Il lavoro e le sue giuste dimensioni

Bilancia tra lavoro e famiglia

Incontro giovani coppie, domenica 25 ottobre 2020. Don Paolo Pietroluongo.

I nostri incontri nascono dal desiderio espresso da alcune giovani famiglie di approfondire il cammino della vita matrimoniale. Come abbiamo già detto in altre occasioni, la durata del corso prematrimoniale non permette infatti di sviluppare quel tesoro che è il matrimonio proposto dalla Chiesa cattolica. Attraverso questi incontri, che hanno cadenza mensile, vogliamo analizzare tutti gli aspetti della vita matrimoniale che normalmente vengono lasciati al caso o ai bisticci tra marito e moglie. Pensiamo che sia meglio parlare di certi problemi prima, per sapere come gestirli quando si presenteranno.

Nel tempo ho visto nascere in questo gruppo rapporti di amicizia fra le famiglie. La trovo una cosa stupenda che consente di vivere realmente quello che diciamo nelle riunioni. Una volta una persona ha osservato che i nostri discorsi sono bellissimi, ma impraticabili. Invece proprio il confronto con altre coppie permette di capire come metterli in pratica. Questo, del resto, vale per tutti gli insegnamenti della Chiesa: è necessario calare dentro la propria esperienza e la propria realtà le indicazioni che si ascoltano. Durante il lockdown abbiamo anche organizzato un bellissimo incontro via Zoom con Don Massimo Camisasca, il fondatore della nostra Fraternità di Sacerdoti Missionari, che ci ha invitato a proseguire i nostri incontri e ad andarlo a “trovare” nuovamente. Speriamo di poterlo fare quanto prima.

L’anno scorso abbiamo parlato di fedeltà e di dialogo. Quest’anno mi sembra interessante affrontare il tema del lavoro e del rapporto tra la famiglia, la propria vocazione, gli affetti e il lavoro, che prima o poi emerge in tante giovani famiglie, perché è difficile combinare le esigenze della vita, le aspirazioni individuali e le necessità economiche.

Da anni riflettiamo con alcune famiglie su questo argomento. Io non sono ancora arrivato ad una sintesi, perché di volta in volta si presentano situazioni differenti. In genere il modo in cui l’uomo vive il lavoro è diverso da come lo vive la donna che comunque, ad un certo punto, diventando madre, modifica le sue priorità. In alcune famiglie il marito ha un impiego fuori casa e la moglie sta a casa, o viceversa. C’è chi ha lavori di responsabilità e di dirigenza che richiedono grande impegno, c’è chi fa un mestiere più semplice, magari meno gratificante. Questo è un tema molto coinvolgente anche perché il lavoro, come sappiamo, è una dimensione che accompagna tutta l’esistenza. È qualcosa come l’amore, la libertà, il perdono: ci troveremo sempre a parlarne, perché come non si finisce mai di imparare ad amare e a vivere l’amicizia, allo stesso modo non si finisce mai di imparare a lavorare.

Sintetizzare l’argomento sarebbe come pretendere di esaurire l’amore in una lezione. Io posso soltanto raccontare la mia esperienza e quello che ho imparato in questi anni. Partiamo dalla Bibbia e facciamoci guidare dai testi che vi propongo.

Allora, dove si vede che il lavoro è una dimensione coestensiva di tutta l’esistenza? Genesi, primo capitolo: proprio all’inizio della storia di Dio con l’uomo si parla di lavoro. Conclusa la creazione,

«Dio li benedisse [l’uomo e la donna]; e Dio disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra, soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra».

Fin dall’inizio Dio chiede all’uomo di collaborare alla Sua opera creatrice, e il primo comando è: siate fecondi. Cioè: portate frutto. Portare frutto è il desiderio più profondo dell’uomo, tant’è vero che quando noi facciamo esperienza dell’inutilità siamo distrutti. Quando vediamo che il nostro lavoro non produce frutto, quando vediamo che nel matrimonio i figli faticano ad arrivare, siamo tristi e angosciati. Questo vale anche per me, che non avrò figli carnali: quando vedo che le mie parole o il mio servizio ai ragazzi non generano risultati, sto male.

