Tutti siamo figli e in modi diversi tutti siamo chiamati a diventare padri e madri. La vita in Cristo ci chiama ad una fecondità: solo chi si dona agli altri è felice.
Il desiderio di portare frutto
L’itinerario di quest’anno l’abbiamo intitolato “Felicità è donarsi” perché in tutti noi, fin da piccoli, c’è un innato desiderio messoci da Dio di essere utili, portare frutto, generare. Le bambine portano le bambole nei passeggini per un innato istinto materno, i bambini giocano con il LEGO per il desiderio di costruire qualcosa, per costruire una casa. Alla domanda “quale è stato il giorno più bello della tua vita?” molte persone rispondono “il giorno che sono diventato padre o madre”.
Questo desiderio non si placa neanche quando i figli diventano grandi e se ne vanno; i genitori quando diventano nonni rinascono, vivono una seconda giovinezza. Niente ci fa più paura, forse più della stessa morte, dell’idea di finire in una RSA perché in quella situazione percepiamo la nostra vita del tutto inutile. Sentirsi inutili porta tristezza, depressione, si diventa come un ramo secco. Quando invece possiamo trasmettere la vita ad altri, la nostra vita entra nella gioia, nella letizia.
Nella meditazione di oggi ci faremo guidare da un brano del Vangelo di Giovanni.
«Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.» (Gv 15,1-11)
La vita del Figlio, vissuta tutta nella comunione con il Padre e nell’obbedienza alla sua volontà, è sempre stata una vita che ha portato frutto. Nei 20 anni che Gesù ha passato come falegname, dove non ha convertito le folle, l’offerta del suo quotidiano lavoro per la salvezza delle anime ha avuto la stessa importanza dei tre anni in cui è andato in giro predicando. Anche nei tre giorni di passione, fintanto quando era sulla croce, la sua vita ha portato frutto. Fino all’ultimo istante quando, inchiodato alla croce, attraverso le sue parole, la sua testimonianza per come stava davanti alla morte, la preghiera perché il padre perdonasse coloro che lo stavano uccidendo, si è convertito il ladrone. Fino all’ultimo istante la sua vita ha portato frutto. La sua vita non è mai stata un ramo secco.
Quindi, qualsiasi sia il lavoro che ci è chiesto, qualsiasi sia la condizione di salute in cui versiamo, noi possiamo portare frutto offrendo la nostra vita in unione al sacrificio di Cristo per la salvezza delle anime.
Gesù ci ha detto queste cose perché la sua gioia sia in noi e la nostra gioia sia piena. La nostra gioia può essere piena se diventiamo a nostra volta padri e madri. Padri e madri non solo carnali ma soprattutto, in maniera molto più importante, nello spirito. Perché anche gli animali diventano padri e madri nella carne, ma quello che caratterizza l’uomo è diventare padre e madre nello spirito.
Allora vogliamo aiutarci a scoprire quali sono le strade perché la nostra vita possa portare frutto.
Solo l’amore genera
Nel brano di Giovanni c’è la prima e più importante risposta:
«Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri.» (Gv 15,2-17)
Gesù ci ha scelti perché andiamo e portiamo frutto, e la prima strada per portare frutto, la più semplice, possibile a tutti, è amarsi gli uni gli altri.
I vostri figli sono stati generati in un momento di amore tra marito e moglie, questa comunità è cresciuta intorno alla nostra casa sacerdotale per l’unità che ci è stata data la grazia di vivere, ma anche per l’unità che abbiamo cercato e che perseguiamo come primo compito che Dio ci ha affidato.
Anche voi potete portare frutto e generare nella misura in cui nella vostra casa vi amate, e nella misura in cui trovate altre famiglie o altre persone (perché tra voi ci sono anche vedove/i e persone sole) con cui potete legare in maniera più profonda e accompagnarvi in un cammino di comunione.
Jonathan Safran Foer, uno scrittore ebreo newyokese, in una intervista a La Stampa, fa questa riflessione sulla società tecnologica:
«Invece di lavorare per procurarci da vivere, la nostra vita è messa al servizio del lavoro. Invece di avere comunità umane che coltivano le proprie aspirazioni con l’ausilio della tecnologia, le comunità sono parcellizzate in individui riorganizzati per essere al servizio della società tecnologica.»
