Eucaristia anticipo del Paradiso
Senza messa la nostra vita ha ancora un centro?
21 marzo 2026
don Attanasio
1. Premessa
Nell’incontro precedente ci siamo interrogati su come la nostra vita possa essere espressione di amore. Abbiamo cercato di mostrare come il nostro amore si possa esprimere nella famiglia, nella comunità e nel lavoro. Tuttavia, come il bambino non può iniziare a sorridere se non ha dei genitori che gli sorridono, analogamente noi non possiamo amare, la nostra vita non può essere espressione dell’amore di Dio, se non sperimentiamo l’amore che Dio ha per noi.
Proprio per questo, nel percorso che abbiamo fatto quest’anno sul tema della missione, il primo incontro si intitolava “Ti ho amato di un amore eterno”.
E dunque, dove scopriamo che Dio ci ama?
Dobbiamo innanzitutto premettere che Dio non entra in rapporto con noi direttamente – entreremo in rapporto con Lui direttamente solo nella vita futura – ora egli ci parla attraverso tutte le cose.
Dove scopriamo questo in maniera del tutto eminente? Nella liturgia e nella S. Messa, dove tutta la creazione visibile e invisibile entra in rapporto con Dio.
Senza la Messa la luce illumina, l’acqua lava, gli esseri crescono, il grano germina e mette la spiga, noi lavoriamo, ma tutto questo non ha senso, non ha un centro, è come disperso. Come i pianeti ruotano intorno al sole e le particelle atomiche intorno al nucleo, così nella Messa Cristo diventa il centro intorno a cui ruota tutta la nostra vita, ogni particella della nostra esistenza, ogni dettaglio. Altrimenti siamo dispersi. Uno guarda Sanremo – più o meno bello, a seconda dei gusti musicali – le Olimpiadi, e il giorno dopo sente parlare della guerra, o va a Dubai in vacanza e si trova i missili che gli passano sopra la testa. Altri hanno i missili che da anni piovono in testa. Che senso ha la storia del mondo, che spesso è una storia di sangue?
2. La rivelazione nelle cose
Abbiamo detto che Dio non si rivela a noi direttamente. Si rivela a noi attraverso le cose. Nella Messa le cose svelano Dio: le vesti, che sono come una seconda casa, hanno una dignità particolare; il canto eleva il nostro cuore a Dio; il profumo spirituale dell’incenso, la bellezza dei vasi sacri, della patena che accoglie l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo, del calice puro e santo destinato a contenere le gocce divine. Tutto ha una dignità che svela lo splendore di Cristo. Nelle cose più semplici si nasconde il più grande mistero. Qui tutto è segno di Dio.
Qualche incontro fa avevamo cercato di rispondere a questa domanda: come possiamo passare da uno sguardo utilitaristico sull’esistenza a uno sguardo contemplativo? Rispondendo avevamo parlato del grande valore del silenzio. Questo silenzio contemplativo trova il suo culmine proprio nella Messa. Il mondo va sempre più veloce, le persone gridano, tutto sembra un grande caos, ci vuole un grande coraggio per fermarsi, tacere e adorare.
Entrando in chiesa ci facciamo il segno della croce. Esso abbraccia tutta la nostra persona. Con esso cerchiamo di raccoglierci, concentrando in Dio i nostri pensieri e la nostra volontà. Chiediamo protezione dalle tentazioni.
Cerchiamo la fiamma perennemente accesa del santissimo per genufletterci davanti a colui che abita la Chiesa e con la sua presenza è lì ad attenderci.
Cerchiamo ora di approfondire come alcuni elementi della liturgia delle cose esprimono l’amore che Dio ha per noi.