Attraverso la fecondità realizziamo noi stessi e quando ci impegniamo con la realtà – “Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra, soggiogatela” – iniziamo a scoprire i nostri talenti e i nostri doni: comprendiamo chi siamo. Ognuno di voi può pensare al proprio lavoro e capire quanto ha scoperto di sé dentro il lavoro che fa. Io, per esempio, immaginavo tutta la mia vita sacerdotale dedicata ai ragazzi e ai bambini. Invece, proprio parlando con voi, ho scoperto di possedere altri talenti da mettere a frutto.

Tante volte noi ci arrabbiamo perché le cose non vanno come vorremmo e ci chiediamo perché Dio non abbia realizzato un mondo migliore. Ma forse Dio non ci ha donato una realtà perfetta proprio perché vuole che noi “usciamo fuori”, scoprendo noi stessi e le nostre capacità. È come un genitore di fronte alla tavola da apparecchiare: potrebbe fare tutto da solo, molto più in fretta e in maniera più ordinata, ma, poiché vuole insegnare qualcosa al figlio, gli chiede di contribuire. Il figlio ci mette molto più tempo e magari rischia pure di far cadere un bicchiere, ma intanto impara. Dio si prende il rischio che noi possiamo sbagliare: si mette da parte e lascia che la realtà sia incompleta perché vuole che noi facciamo la nostra parte. A questo si riferisce la bella parabola dei talenti dati ad ognuno di noi perché li mettiamo a frutto invece di nasconderli.

Allora, quando vedete che la realtà – la vostra vita, il vostro lavoro – non vanno esattamente come vorreste, non è perché Dio ha sbagliato qualcosa, magari desidera maggiore impegno da parte vostra. Come l’insegnante che, quando uno studente è indifferente al suo insegnamento, deve cercare un’altra strada per catturarne l’attenzione.

Proseguiamo con la Bibbia e vediamo il secondo racconto della creazione.

«Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome».

Immaginatevi la scena: l’uomo seduto nel Paradiso Terrestre e Dio che gli porta ad uno ad uno tutti gli esseri viventi e chiede di dare un nome a ciascuno. Quando diamo il nome alle cose, entriamo in rapporto con esse. Dio, dunque, chiede all’uomo di dare un nome alle cose per creare amore e comunione. Questo è un aspetto importante: il nostro lavoro non può essere asettico, o produce comunione e amore, e quindi è un aiuto ad entrare in rapporto con la realtà, oppure distrugge la realtà stessa. Se noi non lavoriamo bene, distruggiamo la comunione e l’ordine che ci sono nella realtà.

Poi che cosa succede? C’è la caduta. E questo è un punto interessantissimo.

«Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: “È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?”. Rispose la donna al serpente: “Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”. Ma il serpente disse alla donna: “Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male”».

Adamo ed Eva hanno provato a diventare come Dio. Hanno smesso di essere dei collaboratori per mettersi al posto del Creatore. Nei termini attuali questo che cosa significa? Provate a pensare ai progressi che ha fatto la medicina, e pensate a quello che sta succedendo adesso con il Covid-19. Il grande scandalo del Covid-19 è la morte, la scienza deve accettare l’idea che la morte è più forte e che non tutti possono essere guariti. Alcune deviazioni della medicina, poi, portano proprio a questa tentazione: l’idea di sostituirsi a Dio. Pensate alle gravidanze con le madri surrogate. Oppure pensate alla tecnologia: l’illusione per cui uno è sempre connesso con gli altri cos’altro è se non l’illusione di essere come Dio? Perché solo Dio è sempre connesso con tutti. Quindi vedete che questo “diventereste come Dio” non è lontano da quello che viviamo oggi, anzi è attualissimo.

Ma vediamo ora che cosa è successo dopo la caduta.

«Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà». All’uomo disse: «Poiché ne devi mangiare, maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba campestre».

Dio chiede ancora la nostra collaborazione, ma siamo passati dal dare il nome alle cose – una posizione privilegiata – allo zappare la terra ricavando con fatica frutti miserabili. Dopo la caduta, tutto è diventato problematico, abbiamo perso di vista la fecondità che Dio aveva posto nel nostro cuore, il lavoro è pesante e caotico e lo viviamo come un fallimento.

Secondo me oggi viviamo nel lavoro due grandi perversioni.

