Come possiamo trasmettere il tesoro che ci è stato affidato e comunicare ciò che conta davvero?
Ci troviamo insieme per ascoltare la parola di Dio che è un avvenimento sempre nuovo e che sempre ci apre a misteri che svelano il significato della nostra esistenza. La lezione di oggi parte dall’ascolto della parabola di Gesù dei talenti.
«Poiché avverrà come a un uomo il quale, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e affidò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due e a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità; e partì. Subito, colui che aveva ricevuto i cinque talenti andò a farli fruttare, e ne guadagnò altri cinque. Allo stesso modo, quello dei due talenti ne guadagnò altri due. Ma colui che ne aveva ricevuto uno, andò a fare una buca in terra e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo, il padrone di quei servi ritornò a fare i conti con loro. Colui che aveva ricevuto i cinque talenti venne e presentò altri cinque talenti, dicendo: “Signore, tu mi affidasti cinque talenti: ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. Il suo padrone gli disse: “Va bene, servo buono e fedele; sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore”. Poi, si presentò anche quello dei due talenti e disse: “Signore, tu mi affidasti due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. Il suo padrone gli disse: “Va bene, servo buono e fedele, sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore”. Poi si avvicinò anche quello che aveva ricevuto un talento solo, e disse: “Signore, io sapevo che tu sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra; eccoti il tuo”. Il suo padrone gli rispose: “Servo malvagio e fannullone, tu sapevi che io mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; dovevi dunque portare il mio denaro dai banchieri; al mio ritorno avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento e datelo a colui che ha i dieci talenti. Poiché a chiunque ha, sarà dato ed egli sovrabbonderà; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. E quel servo inutile, gettatelo nelle tenebre di fuori. Lì sarà il pianto e lo stridor dei denti» (Mt 25, 14-30).
Le parabole sono delle immagini che partono dalla realtà concreta. In questo caso abbiamo un investitore che dà a ciascuno dei talenti, a uno ne dà uno, a un altro due, a un altro cinque. I talenti erano i soldi di allora. Nel mondo reale c’è gente che non ha nessun capitale da investire, invece nella parabola è dato a tutti un capitale da investire. Cos’è questo talento che hanno tutti? Anche il povero, anche chi nasce nel posto più povero e non ha nessuna opportunità materiale? È quello che abbiamo scoperto la volta scorsa, parlando della parabola del figlio prodigo. Ciascuno di noi è un figlio voluto e amato. Questo è il talento che Dio non ha negato a nessuno, ed è il talento più importante. Avessimo anche un sacco di doni, ma non fossimo consapevoli di questo, la nostra vita sarebbe triste. La scoperta di essere figli voluti e amati è un cammino che siamo chiamati a ricominciare ogni giorno. La cosa che più ha colpito la scorsa volta è stata una frase che ho riportato, scritta da uno di voi commentando la parabola del figlio prodigo: «A Dio basta che muoviamo le gambe verso di lui». Il figlio – che aveva perso tutto, aveva disperso tutto il capitale – rientra in sé stesso, decide di tornare dal padre. «A Dio è sufficiente che assonnati, ci dirigiamo verso la chiesa per pregare. Che svogliati, andiamo a un gesto di volontariato che, incoerenti e superficiali, ci segniamo con la croce» basta che diciamo «o Dio, vieni a salvarmi, Signore, vieni presto in mio aiuto» e ci rimettiamo in cammino verso questa scoperta di essere figli, voluti, amati. È Dio che colma la distanza tra noi e Lui, è Dio che con la sua misericordia ci corre incontro e ci mette il vestito più bello, ci mette l’anello al dito, ci ridona la nostra dignità di figli che noi abbiamo perso, dimenticato, sperperato. Questa è la cosa più importante che noi possiamo dare ai nostri figli, e non solo ai nostri figli carnali ma a qualunque persona incontriamo: la certezza di una positività ultima dell’esistenza, la certezza di essere figli di un Padre buono, «eterna è la sua misericordia».
L’altra cosa che ha colpito della lezione della volta scorsa è stata la riflessione sulla frase il figlio rientrò in sé stesso.
Facendo le presentazioni del libro “La regola dell’amore” sempre accompagnato da una famiglia, ho scoperto che anche le persone naturalmente meno inclini a una riflessione interiore, quando si fermano e riflettono sull’esperienza che fanno, hanno molto da raccontare. Abbiamo un tesoro spirituale da donare ai nostri figli, un’eredità spirituale.
