Un rapporto è vero se è aperto al mondo
Meditazione di don Paolo Pietroluongo per gli Incontri di Casa Santa Giulia del 22 marzo 2025, sul tema della comunione e dell’amicizia in Cristo.
Introduzione: alla ricerca di una solidità
Alla fine di questo percorso sulla comunione e sull’amicizia, vorrei presentarvi una riflessione conclusiva di questo cammino a partire da due domande che mi sono state fatte: “Per vivere quello che tu dici nelle amicizie e nelle fraternità, capisco che il punto essenziale è vivere una familiarità con Gesù. Come faccio?” “Come fare per vivere il primato di Cristo nella nostra vita?”.
Da queste domande capisco che per vivere le relazioni tra di noi, contro la fluidità e la superficialità dei rapporti, per vivere con slancio, apertura, letizia le relazioni tra noi uomini – di cui oggi c’è un disperato bisogno, non solo a livello nazionale, viste le guerre che ci sono anche nei posti di lavoro, in parrocchia, in casa, nel quartiere, nel condominio – abbiamo bisogno di una solidità, di una robustezza dello spirito. Dobbiamo essere forti interiormente, il nostro spirito deve essere saldo. Per noi cristiani questo vuol dire poggiarci sulla roccia, che è Cristo. Non dobbiamo andare a cercare questa solidità da un’altra parte, la nostra roccia è Cristo.
Questa esperienza non è diversa da quella che hanno fatto gli apostoli. Dopo l’ascensione di Gesù al cielo, Gesù stesso manda i suoi amici a predicare il Vangelo sulla terra allora conosciuta. E questi dodici partono. Erano dodici pescatori che non sapevano nulla di teologia, non avevano studiato la pastorale. Ma partono con slancio, con letizia, e vanno ad annunciare a tutti gli uomini il Vangelo, anche a quelli che erano più forti di loro. Vanno ad annunciare la bellezza della vita con Cristo e dell’eternità. Eppure, in questi loro viaggi quanto avranno vissuto la nostalgia del Maestro? Hanno vissuto con il figlio di Dio, hanno visto i miracoli, hanno sentito la Verità stessa parlare. Immaginatevi che cosa deve essere stato per questi uomini sentirsi gli occhi di Gesù piantati nell’anima. Pensate all’amore della vostra vita e immaginatevi che cosa hanno potuto vivere gli apostoli, quando Gesù li guardava dritto nell’anima. Hanno vissuto la loro missione, il loro essere per tutti, con dentro la nostalgia di questo sguardo. All’inizio non c’era la preoccupazione di organizzare la Chiesa, non c’erano i consigli pastorali, i consigli economici, i direttivi come facciamo noi in casa parrocchiale. Si partiva, si andava con dentro questa nostalgia del Maestro. Fin dagli inizi della Chiesa c’è stata questa lotta tra il desiderio, la passione di annunciare Cristo, di dire a tutti quello che avevano vissuto e dall’altra la nostalgia di questo sguardo, il desiderio di ritornare in sé stessi per far memoria di questo amore.
Noi non siamo diversi dagli apostoli, viviamo la stessa dinamica. Da una parte c’è la necessità di occuparci della casa, della famiglia, dei figli, del lavoro, delle relazioni con gli amici, di chi sta male, di essere un porto sicuro per le persone che hanno bisogno, di prenderci cura dei più deboli, dei fragili, e dall’altra sentiamo il bisogno di un nutrimento spirituale, di fare memoria dell’incontro con il Signore, di qualcosa che possa rigenerarci interiormente. Dunque, anche noi, come gli apostoli, siamo chiamati a domandarci: “Dove trovo questa solidità interiore per andare nel mondo? come vivere questa familiarità con Cristo dentro le preoccupazioni e tutte queste esigenze e impellenze che la vita chiede?