La prima è considerare il lavoro unicamente come un peso, come una fatica, sia fisica, sia mentale, data da preoccupazioni che si agitano dentro di noi giorno e notte. Ci lamentiamo continuamente del carico che abbiamo sulle spalle e per aiutarci facciamo l’elenco delle cose da fare, la cosiddetta “to do list”, che è terapeutica perché mette ordine nelle incombenze da svolgere, ma che per molti riduce tutto alla soddisfazione di cancellare una per una le cose fatte. È un concetto che toglie senso e valore al lavoro e che ci fa sentire schiavi. Se infatti consideriamo il lavoro esclusivamente come un peso, viviamo divisi: da un lato la preoccupazione di sbrigarci a finire il prima possibile, dall’altro la vita normale, gli affetti, gli amici. Viviamo sempre in attesa che arrivi la sera, il week-end, il periodo delle ferie.

La seconda perversione è considerare il lavoro come un idolo. Quasi senza accorgercene, a poco a poco iniziamo a sacrificargli pezzi della nostra vita. Il lavoro si prende prima parte del nostro tempo, poi parte dei nostri pensieri, poi parte delle nostre amicizie a cui dobbiamo per forza rinunciare. E alla fine diventa un’ossessione. Questo avviene perché essere apprezzati dal proprio capo, avere successo, mostrare quello che siamo capaci di fare è bello, è gratificante. E proprio da qui si genera il cortocircuito del lavoro: da una parte promette qualcosa di bello – il compimento, la fecondità, il riconoscimento – ma dall’altra rischia di ingannarci, perché a poco a poco gli sacrifichiamo ogni cosa. Sono convinto che se faceste tutti un esame di coscienza riconoscereste dentro voi stessi una di queste dinamiche. Anche io le vivo: quando pronuncio un’omelia davanti a 200 persone e al termine mi giro per andare a sedermi, se l’omelia è andata bene il primo pensiero è “sono un grande, guarda come mi hanno ascoltato”, se è andata male e mi sembra di non aver conquistato il mio pubblico “sono un disastro”. Siamo schiavi della performance, del risultato. Ognuno di noi, lo ripeto, nel proprio piccolo vive una di queste dinamiche.

Voglio leggervi a questo proposito ciò che scrive Gregorio Magno, un monaco del VI secolo che è diventato Papa e si è trovato a guidare la Chiesa di Roma.

«Alcuni si dedicano con ogni sforzo del cuore al servizio degli interessi secolari e l’essere presenti a questi li fa esultare di gioia e anche quando sono assenti anelano ad essi giorno e notte, nell’agitazione continua di un pensiero inquieto. Quando poi forse per un’interruzione occasionale sono quieti da essi” – cioè dagli interessi mondani, dal lavoro – “questa stessa quiete li affatica ancor peggio. Infatti giudicano un piacere essere oppressi dall’attività e considerano una fatica non faticare in occupazioni terrestri».

Tu passi la giornata a ripeterti che sei stanco e devi riposare; poi, quando potresti riposarti, pensi al lavoro o parli di lavoro. Occorre che ci domandiamo tutti con estrema sincerità: devo svolgere davvero per forza quel compito? Perché desidero così intensamente portarlo a termine? Semplice, perché raggiungere la performance, riuscire, è un’esigenza che ci portiamo dentro. Sentiamo continuamente il bisogno di essere gratificati… Ecco la perversione del lavoro che diventa un idolo.

Gregorio Magno dice ancora:

«Alcuni per apparire qualcosa in questo mondo si affannano nelle fatiche terrene, imbastiscono processi, si impegolano in intrighi, e quantunque si sentano venire meno tra le fatiche fisiche, tuttavia vinti dall’amore per le cose terrene sono contenti di affaticarsi. Così per certi animi depravati niente riesce più faticoso che dover sospendere le attività di questo mondo. Spesso infatti taluni allontanati dall’attività terrena supplicano di potervi ritornare, pregano di poter essere oppressi, pensano alla quiete come ad un grave pericolo in cui sono incorsi».

Io mi sento descritto molto bene in queste frasi. Io anelo al riposo, anelo ad un distacco, ma, quando mi è data la possibilità di viverlo, mi vince l’ansia: “Devo tornare al lavoro, devo rimettere mano a quel documento, devo redigere meglio quell’altro”.

Quali sono le strade per guarire da queste degenerazioni?