Giustamente un ragazzo però in un incontro mi obiettò: «non è detto che la mia esperienza vada bene per un ragazzo dell’oratorio, a me è servito fare in un modo, ma come faccio a sapere se va bene anche per quell’altro ragazzo?» È un’obiezione giusta. La nostra esperienza non può fermarsi a quello che abbiamo scoperto noi nella vita, deve spalancarsi a una tradizione che ci supera, ci precede e ci accompagna. Penso che voi veniate ad ascoltarmi non perché vi racconto semplicemente la mia esperienza, ma perché vi aiuto a entrare in una parola che ci precede, ad esempio oggi la parabola dei talenti, un tesoro spirituale donatoci da Dio, che infinitamente ci supera. Ciò di cui hanno più bisogno i giovani è questo, un tesoro spirituale, perché i beni materiali li hanno.
Diverse persone, dopo la lezione della volta scorsa, hanno detto di sentirsi inadeguate a essere padri e madri. In particolare, mi ha colpito una domanda che diceva:
«La mia esperienza come figlio è di divisione all’interno della famiglia, divisione fra mio padre e mia madre, che ha effetti negativi su tutti».
Io avevo raccontato l’esperienza positiva della mia famiglia, lui si chiede, «ma io che cosa ho da trasmettere? i miei genitori si sono separati». A tutti è stato dato un talento, e questo talento è stato dato da Dio, non dai genitori. Se scopri di essere un figlio voluto e amato, anche se i tuoi genitori si sono separati, non riescono a fare pace, tu trasmetti questa scoperta di essere figlio di Dio. Inoltre avendo sofferto per la separazione dei tuoi genitori, impari quanto è preziosa una famiglia unita, desideri che i tuoi figli non soffrano la stessa cosa.
Qual è il senso della parabola dei talenti? Possiamo far fruttificare il talento che ci è stato dato solo se non lo teniamo per noi, se lo doniamo. Tante volte chiediamo ai nostri figli di comunicarci quello che vivono, ma domandiamoci: noi gli stiamo comunicando quello che viviamo? C’è un’esperienza positiva dell’esistenza. Ad esempio, Andrea, che stette con Gesù, non tenne il tesoro per sé, lo portò a suo fratello, che poi diventò il primo Papa.
Cosa ho io di più prezioso? Qual è il mio tesoro? Oltre a questa scoperta continua di essere un figlio amato, perdonato, abbracciato da Dio – è avere dei fratelli.
Aprire la nostra casa ha fatto nascere, crescere la nostra comunità. Qual è il tesoro più grande che avevamo? La nostra fraternità.
Posso dire o fare una cosa sbagliata, ma c’è una cosa che non posso sbagliare: è mettere in comune la mia fraternità. Su questo non posso sbagliare, è un bene in sé.
I genitori possono sbagliare alcune decisioni pratiche, una scelta educativa – in questo senso siamo inadeguati – ma se mettono in comune il loro amore con i figli, non possono sbagliare. Siamo certi di non sbagliare nel mettere in comune il tesoro della fraternità che nasce dalla scoperta di essere figli – e se siamo figli, siamo fratelli. Questa è la cosa più importante che si trasmette.
In questi 10 anni ci sono stati momenti in cui ero triste, momenti in cui ero arrabbiato, momenti in cui ero felice, momenti in cui sono riuscito a dire la parola giusta alle persone che avevo intorno, momenti in cui ho detto la parola sbagliata – spesso occasione di un rapporto più profondo, quando ho riconosciuto di aver sbagliato – ma alla fine non è questo che si trasmette. Ciò che si trasmette è la fraternità che si vive, che genera, si moltiplica.