L’obbedienza strada per una familiarità con Cristo
Nel Vangelo di Matteo, alla fine del capitolo 7 che abbiamo commentato in questi mesi – porgi l’altra guancia, se uno ti chiede il mantello dagli la tunica, se ti chiede di fare un miglio fanne due, ecc. – è come se Gesù dicesse agli apostoli, “bene, dopo che abbiamo parlato di come vivere nel mondo, nelle relazioni, adesso io vi dico l’ultima cosa, che è un po’ riassuntiva di tutto”:
Non chiunque mi dice: «Signore, Signore», entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. (Mt 7,21)
Questo è il primo punto, fare la volontà del Padre. Gesù nel Vangelo lega sempre la familiarità con Lui all’obbedienza a ciò che il Padre chiede. C’è, infatti, questo episodio del Vangelo: tutti andavano da Lui perché volevano essere guariti, si creava sempre una calca incredibile fuori dalle case dove si fermava; la Madonna, vedendo che il figlio non torna, va a cercarlo e si mette fuori dalla porta della casa dove c’è Gesù, e qualcuno gli dice: “tua madre e i tuoi fratelli sono fuori e cercano di parlarti, vogliono stare con te”. Ed Egli, rispondendo a chi gli parlava, dice: “chi è mia madre? chi sono i miei fratelli?” poi, tendendo la mano verso i suoi, aggiunge: “ecco mia madre ed ecco i miei fratelli”.
Gesù ora tende la mano verso di noi e ci dice: “ecco mia madre ed ecco i miei fratelli, perché chiunque fa la volontà del Padre mio è per me fratello, sorella e madre”. Mi ripeto sempre questa frase, soprattutto nei momenti di aridità spirituale, quando mi sembra che Gesù sia lontano da me. Cosa ci dà una familiarità con Cristo? Cosa fa sì che Cristo sia mio fratello, mia madre, mia sorella? Che cosa permette di vivere con Gesù quell’intimità tipica della famiglia? È l’obbedienza a quello che Dio ci chiede e quindi, se noi impariamo a fare la volontà di Dio, ad obbedirgli tutti i giorni, nei particolari di tutti i giorni, fino in fondo, ci viene donata questa familiarità che in alcuni casi neanche la preghiera dona, perché noi tante volte preghiamo ma sentiamo Gesù lontano.
Non è scontato avere a cuore la volontà del Padre. In noi ci sono tante altre preoccupazioni, le preoccupazioni mondane. È bello come la Chiesa, in questo tempo di Quaresima, ci ricordi che il primo punto è amare Dio e obbedirgli. Quanto è importante, per esempio, nell’educazione dei figli dire loro: “innanzitutto tu devi obbedire a Dio, devi obbedire a quello che Dio ti chiede nella contingenza della tua situazione particolare”. Devi andare a montare i cancelli? vai a montare i cancelli. Devi andare a lavorare in palestra? Vai a lavorare in palestra. Devo andare a dir le Lodi con i miei confratelli? Vado a dir le Lodi con i miei confratelli. Mi strappo da quello che sto facendo per obbedire a quello che Dio mi chiede.
Dunque, la familiarità con Gesù non è una prerogativa solo di chi ha particolari doni spirituali oppure per i sacerdoti e le suore, come se la vocazione matrimoniale fosse una vocazione di serie B. La familiarità con Cristo è per tutti, anche per chi non riesce ad avere particolari doni spirituali. Tante volte noi ci immaginiamo la volontà di Dio come una mannaia che sta sulle nostre teste e che prima o poi scende e ci colpisce, come qualcosa a cui noi dobbiamo sottometterci obtorto collo. Invece per Gesù la volontà del Padre era la cosa più bella che ci fosse. La cercava, si domandava “che cosa vuole il Padre mio? cosa vuole che io faccia?” Si fidava del Padre. E tutto faceva per Lui. Era sempre in ascolto del Padre. Quanto sarebbe bello vivere tutti i giorni, tutte le mattine con questa apertura verso la volontà del Padre! Invece noi tante volte viviamo con chiusura verso la volontà del padre. E infatti camminiamo con il volto triste, siamo tristi, abbiamo la faccia dura come pietra. Perché? Siamo arrabbiati perché non si realizza il nostro progetto. Invece Gesù aveva sempre il volto lieto, luminoso, perché era sempre rivolto verso il Padre. La volontà del Padre è per lui l’occasione di amare il Padre. Ogni gesto, seppur piccolo, può diventare pieno di infinito. Ogni gesto può svelarci l’infinito, può svelarci qualcosa del cielo, perché è l’occasione con cui tu ami Dio.
