Guardare il Crocifisso: Venerdì Santo, un fatto, non una idea
Meditazioni sul Venerdì Santo per gli Universitari
don Dennis Bensiek
Introduzione:
Canto: Monologo di Giuda
Ieri, nel Mistero del Giovedì Santo, abbiamo contemplato un insieme di luce e di ombra. Notte e giorno insieme, bene e male insieme. Tuttavia, abbiamo anche visto come la luce vince, non togliendo l’ombra, ma illuminandola dal di dentro.
Invece, il Venerdì Santo ci mette davanti a qualcos’altro. Ci mette davanti a un fatto: non a un’idea, a un sentimento generico o a non a un simbolo astratto; un fatto, un uomo inchiodato a una croce, un corpo esposto, ferito, consegnato. E la provocazione, per noi oggi è questa: è ragionevole fermarsi a guardare quel fatto? È umano, è adeguato alla nostra intelligenza e al nostro desiderio, sostare davanti al Crocifisso?
Guardare il Crocifisso non è un gesto immediato. Non lo è perché tutto in noi tende a evitare il dolore, a scappare da ciò che sembra fallimento, a rimuovere ciò che appare inutile. La croce, infatti, sembra proprio questo: il fallimento di una vita. Un uomo che voleva cambiare il mondo e che finisce ucciso nel modo più infamante. Se restiamo alla superficie, è difficile – direi quasi impossibile – trovare qualcosa di attraente. Eppure, proprio qui si gioca la questione decisiva: che cosa vediamo davvero quando guardiamo il Crocifisso?
Guardare è un atto della ragione. Non è solo un atto visivo: è un prendere sul serio ciò che abbiamo davanti, è lasciare che ciò che vediamo interroghi la nostra intelligenza, il nostro cuore. Per questo è ragionevole guardare il Crocifisso: perché è un fatto che chiede di essere compreso. Non si impone con la forza, ma si propone alla nostra libertà. È lì, davanti a noi, come una domanda che ci interroga, che non ci lascia tranquilli.
Meditazione:
Guardare il Crocifisso
Che cosa vediamo, allora, quando guardiamo al Crocifisso? Vediamo un uomo che non si sottrae, un uomo che non scappa. Un uomo che non risponde alla violenza con altra violenza. Vediamo uno che resta. E questo “restare” è già un primo elemento che colpisce la ragione. Perché uno dovrebbe restare lì? Perché non difendersi, perché non fuggire, perché non salvarsi? Se quell’uomo avesse semplicemente voluto evitare il dolore, avrebbe potuto farlo. Invece, no: resta.
Questo introduce un primo spiraglio: forse quello che accade sulla croce non è semplicemente subito, ma è in qualche modo voluto. Non nel senso che il dolore sia cercato per sé, ma nel senso che c’è qualcosa di più grande per cui vale la pena restare. E qui la ragione si mette in moto: quale bene può essere così grande da giustificare una tale consegna di sé? La risposta cristiana è inaudita: l’amore di Dio per l’uomo, la passione di Dio per l’uomo; non per un’umanità generica, non per una causa astratta, ma per ogni singola persona: per te e per me; per ognuno di noi! Il Crocifisso ti dice: “Tu vali fino a questo punto. Tu sei amato fino a questo punto”.
Ecco, sulla croce vediamo una libertà: non una libertà astratta, fatta di possibilità infinite, ma una libertà che si compie nel dono. Noi siamo abituati a pensare la libertà come scelta tra opzioni, come affermazione di sé, come autonomia. Invece, qui vediamo una libertà che si realizza nel consegnarsi. Questo, inizialmente, appare come una contraddizione. Come può la libertà coincidere con il dono totale di sé? Eppure, se guardiamo alla nostra esperienza, scopriamo che i momenti più veri della nostra vita sono proprio quelli in cui ci siamo donati. Quando abbiamo amato davvero, quando abbiamo fatto qualcosa per qualcuno senza calcolo, quando abbiamo sacrificato qualcosa per un bene più grande. In quei momenti, non ci siamo sentiti meno liberi, ma più liberi, più veri, più noi stessi.