La pietra
L’altare è segno della pietra di Dio che regge i pilastri del mondo, la pietra su cui appoggiamo la nostra vita. La pietra è anche la montagna sacra dove Dio si rivela. Ecco perché entrando in Chiesa saliamo i gradini. Tutto il nostro essere si eleva. Quando il sacerdote sale i gradini dell’altare, sale la montagna sacra che è il Golgota. Poi bacia l’altare. Bacia la pietra dell’altare che è Cristo. Come scrive san Pietro nella sua prima lettera: «La pietra che i costruttori hanno scartato è divenuta la pietra angolare».[1] La nostra esistenza, altrimenti tremolante, instabile, sospesa sul nulla, trova in Lui il suo stabile fondamento. Durante il Covid è stato proprio il rosario a farci percepire che senza questo fondamento la nostra vita era in balia del nulla.
L’albero
L’albero della croce contiene tutti gli alberi, è il significato di tutti gli alberi. Gli alberi affondano le radici nella terra, ma slanciano il loro rami verso il cielo, così la croce unisce terra e cielo.
La luce
Gesù dice: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita».[2] La luce che attraversa le vetrate entra nel buio della nostra vita, così avviene dentro la chiesa, soprattutto nelle chiese gotiche. La luce delle candele è segno della luce di Cristo. Le candele che accendiamo ai santi sono segno della luce di Cristo che ha pervaso la loro vita e ci raggiunge anche attraverso di loro.
L’uomo
Questa luce divina si manifesta sommamente nel fatto che Dio ha creato gli uomini. Ciascun uomo è un raggio della sua divina bellezza. È come se Dio, nella sua unità, nella sua irraggiungibilità, nel suo essere al di là di tutto e di tutti, si comunicasse in questa luce, nel fatto che ciascuno di noi è un raggio della divina bellezza. Nella creazione degli uomini contempliamo l’immensità di Dio che si manifesta nel loro numero sconfinato, nelle differenze dei popoli, delle epoche, nella singolarità di ciascuno.
Qui c’è da fare un “nota bene” importante. Se quello che abbiamo detto è vero, nessun uomo vive una vita puramente naturale, neanche chi si dichiara ateo. Ogni uomo vive e si alimenta del rapporto con Dio. Se io dico: “Io vivo senz’aria”, continuo a vivere di aria. Analogamente chi nega Dio vive comunque di Lui. Questa considerazione è decisiva per come guardiamo alle persone che sono lontane dalla Chiesa. Tutti vivono in Lui. Tutti portiamo nella liturgia, per tutti preghiamo. Come ha detto san Paolo agli Ateniesi: «In lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo».[3]
Questi raggi della divina bellezza però, tante volte esprimono il peggio di sé stessi. Si scannano a vicenda, come scrive Dante a proposito della terra: “L’aiuola che ci fa tanto feroci”[4]. Nell’incontro della volta scorsa, abbiamo visto quanto fatichiamo ad avere un pensiero buono sull’altro, sulla moglie, sul compagno di lavoro.
3. Rivelazione profetica
L’insegnamento di Gesù sarebbe incomprensibile senza la rivelazione nella realtà, tuttavia Dio non si rivela solo nelle cose e negli uomini, ci parla anche esplicitamente.
Quando percepiamo di non essere amati, siamo soliti dire: “Non mi ha detto neanche una parola, non mi rivolge la parola”. Perché quando qualcuno ti ama, ti parla, si comunica a te. E così fa Dio con noi: ci parla continuamente.
La comunità cristiana esiste in quanto si raduna intorno a Cristo che parla. Se si toglie la parola di Dio, la Chiesa cessa di esistere. Come Israele si raduna intorno alla parola di Dio, così la Chiesa.
Da questo punto di vista tra i preti e i laici non vi è alcuna distinzione: siamo tutti intorno a Cristo che ci parla. Quando il sacerdote ha letto il Vangelo conclude dicendo: «Parola del Signore», e tutti rispondono: «Lode a te, o Cristo». Non: “Lode a te, don tal dei tali, che hai letto il Vangelo”.
Anche se ci sarebbe molto da dire, non mi dilungo. Poniamoci però almeno una domanda: la consistenza della nostra comunità sta nel fatto che ci riuniamo ad ascoltare Cristo che ci parla, o è riposta in altro? Ad esempio, nelle cose che facciamo o nelle simpatie che abbiamo?
