Incontro con il Card. Roberto Repole

Non estinguere il fuoco

Torino, 16 maggio 2026
Parrocchia Santa Giulia. Maggio in Oratorio

Don Atta

Sono felice che questa sera sia con noi il nostro Cardinale. Desidero innanzitutto ringraziarlo. Non è un ringraziamento formale, perché fin dall’inizio è venuto a conoscerci con grande apertura, grande disponibilità e da allora è iniziato un dialogo tra noi e lui, anche con i suoi collaboratori, su come portare insieme avanti la nostra missione a Torino. L’incontro di questa sera vuole essere un dialogo in cui io gli porrò delle domande proprio su questo tema. La prima domanda da cui vorrei partire è una domanda personale. Tu insegnavi ecclesiologia, e poi il Papa ti ha chiamato per fare l’arcivescovo e poi ti ha nominati cardinale e la tua vita è cambiata radicalmente.

Card. Repole

La vita è cambiata moltissimo. Sono diventato prete nel 1992; all’inizio ho fatto il viceparroco dal 1992 al 1996 a Gesù Redentore e collaboratore alla chiesa del Santissimo Nome di Maria, zona Mirafiori Nord. Poi ho saputo che il vescovo voleva mandarmi a studiare, i professori volevano mandarmi a studiare, così sono andato a Roma per cinque anni e poi sono tornato. Ho vissuto dal 2001 al 2010 a Druento facendo il professore e poi, dal 2010 al 2022. Quando sono stato eletto vescovo, vivevo a San Lorenzo con un gruppo di preti, quindi in una comunità di preti.

Vi racconto qualche piccolo retroscena: quando ho compiuto cinquant’anni qualcuno mi ha detto: “Hanno fatto l’indagine su di te (si fanno delle indagini per scegliere i vescovi”. Era passato un anno, due, anche di più, e ho pensato: “È andata benissimo, vuol dire che la cosa è passata”. Poi, invece, circa un anno prima della chiamata ufficiale, ho cominciato di nuovo a sentire qualche voce. Per la prima volta sono andato a vedere su internet le diocesi che si liberavano per capire di quale morte avrei eventualmente potuto morire. L’ho fatto solo in quel breve periodo e poi sono ritornato alla mia vita normale. Alla fine è arrivata la chiamata dal Vaticano. Mi è sembrata una scelta abbastanza evidente, una scelta in cui Papa Francesco, in modo personale, ci ha messo del suo. Credo che Torino fosse una diocesi a cui teneva in modo particolare, non soltanto per la significatività che ha nel panorama italiano, ma anche un po’ per le sue origini.

A questo punto la mia vita è è cambiata. Il cambiamento più evidente è stato che sei sempre un po’ “in vetrina”. In questi anni ho pensato questo: o hai un’indole tendenzialmente narcisista, che non è una gran bella cosa, e allora ti piace, oppure ti ci devi abituare e lo fai come un servizio. Devi sapere che è qualcosa che comporta un grande dispendio di energie, perché qualunque cosa dici, qualunque intervento fai, qualunque postura assumi ha una rilevanza. Se senti la responsabilità della Chiesa che rappresenti, questo è un peso, insieme alla bellezza naturalmente.

Don Atta

In passato la maggioranza delle persone conosceva il nome del Papa, ma del Papa non sapeva nulla. Oggi, attraverso i mezzi di comunicazione, sappiamo tante cose di Papa Francesco, Papa Leone, Papa Ratzinger, si sentono commenti di ogni tipo, e giustamente possiamo conoscere le personalità di ciascuno. Però il papato nella Chiesa ha anche un significato che va al di là della persona e che forse talvolta rischiamo di smarrire vedendo tutti questi aspetti personali. Ti vorrei chiedere se puoi spiegare un po’ meglio qual è il senso del papato per la Chiesa cattolica e quindi per noi.