L’obbedienza alla nostra comunione
Ma perché queste parole – dovete obbedire al Padre – non rimanessero solo un pio desiderio Gesù continua e spiega, cos’è questa volontà del Padre:
Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica sarà simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, straripanono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica sarà simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, straripanono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande. (Mt 7,24-29)
Gesù ci dice da dove partire per far la volontà del Padre e lo fa attraverso una parola che a noi è molto cara, la parola casa. Fare la volontà del Padre vuol dire costruire la propria casa. Io leggo in queste parole di Gesù un grande richiamo a tutti noi alla fine di questo percorso, perché costruire la propria casa vuol dire innanzitutto prendersi cura della comunione umana in cui ci ha messi. Innanzitutto, il tuo matrimonio, la tua vocazione. Per me la mia vocazione sacerdotale insieme ai miei confratelli. Non insieme ad altri, ma insieme a loro. La comunione con il marito, con la moglie, con i miei fratelli, viene prima di tutto, viene prima della parrocchia, viene prima del lavoro missionario, viene prima del gruppetto di amici. Prendersi cura della comunione umana, della propria vocazione viene prima anche dei propri figli. Su questo possiamo discutere, però vedo che, quando marito e moglie preoccupati dei figli non si guardano più in faccia, è l’inizio della fine. Così è per noi. Quest’anno sapete che per noi è stato un anno un po’ complicato. Abbiamo scelto di prenderci cura di noi, all’inizio non è stato facile perché ci siamo dovuti conoscere. Abbiamo deciso di puntare innanzitutto su questo. Le esigenze sono aumentate, ma abbiamo diminuito le cose da fare per prenderci innanzitutto cura della nostra vocazione. Per questo io sarò sempre grato a don Andrea che durante questi mesi ha riproposto a tutti noi sacerdoti l’adorazione eucaristica il lunedì. È un modo per prendersi cura della nostra vocazione sacerdotale insieme. Se non c’è cura per la propria casa, per la propria vocazione, prima o poi tutto il resto ci travolgerà. Io mi rendo conto che a volte può essere un sacrificio, perché tu devi rinunciare anche ai progetti belli che hai, anche ai progetti buoni che hai, ma devi farlo per lasciar spazio a quella comunione che ti sostiene. Questa roccia, questo rapporto con Cristo passa innanzitutto attraverso questa comunione che ci sostiene. Abbiamo dovuto fare lo sforzo di riscoprire la nostra comunione sacerdotale. E questo vale anche per le famiglie. Pensare di trovare la propria realizzazione, la propria felicità, la propria santificazione fuori dal matrimonio è solo un’illusione. Se io pensassi che la mia realizzazione è fuori dalla vocazione sacerdotale, insieme ai confratelli che Dio mi ha dato, mi schianto. La liturgia matrimoniale ad un certo punto dice “… per celebrare il loro matrimonio, nuova via della loro santificazione” come a dire, la vera santificazione, la vera realizzazione è lì, non è da un’altra parte. Se c’è questa base poi possiamo essere missionari e costruire tutto. Ma se manca questo, prima o poi tutto il resto ci travolge. Questo è importantissimo perché noi possiamo lavorare anni sull’educazione dei figli, su come vivere le amicizie, su cosa fare in parrocchia, ma alla fine la nostra attenzione dovrà essere sempre su questa cura della propria vocazione. Se vuoi portare frutto le radici devono essere solide. Vuoi essere per tutti? Ricordati di essere in Cristo. In Cristo per tutti. È un’illusione pretendere di essere per tutti senza essere in Cristo.
Le infedeltà
Noi abbiamo già detto il nostro sì a Gesù nella vocazione che ci ha consegnato, con slancio, con gioia. Quando vi siete sposati c’era questo desiderio: “Prometto, con la grazia di Cristo, di esserti fedele sempre nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita”. E questo desiderio spesso si rinnova. Se io ora vi chiedessi “volete un matrimonio santo?” Tutti voi direste sì. Se io adesso vi chiedessi, “ma voi volete seguire Gesù?” tutti direste sì.
