La luce del Natale

Slide Casa Santa Giulia "La luce del Natale": bambina con lanterna in un presepe illuminato di notte

LA LUCE DEL NATALE

Cosa siamo chiamati a donare al mondo

Don Gianluca Attanasio

13 dicembre 2025

  1. Il cielo si spalanca sulla terra

Il primo brano del Vangelo che oggi desidero riprendere con voi è quello che narra la visita dell’angelo a Maria.

Nel sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe; la vergine si chiamava Maria[1].

Quando l’angelo appare a Maria, a questa giovane donna si spalanca il cielo. Il cielo si spalanca sulla terra e lei vede l’angelo, qualcosa che noi normalmente non vediamo; le viene svelato il disegno di Dio e fa un’esperienza di gioia non paragonabile con tutte le gioie sperimentate prima. Gregorio Magno scrive che la vita contemplativa è una dolcezza così attraente che rapisce l’anima al di sopra di sé stessa, apre i segreti celesti e mostra agli occhi della mente i tesori spirituali.

Ciò che è accaduto a Maria – la percezione dei tesori spirituali – accade in misura diversa anche a noi: nella Messa della domenica, nell’adorazione, nella lettura di un libro spirituale, contemplando un paesaggio. Ricordo, ad esempio, quando in autunno, lungo il fiume, gli alberi avevano tutte le foglie gialle: era uno spettacolo che rapiva. Oppure in questi giorni, dopo la nevicata, dopo che il vento ha spazzato lo smog e le nuvole, l’aria è limpida e si vede l’arco alpino e il cielo azzurro: è davvero uno spettacolo che rapisce, soprattutto al tramonto.

Lo stesso accade quando preghiamo il Rosario o quando facciamo memoria delle grazie che il Signore ci ha donato nella vita. Quando ci fermiamo un attimo a ripensare alla grazia di aver incontrato nostro marito o nostra moglie, di aver avuto un figlio, alla grazia della vocazione, il cuore si riempie di riconoscenza. Per questo, più di una volta, ci siamo richiamati alla necessità di avere una regola di preghiera.

Lo scopo di una regola di preghiera è permettere a Dio di svelarsi, come si è svelato a Maria. Ciascuno la deve decidere personalmente, in base al proprio stato di vita e alle proprie condizioni.

Quando parlo di regola di preghiera, è importante sottolineare che non va intesa in modo moralistico, ma – come abbiamo detto la volta scorsa – nello spirito del monachesimo, che consiste nel ricominciare sempre senza stancarsi mai. Per me, ad esempio, recitare l’Angelus a pranzo è davvero fare memoria di quel momento in cui l’angelo è apparso a Maria, momento che in qualche modo riaccade nella nostra vita comune, dove Gesù si fa carne mentre ci troviamo a mangiare insieme. La regola di preghiera è anche semplicemente offrire il proprio lavoro, che talvolta è noioso e ripetitivo, per le persone di cui ci vengono in mente i volti, e per i quali possiamo offrire quella fatica: questa è l’esperienza della comunione dei santi, è un anticipo reale della vita celeste.

Chi di noi non ha venti minuti al giorno per stare con Dio? Ad esempio, durante il tragitto per andare al lavoro, venti minuti possiamo trovarli per mettere Dio al primo posto. E se anche non avessimo questi venti minuti, nessuno ci impedisce di affidare l’intera giornata nelle sue mani, perché la nostra giornata, più che presa dall’affanno, sia attraversata dalla curiosità di come Lui oggi voglia rivelarsi a noi.

Quando l’angelo è apparso a Maria, cinque secondi prima lei non poteva immaginare che Dio si sarebbe rivolto a lei in quel modo, tanto che ne rimane turbata. Dio si manifesta anche a noi: magari attraverso qualcuno che ci offre dei cornetti per la colazione, oppure attraverso il “miracolo” che, mettendo nel Bimby uova, zucchero e marsala, viene fuori lo zabaione che crea un’atmosfera di amicizia, un anticipo di paradiso. Oppure attraverso un gesto di stima del marito – e questo è davvero un miracolo, che il marito abbia questo gesto di stima dopo anni di matrimonio – oppure attraverso un figlio che chiede un abbraccio, o una persona a cui pensiamo e che il Signore ci dà la grazia di incontrare il giorno dopo.