Ecc.
4. La rivelazione ultima di Cristo
Cos’è il Regno di Dio di cui parla Gesù? Dov’è? Gesù annuncia la buona novella, ma sembra non avverarsi. Dice: «Beati i perseguitati a causa della giustizia»,[5] ma se noi siamo perseguitati stiamo male. Dice: “Amare i nemici”, ma poi chi ci riesce? Annuncia la vittoria dell’amore, ma poi dov’è questa vittoria?
Quello che Gesù insegna è una profezia che si realizza nella sua morte e nella sua resurrezione. Senza la morte e la resurrezione di Cristo, tutto quello che Gesù ha insegnato non ha senso. Ecco perché il centro di tutta la liturgia è la Settimana Santa: perché è ciò che dà significato a tutto.
Gesù vede la sua morte non come noi guardiamo alla morte, ma come la vede Dio, come un battesimo. Il battesimo è qualcosa che ti fa rinascere. Noi vediamo la nostra morte come una fine: non possiamo più fare progetti, dobbiamo lasciare le persone che amiamo. Invece Gesù dice: «C’è un battesimo che devo ricevere, e come sono angosciato finché non sia compiuto».[6] Qui Gesù parla della sua morte.
Gesù dice agli apostoli: «Ora io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada; perché se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò».[7] È un bene la sua morte. Gesù, finché non muore, non si può comunicare pienamente – comunicare, comunione – come lo sposo non può donarsi pienamente.
Nella sua morte in croce, invece, venendo meno alla condizione terrestre, è investito di tutta la potenza di Dio e glorifica la natura umana attraverso la resurrezione. Ed è questo il Regno di Dio. Compie così tutte le sue parole, tutte le profezie, tutte le speranze buone dell’uomo.
Uno dei film, a mio parere, più belli della storia del cinema, “C’era una volta in America”, racconta dell’amicizia tra alcuni ragazzi e di come, nel corso della loro vita, questa amicizia venga infranta da tradimenti vari. Il film descrive una bellezza vissuta da giovani, e di come la vita non mantenga quella promessa.
Invece Cristo compie tutte le promesse. Donandoci il suo Spirito, può diventare intimo a ciascuno di noi, più intimo ora di quanto lo fosse quando viveva in Galilea. San Paolo scrive: «Perciò d’ora in avanti noi non conosciamo più nessuno secondo la carne; e anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora però non lo conosciamo più così».[8] Perché gli dicevano: “Tu non sei un vero apostolo perché non hai conosciuto Cristo dal vivo”. Come conosciamo Cristo ora? Attraverso il suo Spirito che instaura un rapporto di intimità con Lui impensabile.
Questo avviene anche per la Madonna, ovviamente in misura minore. Quando una madre mette al mondo il figlio, il figlio comincia ad allontanarsi, anche se all’inizio la madre lo percepisce poco, perché lo accudisce, lo allatta. Però quando le dice: “Mi sposo”, il distacco lo percepisce… E questo l’ha vissuto anche Maria: ha vissuto trent’anni con Gesù, poi Lui è partito e non le ha fatto sapere più niente – non c’era internet, non c’era il telefono cellulare – per di più le arrivavano voci che lo dicevano indemoniato, pazzo. I parenti dicevano: “Riportiamolo a casa, è fuori di testa”.
Quando Gesù è risorto ha instaurato con sua Madre un’intimità più grande di quando Maria lo portava in grembo. Poi quando è morta, Maria è diventata intima a ciascuno di noi. Tutti noi sentiamo Maria intima a noi perché ci accompagna dal cielo. Nella condizione celeste vive un’intimità con noi che è molto più grande di quando era sulla terra con gli apostoli. Così è di tutti i santi, anche se avviene ovviamente in misura minore.
