La bellezza nel mistero dell’altro

Locandina "La bellezza nel mistero dell'altro" per gli Incontri di Casa Santa Giulia, su sfondo pittorico con cipressi e cielo arancione

1. L’aldilà nei fratelli

Tentiamo di vivere come Gesù e gustiamo l’inizio dell’aldilà, della vita eterna nelle persone che ci sono donate. Tante volte però con gli altri non stiamo bene. Una persona ha chiesto: «Spesso metto davanti il “mio progetto” su quella persona, su come dovrebbe essere o cosa dovrebbe fare, anche positivamente, ma poi mi schianto». Schiantarsi è già positivo. Schiantarsi significa rendersi conto che l’altro è una persona diversa da ciò che pensavamo o volevamo. Significa fermarsi davanti all’altro. Può anche capitare di schiacciare l’altro senza neppure accorgersene. Se le persone non fanno quello che vogliamo, non dicono quello che vogliamo certamente non facciamo una bella esperienza. Per capire come rispondere a questa domanda allora partiamo da una riflessione di Lewis tratta da Diario di un dolore.

Non la mia idea di Dio, ma Dio. Non la mia idea di H., ma H. Sì, e anche non la mia idea del mio prossimo, ma il mio prossimo. Forse che non facciamo spesso questo errore con chi è ancora vivo, con chi è accanto a noi nella stessa stanza? Rivolgendo le nostre parole e le nostre azioni non all’uomo vero ma al ritratto, al riassunto, quasi, che ne abbiamo fatto nella nostra mente? E bisogna che lui se ne discosti in modo radicale perché noi arriviamo ad accorgercene. Nella vita reale (è una delle differenze tra la vita e i romanzi) le sue parole e le sue azioni, a osservarle bene, non sono quasi mai perfettamente “in carattere” con l’immagine che abbiamo di lui [ossia, non rientrano in ciò che chiamiamo il suo personaggio]. Nella sua mano c’è sempre una carta di cui non sapevamo nulla. […] Ci illudiamo tutti di conoscerci l’un l’altro a menadito. (C.S. Lewis, Diario di un dolore, Adelphi, Milano 1990, 75-76)

H. era la moglie di Lewis. In questo brano emerge che per avere un atteggiamento diverso nei confronti di Dio e del prossimo non dobbiamo fermarci alla nostra idea di Dio e del prossimo. Se siamo arrabbiati perché il prossimo non è come vogliamo noi, alla fine siamo arrabbiati con Dio che permette quella situazione. Non possiamo avere due atteggiamenti diversi nei confronti di Dio e degli altri. Va riconosciuto che è inevitabile avere un’idea di Dio, così come è inevitabile avere un’idea di nostra moglie, di nostro marito, dei nostri figli. Anzi abbiamo delle idee piuttosto dettagliate delle persone che conosciamo, soprattutto se le conosciamo da molti anni. Ma l’idea che abbiamo su una persona non è la persona. Così come l’idea che abbiamo di Dio, non è Dio. Dio è infinitamente più grande dell’idea che abbiamo di Lui.

In questo senso schiantarsi contro l’altro è positivo: è riconoscere che l’altro non è la nostra idea. È positivo anche perché si sta manifestando che l’altro ha dentro di sé un mistero, un’anima, non è un burattino di cui noi tiriamo i fili. Ad esempio, uno prima ride e poi è incupito; uno ha un certo timbro della voce, è irrigidito o si distende; gli viene una lacrima o ha un moto di stizza; ha una postura ripiegata oppure sta dritto. Tutto questo non è solo la manifestazione del nostro sistema nervoso, è ben di più. È l’espressione di un’anima che abita un corpo. Si inizia a sperimentare l’aldilà nell’altro quando si inizia a percepire che ha un’anima, quando si percepisce che è un mistero che si manifesta continuamente.

