamo di avere un potere sul nostro cuore, ma è vero solo in parte, perché non siamo capaci di governare i pensieri che ci vengono. Allora tutto quello che diceva Atta – l’accoglienza della parola di Dio, la preghiera comune – ci serve per dire: “Signore, guarda, sono così, neanche io ne azzecco una…”. E anche Dio ci guarda e dice: “Guarda questi poveretti che non ne azzeccano mezza”. E allora puoi dire: “Signore, per favore, cambiami i pensieri, cambiameli Tu”. E lì capiamo che Cristo è il Salvatore, è colui che ci salva.
Di recente sono stato a Padova con un gruppo di ragazzi delle scuole superiori, nella cappella degli Scrovegni: c’è una immagine di Satana che tiene la mano artigliata sulla spalla di Giuda e, allo stesso tempo, il piede di Satana è girato nella direzione opposta… Chi ci spiegava questo dipinto diceva: “Ecco, questo è quello che fa Satana: divide”.
Penso che questo che diceva Atta sia una coscienza da recuperare. Siamo continuamente tentati per dividerci dalle persone che amiamo. C’è un tentatore che continuamente ci tenta e ci fa pensare male della persona che noi abbiamo scelto come l’amore della nostra vita in famiglia o, nel caso di noi sacerdoti, delle persone che Dio ha scelto come compagnia per la nostra vocazione. E noi spesso siamo pieni di questi pensieri non benevoli nei confronti dell’altro.
Ad un certo punto noi dobbiamo decidere: vogliamo coltivare questi pensieri benevoli oppure vogliamo coltivare i pensieri di cattiveria? E arriva un momento in cui la decisione possiamo prenderla, però la nostra volontà è debole.
Per non cadere in uno psicologismo, stando lì solo a pensarci, cosa vedo di aiuto per me? Ad esempio, quando noi ci troviamo in cappellina per pregare insieme al mattino, mi ricordo, faccio memoria che le persone che mi sono state date sono un bene per me e me lo ricordo in un modo oggettivo. Ci sono, sono un bene per me: Atta, Dennis, Garrett, Andrea,  Andrea LP, Joao sono un bene per me.
Questo è un giudizio in cui poi l’affetto può rientrare e, oltretutto, è Cristo stesso che ci aiuta a recuperare dei pensieri benevoli, perché Cristo è più forte del demonio che ci vuole separare. Noi tutti siamo dei poveretti, che continuamente combattiamo con questi pensieri. Anche noi sacerdoti dobbiamo lottare contro il demonio che ci separa e ci fa guardare ciò che manca nell’altro e quello che non fa e magari diciamo: “Caspita, ma questo non ne azzecca neanche mezza”.
Per cambiare questo sguardo, per cambiare questo pensiero – la Chiesa dice: per convertirci – dobbiamo sapere che il demonio fa così ma che Cristo è più forte. Quanto più noi ci ricordiamo di questo e ci mettiamo davanti a Cristo insieme, tanto più lui ci cambia il pensiero. Quando marito e moglie pregano insieme, quando i fratelli pregano insieme, il demonio a poco a poco fugge.

Domanda
La missione è amare, dice Madre Corradini, ma come amare come Gesù? Come non amare a modo mio, in modo inquinato da pregiudizi, istintività, visione parziale, insufficienza della realtà? Come non amare in modo parziale? A volte si ama in modo sbagliato.

Don Atta
È meglio amare imperfettamente che non amare. Quando mi dicono: “Io mi distraggo quando prego”, rispondo “meglio che preghi distraendoti piuttosto che non pregare”. È inevitabile che il nostro amore sia imperfetto. Gesù dice riguardo alla prostituta che “le è stato molto perdonato perché ha molto amato”. L’importante è amare, senza stare troppo a preoccuparci della nostra perfezione.
Guardare al Vangelo ci può aiutare tanto a far crescere il nostro amore nella direzione in cui ama Cristo. Se noi non conosciamo Gesù, non potremo mai amare come lui. Noi pensiamo di conoscerlo, ma se leggiamo il Vangelo o lo ascoltiamo a Messa, ogni volta si rivela a noi qualcosa di nuovo.

Domanda
Come questo modo di amare, cioè di amare come Gesù, non è uno sforzo? Da dove può venire questo nuovo modo di amare? E come fare perché rimandi a Gesù e non sia soltanto frainteso come un generico “essere buoni”?

Don Atta
C’è un aspetto della carità di Cristo che è l’essere buoni. Gesù ha guarito gli ammalati e non ha chiesto loro niente, ha fatto dei gesti di bontà gratuiti che venivano dalla sua bontà. Questa è la carità di Cristo, la carità di Dio. Non stiamo troppo a distinguere: un gesto buono è un gesto buono, è un gesto che ci assimila a Dio che è buono.
Per non essere solo bontà, l’amore deve essere anche verità. E la verità è la testimonianza di chi è Cristo nel mondo. Per questo San Giovanni Battista, a detta di Gesù, è stato una lampada che arde in bontà e risplende di verità: ha detto la verità a colui che era andato a vivere con la moglie del fratello – gli ha detto: “Tu commetti adulterio” – e questo gli è costato la testa.
Il nostro amore non è solo bontà, quando diventa testimonianza della verità di Cristo. Però questa verità non può essere accettata se non all’interno di una carità. Gli apostoli hanno seguito gli insegnamenti di Gesù perché si sono sentiti amati. Ma Gesù non si è limitato a volergli bene, gli ha anche insegnato la strada per il Regno dei Cieli. Quindi il nostro amore è autentico quando è nella verità, quando testimoniamo la verità. Certo, per poter testimoniare la verità prima dobbiamo conoscerla.