Card. Repole

Partirei dalla premessa che hai fatto. Quando insegnavo ecclesiologia dicevo questo, per mostrare come la teologia si contestualizza dentro una cultura e un ambiente: dal secondo millennio in avanti c’è stata teologicamente una grande enfasi sul Papa di Roma, quasi fosse l’apice di una piramide da cui poi discendeva tutto. Del Papa conoscevi al massimo il ritratto o la foto, e poi non sapevi nulla; la vita ecclesiale si giocava nelle diocesi, nei paesi.

Dopo il Concilio Vaticano II si è riscoperta una dottrina molto importante, quella della collegialità dei vescovi: il Papa è certamente una figura decisiva e importante, ma non è solo, è dentro un collegio, un gruppo formato dai vescovi che insieme, in qualche modo, succedono al collegio degli apostoli. Oggi, per la forza del mondo mediatico, il Papa è una figura che assume una rilevanza grandissima. Non c’è nessuno che non ascolti la voce del Papa.

Che cosa dovremmo dire teologicamente e come leggere questa figura oggi nel contesto attuale? Teologicamente dovremmo dire così: il Papa è un vescovo singolare, nel senso che è il vescovo della Chiesa di Roma la quale, per una antica tradizione dagli inizi del cristianesimo, ha il compito di presiedere nella carità tutta la Chiesa con cui raccordarsi per essere sicuri di essere davvero nella memoria degli apostoli. Il Papa è tale e ha questo compito per tutte le Chiese e per tutta la Chiesa in quanto vescovo di una Chiesa precisa.

È importante ricordarlo perché il Papa non è Papa se non insieme a tutti gli altri vescovi che a loro volta rappresentano le loro Chiese. E vale anche all’inverso: i vescovi non potrebbero essere da soli se non in comunione con altri vescovi.

È molto interessante il rito di ordinazione di un vescovo, se ci fate attenzione. La liturgia è sempre istruttiva anche dal punto di vista teologico e pastorale. Ci sono tre vescovi che ordinano un vescovo, per affermare che appena diventi vescovo non sei un individuo isolato, ma sei una persona dentro un gruppo di vescovi.

Il Papa è la Chiesa di Roma con il suo vescovo; è il centro di questa rete di comunione che sono le Chiese sparse nel mondo, l’una in contatto con l’altra, presieduta ciascuna da un vescovo. Non è un caso che nella liturgia eucaristica, quando preghiamo per la Chiesa, facciamo due nomi: quello del Papa, che ha la funzione di garantire la comunione di tutte le Chiese, e quello del vescovo, che ha la funzione di garantire la comunione nella sua Chiesa e di collegarla con le altre Chiese, compresa la Chiesa di Roma e dunque il Papa.

È un compito molto importante. Lo è sempre stato, ma contestualizzato nell’oggi, per rimanere ai nostri tempi, è un compito importantissimo perché su alcuni temi fondamentali stiamo rischiando di regredire come uomini, dopo tutto il mito del progresso che abbiamo respirato e portiamo dentro. Bisogna intendersi su che cosa significhi progredire e regredire, rispetto a che cosa. Possiamo anche progredire col PIL, ma se poi perdiamo qualcosa di profondo della nostra umanità, siamo progrediti o siamo regrediti? In un mondo come quello di oggi, sapere che c’è una persona, il vescovo di Roma, che è simbolo dell’unità di tutta la Chiesa nella sua persona, e che può dire alcune parole – che dice soltanto lui – in nome del Vangelo per mantenere unita la Chiesa e, per quanto possibile unito questo mondo, è qualcosa di preziosissimo. E il Papa lo fa in quanto successore di Pietro, mantenendo la memoria di Gesù risorto insieme agli altri vescovi.

Don Atta

Ci dicevi che la cosa che più è cambiata nella tua vita, una volta nominato vescovo, è stato il fatto che tu non parli più a tuo nome ma parli a nome della Chiesa torinese e quindi la rappresenti. Ci puoi dire qualcosa anche sul compito del vescovo. Hai detto che il vescovo “presiede nella carità”. Mi sembra molto importante per noi acquisire questa percezione che noi siamo una comunità, ma siamo la Chiesa di Torino, siamo la Chiesa cattolica, e quindi il rapporto col vescovo ci aiuta a entrare in questa percezione perché altrimenti la nostra piccola comunità diventa, usando un termine un po’ brutto, un po’ settaria.