La prima strada: non fare niente

La prima strada che ho trovato è non fare niente. Cioè non lavorare. Vi leggo l’estratto di un articolo recente di Nuccio Ordine, un professore di lettere di un’università della Calabria, che ha scritto un libro intitolato “L’utilità dell’inutile”.

«Perdere un’ora al giorno per noi stessi può aiutarci a non perdere il senso della nostra vita. Fermarsi e dedicare tempo alla riflessione è un’occasione per capire che cosa davvero amiamo e per orientare in maniera consapevole la nostra esistenza. Perdere tempo vuol dire rendere più umano il nostro tempo e la nostra vita».

Noi proviamo a riposarci per liberarci dalle tensioni che si agitano dentro di noi – il desiderio di essere riconosciuti, di raggiungere la performance – ma normalmente non riusciamo a “staccare” fino in fondo. Ognuno di noi deve trovare la sua strada per riposarsi veramente. Quello che credo ci voglia dire questo professore è che quando tu smetti di lavorare e dedichi del tempo a ciò che ti piace – io, ad esempio, vado a correre o a fare una passeggiata nella natura – riposi veramente e sei poi molto più lucido.

Il vertice di questo distacco per me è la preghiera. Quando nella giornata mi prendo dei momenti per pregare, faccio memoria del mio essere un collaboratore, ricordo che non sono il punto cruciale di tutta la storia del mondo. Anzi, c’è stato qualcuno prima di me e ci sarà qualcuno dopo di me che continuerà a lavorare. La consapevolezza di fare parte di un disegno più grande, di cui non sono io l’artefice, mi permette di maturare un distacco: il lavoro non è più un peso, ne divento meno ossessionato e quindi capace di prendere decisioni migliori, di essere più chiaro e più convincente quando parlo. Penso che anche ognuno di voi debba trovare il modo giusto per riposarsi. È un argomento che non credo venga preso molto in considerazione nelle famiglie, ma è importante. Dunque vi invito a riflettere: io come mi riposo? Come mi rigenero? Deve venirci il gusto per il riposo. Perché, come dice ancora Nuccio Ordine, “perdere un’ora al giorno per noi stessi può aiutarci a non perdere il senso della nostra vita. […] per capire che cosa davvero amiamo e per orientare in maniera consapevole la nostra esistenza”. Smettiamo di vivere in un flusso in cui andiamo avanti senza conoscere la direzione.

Il secondo consiglio che vi vorrei dare è di riflettere su quanto tempo dedicate alla preghiera, per ricordarvi che tutti noi siamo collaboratori di Dio e non siamo Dio. Domandatevi quale posto date alla preghiera nella vostra giornata e nella vostra settimana e, se non c’è, trovatelo. In parrocchia, ad esempio, abbiamo invitato le famiglie a partecipare all’adorazione eucaristica del sabato: un’ora e un quarto della settimana da dedicare al rapporto con Dio.

A volte abbiamo la tentazione di pensare che pregare tolga tempo al lavoro. Ma se invece ci fermiamo a pregare, quando riprendiamo le nostre occupazioni troviamo dentro noi stessi un’energia, una forza, una capacità di mettere ordine nelle cose che non avremmo raggiunto in tante più ore di lavoro. Perché viviamo con maggiore lucidità e capiamo meglio cosa è più importante e cosa lo è meno e riusciamo a portare meglio i pesi. Una volta una signora ha chiesto al parroco, don Attanasio, perché non aiutava i poveri invece di dire il rosario sul lungofiume. Lui ha risposto che proprio dicendo il rosario può lavorare meglio e aiutare di più gli altri.

Quindi la prima strada è il rapporto tra preghiera e lavoro.

La seconda strada: il lavoro e gli affetti

Il secondo aspetto che ho trovato per guarire dalle nostre ossessioni è il rapporto tra il lavoro e gli affetti. Dovete chiedervi per prima cosa quale sia il vostro punto affettivo per eccellenza. È il lavoro? Il rapporto con il capo? Oppure è la casa? Avere una casa – il marito/la moglie, gli amici – dona un enorme equilibrio sul lavoro, perché se uno ha un punto affettivo stabile, matura un distacco interiore e una maggiore libertà che lo porta a impegnarsi in modo migliore. Se il tuo cuore è a casa con tua moglie, è a casa con gli amici, non diventi schiavo del risultato.

