Desiderio e promessa

Affettività, sessualità e castità prematrimoniale

don Dennis Bensiek

Lezione ai fidanzati

1. Introduzione: imparare ad amare

Siamo fatti per amare e per lasciarci amare. L’affettività, compresa nel senso cristiano, è il modo in cui il cuore umano impara ad amare. Non è solo un insieme di emozioni che cambiano, ma una dimensione profonda della persona, attraverso cui ciascuno scopre di essere fatto per la comunione.

L’affettività non è qualcosa da reprimere o temere, ma è un linguaggio. Il corpo stesso parla: attraverso i gesti, gli sguardi, la tenerezza, ecc. esso esprime il nostro bisogno di comunione. Il nostro corpo è il segno visibile di una realtà invisibile: la nostra persona, cioè la totalità di noi.

Amare davvero significa imparare a uscire da sé per accogliere l’altro come un bene e non come un oggetto. L’affettività, allora, diventa il cammino che educa il nostro desiderio, lo orienta verso il rispetto, la fedeltà e la gratuità. Non elimina la fragilità e il peccato, ma li trasforma in occasione di crescita. In questo senso, l’affettività è vocazione: è la strada attraverso cui ogni persona può realizzare la propria verità profonda: essere riflesso dell’amore di Dio.

2. Il cristianesimo prende sul serio il corpo

Oggi, parlare di affettività e di sessualità non è mai facile. Per molti non è una domanda aperta, ma tabuizzata: o relegata alla sfera del privato o ridotta a un problema morale o banalizzata come semplice fatto biologico o psicologico. Ma il cristianesimo non nasce da un’idea, ma da un fatto: “Il Verbo si è fatto carne” (Gv 1,14). Dio ha scelto il corpo umano come luogo della Sua rivelazione. Questo significa che non esiste nulla di corporale che sia estraneo alla nostra fede.

Invece, molti di noi, anche dentro la Chiesa, hanno respirato un’aria ambigua: come se la sessualità fosse una zona pericolosa, qualcosa da tollerare o da disciplinare, ma mai davvero qualcosa da comprendere. San Giovanni Paolo II, con la Teologia del corpo, compie un gesto radicale: non parte dai divieti, ma dalla bellezza dell’origine. Non chiede innanzitutto rinunce, ma uno sguardo vero sull’uomo. Quindi, la domanda di oggi non è: fino a che punto posso spingermi senza peccare? Ma piuttosto: per che cosa sono fatto? Che cosa promette il mio desiderio?

3. L’esperienza originaria: il corpo come rivelazione della persona

Partiamo da un’affermazione semplice, ma rivoluzionaria, di Giovanni Paolo II: “io non ho un corpo, io sono il mio corpo”. Il corpo non è un imballaggio dell’anima, ma il luogo in cui la persona si manifesta, si comunica e si dona.

Nel racconto della Genesi, Adamo scopre sé stesso nel momento in cui incontra Eva. Quando Adamo la vede esclama: “Questa volta è carne della mia carne e ossa delle mie ossa” (Gen. 2,23).

È un riconoscimento pieno di stupore: nell’altro riconosco me stesso e, allo stesso tempo, riconosco qualcosa che mi supera. Qui nasce il significato profondo della differenza sessuale: non come contrapposizione, ma come chiamata alla comunione.

Il corpo, maschile e femminile, porta inscritto un messaggio: sono fatto per il dono. Giovanni Paolo II parla di “significato sponsale del corpo”. Il corpo dice, prima di ogni parola: io sono fatto per donarmi, sono fatto per appartenere a un altro senza perdermi, senza perdere la mia individualità.

4. Il desiderio: ferita o promessa?

Uno dei grandi equivoci della mentalità in cui viviamo è considerare il desiderio come qualcosa di sospetto o, al contrario, come qualcosa di assoluto: il nostro desiderio o va controllato o va soddisfatto. Ma entrambe queste posizioni sono parziali!

Il desiderio sessuale non è un semplice istinto, ma è un desiderio di totalità. Nel corpo desidero una comunione che nessun gesto puramente fisico può esaurire. Per questo, la sessualità è così potente e, allo stesso tempo, così fragile: perché tocca il punto in cui il finito incontra l’Infinito.

Poi, esiste anche il peccato: il nostro desiderio è  stato ferito da esso. Ma il desiderio non è uguale alla concupiscenza, cioè al peccato! Il desiderio, nella sua radice, è buono. È una nostalgia dell’origine, una sete di pienezza. Qui emerge un punto decisivo per la nostra esperienza: il problema non è desiderare troppo, ma desiderare troppo poco. Spesso riduciamo il nostro desiderio, quando lo separiamo dalla verità della persona.