Ma poi nella nostra vita abbiamo visto tutte le nostre infedeltà, nel matrimonio come nel rapporto con Gesù, abbiamo visto tutte le nostre fatiche, tutta la nostra miseria, tutta la nostra povertà. C’è tutta la nostra incapacità ad amare, la conosciamo bene, tant’è vero che delle volte ci sarà anche scappato detto, come ci ricordava Madre Monica, “che disastro la mia giornata”, “che disastro la mia vita”, “che disastro il mio matrimonio”, “che disastro la mia vocazione sacerdotale”, “io che credevo di voler dar tutta la vita a Gesù, guardami qua, con queste miserie, ancora attaccato col cuore a delle meschinità”. Da una parte c’è questo slancio bello e dall’altra tutte le nostre miserie. E questo vale anche per le nostre giornate. Uno parte al mattino con i buoni propositi, mentre prego faccio una caterva di buoni propositi, poi quando faccio il recap a fine giornata dico “vabbè, disastro anche oggi”. Allora guardiamo Simon Pietro che dice a Gesù: “Signore, con te sarò pronto ad andare anche in prigione, darò la mia vita per te”. E poi, guardando negli occhi il maestro lo tradisce. Noi non abbiamo la coscienza che Dio ci guarda quando commettiamo i peccati. Pietro ha tradito guardando in faccia Gesù. E pianse amaramente. Dunque, come ne veniamo fuori? Madre Monica diceva – meditatelo perché è importante – “È più vera la promessa di Dio della mia debolezza; Lui, la sua promessa, si è compiaciuto di farla a noi, povere creature”.
Dio è più grande della nostra debolezza e se noi rimaniamo attaccati a Lui dentro la comunione di vita che viviamo, dentro la nostra vocazione, egli ci farà risorgere. Dobbiamo essere grati al Signore. “Guarda Signore, io sbaglio 300 volte al giorno, però ti voglio bene e ti voglio seguire. È vero, sono un traditore, e magari piango anche per questo, però ti voglio bene. E voglio tener fisso lo sguardo su di Te, voglio stare qui, in questa comunità che tu mi hai dato, in questa famiglia che tu mi hai dato, in questa casa che tu mi hai dato”. Tenere fisso lo sguardo su Gesù insieme ai fratelli più prossimi che lui ti ha dato, insieme a tuo marito, a tua moglie, è questo l’ideale di vita a cui dobbiamo ambire.
L’impossibile diventa possibile
Per concludere vi leggo un commento molto bello di Mauro Giuseppe Lepori, tratto da “Gli interessi di Cristo”, al brano di Vangelo dove Gesù cammina sulle acque e chiama Pietro.
Immaginate la nostra vocazione [ognuno immagini la sua] come se ci trovassimo effettivamente sulla barca o sulla riva. Ed ecco che Gesù ci appare in piedi sulle acque del mare. Ci dice che non è un fantasma, ma proprio Lui. Ci incoraggia a non avere paura e ci dice: «Vieni!». Questo vuol dire che tutta la nostra vocazione ci chiede di metterci a camminare sulle acque, altrimenti non seguiamo Gesù, non camminiamo con Lui. Allora guardiamo l’acqua, che oltre tutto è un po’ agitata. E ci chiediamo: ma come sarà possibile che io cammini sulle acque? Come sarà possibile che segua la mia vocazione, che, per quanto riguarda la vocazione monastica, io viva in una comunità, obbedisca a dei superiori, viva stabilmente in monastero, rinunci a formare la mia famiglia, che mi stacchi da tutti i miei beni, che mi alzi presto al mattino per pregare, e così via? [ma io aggiungo per quanto riguarda la vocazione matrimoniale, che io ami per sempre mio marito, mia moglie, che mi prenda cura di quei figli?] Cosa mi permetterà di camminare su queste acque? Forse la forma dei miei piedi? O il peso del mio corpo? O forse saranno certi tipi di osservanze, di forme monastiche e liturgiche? Magari facciamo la prova. Prima di mettere il piede sull’acqua, provo a pregare in latino. Ma il mio piede affonda e non è questo che mi fa camminare sull’acqua. Allora provo a pregare in lingua vernacola, magari con chitarre e batterie. Ma anche questo non mi fa camminare sull’acqua. Faccio la Comunione in ginocchio sulla