La parabola è strana, è una storia che sembra della vita normale, ma non lo è. Innanzitutto nella parabola tutti hanno un talento, inoltre tutti coloro che investono guadagnano. Nella vita reale, se fai l’investimento sbagliato perdi tutto. Nella parabola, Gesù dice che se investi guadagni sempre, ci sono banchieri che fanno sempre gli interessi degli investitori, si guadagna sempre. Perché? Se vai a fare un gesto di volontariato – es. il dopo scuola, la Caritas dove non guadagni, dai del tempo gratuito a delle persone – torni a casa più contento. Ad esempio, una delle cose che mi fa più felice è cucinare. Purtroppo riesco a farlo poco perché non ho tanto tempo, ma quando cucino sono felice perché – oltre a contemplare il colore stupendo delle melanzane, dei peperoni, delle cipolle, e scoprire che ci sono i porri corti, i porri lunghi, e zucche di tanti tipi, e che c’è una bellezza in sé nei prodotti che il Signore ci dona – dono qualcosa di me stesso. Perché ci guadagno sempre? Perché sono contento di dedicare quel tempo ai fratelli. È quello che dice Gesù: c’è più gioia nel dare che nel ricevere. È vero che nella mia vita ho avuto anche persone che mi hanno abbandonato, ho avuto anche qualche amico che mi ha tradito, ma la maggior parte delle persone mi ha riamato. E molti mi hanno amato senza che io li abbia amati. Mio padre e mia madre mi hanno amato per primi, io non potrò mai ricambiare l’amore che mi hanno dato. Gesù ha 12 apostoli, uno lo tradisce, gli altri gli rimangono fedeli. Ci ha guadagnato infinitamente.
Il padrone quando torna chiede che cosa hanno fatto con quel talento che non era loro, che gli era stato dato.
Tutte le doti e le capacità che abbiamo ci sono state donate. Anche le capacità che abbiamo guadagnato attraverso il nostro duro lavoro e lo studio derivano da un dono – siamo nati in Italia dove c’è la scuola, in una situazione dove i nostri genitori avevano dei soldi da investire, ci sono state date circostanze che hanno reso possibile il nostro studio e il nostro lavoro. Certo, c’è stata anche la nostra libertà che si è impegnata.
Dunque il padrone dice: «voi che avete donato quello che avevate, entrate nella gioia». Entrare nella gioia è un’espressione magnifica, è proprio l’idea del paradiso, dove non hai la gioia, entri in un mondo che è tutta gioia. Qui sulla terra non è così. Donare, lavorare, fare i figli, allattarli di notte è una fatica e insieme una gioia, la gioia di donarsi. Chi è l’unico che non entra in questa gioia, e che rende sinistra e inquietante – all’occhio del profano – questa parabola? «Poi si avvicinò anche quello che aveva ricevuto un talento solo e disse: Signore, io sapevo che tu sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato» – a donare si guadagna sempre – «e raccogli dove non hai sparso; ho avuto paura e sono andato a nascondere il talento sotto terra.» Qual è il problema di questa persona? Che lui non entra in rapporto con il padre, non entra in rapporto con Dio. Si fa un’idea di Dio: «Signore, io sapevo che tu sei un uomo duro.» Si è fatto la sua idea di Dio e dell’esistenza ed ha costruito tutta la vita su questa idea, che non c’entra niente con quello che Dio è veramente; rimane chiuso in sé stesso, non riesce a uscire da sé per entrare nell’esperienza dell’amore, di donarsi. Si fa dominare dalla paura.
È la paura che molti di voi hanno raccontato, e che ho avuto anch’io come parroco tante volte, perché mi sentivo inadeguato.
Perché il padre lo punisce? Non perché ha avuto paura. La paura viene a tutti. Come dice magnificamente don Abbondio: «Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare», non è colpa mia se ho paura, è un sentimento che mi accade. «Servo malvagio e fannullone, tu sapevi che io mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; dovevi dunque portare il mio denaro dai banchieri; al mio ritorno avrei ritirato il mio con l’interesse». A Dio, basta che gli diamo pochissimo. Solo il gesto di portare il talento dai banchieri. Basta pochissimo. Dio non misura la prestazione, basta che noi doniamo, il resto lo mette lui. Questo essere chiusi in sé stessi, farsi dominare dalla paura è non avere l’umiltà di chiedere aiuto. Se vai dalla banca perché investa per te, è perché riconosci che non sei capace di investire. I banchieri investono il tuo talento per farlo crescere. È un’immagine, perché nella vita reale non tutti i banchieri sono così. Chi è stato il banchiere per la mia vita, quando io non vedevo nulla di buono dentro me stesso? È stato don Massimo, per me è stato un padre, ha visto dentro di me dei doni che io non vedevo. Tante volte anche i miei figli spirituali, crescendo, sono diventati per me questi banchieri. Quando non vedevo niente di buono dentro me stesso, accorgendomi che qualcuno iniziava a seguirmi, dovevo riconoscere che forse qualcosa di buono c’era anche in me.