Quando sentiamo questo sguardo d’amore del Signore sulla nostra vita, molte cose si illuminano. Si può provare una profonda letizia del cuore, che è quel “centuplo quaggiù” di cui parla il Vangelo, anche nelle fatiche. Magari non riusciamo a non litigare con i figli o con il coniuge, oppure siamo assaliti da tentazioni che sono assurde ma che comunque ci attraversano: “Ho sbagliato tutto nella vita”, “Vivo una vita che non è la mia”, “Se fossi come quell’altro”, “Se avessi un altro lavoro, un’altra moglie, un’altra vita…”. Ci sono situazioni che ci abbattono, ma il Padre eterno viene a ripescarci anche nel peccato. Anche lì siamo chiamati a metterci nelle mani di Dio, a confessarci: anche questo è contemplazione, affidare le tentazioni nelle sue mani, usarle per andare a Dio e ascoltare, attraverso il sacerdote, la grazia della sua misericordia. Sono caduto, ma di nuovo mi rialzo; sono nella tenebra, ma il Signore mi illumina.

Questa esperienza di rapporto con l’aldilà che ci raggiunge “nell’al di qua” è sintetizzata in maniera mirabile da san Paolo, grande contemplativo rapito fino al terzo cielo. Egli dice che lo Spirito Santo stesso attesta al nostro spirito – che è il vertice della nostra anima, il punto più alto che c’è dentro di noi – che siamo figli di Dio, che facciamo parte della famiglia di Dio, che siamo familiari di Dio. (Rm 8,16) Tutti gli esempi che ho fatto sono modi attraverso i quali lo Spirito Santo irrompe e testimonia questa vita eterna che comincia a toccarci.

Questo è il primo punto che volevo comunicarvi. «L’angelo del Signore portò l’annuncio a Maria[2]». Il cielo entra nella vita dell’uomo: è entrato nella vita di Maria, entra nella nostra vita.

  1. Senza Dio tutto è miseria

Che cosa fa Maria dopo l’annuncio?
«In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda; entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta[3]».

La missione non inizia solo quando Gesù manda gli apostoli nel mondo, ma subito, quando Maria va a trovare la cugina Elisabetta.

San Giovanni Paolo II, nella sua enciclica sulla missione, scrive:
“La caratteristica di ogni vita missionaria autentica è la gioia interiore che viene dalla fede [gioia non perché le cose vanno bene, ma perché si crede]. Il missionario, se non è un contemplativo, non può annunciare Cristo in modo credibile. Egli è un testimone dell’esperienza di Dio[4]” [solo se fai esperienza di Dio lo puoi comunicare].

Possiamo vederlo in maniera eminente quando il Vangelo narra dei pastori: basta guardare un presepe per essere aiutati a vivere il Natale. Ci sono i pastori, personaggi che, all’epoca, “puzzavano” perché non si lavavano e vivevano con le pecore; per questo erano messi ai margini della società: la gente comprava i loro prodotti, ma non voleva vivere con loro. Eppure gli angeli appaiono proprio a loro. «Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce[5]».

I pastori fanno un’esperienza simile a quella di Maria. L’angelo annuncia ciò che sappiamo e loro obbediscono: vanno ad adorare il bambino. E dopo cosa fanno? «Riferirono ciò che del bambino era stato detto loro[6]».

Ecco i missionari: dicono ciò che è stato detto loro.

«Tutti quelli che udirono si stupirono delle cose che i pastori dicevano; Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore[7]».

Maria, il giorno di Natale, non ha visto gli angeli, ma quando arrivano i pastori ascolta il loro racconto, lo fa suo e lo serba nel cuore, come se l’avesse vissuto lei stessa.

Così la parola dei pastori è un avvenimento, porta una novità. I pastori non hanno aspettato di diventare migliori, non hanno fatto la doccia: sono rimasti così, con il loro odore, sono andati così com’erano e hanno raccontato quello che era successo. Sono diventati migliori perché sono andati a vedere il bambino, ma non hanno aspettato di diventare migliori per essere missionari.

Gesù dice:

«Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce; e quello che ascoltate all’orecchio annunciatelo sui tetti[8]».