Card. Repole

Il vescovo ha un compito particolare in ordine a ciò che professiamo nel Credo quando diciamo “La Chiesa è apostolica ed è cattolica”. Ha il compito di garantire che la Chiesa rimanga nel solco della memoria degli apostoli, che il Vangelo sia annunciato. Non lo fa da solo, lo fa con un presbiterio.

Nella Chiesa, a tutti i livelli, c’è questo dinamismo tra dimensione personale e dimensione collegiale. Il Papa è uno e nella sua persona rappresenta l’unità della Chiesa, ma lo fa insieme a tutti i vescovi. Il vescovo è uno, ma presiede un presbiterio; poi ci sono i diaconi. Il presbitero presiede una comunità, ma è circondato da altri.

Il vescovo deve dare la garanzia che una comunità cristiana – in questo caso la Chiesa che è in Torino, la Chiesa che è in Susa – rimanga ancorata alla memoria del Cristo risorto che ci hanno consegnato gli apostoli. Faccio esempi molto concreti: se si cominciasse ad annunciare un Gesù diverso, al vescovo spetta dire: “Attenzione, qui stiamo sbagliando strada”. Se si edifica una Chiesa su un fondamento che non è più il Vangelo di Gesù Cristo, bisogna dirlo.

Qualcuno dice: “Il vescovo ha fatto un intervento di tipo politico o sociale, dovrebbe annunciare il Vangelo invece che fare politica”. Il problema è se, per annunciare il Vangelo, possiamo o meno entrare in questioni che toccano alcune dimensioni sociali. Io non potrò mai dire, in nome del Vangelo, che un uomo, poiché appartiene a un altro paese o perché ha un altro colore della pelle, non ha diritto a vivere, perché andrei contro la memoria apostolica di Cristo risorto, che è il Cristo delle beatitudini, il Cristo che ha accolto i poveri. È un compito importantissimo.

È un compito di episcopè. La parola da cui deriva “vescovo”, in greco, vuol dire sorveglianza, supervisione. Non è il compito di chi deve fare tutto lui, ma di chi deve sorvegliare perché una Chiesa non deragli da quella memoria degli apostoli. Nello stesso tempo ha un compito riguardo alla cattolicità della Chiesa. “Cattolico” deriva dal greco kata holu. Noi lo traduciamo spesso con “universale”, ma non è una traduzione pienamente adeguata. Kata holu vuol dire “secondo il tutto”. Bisogna fare in modo che tutte le volte che si vive nella Chiesa si viva secondo il tutto.

Qual è allora il compito di un vescovo dentro la Chiesa locale che presiede? Fare in modo che le comunità cristiane siano collegate le une alle altre e non vivano come se fossero Chiese in sé, autonome. Ad esempio. se Santa Giulia si fa una cosa e non importa se da un’altra parte tutto questo non ha senso, oppure non c’è un collegamento con le altre Chiese: questo non va bene. Anche questo è il senso, per esempio, della visita pastorale. Vengo qui oggi, faccio una visita, ma in qualche modo mi informo di ciò che si sta facendo qui ed è mio compito mettere in contatto questa realtà con le altre comunità cristiane.

Anche il dialogo che abbiamo fatto prima tra noi preti era interessante per capire come ciò che si fa qui possa diventare una ricchezza per altre parti, e come ciò che si fa altrove possa essere una ricchezza per voi. Il vescovo ha un compito riguardo alla cattolicità: fare in modo che le comunità non si ripieghino su sé stesse, e ha lo stesso compito nella comunione delle Chiese.

Quando si riuniscono i vescovi devo andarci non solo con la mia sensibilità individuale –sono una persona, e ognuno porta sempre qualcosa di sé – ma il più possibile portando la Chiesa che presiedo, facendo in modo che la mia Chiesa sia in comunione con la Chiesa di Milano, con quella di Genova, con quella di Palermo, con quella di Roma e, attraverso le altre, con tutte le altre Chiese. È un compito di collegamento, perché la Chiesa è apostolica, cattolica e una. A Torino si realizza la Chiesa di Gesù Cristo, ma la stessa Chiesa di Gesù Cristo si realizza a Milano, a Genova, a Roma: allora ciascuna Chiesa è collegata con l’altra. Questo è il compito del vescovo.