Lo sguardo che sa vedere il talento che c’è nell’altro.
Io posso dire «c’è un talento che Don Paolo, non ha ricevuto: la puntualità». Se guardo don Paolo per la puntualità, sono sempre arrabbiato con lui. Faccio questo esempio, poi voi lo applicate tra marito e moglie.
Un talento che Dio non ha dato a me è la pazienza. A lui invece l’ha data, ha più pazienza di me, pur essendo più giovane.
Cos’è che fa gioire della presenza di don Paolo? Vedere i talenti che Dio gli ha dato. E allora noi diventiamo l’uno per l’altro dei banchieri che raddoppiano l’investimento, in questo sguardo amorevole, che fanno crescere il patrimonio che ci è stato dato dal Padre.
Che cos’è l’innamoramento? Vedere l’altro con l’occhio di Dio, vederlo come lo vede Dio. E cos’è che vede Dio? Dio vede quello che ha messo dentro di noi, vede i talenti, non vede quello che manca.
Molti di voi hanno dei figli piccoli, come vi guardano? Non potete stare a perdere tempo sul vostro essere inadeguati, dovete rispondere a questi figli che vi guardano e aspettano da voi una parola e un gesto.
Stiamo parlando del Regno dei cieli, che iniziamo a vivere sulla terra.
Nella misura in cui scopriamo di avere dei talenti, li doniamo agli altri, ci doniamo agli altri, iniziamo a entrare nella gioia. Questo è il Regno dei cieli, dove tutti raddoppiano gli incassi. Nella vita materiale non è così, se sbagli l’investimento hai perso tutto, invece nella vita spirituale, se tu ti doni, guadagni sicuramente. Tutti hanno un talento. I banchieri fanno gli interessi degli altri.
In questo Regno dei cieli arriva un’ingiustizia finale incredibile.
«Dovevi dunque portare il mio denaro dai banchieri» – dovevi almeno avere l’umiltà di farti aiutare da qualcun altro a scoprire i doni che hai, questo è lo scopo anche della nostra comunità, di qualsiasi comunità, aiutarci a scoprire i talenti che ciascuno di noi ha dentro. E poi dice – «Toglietegli dunque il talento e datelo a colui che ha 10 talenti» – è un’ingiustizia totale – «poiché a chiunque ha sarà dato ed egli sovrabbonderà, ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E quel servo inutile gettatelo nelle tenebre di fuori».
Essere inutili è la tristezza più grande della vita. Infatti, quello che ci fa più paura è finire in una casa di riposo dove ci pensiamo inutili. Però se io scopro di essere un figlio amato, questo posso testimoniarlo anche nella casa di riposo, posso portare frutto anche mentre sto morendo, posso generare figli spirituali testimoniando la positività della vita proprio mentre sto morendo. Invece l’esperienza di essere inutili ci getta nelle tenebre.
In questa parabola Dio sembra proprio cattivo, ma non è così.
Pensate a san Francesco, ha ricevuto un sacco di talenti, addirittura le stigmate. Vi immaginate san Francesco in paradiso? Tu gli vai a chiedere «mi puoi rendere partecipe di quello che hai scoperto di Dio?» e lui ti dice «no, vai via perché hai un solo talento».
Nel Regno dei cieli tutti donano e ricevono gratuitamente. Quello che capitalizza anche l’undicesimo talento condividerà tutto con tutti, perché è entrato nella logica dell’amore. Non terrà niente per sé. In paradiso san Francesco sicuramente sarà più in alto di me, ma io non sarò geloso di lui perché san Francesco mi donerà quello che ha.
Ma se uno non entra nell’esperienza di donare non può entrare nel Regno dei cieli. Perché la gioia è la comunione della Trinità. La gioia è la comunione della famiglia, la comunione degli amici, la comunione della comunità.
Se uno rimane chiuso in sé stesso, è lui che si caccia fuori da solo, non è Dio – cattivo – che lo caccia fuori, Dio non può costringerlo a entrare nella comunione, nell’amore.
Il fatto che Dio distribuisca i talenti in maniera diversa, anche in maniera non equanime, è per insegnarci a entrare nella logica dell’amore perché, se io non ho la pazienza che ha don Paolo, sono grato di vivere vicino a lui e imparare la pazienza che non ho. Lui imparerà altre cose da me. E questo ci fa entrare nella gioia dell’amore, che è la gioia di diventare padri e madri, cioè la gioia di donare questa esperienza ultima di positività dell’esistenza.