Una famiglia della nostra parrocchia a Denver, intervistata nel libro “La regola dell’amore – Un cammino per famiglie nell’epoca dell’incertezza”, racconta:
«Siamo tornati in Colorado nel 2020 dopo aver trascorso sette anni a Los Angeles per lavoro. Volevamo fuggire dal caos e dalla solitudine della metropoli per cercare una comunità in cui sentirci accolti e in cui poter essere accompagnati nel nostro cammino di fede.»
Il bisogno più grande nelle società tecnologiche occidentali è quello di avere dei compagni di cammino, di poter essere parte, appartenere a una comunità che coltiva le proprie aspirazioni, non essere degli individui riorganizzati per essere al servizio delle tecnologie che noi stessi abbiamo costruito.
Perché questo avvenga è necessario innanzitutto prendere sul serio il primo luogo di comunione che Dio ci affida, che è la nostra casa. Ho fatto l’esempio della casa sacerdotale, ma la vostra vita genera nella misura in cui tra marito e moglie ci si ama. Quando si litiga a causa dell’orgoglio e del peccato, rovinando in parte il raccolto (perché ciò che rovina il raccolto sono le divisioni) si può almeno imparare l’umiltà, si può imparare a chiedere scusa al coniuge, a perdonarsi. Siccome anche i nostri figli commetteranno dei peccati, questa testimonianza del perdono forse è la cosa più importante, perché gli fa capire che è sempre possibile ricominciare, che l’ultima parola non è la divisione ma l’unità. Unità che nasce da Gesù e dal perdonarci tra di noi.
Quindi il primo punto attraverso cui generiamo è il modo in cui stiamo dentro la nostra casa. E poi è molto importante avere una/tre famiglie con cui stringere legami di amicizia, con cui condividere sia le fatiche concrete, sia la testimonianza di come crescere nell’amore. È difficile se non si stringe con qualche altra famiglia, per questo consiglio dei gruppetti tra famiglie, altrimenti facilmente si rimane soli. Se due si amano veramente possono anche andare avanti, però è molto difficile, il caso normale è che bisogna essere sostenuti da altri, bisogna sostenersi a vicenda.
Dunque, la prima strada per essere padri e madri è la comunione. L’amore genera naturalmente. Come dicevano i nostri padri: Bonum diffusivum sui. Il bene si diffonde da sé stesso.
Avete la testimonianza della nostra casa sacerdotale, pregate perché possiamo continuare su questa strada.
Trasmettere ciò che si è ricevuto
La seconda strada che vorrei indicare è riassunta in una frase di San Paolo:
Vi ho trasmesso innanzitutto quello che anch’io ho ricevuto (1Cor 15,3).
Noi abbiamo una grande ricchezza: i padri e le madri che ci hanno preceduto, sia nella carne che nello spirito. E questa ricchezza rivive in noi nella misura in cui la doniamo.
Scrive una donna a Madre Corradini:
«Da mio padre ho imparato a guardare le cose: ho imparato a guardare il volto delle persone, dei bambini, di chi amiamo, di chi incontriamo sulla nostra strada. Dal papà ho imparato a guardare l’essenziale, a dare il giusto valore alle cose. Dal papà ho imparato che in tutte le cose c’è sempre un “oltre” a cui guardare…. So per certo che quel sentire Dio, che ho nel più profondo del mio cuore, viene dall’aver sempre incontrato i suoi occhi limpidi quando mi parlava, dall’aver fatto l’esperienza della tenerezza grazie alle sue attenzioni, alla sua mano forte sempre pronta ad afferrare la mia, alle sue parole di saggezza sul mistero della vita, al suo raccontarmi la vita. Io ho imparato che cos’è la vita attraverso le parole di mio padre. Lui mi ha fatto toccare con mano la tenerezza di Dio. Questo ho cercato di comunicare e testimoniare ai miei figli e a quanti incontro sulla mia strada. So che se qualcosa di bello passa attraverso di me è perché mi è stato donato da chi mi ha preceduto … e il mio essere figlia mi permette oggi di essere madre e nonna, ed esserlo con un po’ del cuore di mio padre.» (Da una lezione di Madre Corradini, La sfida di essere padri e madri)
Le nostre parole non sono insignificanti, hanno un peso, possono seminare nei cuori speranza o disperazione. Il nostro sguardo non è insignificante, può trasmettere un’attenzione all’altro, che l’altro coglie e impara, fa suo quasi per osmosi.