A questo proposito ricordo un intervento che Papa Ratzinger fece al Collegio cardinalizio, ossia a coloro che potevano diventare Papa, il 18 aprile 2005. Durante l’omelia tenuta nella Basilica di San Pietro in quanto decano del Collegio, Ratzinger disse:

Tutti gli uomini vogliono lasciare una traccia che rimanga. Ma che cosa rimane? Il denaro no. Anche gli edifici non rimangono; i libri nemmeno. Dopo un certo tempo, più o meno lungo, tutte queste cose scompaiono. L’unica cosa che rimane in eterno è l’anima umana, l’uomo creato da Dio per l’eternità. Il frutto che rimane è perciò quanto abbiamo seminato nelle anime umane – l’amore, la conoscenza; il gesto capace di toccare il cuore; la parola che apre l’anima alla gioia del Signore.

Dunque, quando l’altro – sia marito, moglie, figlio, collega, amico – non fa o non dice ciò che ci aspettiamo e ci schiantiamo, possiamo iniziare a percepire che ha un’anima e il rapporto che viviamo con questa persona ha qualcosa di eterno. Certo è molto più bello cominciare a non schiantarsi contro gli altri, ma ad amarli. È bellissimo incontrare gli altri mettendo tra parentesi i nostri progetti e le nostre aspettative e lasciare che gli altri si comunichino per ciò che stanno attraversando, così da poterci aprire a misteri che non abbiamo ancora compreso. È bellissimo intuire che negli altri esiste un punto ultimo della personalità visibile solo agli occhi di Dio e che si apre a noi quando iniziamo ad amare gratuitamente. Invece che controllare le persone per paura di perderle, possiamo iniziare ad amarle nel Padre come faceva Gesù, ed è un’esperienza stupenda.

2. La testimonianza di Gesù e dei santi

Quando nei legami di amicizia e di amore sperimentiamo qualcosa di luminoso, intuiamo che esiste qualcosa di eterno, l’anima appunto. Eppure tante volte sperimentiamo il buio e le tenebre del male e della morte. Allora può capitare che ci sorgano dubbi sull’esistenza dell’aldilà. Qualcuno tra voi la scorsa volta ha posto proprio questa domanda: «Come vivere con speranza, fede, pazienza il tempo della delusione?».

Per rispondere a questa domanda, la nostra esperienza umana non basta più. È necessario che ci apriamo alla testimonianza di Gesù. Partiamo da una frase di Sant’Agostino.

Affinché l’uomo potesse camminare con fede nella verità, la stessa verità, il Figlio di Dio, assunta l’umanità, costituì e fondò la fede. (Agostino, La città di Dio, cap. XI)

La vita sulla terra è l’inizio dell’eternità. Ma cosa ci rende certi di questo? Perché senza questa certezza non si può superare fino in fondo la delusione. Se la vita è tutta qui, tutto è una grande delusione, un grande inganno. Come possiamo essere sicuri che i nostri corpi sono abitati da anime immortali? È questa la verità?

La verità non è una serie di dogmi che impariamo. La verità è il rapporto con la persona di Gesù che ci parla e per amore ci svela il senso ultimo di tutto. Questo senso ultimo è Lui e non può essere definito, così come il rapporto con una persona umana è un mistero che non può essere racchiuso da nessuna definizione.

È sempre pericoloso trarre conclusioni quando si tratta di definire le persone. Dire “mio marito è così” o “mia moglie è così” significa mettere il marito o la moglie dentro la tomba. Se questo è vero per l’uomo, figuriamoci per Dio. Eppure amando nostro marito o nostra moglie cominciamo a conoscerli veramente, così amando Gesù ci apriamo a ciò che ci ha detto, cominciamo a camminare nella verità che è un mistero che continuamente si svela.

Come sarà l’aldilà? Ce lo svela Gesù:

Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l’avrei detto. Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io (Gv 14, 1-3).

Nelle case delle famiglie o nella casa parrocchiale sperimentiamo reali anticipi di paradiso. Come si potrebbe intuire cos’è il paradiso se non si facesse esperienza di una casa? Tuttavia, non basta l’esperienza che viviamo per essere certi del paradiso. È la parola di Gesù che ci rende certi che il paradiso è una casa dove ci sono tante case. La casa dove per amore si fa spazio ad altri è un anticipo di paradiso (ad esempio quando marito e moglie si amano nel rispetto reciproco).