E se io non vivo questa esperienza ultima di positività dell’esistenza? Che non vuol dire non avere momenti di oscurità, non avere momenti di paura, non avere cadute, ma percepire questa ultima positività. Se io non ho dentro di me questo sguardo positivo, devo farmi aiutare a scoprirlo. Perché non posso donare quello che non è mio. Ma se entro minimamente nella scoperta di essere un figlio voluto, amato, questo lo trasmetto, si trasmette sicuramente. Come diceva la canzone di Madame «Raccontami una fiaba che finisca bene», la fiaba è la vita, che finisce bene se siamo figli di un padre buono. Altrimenti la fiaba finisce male.
È questa esperienza che dobbiamo sempre riscoprire, e donarla, perché solo donandola diventa veramente nostra. In questo momento, mettendo in comunione con voi quello che vivo e che capisco della parola di Dio – che parla sempre a ciascuno personalmente – la rivivo dentro di me, entra di più dentro di me. Cioè donando quello che ho ricevuto, mi si raddoppia, mi si triplica. Se mettiamo insieme le nostre esperienze, i nostri talenti, allora non solo si raddoppia, si centuplica. «Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, là ci sono io», cioè c’è tutto, c’è Gesù e quindi c’è tutto.
Domanda: Come andare oltre e vedere l’altro per i suoi talenti e non per i suoi limiti? Come faccio a capire quali sono i miei talenti?
Se noi prendiamo il famoso bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno, chi dice che è mezzo vuoto ha ragione, ed ha ragione pure chi dice che è mezzo pieno. Vedere che è mezzo vuoto, se non è utile per capire come finire di riempirlo, ci dà solo tristezza e ci toglie la speranza. C’è la tentazione di vedere negli altri i limiti, i peccati, i talenti che non hanno. Quando vedo gli altri così sono triste, irascibile, non mi godo la vita. Quando invece vedo i doni che hanno sono contento. Come fai a vedere i talenti negli altri? Intanto siamo sempre dentro questa duplicità. Le persone che vedono solo il positivo mi fanno paura perché spesso non è frutto di uno sguardo di santità, ma di una censura dei problemi.
Comunque quello che rende contenti è vedere il bene che c’è nell’altro, non avere uno sguardo che calcola e misura, cioè avere lo sguardo dell’innamorato. È un dono da chiedere a Dio. Se prego prima di incontrare una persona vi garantisco che, quando lo incontro, la mia posizione cambia – è un’esperienza che molti di voi fanno. La preghiera mi predispone positivamente, perché lo Spirito Santo mi illumina, mi fa stare davanti alla persona in maniera diversa.
Quando mi fisso sul limite o su un peccato di una persona, capisco che devo fare un passo indietro, capisco che mi sono implicato con questa persona dal punto di vista affettivo in maniera sbagliata. Ho perso lucidità, vedo solo il limite, ho perso gratuità. Ho investito affettivamente con questa persona, gli ho dato qualcosa, vorrei avere qualcosa in cambio secondo una mia misura e questo non avviene. Oppure mi ero fatto un’immagine ideale, ad esempio di un figlio spirituale – come accade a voi con i vostri figli – era nata un’aspettativa, poi si svela che questa persona non è come immaginavo. Devo fare un passo indietro, entrare in un’esperienza di verginità, cioè di distacco dall’immagine che mi sono fatto dell’altro, per vederlo con gli occhi di Dio. Che è essere innamorati, quindi vedere il talento che ha dentro.
L’altra cosa che mi aiuta a vedere il talento nell’altro è che è un’esperienza bellissima. Scoprire talenti dà gioia. Se metto Ronaldo a fare il libero in difesa, pur essendo uno dei più grandi centravanti del mondo – ha vinto il pallone d’oro – la squadra prende un sacco di gol. Capire che devo far giocare Ronaldo come centroavanti è facile, nella vita è più complesso ma capire che una persona non riesce a esprimersi perché forse è stata messa in un ruolo sbagliato, saper vedere le potenzialità che ha dentro è bello, dà gioia. Invece sottolineare e insistere sui limiti rattrista. Rattrista me e rattrista chi mi sta vicino. Uno sguardo valorizzatore, uno sguardo innamorato fa crescere vita intorno a sé e fa crescere le persone intorno a sé, e questo è bello.