Don Atta

Dopo questa prima parte sul compito del Papa, del vescovo e sull’universalità della Chiesa, vorrei guardare un po’ la nostra situazione ecclesiale a Torino, nel Nord Italia. Nel dopoguerra la Chiesa cattolica aveva molte cose in mano: la DC aveva vinto le elezioni, c’erano un milione di iscritti nell’Azione Cattolica, alcuni responsabili dell’Azione Cattolica dicevano che presto sarebbe avvenuto il regno di Dio in Italia: “Viva Cristo Re”. Non è un giudizio, c’era qualcosa di buono, è una considerazione storica.

Poi è arrivato il ’68., ed è stato un tempo di grande crisi, le chiese hanno cominciato lentamente a svuotarsi. Tu, nella prima lettera che hai mandato, hai scritto: “Il problema della Chiesa non è l’assenza di clero, ci nascondiamo un po’ dietro un dito quando diciamo questo; il problema è che la nostra società non è più normalmente cristiana”. Allora, prima di tutto dobbiamo prendere coscienza di questo. Poi hai aggiunto: “Dobbiamo rischiare un percorso nuovo per annunciare il Vangelo”.

La domanda che ti voglio fare è questa: come questa situazione di minoranza che oggi viviamo come cristiani nella nostra società può essere per noi un’opportunità e non e non con lo scoraggiamento di chi dice “oddio, dobbiamo chiudere un’altra chiesa, è la disfatta”?

Card. Repole

Penso che la si possa vivere come un’opportunità nella misura in cui rimaniamo ancorati alla fede che diciamo di professare, nella misura in cui la fede nel Cristo risorto che professiamo non è una formalità, ma qualcosa di vero. Non mi sembra che Gesù ci abbia mai garantito di essere coincidenti con tutte le donne e gli uomini che avremmo incontrato: “Tutti saranno cristiani”. Non ci ha neppure garantito di essere una maggioranza. Non mi pare che ci abbia garantito di avere un potere simile ad altri poteri. Se ho letto in maniera sufficientemente corretta i Vangeli, mi sembra di cogliere che, semmai, qualche parola l’ha spesa per dirci: “Fate attenzione ad altro”. Tutte le parabole del Regno sono parabole che parlano di una piccolezza che diventa incisiva. Le parole che Gesù dice ai suoi discepoli e che vengono riportate dagli evangelisti dopo la resurrezione sono spesso parole che dicono: “Sappiate che potrete andare incontro a fallimenti, a persecuzioni”.

A me pare che oggi siamo invitati ad avere non una fede formale, ma una fede reale che ci fa credere ciò che abbiamo ascoltato nel Vangelo di Matteo: “Io sono con voi sempre, fino alla fine dei tempi”. Il Vangelo di Matteo comincia con il nome di Gesù, l’Emmanuele, che vuol dire “Dio con noi”, e si chiude con queste parole del Risorto ai suoi discepoli. Ditemi se c’è da avere paura. C’è da avere paura solo se non siamo sufficientemente credenti.

Non esiste una stagione che possa dirsi meno graziata di un’altra perché meno ricca della presenza del Risorto. Faccio un passo ulteriore. A me oggi interessa relativamente se siamo tanti, pochi, influenti, non influenti, maggioranza o minoranza. Detto fra parentesi, siamo minoranza, ma non siamo pochi; dovremmo anche farci furbi e connettere le risorse che abbiamo. Quello che mi mi preoccuperebbe molto, è essere una minoranza irrilevante perché non siamo sufficientemente credenti. Questo sì, mi preoccuperebbe, come vescovo e come cristiano.

Se invece siamo credenti, pur non essendo più gli eserciti che pensavamo di essere, abbiamo ancora grandi potenzialità, per capire cosa possiamo essere come cristiani oggi, per vivere da cristiani anzitutto e per trasmettere, vivendo da cristiani, il Vangelo ad altri. Ci sono delle praterie oggi. Sono convinto che ci sono delle praterie.