Padre Tognetti, discepolo di Divo Barsotti, ha detto:
«Questo mondo è un orfanotrofio perché il mondo di oggi ha perduto completamente il senso della paternità»
Perdendo il senso della paternità perde anche il senso della maternità perché la madre senza il padre alla fine diventa un mostro, diventa un orizzonte da cui non ti riesci a sganciare. Non sto parlando del padre carnale, che uno può averlo perso o non averlo, ma comunque di un padre che ti lancia nel mondo.
Sicuramente alcuni talvolta si domandano come possono ancora portare frutto.
Il mondo di oggi è pieno di giovani che cercano padri e madri, e questo non lo possiamo fare solo noi preti (a parte che le madri non le possiamo fare per evidenti ragioni). Abbiamo 300 bambini iscritti al catechismo, 60 di 2° e 3° media che rimangono dopo la cresima, 80 ragazzi delle scuole superiori, 30-40 ragazzi giovani lavoratori. Questi giovani hanno bisogno di padri e madri nello spirito. Non possiamo farlo solo noi preti. È una vocazione a cui tutti siamo chiamati. Perché Gesù ci sceglie per portare frutto e perché il nostro frutto rimanga. Quello che si semina nell’anima di un’altra persona è un frutto che rimane, anche nella vita.
L’obiezione dell’inadeguatezza
L’obiezione più grande che nasce di fronte a questa proposta di Gesù è la nostra inadeguatezza e il nostro peccato. Noi, come possiamo essere di esempio ai più giovani se siamo i primi che pecchiamo e sbagliamo?
«Voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. E non fatevi chiamare “maestri”, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. Il più grande tra voi sia vostro servo; chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato.» (Mt 23,8-12)
Gesù, che ci chiama a essere padri e madri nello spirito, che ha chiamato noi a fare i preti, voi a portare frutto nella vostra vocazione, sa bene che siamo dei peccatori.
La mia paternità verso di voi si esplica nell’indicarvi Cristo quale strada della vostra vita. Ho fatto leggere questi brani del vangelo perché noi tutti insieme siamo chiamati a guardare a Cristo. La testimonianza più grande è quella di un uomo che ricomincia tutti i giorni a seguire Cristo, e sbagliasse tutti i giorni, ma tutti i giorni ricominciasse, sarebbe una testimonianza tanto grande quanto quella di un santo.
Gesù in questo brano ci dice che possiamo essere padri e madri facendoci piccoli, facendoci umili. Ma facendoci piccoli e umili davanti a chi? davanti a Dio. Tanto più ci percepiamo debili e fragili, tanto più possiamo usare questa debolezza e questa fragilità per entrare in rapporto con Dio nella preghiera, per chiedere l’aiuto dei fratelli nella strada e quindi per testimoniare la nostra dipendenza da Dio.
Un’esperienza chiamata a crescere
Questa paternità e maternità è qualcosa già in atto, che già vivete. Due famiglie che iniziano ad aiutarsi e accolgono i giovani nelle loro case, generano una comunità. Questo si può fare sempre e ovunque.
Faccio qualche esempio.
Uno di voi è uscito con alcuni giovani lavoratori, poco più che ventenni. Hanno iniziato a chiedergli: “come possiamo conciliare il lavoro con il tempo libero, la fidanzata, ecc..” Lui ha chiesto “Ma voi perché andate a lavorare?” Non ci avevano pensato.
Un altro insegna a scuola. I ragazzi sono angosciati per l’ansia, la pressione per i voti, allora dicono “la vita è una lotta”. Lui gli ha detto “ma la vita è un dono, prima di essere una lotta è un dono”.
Veramente questo mondo è un orfanotrofio che ha bisogno di padri e madri.