Ciò che il Signore ci dice nel nascondimento della preghiera, nella vita contemplativa, va annunciato nella luce. Quello che lo Spirito suggerisce al nostro orecchio è come un sussurro. Il profeta Elia, quando incontra Dio, scopre che Dio non era nella tempesta, né nel terremoto, né nel fuoco, ma in un “sussurro leggero[9]”: così è ciò che Dio ci dice, un sussurro che rispetta la nostra libertà. Ma quello che si ascolta all’orecchio va predicato sui tetti.

Vorrei fare alcuni esempi, semplicemente come fenomenologia non esaustiva, di cose che ho raccolto da voi o da altri su come si possa vivere oggi questa esperienza missionaria.

Accogliere in casa, lo abbiamo detto tante volte. Alcuni hanno una casa più grande, ma si può accogliere anche in una casa piccola, come molti di voi testimoniano: ci sono case dove non c’è bisogno di prendere appuntamento, basta suonare e aprono. In questo i bambini sono di grande esempio: sono sempre contenti di accogliere altri con cui mangiare e giocare.

Come possiamo portare Cristo agli altri? Come possiamo essere come i pastori? Una di voi raccontava: “Essendo me stessa”. È una bellissima risposta. Come posso essere missionaria essendo me stessa? Con i colleghi, con cui lavora da due anni e mezzo, è nata una familiarità raccontandosi la vita. Lei impara da loro, e loro da lei. La missione è sempre un incontro con qualcuno da cui anche noi impariamo. Non può non raccontare che va in parrocchia a fare volontariato, che ha passato un fine settimana in un monastero di clausura, e loro si fanno domande su come vivevano la fede che poi hanno abbandonato. Con alcuni è diventata amica. È vero che incontriamo atei “allo stato puro”, ma molti hanno invece lasciato la fede che avevano e vivevano da piccoli in parrocchia.

Una grande occasione di testimonianza è spiegare perché le bestemmie ci fanno soffrire. È molto comune la bestemmia, sia tra i ragazzi sia nel mondo del lavoro – anche in ambienti dove non te lo aspetteresti. Spiegare perché sentire bestemmie ci ferisce è una testimonianza del nostro affetto per Dio. Naturalmente non tutti sono atei e non tutti bestemmiano: la società è varia, e dobbiamo stare attenti a non fare generalizzazioni. Altri scoprono che ci sono compagni di lavoro o di università che hanno anche loro la fede, cosa che non ci si aspettava: se non ci si parla resta la visione dominante di una società tutta atea.

Dio ci chiama sempre alla missione. Una nonna racconta: «l’altro giorno mio nipote mi ha detto: “Sei una nonna felice”. La percezione che lui ha non tiene conto delle fatiche che sento nel quotidiano, ma coglie un “registro di fondo”, qualcosa che permane e affiora senza che ma ne renda conto. [La missione è essere sé stessi.] Se ci penso, è vero che, al di là delle piccole increspature quotidiane, sono felice. Mio nipote ha aggiunto: “Non ti lamenti, trovi il lato buono delle cose”, e non è solo questione di carattere… La missione è la gioia che viene dalla fede».

Una ragazza racconta che viveva un periodo di grande lontananza dalla Chiesa. Una persona le ha detto: “Sto pregando per i tuoi esami e per il periodo difficile che vivi”, senza aspettare che si convertisse o si riavvicinasse alla Chiesa: questo le ha permesso di ritornare.

Arrivare al lavoro e salutare tutti: c’è un modo di salutare che è un avvenimento, porta una novità lì dove sei. Creare un clima collaborativo con i colleghi, invece di parlare male degli altri o di cercare di “fare le scarpe” ai colleghi, è una testimonianza che poi si vede, anche se noi non possiamo misurare l’efficacia della nostra testimonianza.

Una di voi racconta: “Una mamma, una che non mi è particolarmente amica, mi ha detto che quando mi incontra al mattino il mio sorriso le illumina la giornata, ma io non mi accorgo neanche le sto sorridendo”. Un ragazzo, tempo fa, dopo che avevano preso un tè insieme – anche questo è missione, prendere un tè insieme – le ha scritto: “Tu mi fai molto bene”. Alla stessa persona, però, è stato detto: “Se andare in chiesa vuol dire essere come te, preferisco non andare in chiesa tutta la vita”. La nostra missione non è sempre “di successo”.