lingua, e non cammino sulle acque; la faccio in piedi sulle mani, e non cammino sulle acque. Allora è magari il mio abito che può aiutarmi. Metto il cappuccio, ma non cammino sull’acqua. Tolgo il cappuccio, e non cammino sull’acqua. Per le monache: metto il velo, tolgo il velo; provo a mettere il soggolo e poi lo tolgo. Ma in nessun caso questo mi aiuta a camminare sull’acqua. Forse è il tipo di osservanza che mi può aiutare. Provo a seguire un’osservanza molto monastica, con tanta clausura, silenzio continuo, tre ore al giorno di lectio divina, lunghi tempi di adorazione, lavoro manuale… Ma tutto questo non mi fa camminare sull’acqua. Allora provo ad essere più aperto, a non avere mai silenzio, a fare lavoro pastorale, scuole e parrocchie, e a uscire ad ogni occasione. Ma metto il piede in acqua e anche tutto questo non mi fa camminare sul mare. Insomma, le tento tutte, tutti gli stili, tutte le tendenze, tutte le pratiche e i metodi possibili, tutte le osservanze, strette, medie, larghe… E nulla di questo, di per sé, mi permette di camminare sulle acque, cioè di seguire la vocazione a cui mi chiama Gesù.
Mi piace questa immagine, perché noi siamo così. Quando sentiamo che ci manca la terra sotto i piedi, le proviamo tutte, tutte. E nulla di questo, di per sé, mi permette di camminare sulle acque, cioè di seguire la vocazione a cui mi chiama Gesù.
Alla fine, esasperato, sul punto di lasciare tutto e di rinunciare a camminare sulle acque, perché tanto è impossibile, alla fine alzo lo sguardo e mi accorgo che Gesù è ancora lì, in mezzo al mare in tempesta, che mi guarda, che mi ama, sorride e mi ripete: «Vieni!». E come distratto da questo sguardo, da questo amore, senza pensarci, istintivamente, come un ragazzino innamorato, vado verso di Lui, mi lascio attrarre solo da Lui, senza pensare né ai miei piedi, né all’acqua, né alle osservanze. E allora, miracolo! Senza accorgermi sto camminando sulle acque! Sto avanzando nella mia vocazione! Sto convertendomi alla santità! Il mio cuore si dilata nell’amore di Dio e dei fratelli!
Domande e risposte
Domanda A volte mentre parlavi accennavi a dei dialoghi con Cristo. Com’è il tuo dialogo con Dio? Si limita a momenti liturgici e di preghiera o intesse le tue giornate, quasi come fosse un amico con cui parlare? Chiedo questo perché mi sembra c’entri con la familiarità con Gesù, o per lo meno ne rifletta il mio desiderio.
Don Paolo Tante volte abbiamo detto della bellezza delle giaculatorie, in questa comunità ce ne sono tante, “Veni Sancte Spiritus, veni per Mariam”, “Gesù misericordia, perdonami”, “O Dio, vieni a salvarmi, Signore, vieni presto in mio aiuto”, “Gesù pensaci Tu”. Non vi nego che in passato un po’ sottovalutavo queste giaculatorie perché mi sembravano una cosa da bambini; invece, mi sono reso conto che ripetere queste frasi semplici cambia, letteralmente, quello che c’è nell’anima. Sostituisci con delle preghiere, ad esempio, il pensiero del male, o la mormorazione, oppure i giochi che tu fai con i tuoi pensieri. E questo fa sì che l’anima, a poco a poco, fiorisca. Questa preghiera può diventare una virtù capace di cambiare il modo con cui guardi le cose. Ma questa preghiera, che la Chiesa chiama la preghiera del cuore – cioè, fatta quando ti nasce spontaneamente, quando te ne ricordi – senza la preghiera liturgica, non regge. Si può dialogare con Dio nella misura in cui tu inizi a dedicare uno spazio, un momento preciso a Dio, una regola precisa di preghiera. Pensare di poter pregare solo con la preghiera del cuore, con le giaculatorie, prima o poi non si pregherà mai. Occorre scegliere una regola di preghiera, tutti i giorni le Lodi, tutti i giorni una decina del Rosario, ecc. Siamo tutti adulti, ognuno si può scegliere la sua regola di preghiera. Vi do un consiglio, chi va a lavorare in auto, sfrutti i viaggi in auto. In 20 minuti si può dire un Rosario completo.