5. Messa, memoriale della morte e resurrezione di Cristo
San Giovanni Crisostomo scrive che la morte e la resurrezione di Cristo sono la legge di tutta la vita. Come Cristo ci trascina nella sua morte e resurrezione? Come entriamo in comunione con la sua morte e resurrezione che sono il compimento di tutte le sue promesse? Nella Messa. Le cose che stiamo dicendo aiutano a comprendere ma non possono essere esaustive, perché il vero modo di avvicinarsi ai sacramenti è parteciparvi.
La Messa inizia con il “Confesso”. Abbiamo visto, negli incontri precedenti, la pace che nasce dall’accettare che siamo tutti peccatori. Finché siamo sulla terra non possiamo amarci se non tra peccatori. Questa consapevolezza ci libera dalle pretese che abbiamo gli uni verso gli altri. E la liturgia, all’inizio della Messa, ci fa dire proprio questo, e lo diciamo davanti a tutti, lo diciamo insieme. Poi c’è l’assoluzione del prete: «Dio onnipotente abbia misericordia di noi, perdoni i nostri peccati e ci conduca alla vita eterna». Questa è un’assoluzione solo dai peccati veniali, ma un’assoluzione reale.
Dopo ci sono le letture, profezia della morte e della resurrezione di Cristo – anche il Vangelo, abbiamo detto – poi si entra nella liturgia eucaristica.
Abbiamo visto che Dio si comunica a noi attraverso le cose. Ma Dio non ci dona solo delle cose. Come possiamo fare noi: «Ti dono del tempo, una rosa, una cena». Dio – ed è questa la ragione per cui tante volte non ci dona quello che gli chiediamo – ci dona sé stesso nella morte e nella resurrezione di Cristo. Dio ci dona sé stesso nell’Eucaristia, che contiene tutta la sua vita, da quando è stato concepito nel grembo della santissima Vergine Maria fino a quando ci dona lo Spirito Santo nella Pentecoste.
Ora, se noi accettassimo pienamente questo dono, moriremmo: verremmo rapiti in cielo. Nell’ultima parte della sua vita san Filippo Neri, quando celebrava la Messa, andava in estasi, si alzava da terra. Per questo era costretto a dire la Messa in una cappellina privata della comunità. Stava in estasi per parecchio tempo, e c’era un chierichetto di fianco a lui che suonava il campanello, altrimenti lui continuava a stare in estasi.
Dio si dona tutto a noi, siamo noi che ci doniamo a Lui in maniera imperfetta. Tante volte la partecipazione alla Messa è qualcosa di poco significativo ma questo non ci deve scoraggiare: donarci a Lui oggi è la condizione perché domani ci sia una donazione più grande. Perciò non dobbiamo mai scoraggiarci.
6. La consacrazione
Affinché noi possiamo entrare in comunione con la morte e la resurrezione di Cristo è necessaria la consacrazione. Se io dico a voi: “Siete degli angeli”, rimanete degli uomini. Se io dico a voi: “Siete dei cani” rimanete degli uomini. Ma se io, come sacerdote, durante la Messa dico: «Questo è il mio corpo», «questo è il mio sangue», avviene la transustanziazione, cioè il pane e il vino diventano il corpo e il sangue di Cristo. Avviene questo miracolo.
Dopo che il sacerdote ha detto queste parole, si inginocchia, fa silenzio, tutti fanno silenzio. Non c’è più niente da dire. Tutto è compiuto. Quello è il momento in cui, anche nelle comunità più distratte, tendenzialmente c’è un momento di silenzio perché si ha la percezione che avviene qualcosa di straordinario.
Ecco allora il passaggio da uno sguardo utilitaristico a uno sguardo di contemplazione: fermarci, tacere e adorare, perché in quel momento inizia la fine del mondo. La fine del mondo è quando tutto sarà riunito in Cristo, tutto sarà uno in Cristo. Lì, dopo la consacrazione, questo comincia, si avvera: è il “tutto è compiuto” che Cristo dice prima di morire.