Un’altra racconta: «Non riesco a fare discorsi elevati, ma quando vado dal fisioterapista e lui mi domanda che lavoro faccio, rispondo: “Sono in pensione. Faccio volontariato”», e racconta l’esperienza ecclesiale che vive.

La missione, dunque, si può vivere sempre e dovunque: non ci sono circostanze o luoghi dove la missione si possa vivere “di più” o “di meno”.

Gli esempi fatti vogliono documentare proprio questo, così come è accaduto ai pastori che nessuno nella società di allora considerava.

Una di voi camminava per Vanchiglia – pur non abitando lì – e salutava molte persone. La collega con cui camminava le ha chiesto: “Come mai conosci tutti?”. Lei ha raccontato la vita che fa, e questa collega ha risposto: “Sarebbe bello mandare anche i nostri alunni a fare volontariato in parrocchia”.

Oppure una studentessa chiede di parlare con un professore, che evidentemente sapeva essere credente, e gli racconta di essersi convertita attraverso una frase letta su Instagram.

Voglio concludere con un esempio che mi ha particolarmente colpito, molto toccante e drammatico. Un ragazzo di vent’anni, con un tumore allo stadio terminale: un gruppo di famiglie va a trovarlo in ospedale e canta con lui canti che parlano del paradiso e dell’eternità. Questo ragazzo, pur consapevole della sua drammatica situazione, canta questi canti con letizia, con gioia. Entra il cappellano, si stupisce e dice: “Qui c’è Cristo. Sono felice di avergli portato la comunione”. La missione è portare nel mondo il fatto che c’è l’eterno e che l’eterno tocca la nostra vita.

Gli esempi che ho raccontato dicono che l’eterno missionario è lo Spirito Santo, che cerca tante strade, abitando il nostro cuore e debordando dal nostro cuore per raggiungere le altre persone, perché a nessuno sia precluso questo annuncio.

Madeleine Delbrêl scrive: “Senza Dio tutto è miseria”, ed è vero, perché se la vita finisce nella morte, tutto è miseria. Senza Dio tutto è miseria; per la persona che amiamo non tolleriamo la miseria – tanto meno la più grande – e la più grande miseria è l’assenza di Dio.

La prossima volta desidero soffermarmi con voi su come lo stare davanti a Cristo – l’adorazione dei pastori – fa nascere un’esperienza di unità altrimenti impossibile. È precisamente ciò che le persone desiderano da noi e dalla Chiesa: incontrare un’amicizia, una comunione, una fraternità. Che tu sia il pastore povero oppure il ricco re magio, ciò che rende uniti è l’essere davanti a Gesù, è l’adorazione di Gesù.

ASSEMBLEA

DOMANDA Ci sono periodi in cui circostanze inevitabili mi strappano dalla contemplazione e mi gettano nella tensione e nello stress di decisioni da prendere e incombenze faticose da affrontare. Offro come posso, ripeto frequentemente il segno di croce, ma la preghiera è pesantemente distratta e il cuore arido. Ho letto di un santo che diceva: “Siamo nella lotta ogni ora, ogni giorno”. Questo non mi conforta molto.

don Atta

Quando dici che le circostanze inevitabili ti strappano dalla contemplazione, stai dicendo una cosa molto importante: che l’esperienza della contemplazione l’hai fatta. Ci sono tante persone che non hanno mai fatto questa esperienza, e per questa ragione abbiamo bisogno della testimonianza di altri.

  1. Maria, che era senza peccato – quindi la lontananza dalla contemplazione non può essere attribuita alla debolezza del suo peccato – ha avuto bisogno della testimonianza dei pastori. Il Vangelo dice: “Maria serbava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore[10]”. Maria non meditava nel suo cuore solo ciò che era stato oggetto della sua diretta esperienza di contemplazione, ma anche ciò che aveva ascoltato da altri: dai pastori, da santa Elisabetta, da san Giuseppe che le racconta il sogno in cui l’angelo gli è apparso.

Se noi fossimo sempre nella contemplazione non avremmo bisogno degli altri. È importante, quindi, che quando ci sentiamo lontani da Dio ci appoggiamo sulla testimonianza degli altri.