Domanda Non è sempre chiara la volontà di Dio. A volte arriviamo a capirla dopo errori o tentativi sbagliati. È Dio che lo permette per ragioni misteriose o noi manchiamo di discernimento? Non mi è sempre chiaro quale sia la volontà del Signore nei miei confronti. Cosa può aiutare a chiarificarlo? Perché spesso mi sembra di intuirla ma poi non sono felice e capisco di aver sbagliato strada. Io non riesco a distinguere nella concretezza della giornata quale sia la volontà di Dio o la mia idea, anche ben motivata. Amare Dio e i fratelli si presta a mille interpretazioni. Qual è il criterio per riconoscerla?
Don Paolo Gesù, per rispondere a queste domande, ha inventato la Chiesa. Delle volte la volontà di Dio è nebulosa, non capisci quello che ti sta chiedendo, a volte c’è bisogno di un tempo di gestazione, un periodo che a volte può essere anche lungo mesi o anni in cui non capisci che cosa Dio ti stia chiedendo. Come vivo questo tempo? Innanzitutto, chiedendo a Dio, attraverso la Madonna, la disponibilità del cuore. Il tempo passa, ma tu stai lì e domandi, “fammi un cuore disponibile, fammi vedere”. Poi noi capiamo la volontà di Dio su di noi e in quello che dobbiamo fare dialogando tra di noi. Normalmente non scende l’angelo dal cielo per dirti “la volontà di Dio è questa…”. Dobbiamo domandarci, “che cosa ci sta chiedendo Dio?” C’è comunque un punto che si chiama rischio, bisogna a un certo punto rischiare di prendere una scelta, ed è un rischio perché può andar male o può andar bene. Ma senza quella componente di rischio noi non faremmo tutto questo travaglio della preghiera, della domanda, dell’incontro con il fratello. Il fatto che alcune cose non si capiscano ci spinge a una comunione maggiore tra di noi, a una preghiera maggiore. Poi, a poco a poco, la volontà di Dio si chiarisce. Ci sono dei criteri oggettivi?
Don Dennis Quando seguo una mia idea, al massimo questo mi dà una serenità psicologica, fino a quando le cose vanno bene. Però appena una cosa non va più bene, questa serenità muore. Invece seguire la volontà di Dio mi dà una pace che non viene da me, che regge anche nel buio, nelle fatiche, questo per me è stato un criterio.
Don Andrea Aggiungo come criterio che mai la volontà di Dio può andare contro il Vangelo o i comandamenti. Un esempio banalissimo: metti caso che una persona sposata si innamori di un’altra/altro. È chiaro che cosa vuole Dio, che tu sia fedele a tua moglie/tuo marito, perché ci sono anche le tentazioni. Quindi un criterio oggettivo è il Vangelo, i comandamenti, il Magistero della Chiesa; mai Dio ci chiederà di fare del male. Noi siamo combattuti a causa del peccato originale, siamo tentati dal male perché il peccato ci illude. Nessuno di noi vorrebbe il male – nessuno di noi è masochista – ma il peccato non mantiene la promessa di bene con cui ci attira. Quindi abbiamo il criterio oggettivo della compagnia della Chiesa, il Magistero, i comandamenti. Nel dettaglio poi, ci si può far aiutare in un dialogo con il confessore o il padre spirituale, ma per obbedire alla propria vocazione. Dicevano i padri della Chiesa che il compito oggettivo primario, la volontà di Dio, è obbedire ai doveri del tuo stato, per cui se sei sposato e hai figli, Dio non ti chiederà di trascurare la moglie e i figli per fare altro.