Faccio due esempi. Viviamo in un mondo che ha tutto, ma è sempre più privo del senso per il quale avere tutto. Noi abbiamo il Vangelo, che è il senso della vita. Io non riuscirei a vivere senza il Vangelo. Questo l’ho percepito sin da piccolo. L’ho detto nel ringraziamento il giorno che sono diventato vescovo: da piccolo ho percepito che se Cristo era risorto, allora la vita era bella. Quella intuizione nessuno me la toglie, anche dopo aver studiato tutta la teologia che volete. Quello è il cuore. Noi abbiamo questo. Ditemi se non è avvincente oggi, in un mondo che ha tutto ma è privo del senso per cui avere tutto.

Seconda considerazione: viviamo in un mondo sempre più individualista che scava solitudini grandissime. Il grande Occidente è la culla della denatalità. Viviamo in una città dove metà degli alloggi è abitata da persone sole. Uno degli elementi strutturanti del cristianesimo è la fraternità in Cristo, la comunità, la Chiesa. Se solo cambiamo l’angolo di visuale, si aprono qui delle praterie per offrire alle donne e agli uomini di oggi un Vangelo vissuto, che passa anche dal dire: “Non sei solo, puoi trovare una casa, puoi trovare fratelli e sorelle e anche la ragione per cui sei accolto e ci sentiamo fratelli e sorelle”? Basta cambiare un attimo l’angolo di visuale.

Se continui a guardare con i paraocchi e vedi soltanto la decadenza, pazienza; ma poi devi dimostrarmi che sei cristiano.

Don Atta

Questo punto della fraternità per noi è certamente molto importante, stiamo scoprendo, in questo mondo di solitudini, quanto sia occasione di incontro con tanta gente; è qualcosa che siamo invitati ad approfondire, a riscoprire, e contiene ancora molte potenzialità inespresse.

Adesso passerei a un altro argomento che ci sta particolarmente a cuore: quello dei ragazzi. Una ricerca di Save the Children ha valutato che il 41% dei ragazzi, quando si sente in ansia o triste, ricorre all’intelligenza artificiale. So che, con la pastorale scolastica, avete organizzato un questionario tra docenti da cui risulta che nove insegnanti su dieci vedono inquietudine negli adolescenti e due su tre colgono in questi ragazzi un forte senso di solitudine.

In una delle tue lettere pastorali, hai detto una cosa importante che credo dobbiamo capire meglio: “La pastorale giovanile deve essere lo spettro attraverso cui vediamo ogni ambito della nostra pastorale. Il futuro della vita ecclesiale è legato a come impostiamo la pastorale giovanile”. Ora ti chiedo di aiutarci a capire questo, perché nelle nostre parrocchie tradizionali la pastorale giovanile era uno degli aspetti e poi c’erano molte altre cose: la Caritas, la liturgia, tante attività. Qui tu cambi profondamente il punto di vista e cogli qualcosa che per noi è stato vitale fin dall’inizio, perché quando sono arrivato mi sono guardato intorno e ho detto: “Se non ricominciamo dai ragazzi, fra dieci anni, quindici, venti – voglio essere benevolo – non ci sarà più nessuno”. Vorrei che ci spiegassi meglio questo, perché siamo di fronte a una certa emergenza del mondo giovanile.

Card. Repole

Proverei a esprimerlo così. Noi veniamo da una lunga stagione in cui il modo di esistere come cristiani in questo mondo era tale che la comunità cristiana quasi coincideva con la comunità civile. Questo faceva sì che alcuni valori di fondo del cristianesimo e della vita cristiana venissero trasmessi quasi per osmosi dentro il tessuto sociale a cui appartenevi.

Faccio un esempio, per visualizzare questo modo di essere cristiani e di essere Chiesa da cui veniamo, che abbiamo ereditato e che abbiamo ancora profondamente dentro. Noi iniziamo al cristianesimo fondamentalmente dei bambini, dando per scontato che poi verranno educati da cristiani. In questo tempo, però, dovremmo porci una domanda semplice e decisiva: “da chi?”.