Il Crocifisso porta questa dinamica al suo compimento totale. È la libertà che si dona senza riserve. E proprio per questo ci affascina, anche sé ci spaventa un po’. Cominciamo a capire, allora, perché è ragionevole guardare il Crocifisso: perché lì si manifesta una verità sull’uomo, una verità che riguarda anche me, adesso! Non è solo qualcosa del passato, ma è una rivelazione di ciò che significa essere uomini fino in fondo.
Ma c’è ancora di più: sul Crocifisso vediamo anche il male. Lo vediamo in tutta la sua gravità. La violenza, l’ingiustizia, il tradimento, il peccato, la menzogna: tutto è concentrato lì. È la realtà nella sua durezza. E questo è profondamente realistico: il cristianesimo non nasconde il male, non lo minimizza, ma lo prende sul serio. Ma proprio lì dove il male sembra trionfare, accade qualcosa di inatteso: il male non ha l’ultima parola! Perché quell’uomo, invece di lasciarsi definire dall’odio che subisce, continua ad amare. Perdona! Si dona! Non si chiude, non si indurisce e non si vendica. Qui ci troviamo davanti a qualcosa di decisivo: è possibile che l’amore sia più forte del male? Non come slogan romantico, ma come fatto reale? Il Crocifisso dice di sì. Non lo dimostra con un ragionamento, ma lo mostra con una vita, con una vita donata.
Ed è proprio questo che rende la croce adorabile. Adorare la croce non significa esaltare il dolore. Non significa cercare la sofferenza o compiacersi del sacrificio, ma riconoscere che in quel legno, in quel corpo spezzato, è presente qualcosa di infinitamente grande: un amore che vince il male. Adorare la croce è dire: “Qui c’è qualcosa che mi supera, qualcosa che è più grande di me, qualcosa da cui dipende la mia vita”. Di solito adoriamo il successo, l’approvazione degli altri, il potere, il piacere, la nostra immagine. Oggi ci viene chiesto di lasciar stare tutte queste cose piccole per adorare quell’amore infinito, appeso sulla croce.
Guardare il Crocifisso introduce anche uno sguardo diverso su di sé: io valgo prima di quello che faccio. Io sono voluto e amato non perché ho raggiunto un certo livello, ma perché qualcuno ha dato la vita per me. Questo non toglie il desiderio di riuscire nella vita, ma lo purifica. Non studio più per affermare me stesso contro gli altri, ma per rispondere a un bene che ho ricevuto. Non vivo le relazioni come terreno di conquista o di difesa, ma come luogo in cui questo amore può passare.
Il primo passo verso questo amore è proprio questo: guardare. Tornare continuamente a guardare. Non dare per scontato il Crocifisso. Non ridurlo a un oggetto religioso tra gli altri. Ma sostare, anche solo per pochi minuti al giorno, davanti a quel volto, a quel corpo, e lasciarsi interrogare. A poco a poco, questo sguardo diventa criterio, diventa il modo con cui giudichiamo ciò che viviamo, da soli e assieme. Non si tratta di diventare perfetti, ma di avere un punto di riferimento vero. Senza un centro, la vita si disperde! Andiamo dietro a mille stimoli, mille urgenze, mille desideri contraddittori. Il Crocifisso offre un’unità: tutto può essere ricondotto lì, a quel modo di amare.
Infine, questo amore diventa centro quando cominciamo a vedere che è vero anche nella nostra vita, quando, rischiando un gesto di gratuità, scopriamo che è più umano, più vero, vivere così. Quando, perdonando, sperimentiamo una libertà nuova; quando, restando in una difficoltà senza scappare, scopriamo che non siamo soli, ma circondati da una compagnia e dallo sguardo di Cristo che ci guarda dalla croce. Allora, il Crocifisso non è più solo qualcosa da guardare, ma una presenza che ci accompagna: diventa familiare, diventa la sorgente da cui possiamo attingere.