Don Paolo La domanda dice, “poi mi accorgo che sono felice”. Se seguiamo l’esempio di don Andrea, secondo me la felicità superficiale non è un criterio oggettivo perché, se tu sei sposato, sei sposato, il tuo cuore può anche dire altro. Certo, il desiderio di felicità ci guida, facciamo le cose per essere felici e ci muoviamo per essere felici. Ma “più fallibile di ogni altra cosa è il cuore dell’uomo e difficilmente guaribile”, dice il profeta Geremia, quindi il cuore è un criterio, ma può sbagliare, perché c’è il peccato originale. Se il cuore fosse infallibile, cosa sarebbe venuto a fare Gesù Cristo? Perché ci sarebbero i sacramenti, la confessione, la Chiesa, se il cuore fosse infallibile? Si può dire così: che il nostro cuore è infallibile come criterio ma è fallibile nei giudizi che può dare. Delle volte la volontà di Dio è faticosa da accettare, perché tu sei innamorato di un’altra, ma devi amare tua moglie che conosci da 25 anni, di cui conosci tutti i difetti. E devi amare proprio lei, non un’altra. È così anche per le mogli. E vale anche per noi sacerdoti. A volte è difficile entrare dentro la volontà di Dio. Il punto non è che non la capiamo, a volte è chiarissima, ma non la vogliamo accettare perché il cuore va da un’altra parte. Allora c’è questo dramma della vita per cui tu devi entrare dentro una cosa che non senti immediatamente tua. Occorre fare il sacrificio, fare fatica, fare uno sforzo – sono tutte parole che se le dici sembra allora che non sia vero. Invece delle volte devi fare uno sforzo. Quindi ci sono i sacramenti, ci sono i comandamenti, c’è il Vangelo, c’è la parola di Dio che ci aiuta a capire qual è la volontà di Dio, ci sono i fratelli. Non sei solo con il tuo cuore davanti a Dio, siamo assieme. In questi mesi abbiamo dovuto fare lo sforzo di chiedere e chiederci “ma che cosa ci sta chiedendo Dio?” Non l’abbiamo capito stando ognuno da solo nella propria stanza, l’abbiamo capito parlandoci, e non l’abbiamo neanche capito fino in fondo. Uno magari ha un’intuizione, inizia a andarci dietro, prova, poi torna indietro, è la vita.
Domanda Dove lo trovo nella mia vita questo Gesù che mi guarda, mi sorride e mi ripete “vieni”?
Don Paolo Il Signore Gesù è veramente Signore, è veramente amico, è vivo veramente, non solo nell’eucarestia. Il Cristo di duemila anni fa è qua adesso. Queste parole non vi muovono qualcosa dentro, una ricerca? Non fanno sì che uno si domandi “dove sei?” Magari uno non riconosce subito, in quel momento, che è il Signore Gesù che sta parlando. Ma delle volte uno fa memoria, si ricorda, e dopo qualche giorno, dopo qualche ora, dopo qualche mese, dice “ma non è che quello lì è il Signore che mi aveva parlato?” C’è bisogno di ritornare e fare memoria. Se penso alla mia vita, sono state pochissime le volte in cui ho detto “è il Signore che mi chiama”. Ho avuto dei momenti di memoria, di raccoglimento personale o di dialogo con i fratelli che mi hanno fatto rendere conto che era Lui. I discepoli di Emmaus camminano lungo la strada e parlano. E quello sconosciuto, quello straniero, dice “di che cosa parlate?” “sai, c’è stato uno che è morto, credevamo che dovesse salvare Israele, ma adesso è finito tutto, è morto. Però alcuni dei suoi dicono di averlo visto vivo.” Ah davvero? ma sapete che nelle scritture c’è scritto questo e questo…”, e parlano, e stanno lì a tavola. E lì c’è Gesù. Quando lo riconoscono? Nello spezzare il pane. Però poi dicono “non ci ardeva forse il cuore lungo la strada, mentre egli dialogava con noi?” I nostri sensi spirituali a volte non riconoscono subito il Maestro, questo amico, questo Signore. C’è bisogno di memoria, di ricordare, di stare con Lui. Di leggere. Io, per esempio, tante volte leggo il Vangelo e quando lo leggo mi sembra di trovare descritte alcune esperienze della mia vita. Mi immedesimo con quello che c’è scritto, e dico, “sono le stesse mie esperienze, non è che il Signore mi ha parlato in quel momento?”