  1. Il fatto che incombenze, decisioni e responsabilità ci allontanino dalla contemplazione è normale. Anche Gregorio Magno lo racconta quando, con nostalgia, dice: quando stavo in monastero potevo tenere la mia mente quasi fissa in Dio, adesso che sono Papa sono continuamente preso da incombenze che mi distraggono. E aggiunge: non solo mi distraggono, mi prendono. Però conclude dicendo che anche questo è carità. Dover prendere determinate decisioni nella nostra vita, per le responsabilità che la vocazione ci chiede, è una carità verso i fratelli che ci sono posti vicino.
  2. Il fatto che siamo sempre nella prova, più che una consolazione, è una constatazione di fatto che ci serve per non essere impreparati quando dobbiamo attraversarla. Se uno vive senza la coscienza che c’è un esercito che lo può attaccare, non prepara le difese; se invece sa che può essere attaccato, prepara le difese.

Quindi, la frase di questo santo è sicuramente corrispondente all’esperienza che viviamo: siamo sempre nella lotta, ma non siamo soli nella lotta. Gesù lotta con noi e ci sostiene. È Lui che ha vinto contro il male e ci dà la forza di vincere il male: non siamo noi.

DOMANDA “Hai fatto tanti esempi di come l’eterno può manifestarsi nella nostra vita normale. Io però non riesco a percepirlo. Mi paiono cose normali e anche banali. È un problema di sguardo. Come si arriva a questo sguardo che riesce a cogliere l’eterno dietro la normalità senza che sia un auto illudersi?”.

DOMANDA “Anche io vorrei godermi piccole cose come quelle che tu hai raccontato e vorrei vedere in esse piccole anticipazioni del paradiso. Mi insegni? Sono forse troppo giovane? Mi sembra che la crescita aumenti la semplicità”.

don Atta

Sulla questione dell’autoillusione devo riflettere più a lungo, perché è una questione seria. Certamente viviamo immersi in un mondo in cui siamo bombardati dall’idea che la religione è un’autoillusione. Questo non ci aiuta. Dobbiamo cercare di allontanare, per quanto possibile, questo pensiero, perché non ci aiuta.

Questa questione dell’autoillusione mi sembra decisiva. La società europea moderna ha partorito l’idea che Dio sia un’autoillusione quando l’individualismo ha preso sempre più piede. Ma gli esempi che ho fatto questa sera non sono una mia autoillusione. Vedere che lo Spirito Santo abita in persone reali – non perché sono impeccabili, ma perché portano una luce dentro – non può essere ridotto a un’autoillusione. Il ragazzo che è in fin di vita, e che è lieto mentre gli cantano i canti sull’eternità, non può essere un’autoillusione. Dobbiamo stare attenti a lottare contro questa tentazione e uscire fuori da noi, per vedere che cosa, nella vita della Chiesa, è testimonianza della vita divina. Chi abitava nel paese della Samaritana non aveva incontrato Gesù, ma si è convertito per il racconto che lei ne ha fatto. Se avessero detto: “Questa è una tua autoillusione”, non avrebbero mai incontrato Gesù.

Credo che c’entri con un cambiamento di sguardo che siamo chiamati a vivere: da uno sguardo utilitaristico sulle cose o sulle persone – considerate come strumenti per raggiungere determinati scopi, anche in senso nobile – a uno sguardo contemplativo. Ad esempio, per un parroco o un viceparroco: uno sguardo utilitaristico sui parrocchiani è chiedersi come possano aiutarlo a gestire la parrocchia o come possono aiutarlo ad aumentare i fedeli. Lo sguardo contemplativo, invece, è stupirsi che ci siano dei parrocchiani. Dallo sguardo utilitaristico verso la moglie, con cui organizzi bene la famiglia, allo sguardo contemplativo verso la moglie, in cui ti stupisci che lei ci sia, perché potrebbe non esserci. Dallo sguardo utilitaristico verso il marito, preoccupata che non segua una dieta e possa ammalarsi – preoccupazione che nasce da un affetto reale – allo sguardo contemplativo che dice: “Intanto mio marito è qui adesso, mi è donato da Dio, non posso gestire in toto la sua salute”.