Vi leggo un altro testo del vangelo che ci svela la verità ultima dell’esistenza:

Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli (Lc 12, 35-37).

Anche il servizio che possiamo fare per altri è un anticipo di paradiso. Servire gli altri ci fa sentire utili e felici. È questa, ad esempio, l’esperienza che raccontano i volontari del doposcuola che a tutti gli effetti servono dei bambini gratuitamente. Gesù ci indica che il paradiso è percepire che l’altro è degno del nostro servizio. Servire, onorare e accogliere l’altro. Di nuovo, dunque, le parole di Gesù ci spalancano a cosa sarà l’eternità. Ma come capire il Vangelo se non si iniziando a viverlo?

Come si entra in rapporto con la persona di Gesù iniziando a camminare nella verità? Gesù non è un fantasma evanescente, non è un flatus vocis, non è un qualcosa di vuoto; quando iniziamo ad ascoltare la sua Parola, essa inizia ad illuminare la nostra esperienza. Ma la nostra esperienza risulterebbe ultimamente oscura e incomprensibile se la Verità stessa non ci parlasse. I filosofi parlerebbero di circolo ermeneutico della conoscenza, ossia circolo della comprensione. La parola di Dio illumina la nostra esperienza se ci fa comprendere che le attività che facciamo come ad esempio il doposcuola ai bambini hanno una profondità eterna. L’eternità sarà servirsi a vicenda. Ma non si può arrivare a questa profondità senza la Parola del Vangelo. Leggere il Vangelo è possibile a tutti. Basta partire da una sola frase che ci colpisce e ci si spalanca un mondo.

Tanto più paragoniamo la nostra vita cristiana che iniziamo a vivere con quello che leggiamo nel Vangelo tanto più la nostra vita cristiana si illumina e si inizia a intravedere l’eterno, l’anima, la profondità di tutte le cose, l’aldilà.

3. Il testimone interiore

È possibile a volte che le parole del Vangelo rimangano esterne a noi, senza convincerci del tutto. Quante volte nei momenti di difficoltà la certezza della fede nell’aldilà si offusca? Perché la nostra fede diventi una certezza incrollabile abbiamo bisogno di un testimone interiore, lo Spirito Santo.

Per capire cosa si intende con testimone interiore partiamo da San Paolo.

Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio (Rm 8,12).

È lo Spirito Santo che testimonia alla nostra anima che siamo figli di Dio, abbiamo un’anima e risorgeremo. Per vivere da cristiani nel mondo scristianizzato bisogna arrivare a questo punto di certezza, altrimenti si viene assaliti dai dubbi. Su questo è illuminante la testimonianza di una laica consacrata che viveva in Francia nello scorso secolo in un mondo già scristianizzato.

Forse ero già più vicina alla fede di quanto non pensassi allorché sempre di più, esigevo dalla mia attenzione al reale un continuo lavoro di riflessione e di ragionamento. Questa forma elementare di metodo nella ricerca delle risposte agli interrogativi della vita mi condusse a cambiare quella che per me era divenuta la questione fondamentale, “come si conferma l’inesistenza di Dio?” in “Dio potrebbe esistere?” Tra le due domande, infatti, era accaduto qualcosa, l’incontro con parecchi cristiani che vivevano la mia stessa vita, discutevano quanto me, danzavano quanto me. Lavoravano, avevano convinzioni politiche. Si sentivano a loro pieno agio in tutta la mia realtà. Ma portavano con sé quella che io dovevo chiamare la “loro realtà”, e quale realtà! Parlavano di tutto, ma anche di Dio, che pareva essere ad essi indispensabile come l’aria. Erano a loro agio con tutti, ma con un’impertinenza che arrivava perfino a scusarsi, mescolavano in tutte le discussioni, nei progetti e nei ricordi, parole, idee, messe a punto da Gesù Cristo. Cristo avrebbero potuto invitarlo a sedersi, non sarebbe sembrato più vivo. A forza di incontrarli spesso per parecchi mesi, onestamente non potevo più lasciare non il loro Dio, ma Dio nell’assurdo.
Scelsi quel che mi sembrava tradurre meglio il mio cambiamento di prospettive. Decisi di pregare. L’insegnamento pratico di quei mesi mi aveva fornito questa idea un giorno in cui, in occasione di un banale momento di festa, era stata ricordata Teresa d’Avila, che diceva di pensare in silenzio a Dio 5 minuti ogni giorno.
L’ho fatto quel giorno e molti altri giorni e senza misurarne il tempo. Dopo, leggendo e rileggendo, ho trovato Dio; ma pregando ho creduto che Dio mi trovasse, e che Egli è la verità vivente e che si può amarLo come si ama una persona.
(Madeleine Delbrêl, Strade di città, sentieri di Dio, Edizioni Città Nuova, 26-27)