Domanda A volte la nostalgia dello sguardo di Gesù su di me, di cui parlavi, mi risucchia e mi confonde: perché devo occuparmi di tanto e di tanti? Io sono fatta per quello sguardo, non per altro, la vita è indirizzata verso l’eternità, cosa ci faccio qui?
Don Paolo Cosa ci facciamo qui? Dobbiamo dirlo a tutti. Giovanni Paolo II diceva che il vero missionario è un contemplativo. Gesù dice che nessuno di noi accende una lampada per metterla sotto un moggio, ma la mette sul candeliere perché illumini tutta la stanza. Se noi bruciamo interiormente di questa ricerca e facciamo esperienza della presenza di Gesù, siamo chiamati a dirlo agli altri, a testimoniarlo agli altri. Noi siamo sacerdoti missionari e desideriamo che la nostra comunità sia missionaria, cioè che racconti agli altri la bellezza di questo incontro con Cristo, racconti il senso della vita che Cristo svela, dobbiamo dire agli altri che con Lui la vita è più bella. Non bisogna fare neanche troppi ragionamenti, solo dirlo con semplicità. Ma occorre che questa fiamma interiore di amore a Cristo bruci, che il nostro sguardo sia rivolto verso di Lui, alla ricerca di Lui. San Paolo aveva lo stesso dramma, diceva: da una parte devo rimanere qua, su questa terra, perché è meglio per voi che io stia qui, che vi annunci il Vangelo, dall’altra però sento come di essere rapito verso il cielo, perché voglio essere con Cristo. È il dramma di questa vita, per chi ama Cristo così. Da una parte vorresti essere con Lui in Paradiso per l’eternità e dall’altra vedi i ragazzi, i giovani, le famiglie, i colleghi di lavoro, quelli che non conoscono Cristo, e tu vorresti fargliela conoscere. C’è una cosa che unifica tutto: la carità. Infatti, San Paolo dice: sia che io rimanga qui è una carità, sia che io vada da Cristo è una carità. Noi siamo qua, su questa terra, per vivere con carità verso i nostri fratelli, per comunicare loro la bellezza dell’amore di Dio, la pienezza del suo amore, sempre con lo sguardo rivolto verso Cristo.
Domanda Hai parlato di radicarsi in Cristo e obbedire alla volontà di Dio solo nel matrimonio e nella vita sacerdotale/consacrata: cosa vuol dire vivere la comunione, quindi, per chi non è sposato o consacrato?
Don Paolo Chi non è sposato e non è consacrato ha comunque un compito: ricorda a tutti, anche a noi sacerdoti, il primato assoluto del rapporto con Gesù. Ed è bello che in questa Comunità ci siano religiosi, persone sposate, persone consacrate, persone che non sono né consacrate né sposate che accettano questa condizione oppure sono alla ricerca, persone vedove. È bello perché ognuno nel suo stato di vita testimonia all’altro qualcosa che l’altro non ha. Voi imparate da noi sacerdoti la bellezza della verginità. Noi impariamo da voi famiglie la bellezza della donazione reciproca nel matrimonio, del perdono, del sacrificio. Le famiglie ci testimoniano la fedeltà alla propria vocazione anche dentro alle fatiche. Da chi non è sposato né consacrato impariamo la carità che vive nella parrocchia, nel piccolo gruppo di amici, come servizio alla Chiesa. A che cosa si deve obbedienza in questa condizione? Innanzitutto, alla piccola comunità in cui vivi, quel piccolo gruppetto di amici, quella piccola fraternità. Quanto impariamo da queste persone che non sono sposate, ma che mettono a disposizione i loro doni, il loro tempo, la loro preghiera per la vita della comunità! È commovente e noi lo guardiamo. Queste persone ci ricordano il primato assoluto della vita con Gesù.
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