L’invito che vi sto facendo coincide col prendere coscienza di ciò che già sta accadendo fra noi perché possa approfondirsi e dilatarsi. Prima di entrare in seminario, Fabrizio ha raccontato quanto segue:
«Uno dei segni più evidenti della mia decisione di entrare in seminario è stato l’amore e l’affetto che ho trovato qui, a Santa Giulia. Io, che sparo sempre un sacco di cavolate e sbaglio molto nei rapporti, ho trovato persone che mi volevano bene comunque, così per com’ero. Posso dire con sicurezza che in questa amicizia, e in questa gratuità, ho incontrato Dio molte volte. Banalmente nelle cene a casa delle famiglie. Molte volte mi prendevano in giro perché mi autoinvitavo a casa delle persone. Però loro mi accoglievano così tanto che decidevo il menù prima di andare e loro acconsentivano. Erano, a tutti gli effetti, altre case, altri posti in cui io potevo sentirmi me stesso fino in fondo. Perché lasciavano che io mi invitassi da loro? Perché acconsentivano ad un menù deciso da me? Perché ascoltavano le mie cavolate e ridevano insieme a me?» (Fabrizio)
Fabrizio, dentro l’accoglienza che avete fatto nelle vostre case, è stato toccato da Dio. Questa esperienza che alcuni di voi stanno facendo di aprire le case ai giovani è una testimonianza enorme. La nostra comunità continua in ogni casa dove c’è qualcuno che si ama e che accoglie altri, e questo è quello di cui c’è più bisogno, per i più giovani, ma anche per noi, perché in questa società ipertecnologica le persone sono drammaticamente sole.
Un’ultima breve testimonianza:
«Ho abbandonato l’idea che, se prego bene in modo scrupoloso, Dio deve “darmi”, ho fatto atto di abbandono, Gesù pensaci Tu, aspetto che Lui venga a me per fede, e Lui viene lo sento dentro di me, questo per me è una grazia, io non ne sono degna, è un dono importante. Non penso più tanto al dover fare. Sperimento la potenza del rosario, l’altra sera lo stavo dicendo in cucina, è arrivata la figlia e si è messa a dirlo con me, poi l’altra figlia, e poi addirittura il fidanzato della figlia, perché ti attira.»
Ho voluto citare questi esempi per darvi speranza, perché guardiamo a quello che Dio sta già operando nella nostra comunità. Dovunque si viva, bisogna guardare a ciò che Dio sta già operando, partire dal positivo, per prendersene cura, per far sì che cresca. Guardando a ciò che Dio opera e prendendone consapevolezza possiamo crescere in questa paternità e maternità a cui Dio ci chiama, possiamo crescere nell’esperienza di non essere un ramo secco, ma di essere un ramo attraverso cui passa la linfa dell’amore di Dio e delle parole di Gesù.
Domanda: La lezione di oggi ci chiama ad un cambiamento di mentalità. Un po’ per l’educazione ricevuta, un po’ per la mentalità dominante, soprattutto noi maschi siamo portati a pensare che l’utilità ce la dia il lavoro o l’impegno in qualcosa, mentre il tempo in casa è il tempo del vuoto. Invece da quello che dici il tempo in casa è un tempo per amarsi, è un tempo ancora più prezioso. Che cosa ci può aiutare in questo?
Noi siamo chiamati a portare frutto ovunque, sia nel nostro lavoro che in famiglia, e il frutto è dato da un luogo di persone che si amano. E se nell’ambiente di lavoro si crea una collaborazione reale, un’armonia, anche il lavoro va molto meglio.
Gesù ci guida a un cambiamento di mentalità: mettere al primo posto le persone, non l’efficienza.
Posso parlare del cambiamento che è avvenuto in me. Anche io ero un po’ in questa mentalità: quello che mi realizza sono le attività che svolgo in parrocchia, quello che vivo in casa non è così decisivo. Negli anni ho invece capito che il mio modo di stare in casa, di trattare i miei confratelli, di stare a tavola staccandomi dalle tecnologie e dalle preoccupazioni di lavoro, cercando di incontrare veramente le persone con cui mangio, questo costruisce la mia persona, costruisce un ambiente fraterno in casa e genera.