5. La castità: non negazione, ma forma dell’amore

Viviamo in una cultura che esalta la libertà, ma spesso la confonde con il consumo. L’altro diventa facilmente un mezzo per possedere, per soddisfare i nostri bisogni fisici o psicologici e per rispondere al nostro istinto. Ma quando separiamo il corpo dalla persona, l’altro non è più un Mistero da accogliere, ma un oggetto da usare. Anche quando c’è consenso, anche quando c’è affetto, manca comunque la verità del gesto. Per noi questo è un punto centrale: la libertà non è spontaneità (poter scegliere come si sceglie a un buffet), ma adesione alla verità di sé. Non sono libero quando faccio ciò che voglio, ma quando riconosco ciò per cui sono fatto e quando cammino in quella direzione.

Arriviamo così alla castità che è forse la parola più fraintesa di tutte: spesso viene percepita come una rinuncia sterile, una mortificazione del corpo. Giovanni Paolo II, invece, la restituisce al suo significato originario: la castità è l’integrazione del desiderio nella verità dell’amore. Essa non spegne l’eros, ma lo educa. Non elimina il desiderio, ma lo custodisce. È la virtù che permette al corpo di dire la verità della persona. È il passo indietro che sono chiamato a fare per contemplare davvero ciò che ho davanti, per godermi fino in fondo la bellezza e la totalità dell’altro che è dono per me.

Qui tocchiamo un punto decisivo. Quando due persone vivono l’unione sessuale, il loro corpo dice tre cose:

1) “Ti dono tutto me stesso”;
2) “Sono tuo”;
3)“Per sempre”.

Ma la domanda è: la vita dice la stessa cosa che dice il corpo? La castità prematrimoniale non nasce da una diffidenza verso il sesso, ma da una profonda stima per il suo significato. Se il corpo dice “per sempre”, ma la vita dice “finché dura”, si crea una frattura interiore. Inteso così, il corpo diventa menzogna, non perché ci sia cattiveria, ma perché manca ancora la forma piena del dono. Vivere la sessualità fuori da questa verità non è innanzitutto peccare contro l’insegnamento della Chiesa, ma dire con il corpo qualcosa che la vita non è ancora in grado di sostenere.

Il tempo che precede il Matrimonio è un tempo di attesa. Non si tratta di un’attesa vuota, ma di un tempo educativo. In quel tempo si impara una cosa decisiva: volere il bene dell’altro più del proprio bisogno, amare il destino dell’altro più di sé stesso. L’attesa educa alla pazienza, alla fedeltà e alla gratuità; colonne importanti su cui si può costruire, poi, il proprio matrimonio. Così, in un mondo che predica il tutto subito, l’attesa diventa una forma di profezia.

Guardiamo a Cristo: Dio diventa davvero uomo. In Cristo, Egli assume il corpo e lo porta fino al dono totale di sé sulla croce. Sulla croce, il corpo diventa definitivamente linguaggio dell’amore. “Questo è il mio corpo, dato per voi.” Nella persona di Cristo, si rivela il senso ultimo di ogni castità, di ogni attesa e di ogni fedeltà. Siamo fatti per amare così!

6. Conclusione: una scommessa sulla felicità

Alla fine, è importante dire una cosa con chiarezza: nessuno arriva al Matrimonio in maniera pura. Tutti ci portiamo dentro errori, peccati, compromessi e ferite affettive. Lo scopo della castità non è una purezza, come la intendevano gli ebrei: tenersi puri, non contaminarsi. Lo scopo della castità è recuperare uno sguardo di libertà e di verginità sull’altro e su me stesso.

Cristo non è venuto a condannare il nostro desiderio, ma a redimerlo. La castità è un cammino che si comincia e che si ricomincia sempre di nuovo; un cammino che viene sostenuto dalla grazia, dagli amici, dalla comunità e dai Sacramenti. Non bisogna scandalizzarsi di niente, ma ci vuole un cuore disponibile a chiedere perdono e a ripartire sempre con umiltà.

Quindi, la vera domanda non è se la castità sia difficile. Lo è! La vera domanda è se ci fidiamo della promessa inscritta nel nostro desiderio e nel nostro cuore. La castità prematrimoniale è una scommessa: che l’amore possa essere fedele, che il corpo possa dire la verità, che il desiderio non sia una condanna ma una chiamata. In un mondo che ha paura del per sempre, vivere così è una testimonianza potente. È la strada di chi prende sul serio sé stesso, l’altro e anche il proprio rapporto con Dio.

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