Cosa mi aiuta a vedere i talenti negli altri e non i limiti? Il fatto che vedere i talenti è molto più bello, non però i talenti che mi sono inventato, in una immagine positiva dell’altro ideologica – come diceva Parmenide, l’essere non può non essere, tutto quindi è positivo, ogni dramma dell’esistenza è risolto.
Devo partire da una certezza, che è una fede, che quella persona è creata da Dio e quindi per forza ha del buono dentro di sé, e se mi è stata messa vicino è perché io possa aiutarla a tirare questo fuori questo bene che ha dentro.
Il grande pedagogo Socrate dice che l’educatore è come la levatrice che deve far uscire il bambino che la madre ha dentro, affinché non accada che, rimanendo dentro la pancia, marcisca lui e la madre.
Tirare fuori quello che l’altro ha dentro di buono e che non gli mettiamo noi è un’esperienza bellissima, è proprio l’esperienza della paternità e della maternità. Il rapporto tra uomo e donna dovrebbe essere questo, perché la donna ha dei talenti che l’uomo non ha, e l’uomo ha dei talenti che la donna non ha, ma se io uomo non ho una donna che mi guarda, difficilmente scopro i talenti che ho dentro, e se la donna non è guardata da un uomo, difficilmente scopre i talenti che ha dentro di sé. Quindi cos’è che m’aiuta a guardare i talenti degli altri? Lo sguardo di qualcuno che mi ama.
Se proprio non riesco a vedere niente di buono dentro di me, devo rivolgermi ai banchieri, umilmente, cioè andare da un padre spirituale, o andare a bere una birra con una mia amica, e dire che non vedo niente di buono dentro di me, e se lei è mia amica, mi dice che cosa vede di buono in me. Questo mi fa rinascere. Quindi dobbiamo rivolgerci a qualcuno che ci aiuti in questo.
Come scoprire i miei talenti? Solo iniziando a donarli. Quando sono giovane ho una qualche percezione intuitiva dei miei talenti, iniziando a donarli scopro in cosa sono capace e in cosa non riesco. L’immagine dei talenti nella parabola è statica, ma la vita è diversa, ad esempio io ero certo che non sarei mai riuscito a cantare. Poi ho incontrato Valerio, che sempre ha cantato e con grande pazienza mi ha aiutato, ed ora a Messa riesco a cantare il Kirie Eleyson. È un talento che Dio non mi ha dato, l’ho guadagnato. Certo, Valerio dice che ho raggiunto solo un livello accettabile, però per me è una gioia inenarrabile. Lui sul canto è partito con molti più talenti, io il talento l’ho centuplicato, perché vi garantisco che non azzeccavo neanche una nota, quindi la gioia è grandissima.
Il segreto è uscire da un’immagine statica di noi stessi – «io sono così» – che è un’assenza di umiltà. È quello che dice la parabola. «So che sei un uomo duro». Ho già capito chi è Dio. Ho già capito chi sono io. Ho già capito chi è l’altro. È un orgoglio infinito, anche verso me stesso, invece di essere aperto al disvelamento di quello che scopro di essere io nella vita concreta di tutti i giorni, molto di più di quello che mi ero immaginato o molto meno, dipende dalle volte.
E poi dobbiamo guardare come ci manifestiamo nell’esperienza, che cosa si scopre ogni giorno. Noi siamo un mistero a noi stessi, come dice il Salmo, «un abisso chiama l’abisso». L’abisso dell’uomo che non finisce mai di conoscersi e l’abisso di Dio che non finiamo mai di conoscere, allora la vita diventa interessante. Se invece dico «Valerio è questo» non sono davanti a lui, sono davanti al cadavere che ne ho fatto, l’ho già messo dentro alla tomba. Non c’è più niente da scoprire.
Domanda: Sento il rischio anche nella vita spirituale di cadere nella misura dell’utilità o della inutilità, come la misura il mondo.