Domanda
Amare senza essere riconosciuti è una sofferenza. Come possiamo sentirci riconosciuti da Dio per amare e affrontare le fatiche in famiglia, nella comunità e nel lavoro?

Don Atta
Darei una duplice risposta. La prima, fondamentale, è che quando non ci sentiamo amati dobbiamo rifugiarci nella vita interiore. Perché nella vita interiore – cioè nella preghiera, nella meditazione della parola di Dio, nel silenzio – noi sperimentiamo l’essere amati da Dio.
Talvolta Dio permette che ci sentiamo non amati per farci scoprire che lui ci ama infinitamente più di ogni persona. L’amore di Dio per noi non è paragonabile con quello che gli altri hanno per noi. Nella maggior parte dei casi siamo dimentichi di questo, o non lo conosciamo.
Però aggiungo che, quando ci capita di non essere riconosciuti da nessuno, forse c’è qualche problema anche in noi, perché è impossibile che nessuno ricambi il nostro amore. Se tu doni amore, l’amore ti viene ridonato: non da tutti, non allo stesso modo, ma ti viene ridonato. La nostra vita è piena di gesti d’amore: da parte dei nostri genitori, da parte di persone incontrate.
Forse dobbiamo chiedere al Signore che apra gli occhi della nostra anima per vedere anche il positivo di coloro che ci amano. Magari ci amano in modo diverso da quello che noi immaginiamo o vorremmo.
A volte il “non sentirsi riconosciuti” è un sentimento: dobbiamo dare un giudizio su questo sentimento, se è proprio vero, oppure se è uno scoraggiamento umano, comprensibile, che però va superato.

Domanda
Se offri il tuo aiuto nella comunità e sei disposto a metterti all’ultimo posto e a fare i lavori più umili, ma non ti viene chiesto di fare nulla o ti rendi conto che sei sottoutilizzato (non sottovalutato), come puoi contribuire alla missione in quella comunità? Non è forse più giusto offrire il proprio lavoro con umiltà in un’altra comunità?

don Atta
Gesù ci dice di servire, non di servire in una comunità specifica. L’importante è servire, non in quale comunità si serve. Però, forse sarebbe utile parlare con chi guida questa comunità, per capire se c’è la possibilità di fare un passo avanti. Ma se questa possibilità non ci fosse, mi sembra giusto che uno vada anche in un’altra comunità. La Chiesa è grande e questa è una cosa bella. Siamo una speranza per le persone sole nella misura in cui, vivendo insieme, mostriamo che vivere in una comunità non solo è possibile, ma è più bello.

don Paolo
Quello che noi cerchiamo di vivere qui è davvero una grazia infinita che ci viene concessa, non è frutto di una bravura di qualcuno di noi – sacerdoti o laici – non è il frutto dell’intelligenza di qualcuno di noi, è un dono infinito che Dio sta facendo alle nostre vite, innanzitutto a noi sacerdoti ma anche ai laici, alle persone di questo quartiere.
Penso in modo particolare a due elementi. Il primo: la liturgia che viviamo qui, una liturgia curata, in cui poter fare esperienza di Dio che parla alle nostre vite. Il secondo elemento è il lavoro, il servizio, la passione che mettiamo nell’educazione giovanile, con tutte le difficoltà che ci sono. Tutto questo è possibile perché ci sono persone che fanno volontariato, che offrono una, due, tre, venti ore gratuitamente del loro tempo per quest’opera. E chi non riesce a offrire ore di lavoro offre preghiere, offre denaro e sostiene la Chiesa. Io ora vedo con maggiore chiarezza tutte queste cose nascoste: chi fa un’ora di volontariato, chi ha un pensiero benevolo per questa realtà, chi ci manda un messaggino per dirci: “Non posso fare di più, ma vi ringrazio”. Dico questo perché dobbiamo tutti fare un passo di coscienza: che tu doni un’ora del tuo tempo, o una decina del Rosario, o un euro del tuo patrimonio, o venti ore di lavoro di volontariato in questa comunità, tutto questo davanti a Dio ha un valore infinito. Non perché mettiamo su un’opera di uomini, ma perché contribuiamo all’azione di Dio.
Per cui, se c’è qualcuno che si sente sottoutilizzato – non sottovalutato – e vorrebbe far di più, e vorrebbe capire meglio, parli con i sacerdoti, con le persone che guidano i vari ambiti. E noi sacerdoti, con altrettanta serietà e umiltà, diremo che cosa è possibile fare di più oppure no, ma con grande libertà anche da parte nostra.

[1] Save the Children “Senza filtri” XVI Atlante dell’Infanzia, Novembre 2025
[2] “Torino, i residenti aumentano ma si vive sempre più da soli.” Corriere della Sera 22 gennaio 2026
[3] Ct 2, 8-11
[4] Is 43,4
[5] Rm 12,10
[6]Rm 12,16
[7] Lc 6,19; Lc 8,46
[8] Lc 1,79
[9] Gv 5,35

 

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