Proprio ieri ho incontrato un gruppo di ragazzi al primo impiego. Hanno iniziato lamentando tutto il disagio che vivono sul lavoro, ma poi hanno concluso che avere una casa dove discutere le loro difficoltà rende possibile affrontare con maggiore distacco gli insuccessi che sperimentano nelle loro giornate. Cercate anche voi la vostra casa: il rapporto con vostra moglie, il rapporto con gli amici. Una comunità che vi aiuti anche a rendervi conto che state uscendo dai binari, che state dedicando troppo tempo e troppe energie alla professione e che vi faccia ritrovare il vostro centro.

Anche per noi è così. La nostra forza missionaria non viene dalle singole capacità: mia, di Don Attanasio o degli altri, ma viene dal fatto che lavoriamo assieme. Io torno a casa e posso comunicare ai fratelli i miei successi e le mie sconfitte e loro mi accolgono e mi ricordano che io non sono quell’insuccesso, io non sono quella sconfitta, non sono quel mancato riconoscimento. Se invece il punto affettivo è il capo, la performance, il raggiungimento degli obiettivi, ne rimarremo sempre schiavi.

Scommettete sulla vostra vocazione matrimoniale. Alla fine è sempre lì che dovrete ritornare. Ho visto fin troppe famiglie che hanno sacrificato così tanto alla carriera da dimenticare che il compimento vero è nel matrimonio. Ritornate da vostro marito o da vostra moglie, e quando le cose vanno male sul lavoro parlatene, sostenetevi vicendevolmente.

Quindi la seconda strada è il rapporto tra il lavoro e gli affetti.

Qualcuno potrebbe pensare che vivere con questo distacco la vita lavorativa sia bello ma in fondo impossibile, perché questo disequilibrio fa parte di noi e sempre, in certi momenti della vita, avremo compiti pesanti e saremo schiavi del risultato. Quando ho iniziato questi incontri con voi, io non sapevo se sarei stato in grado di accompagnarvi nel vostro cammino. Mi ha salvato il rapporto con don Attanasio e poi con alcuni di voi, che mi hanno corretto, che mi vogliono bene, che mi riaccolgono nel percorso che facciamo assieme. La tentazione di dare eccessivo peso al lavoro o di considerarlo come un idolo rimane sempre, ma recuperare l’equilibrio e la prospettiva giusta diventa più facile.

Allora, come conclusione, ecco una bellissima poesia di Charles Péguy. La trovo particolarmente di buon augurio perché so che in questo periodo nella nostra comunità sono nati alcuni bambini.

«Non sono i bambini che lavorano. / Ma non si lavora mai che per i bambini. / Non è il bambino che va nei campi, che ara e che semina, e che miete e che vendemmia e che pota la vigna e che abbatte gli alberi e che sega la legna. / Per l’inverno. / Per riscaldare la casa d’inverno. / Ma come si potrebbe mettere al lavoro il padre se non ci fossero i suoi bambini. / È l’inverno quando lavora sodo. / Nella foresta. / Quando lavora più sodo. / Con la roncola e la sega, la scure e l’ascia. / Nella foresta ghiacciata. / L’inverno quando le vipere dormono nel bosco perché sono gelate. / E quando soffia una tramontana agra. / Che gli trafigge le ossa. / Che gli passa attraverso tutte le membra. / Ed è tutto intirizzito. E batterebbe i denti. / E la brina gli mette i ghiaccioli nella barba. / Di colpo pensa alla sua donna che è rimasta a casa. / Alla sua donna, che è una così brava massaia. / Di cui egli è l’uomo davanti a Dio. / Ai suoi bambini che se ne stanno tranquilli a casa. / Che giocano e si divertono a quest’ora intorno al fuoco. / E che lottano forse. / Insieme. / Per divertirsi. / Passano davanti ai suoi occhi in un lampo. Davanti agli occhi della sua memoria, davanti agli occhi della sua anima. / Abitano la sua memoria e il suo cuore e la sua anima. / Abitano il suo sguardo. / In un lampo vede i suoi tre bambini che giocano e ridono intorno al fuoco. / Due maschi e una bambina. / Dei quali egli è il padre davanti a Dio».