Possiamo prendere atto che la trasmissione della fede, che avveniva normalmente dentro un tessuto sociale in cui abitavamo – da padri e madri ai figli, da nonni a nipoti, da zii a nipoti, da insegnanti ad alunni – si è interrotta? Non è più così scontata. Io penso di sì, dobbiamo prendere confidenza con questo. Se lo prendiamo sul serio, dobbiamo fare in modo che il nostro modo di concepire quella che chiamiamo “pastorale” si ridefinisca seriamente a partire da qui, perché questo dovrebbe essere decisivo per dei cristiani che sono discepoli e sono nel mondo per annunciare il Vangelo.

È alla luce di questo che ho usato quella espressione. Molto spesso concepiamo la pastorale come se la trasmissione della fede fosse ancora scontata e la pastorale giovanile fosse un capitolo accanto ad altri: c’è la pastorale sociale del lavoro, c’è la pastorale universitaria, c’è la pastorale delle famiglie, c’è la Caritas, e poi ci sono anche i giovani. Se perdiamo di vista il mutamento decisivo che sta avvenendo, accadrà esattamente quello che tu hai visto arrivando qui e chiedendoti con semplicità: “Fra dieci anni chi ci sarà?”.

Potremmo tradurla così: fra dieci anni chi potrà fare ancora la pastorale sociale del lavoro? Chi potrà impegnarsi nella Caritas? Chi potrà seguire il gruppo degli anziani se non esiste più una comunità cristiana?

In questo senso ho detto che dovremmo cogliere un segno dei tempi: o la trasmissione della fede ai giovani – per “pastorale giovanile” intendo questo, nel senso forte – diventa qualcosa di prioritario, che tutta la comunità cristiana considera decisivo, oppure anche gli altri capitoli della pastorale rischiano di implodere. Questo può avvenire attraverso il gioco del calcio, lo sport, le attività che conosciamo, ma il punto è trasmettere il Vangelo ai giovani.

Aggiungo una cosa. Far diventare i giovani lo spettro attraverso cui rileggere tutte le altre attività significa anche, per noi adulti e anziani, essere stimolati a vivere una dimensione essenziale della fede che è la gratuità. Una delle malattie delle nostre comunità cristiane – non dico qui, dico in generale – è che ciascun gruppo, in fondo, pensa di essere l’unico. Nella Chiesa non possiamo vivere così.

Se siamo adulti e anche anziani, possiamo dircelo: la preoccupazione principale non dovrebbe essere per me o per noi, ma per quelli che vengono dopo di me. C’è qualcosa di molto evangelico in questo sguardo che parte dai più piccoli. Tanto più in una società dove i giovani non sono solo pochi, per la denatalità di cui parlavo prima, ma non sono visti da nessuno perché non fanno massa critica. Mi pare che qui ci sia una grande profezia della Chiesa a cui siamo chiamati.

Don Atta

Gesù, in una parabola, dice: “Vi affido il raccolto”, ma poi il raccolto non è nostro e ci viene richiesto; dobbiamo passare il raccolto a qualcun altro che viene dopo di noi. Dobbiamo anche saper trovare il nostro posto perché chi viene dopo di noi trovi il suo.

Credo anche che questo annuncio ai giovani non possa farlo da sola la famiglia, non possa farlo da solo il prete, non possano farlo da sole le catechiste, perché non siamo più in una società cristiana. È realmente un lavoro, una bellissima sfida affidata a tutta la comunità.

Vorrei tornare un momento sull’annuncio del Vangelo, che è legato a quello che ci dici e che spesso ritorna anche negli incontri che faccio con le famiglie. Che cosa ci rende autentici testimoni del Vangelo? È qualcosa che siamo chiamati a vivere con i nostri figli, ma anche con le persone che incontriamo sul posto di lavoro, con le persone che incontriamo nel quartiere. Secondo te, che cosa ci rende autentici testimoni capaci di incontrare veramente gli uomini di oggi?