Come passare dallo sguardo utilitaristico a quello contemplativo? Credo che la strada più importante sia quella del silenzio. Quando mi capita di rimanere zitto a tavola con i miei confratelli, percepisco tante cose di loro che, quando sono preso dal bisogno di affermare una mia tesi, o sono preso solo da ciò che devo dire io, mi sfuggono. Quando faccio silenzio magari inizio a vedere che cosa Dio mi sta dicendo.

Preparare questo incontro è stato molto bello per l’ascolto delle persone che ho incontrato, anche non personalmente, ma nei diversi gruppi: ascoltare le esperienze che state facendo mi ha fatto scoprire tanti modi attraverso cui Dio opera. Ascoltare gli altri e guardare con attenzione ti spalanca alla vita contemplativa. È un cammino che dura tutta la vita. Forse c’è, nel peccato originale, proprio questo: “Se tu mangi dell’albero diventerai come Dio[11]”. Invece di gustare i frutti del giardino, li usi per raggiungere uno scopo che hai in testa tu. È un cammino che dobbiamo sempre ricominciare, personalmente e insieme.

Ad esempio, che la Messa sia un momento di silenzio non significa che non ci siano i bambini che fanno rumore: quello è musica, per una società così poco aperta alla vita. Ma quando, dopo la consacrazione, ci inginocchiamo, lì è avvenuto il più grande miracolo della storia: la “ricreazione” del pane, frutto della terra e del nostro lavoro, che è diventato il Corpo di Cristo, anticipo della fine del mondo. E lì c’è il silenzio.

Tanto più iniziamo a gustare attimi di silenzio nella nostra giornata, tanto più il silenzio ci attrae. Non senza continue cadute, iniziamo a gustare la bellezza della vita contemplativa, che è guardare come lo Spirito Santo opera, come crea la realtà.

Questo avviene nelle cose semplici. Ma queste cose semplici sono create da Dio. Quando vado a dire Messa all’Annunziata, guardo i marmi di quella chiesa che sono di una bellezza sfolgorante: tutti diversi, di colori incredibili. Dentro quei marmi c’è la storia del mondo: qualcuno li ha tirati fuori dalla cava, li ha tagliati nel modo giusto, li ha collocati in chiesa perché io possa gustarli. Basta guardare un pezzo di marmo pieno di colori per dire: “Questo è pieno di Dio, è pieno di una musica che non è la mia autoconvinzione”. Quella è la realtà.

don Paolo

Ieri ho fatto un incontro con i ragazzi delle scuole superiori. Don Joao aveva lasciato una domanda: “Qual è stato il momento in cui tu hai detto o pensato: vorrei che questo momento non finisse mai, vorrei che durasse per sempre?”.

Abbiamo fatto un quarto d’ora di silenzio e poi ci siamo trovati a parlare. Mi hanno stupito le risposte. Una ragazza diceva: “Davanti a un tramonto sono stata lì a guardare e avrei voluto che quel momento non finisse mai”. Un’altra diceva: “Il tempo passato a Cervinia quest’estate in montagna: sentire una mia coetanea che cantava, guardare i monti intorno, il fatto che eravamo insieme… Andavo a letto la sera e dicevo: vorrei che non finisse mai”.

Anche altri hanno raccontato esperienze simili. Mi ha stupito che, a forza di un’educazione al silenzio – togliere loro i telefoni, dire: “adesso pensate qual è stata la cosa più bella” – cioè di un’educazione a stare davanti alla bellezza di ciò che ti capita, questi ragazzi hanno iniziato a contemplare. Quello che loro hanno raccontato è stata un’esperienza di contemplazione.

Questo richiamo al silenzio è davvero un punto distintivo della nostra educazione: un silenzio in cui inizi a giudicare quello che vivi. Non lo fai solo quando sei bambino, adolescente o universitario: lo fai in continuazione, perché questo ti aiuta a contemplare.

Aggiungo una cosa che mi ha fatto scoprire un mio amico napoletano. Mi ha mandato un messaggio in cui descriveva il “pastore della meraviglia”. Nel presepe napoletano ci sono tanti personaggi: chi sforna il pane, chi lava i panni, chi cammina, e spesso le statuine si muovono. Ma c’è un pastore che non fa nulla: sta solo con le braccia allargate davanti a Gesù Bambino e contempla ciò che vede.