Il Venerdì Santo, in fondo, è questo: un invito a non distogliere lo sguardo, a non censurare ciò che può sembrare scandaloso o incomprensibile; a lasciare che quel fatto entri nella nostra ragione e nel nostro cuore per educarlo e per convertirlo. Lì, su quella croce, si gioca la verità della nostra vita. Se quell’amore è vero, allora tutto cambia! Cambia il modo di studiare, di stare con gli amici, di vivere gli affetti, di guardare il proprio futuro: non perché diventa tutto facile, ma perché tutto acquista un significato: amore, dono di sé, carità. Meditazioni durante la Via Crucis:
Introduzione alla Via Crucis
Iniziamo il gesto della Via Crucis. Lo faremo in un clima di silenzio e raccoglimento, così come la Chiesa ci ha insegnato. Eppure, il Venerdì Santo è stato tutto tranne che un giorno di silenzio e di raccoglimento. È dallo sguardo silenzioso di Maria che la Chiesa ha imparato a contemplare la croce di Cristo: è lo sguardo che ci permette di cogliere la verità oltre il rumore, oltre l’apparenza.
Ognuno di noi arriva qui con ciò che vive: studio, affetti, lavoro, domande, fatiche, desideri, delusioni. Nulla di tutto questo è estraneo a ciò che contempliamo. Perché Cristo non è venuto a salvarci “in teoria”, ma entrando davvero nella nostra vita.
Oggi chiediamo una cosa sola: di poter vedere. Vedere chi è Gesù per noi. Vedere che cosa c’entra con la nostra vita. Vedere se davvero il Suo sacrificio genera qualcosa di nuovo, una comunione possibile, una compagnia che non ci lascia mai soli.
L’umanità di Gesù
Dio si è fatto uomo. È la frase più sconvolgente della storia, eppure rischia di diventare per noi la più astratta. Questo Gesù ha avuto un volto, una voce; ha avuto degli amici. Ha riso, ha pianto, si è stancato, ha avuto bisogno degli altri. Questo è il primo scandalo: Dio non ci ha salvati da lontano, ma condividendo tutto con noi.
L’Incarnazione ci dice che niente della nostra umanità è inutile o sbagliato in sé: il desiderio di felicità, di amore, di verità che abbiamo dentro è il luogo dove Dio viene a incontrarci. Ma c’è un passo in più: Gesù non solo condivide la nostra umanità, ma la rende il luogo di una comunione nuova.
Chiediamo la grazia di riscoprire l’umanità di Gesù come un fatto presente, capace di generare comunione anche tra noi: perché solo chi è incontrato davvero può diventare compagnia per gli altri.
L’arresto di Gesù
Gesù viene arrestato di notte, come un malfattore. Tradito da uno dei Suoi; abbandonato dagli amici. È un momento drammatico: tutto sembra crollare.
Pensiamo a quante volte anche noi sperimentiamo qualcosa di simile: non magari in modo così estremo, ma comunque reale: quando veniamo fraintesi, quando qualcuno ci delude, quando un’amicizia si incrina, quando ci sentiamo esposti e soli. L’arresto di Gesù ci mette davanti a una verità scomoda: il male attraversa anche le relazioni più care.
Giuda lo tradisce. Pietro lo rinnegherà. Gli altri fuggono. E Gesù? Non reagisce con violenza, non scappa e non si difende. Rimane! Questo “rimanere” è impressionante. Non è debolezza: è una libertà totale. Gesù non è determinato da ciò che gli altri fanno, ma da un amore più grande. Gesù resta fedele anche quando viene tradito: non perché non senta il dolore, ma perché il Suo rapporto con il Padre è più forte di ogni ferita. La comunione non nasce dall’assenza di errori o tradimenti, ma da un amore che resiste anche dentro di essi.
Questo è decisivo: è possibile una compagnia vera, non perché siamo perfetti, ma perché c’è Qualcuno che ci rende capaci di perdonarci e ricominciare.
Gesù davanti a Pilato
Gesù è davanti a Pilato: il potere politico, il giudizio del mondo, la logica dell’efficienza e del consenso. Pilato è un uomo pragmatico. Non è interessato alla verità, ma a mantenere l’equilibrio. Chiede: “Che cos’è la verità?”, ma non aspetta risposta.
Anche noi viviamo immersi in un mondo che ci spinge a funzionare: performare, ottenere risultati, costruire un’immagine di noi. La verità sembra qualcosa di secondario.