Card. Repole

Mi pare che ciò che ci può rendere autentici testimoni sia il fatto di essere autentici credenti. Spesso ci siamo fatti l’idea che la fede sia una sovrastruttura, e lo si sente anche nei nostri modi di parlare: c’è una formazione umana, poi c’è una formazione cristiana, quasi che la formazione cristiana fosse un sovrappiù che si aggiunge quando tu sei già tranquillo.

In realtà, essere credenti significa vivere la vita di tutti secondo una precisa prospettiva: la prospettiva della fiducia consegnata totalmente a Cristo risorto e vissuta nella sua compagnia. La vita tutta, che vuol dire gli affetti, i sentimenti, il modo di relazionarti agli altri, il modo di percepire e vivere il lavoro, il modo di essere padre, di essere madre, il modo di pensare una città, il modo di vedere l’economia, il modo di ragionare quando si tratta di valutare se qualcosa è un progresso o una regressione.

La vita di un credente è la vita di tutti gli altri vissuta nella fede, senza quella paura che abbiamo interiorizzato maldestramente da una certa epoca in avanti, per cui essere credenti significherebbe essere stupidi. Non è così. Significa pensare da credenti. E può darsi che il pensiero dei credenti sia, in molti casi, qualcosa che sa allargare le prospettive.

Chi è allora capace di annunciare e di testimoniare? È colui che vive naturalmente una vita così e, attraverso la sua esistenza concreta – a volte senza bisogno di grandi discorsi – fa percepire che una vita così è umanizzante, che è bella. Non a caso il Vangelo si chiama Vangelo e i Vangeli si chiamano “Evangeli”: buona notizia, qualcosa che dà gioia.

Quando Francesco ha scritto la Evangelii gaudium, ha avuto un’intuizione folgorante: c’è una gioia che viene dal Vangelo. Pensate come, in un mondo come quello di oggi, questa gioia che viene da una vita consegnata al Risorto, vissuta nella sua compagnia, potrebbe essere contagiosa, anche perché fa pensare. Manifesta che esiste un modo diverso di sentire le cose, di percepirle, di pensare e di vivere.

Io penso che possa essere missionario solo chi sente davvero che non potrebbe vivere in un modo diverso se non nella compagnia del Risorto e alla luce del Risorto. In questo senso aveva moltissima ragione Papa Benedetto in quell’espressione – ripresa da Papa Francesco – secondo cui il cristianesimo si propaga per attrazione. È molto interessante: è ciò che è avvenuto sin dagli inizi.

Io penso che possa essere missionario soltanto chi sente profondamente che non potrebbe vivere in un modo diverso se non nella compagnia del Risorto e alla luce del Risorto. In questo senso aveva moltissima ragione Papa Benedetto, in quell’espressione che è stata ripresa da Papa Francesco, secondo cui il cristianesimo si propaga per attrazione.

È molto interessante, questo: in qualche modo è ciò che è avvenuto sin dagli inizi del cristianesimo. Guardando la bellezza di una vita “altra”, anche chi era fuori poteva dire: «Beh, sarebbe bello vivere così». Direi questo.

Don Atta

Prima di concludere, ti chiedo se ci vuoi dire una parola, se c’è una parola che ti sta a cuore, tra le cose che non ti ho domandato, che ci vorresti dire.

Card. Repole

Ma io vi direi grazie, sì, vi direi grazie perché una cosa bella per un vescovo è raccogliere la testimonianza di tante persone che sono generose, che sono belle, che, con i loro limiti, le loro fatiche, però continuano a sentire il fascino di appartenere a Cristo, di appartenere alla Chiesa.

E tutte le volte che io faccio incontri così mi dico: «Ma questo non è scontato e io questo devo vederlo». Me lo dico per me, perché è più facile, nel mio ministero, vedere le fatiche: sono all’imbuto, per cui arrivano tutte lì. Però l’imbuto non può fare in modo di dimenticare che la parte alta è amplissima. L’imbuto è piccolo e, nell’ampio, c’è veramente tantissima bellezza di cui dobbiamo rendere grazie.

Vi dico grazie con il desiderio che lo stesso sentimento di gratitudine si apra anche nei vostri cuori per tutte le bellezze che vedete tra di voi e attorno a voi.

 

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