Tutti noi ci affolliamo intorno all’altare, tendiamo le mani a questa sorgente che è il cuore squarciato di Cristo, Cristo risorto, che compie tutti i sacrifici, cioè dà significato, dà un centro a tutti i sacrifici della nostra vita.
Cosa significa offrire la propria fatica? Significa portare a Dio quello che siamo. Nella Messa fa tutto Dio, cosa dobbiamo fare noi? Portare quello che siamo: le nostre gioie, la bellezza che viviamo, ma anche la nostra fatica, anche il nostro peccato.
Tante volte uno entra in chiesa e poi ha pensieri storti, ha pensieri impuri e non riesce a liberarsene, non riesce a pregare bene, pensa male del marito, della moglie, del figlio, del fratello che gli sta di fianco, di quello che stona cantando. Tu devi portare a Cristo questo, quello che sei, anche il tuo peccato. Perché Lui prende il tuo peccato e lo distrugge nella sua morte e nella sua resurrezione. Il Regno di Dio è la vittoria sul male. Cristo assume in sé tutta l’umanità nella sua morte e resurrezione. Noi dobbiamo donargli noi stessi.
Tutto ciò avviene nell’offertorio. Nel pane e nel vino doniamo noi stessi. Essi non sono semplicemente l’uva e il grano, ma l’uva e il grano lavorati dall’uomo.
Alla fine dell’offertorio il sacerdote incensa prima le offerte, poi l’altare. Mentre gira intorno all’altare incensa il crocefisso.
Con l’incenso chiediamo a Dio che accolga le nostre offerte. Esso è simbolo di quella preghiera che non ha alcuno scopo se non adorare Dio perché è grande e magnifico. Come un giorno, quando il Signore sedeva a Betania, e Maria, presa una libbra d’olio profumato, di nardo puro, di gran valore, unse i piedi di Gesù e glieli asciugò con i suoi capelli; “e la casa fu piena del profumo dell’olio”.[9] La liturgia ci insegna a fermarci, tacere e adorare. A questo punto il diacono o un ministrante incensa il sacerdote, segno della presenza di Cristo, poi incensa eventuali concelebranti, infine tutto il popolo, perché Dio abita in ogni uomo.
L’inizio del Regno di Dio, della gloria, è nascosto nell’umiltà, nell’umiltà della Messa. Umilità di Dio che assume la nostra parola, la parola di un povero prete peccatore e limitato, le specie del pane e del vino, uguali a tutti i pezzi di pane e a tutti i calici di vino. Esteriormente non cambia niente. Veramente Dio si nasconde in questa umiltà! Come scrive sant’Agostino: “Nel suo corpo e nel suo sangue Cristo ha voluto che fosse la nostra salvezza. Ma come ci ha raccomandato il suo corpo e il suo sangue?[10] Con la sua umiltà. Se non fosse stato umile, infatti, non lo potremmo né mangiare né bere.”[11]
7. La Messa raccoglie tutti in Cristo
Nella prima creazione – che è sempre in atto – Dio crea tutto l’universo: le cose e gli uomini come raggi, frammenti della sua divina bellezza, della sua incalcolabile immensità. Se però guardiamo il cielo stellato, tutto quello che Dio ha fatto, siamo quasi “sotterrati” dall’immensità di Dio, da tutta questa multiforme creazione. Di tutti questi raggi, non riusciamo a capirne l’unità, non riusciamo a coglierne il senso.