Questo mio amico mi scriveva: “In un mondo in cui tutti corrono, il pastore della meraviglia mi ricorda che la cosa essenziale è coltivare questo sguardo di meraviglia davanti alla realtà”. Questo non vuol dire dimenticarsi dei problemi, delle cose che non vanno. Il pastore della meraviglia ci educa a uno sguardo di fede, in cui anche dentro le cose che non vanno entra un giudizio di fede: il giudizio che Dio ci accompagna, si è fatto uno come noi.

La meraviglia non significa non vedere più i problemi e diventare ingenuo. La meraviglia nasce dalla percezione che Dio è con te anche dentro le cose che fai fatica a portare. A volte di fronte alle cose che accadono abbiamo una prima reazione istintiva che ci fa vedere le cose, la persona accanto con uno sguardo utilitaristico, ci innervosiamo. È una reazione che spesso non riusciamo a controllare.

Invece lo sguardo di meraviglia, lo sguardo di fede, ti fa portare il fratello dentro la preghiera e ti fa ringraziare del fatto che ci sia. Questa reazione magari viene dopo, non è istintiva, ma se ci educhiamo al silenzio, se ci educhiamo ad avere questo sguardo sulle cose belle, con il tempo anche la prima reazione sarà sempre più una reazione di stupore e di meraviglia.

DOMANDA “Essere sé stessi è anche riconoscere che siamo peccatori e che siamo miseri. Fare missione allora è possibile? Chi vuole essere sé stesso sapendo che non è altro che un peccatore? Se non siamo in grado noi stessi di amare Gesù, come possiamo testimoniarlo agli altri?”.

 

don Atta

Pensiamo ai pastori: non mi immagino che seguissero tutte le norme morali del decalogo. Magari avevano delle amanti, magari quando vendevano il formaggio cercavano di farci la cresta. Però, dopo aver ascoltato incantati le voci angeliche, sono andati ad annunciarlo. Non voglio giustificare l’andare contro i dieci comandamenti. Voglio dire che loro non hanno aspettato di essere moralmente perfetti per testimoniare Cristo, ma è stata la testimonianza di Cristo a far crescere la loro moralità. Il cristiano è il testimone della salvezza: siamo peccatori salvati, mandati a dei peccatori per annunciare la salvezza.

Questa è un’altra grande obiezione alla missione. Prima è uscita l’obiezione teoretica: “Ci auto illudiamo, la religione è psicologia; se ti fa bene, falla, ma non è che esista Dio come realtà fuori da te”. Ora esce un’altra obiezione fortissima: la nostra incoerenza morale, il nostro peccato.

È importante leggere il Vangelo. Purtroppo, lo dico con dolore, siamo ignoranti del Vangelo. Nel Vangelo gli apostoli, i primi missionari, le dodici colonne su cui si fonda la Gerusalemme celeste, sono rappresentati per quello che sono realmente. Non si fa come in certe vite di santi, che io aborrisco, in cui si tolgono tutti i loro peccati e si costruisce un’immagine irraggiungibile, con cui non possiamo identificarci perché noi siamo peccatori. Nel Vangelo non è così: san Pietro tradisce. Gli apostoli, tranne san Giovanni, scappano tutti nel momento in cui bisogna dimostrare coraggio. Litigano pesantemente su chi doveva essere il capo. E anche dopo l’ascensione di Gesù al cielo, Pietro rimane un peccatore. Quando i pagani si convertono, dice: “Che bello!”. Poi però i giudaizzanti dicono: devono seguire tutti i dettagli della legge mosaica. Insomma, fa il “cerchiobottista”. Solo quando arriva san Paolo capisce di aver sbagliato. Però san Pietro è umile riconosce il suo errore. Alla fine, morirà martire. Ma non è stato un uomo impeccabile, eppure è stato il primo Papa.

Questa obiezione – “non sono coerente, quindi non posso annunciare” – impedisce alla gente di incontrare Dio. Questo non vuol dire che, quando predico la buona novella, non domandi per me la grazia di aderirvi. Aver annunciato Cristo nella mia vita mi ha aiutato nella conversione, come un padre che insegna al figlio a non dire parolacce e si impegna anche lui a non dirle. Ma non può aspettare di essere perfetto per educare il figlio.