La tentazione di misurare è fortissima perché viviamo nel mondo scientista dove tutto si misura, tutto è organizzato perfettamente. Questo ha dei vantaggi, perché nella vita pratica uno sguardo che misura è utile – ad esempio se devi fare un bilancio se vai a occhio rischi di fallire – quindi misurare le cose che bisogna misurare è utile. Dio ci ha dato la ragione anche per poter misurare le cose, per poterle contare. Ma se continuiamo ad usare questo sguardo che misura, e che è utile per la materia, quando facciamo il salto nella vita spirituale, noi toppiamo completamente. Perché la vita spirituale ha delle altre logiche. Ha la logica dell’amore. A Dio basta il nostro minimo sforzo – che andiamo dai banchieri – e ci fa entrare nel Regno dei cieli. Gli basta che facciamo un piccolo passo verso di Lui e ci è già corso incontro. Qui non c’è misura.
Dov’è la misura nell’amore che mi hanno donato i miei genitori? che poi li ho ripagati con una certa quantità di insulti nella mia adolescenza, nel mio infinito orgoglio giovanile, giudicandoli e pensando di essere migliore di loro. E poi, a 23 anni, me ne sono andato. Qua non c’è misura, ho ricevuto infinitamente di più di quello che potrò mai dare, sarò sempre in debito con i miei genitori.
L’amore ci fa entrare nella vita divina, dove non c’è misura. Il fatto che il padrone nella parabola prenda il talento a chi ne ha uno e lo dia a chi ne ha dieci è come dire: non c’è la misura. Dio è infinito. Quando chiedi al bambino quanto vuole bene al papà allarga le braccia, non ha la misura, non c’è la misura.
Dio non sta lì a vedere le volte che cadi, non fa il conteggio dei tuoi peccati. Dio desidera che tu entri in rapporto con Lui. È questo che dà gioia. Dio non misura quanto tempo preghi, desidera che tu entri in dialogo con Lui.
Quando noi introduciamo nell’amore una misura, siamo fuori dall’amore. Ad esempio quando tra marito e moglie si inizia a misurare: «io faccio questo e tu che cosa fai?» la famiglia, invece che un luogo di amore, si trasforma in un’azienda che deve funzionare bene.
La tentazione di misurare nella vita spirituale è grande. Ma se iniziamo a pregare, a leggere il Vangelo, a vivere delle amicizie, a fare la carità, si spalanca davanti a noi l’infinito. Superiamo la superficie delle cose materiali che possiamo misurare, entriamo in rapporto con l’anima, dentro un dialogo vero, dentro un gesto d’amore, dentro un gesto di carità e si spalanca l’aldilà. L’aldilà di cosa? l’aldilà del corpo, l’aldilà della materia, perché è Dio che sta creando le cose che io posso misurare. L’essenza del tavolo non è che misura due metri ed è di colore marrone, l’essenza del tavolo è che è creato da Dio, Dio ha fatto il legno con tutte le venature che sono piene di magnifiche sfumature. E questo non si può misurare. Il colore non si può misurare. L’azzurro del cielo non si può misurare. È uno sguardo verso l’infinito. Cosa mi educa a questo sguardo? I salmi che, quando parlano del cielo, parlano del cielo che svela la gloria di Dio. Le previsioni del tempo, anche se talvolta sono utili, non mi aiutano in questo, sono uno sguardo che misura.
Quindi innanzitutto accettiamo che cadiamo in questo errore, riconosciamolo, ciò che ci può liberare da uno sguardo che misura è fare l’esperienza dell’incontro con l’anima dell’altro, dentro un dialogo vero. È fare l’esperienza che questa parabola ho appena iniziato a comprenderla, e mi spalanca al mistero di Dio che è infinito. È l’esperienza del bello, il bello non puoi misurarlo. L’anima, non puoi misurarla. Gli angeli non puoi misurarli, l’Eucarestia non puoi misurarla, è un piccolo pezzo di pane che sta chiuso dentro il tabernacolo. Eppure tutto il mondo le gira intorno.
Domanda: Vorrei che tu approfondissi cosa vuol dire concretamente lasciare ai figli un tesoro spirituale. Come si può trasmettere la fede nel quotidiano?
Cos’è la fede? è il nostro rapporto con Dio. Se vivi il rapporto con Dio in concreto – perché preghi prima di mangiare, perché a un certo punto stacchi la televisione, il telefono e ti raccogli in te stesso – se fai l’esperienza del rapporto con Dio che è la fede, questa in un qualche modo si trasmette. Però può anche non trasmettersi, perché il rapporto con Dio è una grazia. Puoi pregare perché questa grazia scenda su tuo figlio, ma non puoi fare molto di più.