Questa poesia mi colpisce perché dice che tu per lavorare devi sempre avere un amore. Se non hai un amore non riesci ad impegnarti. E mi colpisce anche perché, secondo me, è quello che ha vissuto Gesù mentre portava la Croce sul Calvario. Che cosa lo ha spinto a fare quella fatica? Sicuramente l’obbedienza al Padre. Ma, secondo me, quello che gli ha permesso di mettere un piede davanti all’altro, di accettare le frustate dei romani, gli sputi dei giudei, la lontananza dei discepoli, è stato l’avere in mente la mia faccia, la faccia di ciascuno di noi. Quando avrebbe voluto lasciare la croce e andarsene, gli tornavano come in un lampo davanti agli occhi i volti di ciascuno di noi. E andava avanti.

Io mi rendo conto che quando passo ore ed ore davanti al computer molte volte mi vengono in mente i volti dei ragazzi che mi sono affidati, e offro il mio impegno per loro. Penso che a voi sia chiesta la stessa cosa: offrire la fatica, il peso del lavoro che a volte sembra schiacciarvi per vostra moglie, per vostro marito, per i vostri figli. Questo è il lavoro più bello e più fecondo, perché questa offerta genera molto più di tutto quello che possiamo fare da soli.

Io sono arrivato a questo punto della mia riflessione. Non è certo esaustiva, ci sono molti altri aspetti da analizzare. Però diamoci un momento di confronto, se volete.

Ho vissuto un periodo difficile sul lavoro, mi sembrava di essere trattato ingiustamente dalla mia responsabile. Così mi sforzavo di fare tutto in maniera perfetta per farla ricredere, ma questo bisogno di dimostrare le mie capacità mi stava rendendo ancora più schiavo del lavoro, più teso. Parlare con mia sorella mi ha ricordato che io devo lavorare bene non per ricercare un riconoscimento ma per serietà rispetto a me stesso e al compito assegnato. Questo mi ha liberato da tutte le ansie da prestazione. Quindi mi sono impegnato a fare bene perché era la cosa migliore che potessi fare. Nei giorni in cui ero tormentato dall’ingiustizia e dall’incalzare del lavoro mi ero reso conto che stavo tirando su un muro nei confronti di mia moglie, perché comunque davanti a lei voglio essere sempre il migliore. L’essermi dimostrato meno capace di quello che volevo mi stava allontanando anche un po’ da lei. Una mattina, andando a lavoro, le ho detto che ero preoccupato e che stavo facendo fatica. È stato bello poter condividere la mia preoccupazione con lei.

Paolo: Avere il coraggio di mostrarci ai nostri cari per quello che siamo, anche nella nostra fragilità, è liberatorio. Ci libera dall’idea di dover mantenere uno standard di perfezione anche di fronte a coloro che amiamo.

Desidero ringraziarti perché hai dato una risposta a tante domande che avevo dentro di me. In questo periodo mio marito lavorava in vigna tutto il giorno mentre io ero a casa in smart working e ci vedevamo poco prima di andare a dormire. Ci trovavamo in difficoltà, lui da un lato molto stanco e io dall’altro che non sapevo come stargli accanto e mi sentivo lasciata sola. E molte volte mi sono domandata perché Dio mi chiedesse questa fatica. Ascoltandoti, l’idea che puoi offrire la fatica e il lavoro per tuo marito mi ha commossa. Mi ha fatto comprendere che la fatica che sto facendo non mette in discussione il bene che gli voglio e la felicità di stare con lui. Ma la possibilità dell’offerta conferisce un valore in più: il Signore me lo sta chiedendo prima di tutto per lui, che è qui con me.

Paolo: Tutte le volte che a Messa il prete presenta il Pane e il Vino dicendo “il frutto della terra e del lavoro dell’uomo” è l’evidenza del nostro lavoro che partecipa alla creazione: in quel momento c’è proprio il nostro lavoro offerto per la salvezza dell’uomo. Ripetilo al mattino: “Signore ti offro questa giornata di smart working per mio marito che è nei campi”. Questo vi unisce tantissimo anche nella lontananza, perché il volto di ognuno abita l’anima del coniuge. Non è solo una fantasia sentimentale: nel tempo genera frutti. L’offerta è un lavoro fecondo, si svela nel tempo e si nutre del sacrificio.

Scarica gli appunti della lezione

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