Ciò che ha cambiato la vita di questa donna rendendola certa di Dio non è stato un ragionamento, ma l’incontro con dei cristiani. Il rapporto con loro le ha fatto scoprire che non sarebbe arrivata a Dio con delle elucubrazioni, ma entrando praticamente in rapporto con Lui. Non si può dimostrare con una teoria che Dio esiste, ma si può iniziare a dialogare con lui. 5 minuti al giorno di preghiera hanno cambiato la vita di questa donna che poi si è dedicata per tutta la vita agli ultimi, in un quartiere degradato di Parigi. 5 minuti al giorno per pensare a Dio è un piccolo passo possibile. È un’indicazione pratica e realizzabile. Certo, se ci avviciniamo al fuoco dell’amore di Dio, ci invade una tale quantità di luce, che ci nasce spontaneo il desiderio non di dare 5 minuti a Lui, ma tutta, tutta la vita, ogni istante. Ma questa totalità bellissima rimane un sogno, se non inizia da un passo reale. Ho iniziato ad amare Gesù facendo un quarto d’ora di silenzio al giorno. Se adesso faccio ore di silenzio, è perché da giovane ho iniziato a stare un quarto d’ora al giorno con Lui. Ma se qualcuno vuole cominciare da più tempo, meglio. Basta solo che non rimanga una pia intenzione che non comincia mai.

Ognuno può individuare un piccolo passo possibile perché Gesù diventi una persona che si ama nella propria vita. È lo stesso mistero del Natale in cui Gesù si fa bambino e noi possiamo abbracciarLo. Gesù infatti è un’esperienza concreta, non teorica, non un’idea, ma una pratica. Si conosce l’altro perché lo si frequenta, ci parla e lo ascoltiamo. Allo stesso identico modo quando si frequenta Dio, Lui comincia a manifestarsi e se Lo ascoltiamo, ci parla. Ci parla con il suo Spirito, illuminandoci con le parole del vangelo, illuminandoci attraverso la testimonianza dei fratelli.

Un esempio concreto di come lo Spirito ci parli è quello vissuto da una madre di un ragazzo che va male a scuola, che mi ha mandato questa testimonianza:

Sono stata ai colloqui a scuola con i professori che mi hanno sottolineato tutte le mancanze di mio figlio. Uscita da lì ero molto turbata e ho deciso di recitare il rosario a voce alta tornando da sola in macchina. Arrivata a casa ho avuto l’illuminazione di annotarmi con precisione per ogni professore una cosa buona che avevano detto di mio figlio. Quindi quando l’ho rivisto sono partita parlandogli di queste cose buone. Lui è già ben consapevole delle sue mancanze infatti non si sottrae mai alle nostre richieste di impegnarsi di più, e valorizzare il buono che c’è in lui è stato proprio un suggerimento dello Spirito Santo.

Lo Spirito Santo ci illumina anche nel come vedere gli altri. È proprio ciò che dice il salmo: È in te la sorgente della vita, alla tua luce vediamo la luce (Sal 35,10).

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