Genera non solo perché abbiamo aperto la nostra casa ai ragazzi, e quindi loro guardano come viviamo noi, imparano dall’esempio, esattamente come avviene per i vostri figli in casa che assorbono come voi vivete, ma anche perché questo ci dà una serenità nel lavoro che svolgiamo. Se io imparo che la mia casa non è funzionale a ottenere dei risultati pastorali, che le persone sono un bene in sé e per sé, sono un dono per la mia vita, io li devo amare anche se tutto andasse allo sfascio. Questo dà a me e a quelli che vivono con me una serenità di fondo. Io voglio bene al mio confratello perché c’è, non perché converte 100 persone o 1000.
La tentazione di guardare all’altro per l’efficienza è veramente grande, anche in una parrocchia.
Domanda: Ho incontrato una persona che fa bene il suo lavoro in una bella opera di utilità sociale, e mi ha detto con scoraggiamento: la mia è una “goccia” in un oceano. Come far capire agli altri (anche atei) e a me stessa che quella goccia vale più di tutto l’oceano?
I grandi cambiamenti nella società, quelli profondi, sono cominciati sempre da piccoli gruppi. Forse questa mentalità razionalistica che vuole sempre misurare ci svia. Una persona ha un valore infinito.
Gesù ha detto “quello che fate a uno dei miei fratelli l’avete fatto a me”. Se quello che abbiamo fatto a una persona l’abbiamo fatto a Gesù, questo ha un valore infinito. Nel tempo la nostra opera, nella misura in cui Dio vuole e la libertà degli uomini risponde, può anche cambiare la società.
La vita della nostra comunità cambia in un certo senso il quartiere, ma quando sono arrivato non avevo questo scopo, conoscevo quattro persone e cercavo di amare quelle quattro persone.
Io credo nel rapporto ad uno ad uno. Si può incontrare una sola persona alla volta. (Santa Teresa di Calcutta)
Il problema non è raggiungere tante persone, è incontrare veramente, cioè entrare in un rapporto profondo, guardarsi negli occhi, prendersi del tempo.
Le tecnologie dovrebbero servire a farci guadagnare tempo, ma tutti noi abbiamo la sensazione di non avere tempo. Se io voglio incontrare tanti parrocchiani, non incontro nessuno. Incontrerò quindi quelle poche persone che riesco. Quello che mi rende contento è che gli incontri siano autentici, che sia veramente l’incontro tra la mia anima e l’anima dell’altra persona. Questo mi rende felice.
Quando si fa un’opera sociale, secondo me, bisognerebbe essere un po’ liberi dall’esito del cambiamento sociale.
A volte noi preti siamo preoccupati dei numeri, se invece uno inizia ad amare quelli che ha, che non sono numeri ma sono persone, magari anche i numeri crescono. Però, alla fine, quello che mi fa felice è che noi possiamo vivere degli incontri autentici. Non mi fa felice che i nostri ragazzi in oratorio siano tanti, ma che possano incontrare degli adulti, dei giovani, degli educatori, che li incontrino veramente, e che si incontrino veramente tra loro. Perché noi potremmo avere lì una scatola piena di giovani a cui organizziamo il tempo libero. Ma questo non costruisce niente.
Domanda: Come si diventa veramente amici? Come si fa a voler bene all’altro veramente, in profondità?
Innanzitutto riconoscendo che noi non siamo capaci.
Come si fa ad amare veramente? Come si fa ad amare il marito, la moglie? Innanzitutto riconoscendo di non essere capaci di amare.
Come faccio ad amare i miei parrocchiani? Innanzitutto ammettendo che non sono capace.
E quindi chiedendo aiuto a Dio, che è la fonte dell’amore.
Il nostro amore si esaurisce. Quando uno è esaurito ha esaurito le energie affettive, emotive, non ne ha più, le ha date tutte. Noi in qualche modo a fine giornata abbiamo finito le energie, abbiamo bisogno di fermarci, abbandonarci nel sonno, nelle mani di Dio, per essere ritemprati. Più profondamente, questa esperienza fisica del dormire, che non è solo fisica ma è anche spirituale, è l’immagine che noi abbiamo bisogno di essere ricaricati spiritualmente. E che cosa ci ricarica spiritualmente? La fonte dell’amore. Infatti la preghiera è l’esperienza di essere amati da Dio.