Gesù sta davanti a Pilato in silenzio. Non cerca di convincerlo, ma sta. La Sua presenza è già una risposta, perché la verità è una persona. E Pilato è libero di riconoscerla o di rifiutarla. Anche noi siamo continuamente davanti a questo bivio: vivere secondo ciò che conviene o lasciarci provocare da ciò che è vero.
Gesù non costringe nessuno, neanche Pilato. Questo è impressionante: Dio rispetta la nostra libertà fino in fondo, anche quando scegliamo contro di Lui. Ma allo stesso tempo non smette di offrirsi. E qui nasce una comunione nuova: non fondata sull’imposizione, ma sulla libertà riconosciuta. La domanda è: siamo disposti a lasciarci mettere in discussione dalla sua presenza? Oppure preferiamo restare nella tranquillità delle nostre idee?
La crocifissione di Gesù
Gesù è sulla croce. Accanto a Lui, due malfattori: uno lo insulta. L’altro lo guarda e dice: “Ricordati di me”. Questo è uno dei momenti più commoventi del Vangelo, perché il buon ladrone, dopo aver vissuto una vita intera nel peccato, in quell’istante riconosce qualcosa in Gesù: “Ricordati di me”. È il grido di ciascuno di noi. Perché, in fondo, ciò che temiamo di più è di essere dimenticati, essere irrilevanti e inutili. L’unica cosa, che il buon ladrone sa, è di aver bisogno di altri per camminare: da solo non ci va da nessuna parte.
E Gesù risponde: “Oggi sarai con me”: non dopo aver sistemato tutto, non dopo aver dimostrato qualcosa, ma aggi. Questa è la misura della misericordia. Gesù ci ama dentro la nostra fragilità. E questo genera una comunione nuova tra perdonati. Per noi, questo è liberante: non dobbiamo costruire la nostra dignità: ci è data. La compagnia cristiana nasce da qui: dal riconoscere che abbiamo tutti bisogno di essere salvati. E che c’è Uno che ci guarda così, fino alla fine; anche dalla croce!
La morte di Gesù
Cristo è morto per me! Con il mio peccato ho contribuito anch’io a questa morte terribile. Ma quel per me mi ricorda anche che io, persecutore come sono, sono amato e perdonato. Sant’Agostino diceva che la croce di Cristo rivela le due verità essenziali della mia vita, della vita di ciascuno di noi: sono un peccatore e sono un salvato.
Quella morte non è una sconfitta, ma è un atto di amore totale! Dando la vita, Gesù genera qualcosa che prima non esisteva: una comunione indistruttibile tra Dio e l’uomo, e tra gli uomini. La comunione tra di noi è proprio frutto di questo sacrificio. Possiamo essere uniti non perché siamo uguali o perché va tutto bene, ma perché siamo dentro lo stesso amore.
Davanti alla morte di Gesù, possiamo solo fare silenzio e chiedere di poter vivere così: non trattenendo la nostra vita per noi, ma donandola. Perché è solo nel dono che nasce una comunione vera.
Omelia durante l’Adorazione della Croce:
Tutto sembra finito, ma nella croce risplende già la speranza! Infatti, la Chiesa nasce sotto la croce di Cristo: nella comunione tra Giovanni, la Madonna e le altre donne.
La croce, che contempliamo oggi, non è innanzitutto il segno di un dolore, ma il luogo di un amore che si dona fino alla fine. È un sacrificio di amore, perché nasce da una libertà che sceglie di rimanere, di non fuggire, di consegnarsi per noi.
E proprio questo amore genera comunione perché sulla croce cade ogni distanza: tra Dio e l’uomo, tra l’uomo e l’uomo. Cristo prende su di sé tutto ciò che ci divide – il peccato, la paura, le incomprensioni, la solitudine – e lo attraversa, perché nessuno sia più escluso dall’amicizia con Lui. Per questo la croce è origine di un popolo, di una compagnia nuova: la Chiesa.
E allora comprendiamo perché la Croce è da adorare: non adoriamo il dolore, ma Colui che in quel legno si rivela come l’Amore stesso. Adorare la Croce significa riconoscere che lì è la verità della nostra vita: siamo fatti per questo amore, e solo in questo amore possiamo vivere davvero.
Per noi, oggi, si tratta di una chiamata: lasciarci raggiungere da questo amore e rimanere dentro questa comunione. Qui comincia tutto.