Nella seconda creazione Dio ci svela il senso di tutto. L’inizio della nuova creazione avviene la domenica, il giorno della resurrezione, dove Dio prende questi molti che sono usciti da Lui e li riunisce. Come scrive san Paolo:
«Siccome vi è un unico pane, noi, che siamo molti, siamo un corpo unico, perché partecipiamo tutti a quell’unico pane.»[12]
«Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù.»[13]
È l’inizio della pace, è l’inizio della fine della guerra, è la fine della divisione. Scrive san Tommaso: “L’eucaristia è il sacramento dell’unità della Chiesa.”[14]
Come abbiamo visto, anche tutte le cose della natura acquistano il loro vero significato. Non hanno un’utilità pratica. Nella consacrazione la creazione non è distrutta ma trasfigurata. Dio non distrugge nulla di ciò che ha creato. Cosa vuol dire? Che rimangono le specie del pane e del vino, come rimangono le distinzioni tra le persone. Nella preghiera eucaristica, infatti, che spiega quello che avviene nella consacrazione, noi ricordiamo il Papa, i vescovi, Maria, gli angeli, i santi, diciamo i nomi. Perché questa unità ci rende intimi gli uni agli altri – come spiegavo nell’esempio di Maria santissima – ma non distrugge la nostra differenza, anzi la esalta. L’unità nella Chiesa non è mai quella di una massa indistinta.
Un’ultima questione: dove vanno a finire le anime del Purgatorio? Io sono convinto (anche se non ne sono certo perché non sono stato nell’aldilà), che sono pochi quelli che vanno direttamente in Paradiso. Noi abbiamo bisogno di essere purificati per stare davanti a Dio. È meglio purificarsi sulla terra, ma nella maggior parte dei casi si va in Purgatorio. Ci sono “vari anni” di Purgatorio. Ma se nell’aldilà non c’è lo spazio e il tempo, perché ci sono gli anni di Purgatorio? Mi è rimasta questa domanda finché ho letto un libro di Barsotti che mi ha chiarito la questione. Le anime che non hanno già raggiunto la visione beatifica fanno parte ancora del nostro mondo e partecipano alla Messa attraverso di noi. Ecco perché la Chiesa ha sempre fatto dire le messe per i defunti. Il centro del Purgatorio è l’altare. Queste anime non vedono Dio direttamente, ma vedono quello che avviene quando noi diciamo la Messa. Man mano che si purificano, vedono sempre di più Cristo nel pane e nel vino: è come se i veli venissero meno, finché possono essere accolte in Paradiso e vedere Dio faccia a faccia.
Concludo con un brano di Pavel A. Florenskij – un sacerdote ortodosso, morto martire sotto la dittatura comunista, in Unione Sovietica – in cui ci racconta la sua esperienza quando celebrava la Messa.
«Quando stai in piedi, chino sull’altare, con i santi doni in mano [cioè con il pane e il vino], sullo sfondo, come un accompagnamento, risuona un pensiero: “Ecco dove passa il vero asse del mondo, il polo della terra”. Il polo è un punto come ogni altro della superficie terrestre; non è nulla [l’umiltà di Dio] se lo si guarda senza riflettere. Ma attorno a esso ruotano tutto e tutti, l’universo stesso. E solo questo punto è immobile [il nostro centro].
Così è quel pezzetto dei santi doni. Si direbbe niente di particolare [non si distingue dal pane e dal vino che c’è ovunque]. Ma attorno a quella Particola si compie tutto il corso dell’esistenza. Tutto ruota attorno a essa e per essa. È l’Alfa e l’Omega del mondo. Il culto stesso – e “cultus” viene da “colere”, “ruotare” – è un vortice, un girotondo, una danza attorno alla realtà sacra, alle cose sacre.»[15]
La liturgia è questo luogo sacro dove le cose diventano trasparenza di Dio, è questa danza intorno alle cose sacre, dove tutto trova il suo significato, dove gli opposti si riconciliano, dove l’amore infuocato di Cristo ci raccoglie e ci fa guardare il mondo con occhi trasfigurati.
[1] 1 Pt 2,7
[2] Gv 8,12
[3] At 17,28
[4] Paradiso, XXII, 151
[5] Mt 5,10
[6] Lc 12,50
[7] Gv 16,7
[8] 2Cor 5,16
[9] Gv 12:3
[10] Mt 26, 26
[11] Agostino, Enarrationes in Psalmos, in Psalmum 33, enarratio II, 4
[12] 1 Cor 10, 17
[13] Gal 3, 28
[14] San Tommaso, III, 73, a. 2, 3 e 4.
[15] P. Florenskij, Filosofia del culto, p. 192