Abbiamo bisogno di silenzio. Non possiamo essere sempre esposti ai legami con gli altri, ai rapporti con le altre persone, perché ci svuotiamo. Più uno cresce di età, più fa questa esperienza. Quindi più uno cresce di età, più ha bisogno di tempi di silenzio per raccogliere sé stesso, per andare alla fonte dell’amore.
È Dio che ci ama, che ci insegna ad amare. Gesù diceva “chi rimane in me porta molto frutto” perché quando uno rimane in Dio, il suo amore non si spegne. E quindi porta molto frutto.
Come si possono vivere rapporti molto profondi?
Innanzitutto mettendo in atto le condizioni materiali perché questo possa accadere. La nostra anima ha un corpo, quindi se voglio incontrare una persona devo prendermi del tempo, devo staccarmi dal telefono che mi aiuta a connettermi con chi è lontano ma non mi aiuta a connettermi con chi è vicino, mi distrae.
Facevo l’esempio della tavola: devo fare un allenamento per arrivare a tavola non pensando ai miei problemi, imparare a non buttarli addosso agli altri. Poi, quando inizio a prendere gusto al dialogo con gli altri, diventa molto più semplice.
Tanto più ci liberiamo dalle nostre preoccupazioni, tanto più incontriamo gli altri. E tanto più ci avviciniamo a Dio, tanto più il nostro sguardo diventa capace di leggere in profondità nelle persone che incontriamo.
Dentro questa esperienza di fraternità dobbiamo sempre chiedere di avere degli amici. Di solito gli amici veri, profondi, sono pochi. Sono un dono enorme che Dio ci dà, quindi è un dono da chiedere a Dio, anche stando aperti a quello che ci accade. È inutile che io cerchi di diventare amico di una persona che non vuole essere mio amico, magari nasce l’amicizia con qualcun altro, cioè devo partire da cosa nasce.
E quando scatta la scintilla dell’amicizia, coltivare questo dono, credere che l’amicizia è un anticipo del paradiso, è una forza gigantesca. Per vivere l’amicizia bisogna fare il sacrificio di non incontrare altri, rinunciare ad altre cose per passare del tempo insieme.
Nella nostra vita abbiamo bisogno sia di amici sia di fratelli.
Gli amici sono quelli che ci capiscono e che noi capiamo, che non ci abbandonano nella difficoltà, che ci perdonano. L’amicizia è un dono di Dio, in paradiso saremo tutti amici. Sulla terra no. Perché sulla terra ci sono persone che non ci capiscono e ci sono persone che noi non capiamo.
E ci sono i fratelli. Abbiamo anche bisogno di loro, perché con quelli che ti capiscono e che ti sono amici ci si dà sostegno, ci si consola, ma certe volte si rischia di rimanere chiusi in sé stessi. Invece bisogna sempre aprire l’amicizia all’accoglienza di chiunque. La vera amicizia si spalanca a generare, è aperta ad accogliere altri.
Dobbiamo sempre cercare gli amici, anche se abbiamo vissuto esperienze in cui gli amici ci hanno abbandonato e questo è stato fonte di gravi sofferenze. La sofferenza più grande è un amico che ti tradisce e ti abbandona. Lo psichiatra Borgna dice che il tradimento di un amico genera un livello di dolore più profondo anche dell’abbandono dell’amante, dell’amato. Questo è discutibile, dipende probabilmente dalle situazioni, ma lo riferisco per dire che le sofferenze che nascono dall’amicizia possono essere profondissime. Però non dobbiamo abbandonare. La vita senza amici è una tristezza mortale, quindi bisogna superare il dolore che si è vissuto. Se un amico ti ha tradito non significa che tutti gli amici ti tradiranno. Nella maggior parte dei casi io ho trovato persone che sono rimaste fedeli. È una grande consolazione vedere un anticipo di paradiso. Non dobbiamo però sperare di essere amici di tutti perché questo è fuori dal mondo attuale, sarà esperienza dell’al di là.