Il tesoro spirituale cos’è? l’esperienza che noi viviamo. Hai quarant’anni, hai fatto un’esperienza, hai imparato qualcosa dalla vita. Questo devi donarlo. Capisci giustamente che la tua esperienza è povera cosa? e allora devi attingere al tesoro della tradizione. Perché uno viene a messa la domenica? per attingere al tesoro della tradizione. Perché uno viene a questi incontri? per attingere al tesoro della tradizione, al deposito della fede. Abbiamo un deposito infinito. Se inizi ad attingere a questo deposito, la tua vita si riempie della storia di tutto il mondo: del popolo d’Israele, della storia religiosa di tutto il mondo, della storia della Chiesa, della rivelazione che ci è stata fatta da Gesù.
Se non hai tempo, ad esempio, mentre vai in macchina puoi ascoltare un podcast, i miei o di altri migliori dei miei, ed attingi a un tesoro. È un uso intelligente della tecnologia. Ad esempio, quando vado in giro a volte uso l’App della Cei con la liturgia del giorno, ascolto i salmi cantati e le letture e mi rimangono in mente. Se proprio non hai tempo ascolti e impari i salmi a memoria mentre stai facendo un’altra cosa. Poi quando i figli cresceranno, mentre faranno le loro cose, voi potrete fare un po’ di silenzio.
Per attingere a questo tesoro, basta guardare il cielo, è qualcosa che Dio ti sta donando adesso. Attingere a questo tesoro e poi ridonarlo. Balbettando, come possiamo, ma piano piano lo doniamo. Ad esempio, alcuni di voi si trovano a gruppetti a raccontare l’esperienza spirituale che fanno, ed escono sempre arricchiti reciprocamente. Non è più solo la tua esperienza, ma anche quella di un amico, ti porti dentro quello che hai ascoltato ed è una grande ricchezza. Per me è bello leggere la parabola, è un mese che questa parabola mi parla, ha iniziato a parlarmi prima dell’incontro, così come prima mi parlava la parabola del figlio prodigo. Riesco a trasmetterla perché mi parla. Se avete dei padri che vi parlano, inizierete a parlare, quindi a trasmettere. Come impara il bambino a parlare? La mamma lo sommerge di parole e lui a un certo punto inizia a parlare. Anche nella tradizione spirituale, tu partecipi, inizi ad ascoltare una vita. Puoi essere acceso dall’ascolto di un podcast o dalla lettura di un libro, o dalla parola del Vangelo. E tu non puoi solo prendere. Devi iniziare a ridonarlo. «Eh, ma io balbetto». Anche il bambino inizia a parlare balbettando, anch’io ho iniziato balbettando. Le mie prime omelie sono state una serie di citazioni di von Balthasar e di don Giussani che erano quelli da cui avevo imparato di più. Poi ci mettevo qualcosa di mio, ma erano un’accozzaglia di citazioni. È nel tempo che, comunicando, le cose sono diventate più mie, ma tanto mi accendo a parlare della parabola tanto mi accendo a leggerla, in questo circolo, flusso dell’amore in cui tu ricevi da Dio la sua parola e la ridoni, e ridonandola la capisci meglio. E poi la ridoni e sono tutti lì … che non capiscono niente di quello che dici e forse non l’avevi capita neanche tu, e magari questo è il modo con cui te ne rendi conto.
Voglio concludere dicendo che quando ascolto le vostre esperienze vedo una ricchezza enorme. Per questo il libro che abbiamo fatto sulla famiglia, che racconta le esperienze semplici di alcune famiglie – e qua tra di noi ce ne sono tante altre che fanno esperienze magari anche più belle, che non abbiamo raccontato – ha avuto una diffusione inaspettata. Voi avete un’esperienza enorme e continuate a dire che siete inadeguati. Iniziate a donarla! E vedrete che un patrimonio spirituale ce l’avete! Ma finché non lo doni, non te ne accorgi. Io riesco a capire che ho un patrimonio spirituale da donare solo perché ho iniziato a donarlo a quei quattro che mi seguivano e, vedendo che c’è più gente che mi segue, forse ho un patrimonio da donare più di quanto mi ero immaginato. Ma devi iniziare a donarlo. «Eh, ma ci sono tante cose che non capisco, ma ci sono tante cose che ancora sono nel buio» Dona la luce che inizi a vedere, inizia a donare quello. E poi la luce crescerà.
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