La nostra reale incoerenza deve essere occasione di una domanda di conversione, perché anche la conversione non è opera nostra. Ciò che possiamo fare è domandare a Dio che ci cambi il cuore e la mente, che configuri la nostra persona a Cristo. E in questo configurarsi a Cristo sta l’obbedire non a ciò che pensiamo noi, ma a ciò che Cristo ci insegna. In tantissimi brani del Vangelo Gesù dice chiaramente ai suoi discepoli di andare ad annunciare la buona novella. Per esempio:

“Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che udite all’orecchio predicatelo sui tetti[12]”.

Nel Vangelo non c’è mai scritto: “Quando sarete moralmente perfetti, allora annuncerete il Regno di Dio”. Non c’è scritto!

“Il Regno dei cieli è simile a una donna che ha perso una moneta in casa, accende la lampada, spazza la casa e cerca accuratamente finché la trova. E quando l’ha trovata chiama le amiche e le vicine e dice: rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto[13]”.

Non si dice che quella donna sia moralmente perfetta. È semplicemente una che ha trovato qualcosa di prezioso e lo comunica a tutti.

DOMANDA “Non riesco a raccontare ai colleghi la vita di fede che vivo in parrocchia e fuori di essa. Diventerebbe solo oggetto di pettegolezzo cattivo, soprattutto laddove non c’è una domanda vera di senso. Cosa vuol dire, in un contesto così, vivere la missione?”

don Atta

È una domanda molto importante, perché è animata da una preoccupazione comprensibile, ma contiene un preconcetto. Si dice: “Laddove non c’è una domanda vera di senso”. Ma la domanda di senso ce l’hanno tutti nel cuore, perché tutti sono fatti a immagine e somiglianza di Dio. Non c’è nessuno che non abbia questa domanda.

Gesù non ci dice in alcun modo che la nostra testimonianza avrà successo. Ci manda ad annunciare la buona novella come pecore in mezzo ai lupi, ma non dice: “Se andrete avrete successo e le folle vi seguiranno”. Anche Lui è andato nel suo paese natale, tra la gente che conosceva e che amava, e dopo un discorso di un quarto d’ora volevano buttarlo giù dalla rupe; si è dileguato grazie ai suoi divini poteri.

Il nostro compito è annunciare Cristo. Che l’annuncio venga accolto o meno non è in nostro potere. Nella domanda si presume già la reazione degli altri: “Diventerebbe solo oggetto di pettegolezzo cattivo”. Non lo sappiamo. E se anche fosse così, attraverso quel pettegolezzo, qualcuno potrebbe venire a sapere che noi abbiamo questa vita di fede. E spesso accade che persone inizialmente lontane, per una vicenda che accade nella loro vita, vengono da te a parlare. Non perché tu sei più intelligente o più bravo, ma perché sanno che, avendo la fede, forse hai una parola di speranza da offrire.

Non possiamo ragionare solo sull’immediato. Quando qui in oratorio siamo partiti con i ragazzi, non lo abbiamo fatto con una grande speranza, e non abbiamo mietuto grandi risultati all’inizio. Non potevamo immaginare che, in dodici anni, sarebbe nato quello che c’è adesso. Il nostro compito è seminare abbondantemente.

“Seminate con abbondanza, con abbondanza raccoglierete[14]”.

[1] Lc 1,26-27
[2] Lc 1,26-38
[3] Lc 1,39-40
[4] Redemptoris Missio, GP II – 7.12.1990
[5] Lc 2,9
[6] Lc 2,17
[7] Lc 2,18-19
[8] Mt 10,27
[9] 1Re 19,11-13
[10] Lc 2,19
[11] Gen 3,5
[12] Mt 10,27
[13] Lc 15,8-9
[14] 2 Corinzi 9,6

Ascolta l’audio dell’incontro

 

Scarica il libretto dell’incontro

Scarica i testi citati

Parrocchia Santa Giulia
Panoramica privacy

Questo sito utilizza i cookie per offrirti la migliore esperienza possibile. Per maggiori informazioni su come trattiamo i tuoi dati personali, consulta la nostra Privacy Policy.