LA MISSIONE È AMARE
Incontro con Madre Maria Emmanuel Corradini osb
Incontro delle famiglie 17 gennaio 2026
Don Attanasio:
Madre Corradini è stata medico infettivologo per otto anni, poi è entrata come benedettina nel monastero dell’isola di San Giulio d’Orta, quando era badessa Madre Canopi. Nel 2012 è stata mandata da Madre Canopi, come badessa, al monastero di San Raimondo nel centro di Piacenza in cui allora c’erano delle suore bravissime, però ormai molto anziane. In questi anni la comunità è profondamente cambiata e oggi ci sono tante sorelle giovani.
Questo ci dice una delle ragioni per cui l’abbiamo invitata: la sua esperienza è un punto di speranza per la Chiesa e quindi anche per noi. Il monastero di San Raimondo è un punto di riferimento spirituale, non solo per le monache che ci vivono, ma anche per tante persone che passano per ascoltare la parola di Madre Corradini, che tiene giornalmente una lectio divina, e per le tante persone che incontra e per cui tutto il monastero prega.
Sono felice che madre Corradini sia questa sera tra noi. È molto raro che esca dal monastero, per questo la ringrazio ancora di più.
Le abbiamo chiesto di parlarci della missione: il tema su cui stiamo lavorando insieme quest’anno.
Madre Corradini:
La cosa più necessaria
La missione è amare. È la missione di tutti. La mia missione è l’amore, e oggi il mondo ha bisogno di ritrovare l’amore. Dio offre a ciascuno la possibilità di esprimere, nella propria vita, l’amore, e noi dobbiamo comprendere perché siamo su questa terra.
Qual è la cosa più importante nella vostra vita? La cosa più necessaria? Che cosa non può mancare? Non può mancare Dio!
Se avete Dio, avete anche l’amore, perché Dio è amore. Allora ciò che non può mancare nella vostra vita, nella vostra missione, è amare. Non abbiamo un altro scopo. Non ci rimane molto tempo, perché questo è il tempo dell’amore. Oggi. «Oggi, se ascoltate la sua voce, non indurite il vostro cuore[1]».
La prima lettera di san Giovanni, che abbiamo ascoltato e ci ha accompagnato nel tempo di Natale, scrive:
«Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui. In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati[2]».
Gesù non ci vuole perdere. Gesù, il Signore, ci ama così tanto che non ci vuole perdere: ha mandato suo Figlio per salvarci. E noi che cosa facciamo della nostra vita? Questa è stata la domanda fondamentale che mi ha portata in monastero: qual è il modo con cui io posso amare nella vita? Questa è la domanda fondamentale che dobbiamo farci tutti: come può la mia vita essere espressione di amore?
Devo essere un cuoco, devo essere una monaca, devo essere una madre, devo essere un imprenditore? Come deve essere la mia vita perché sia espressione dell’amore di Dio? Altrimenti non vale niente, perché senza Dio tutto è costruito sul castello del nostro io. Ma il nostro io muore, mentre quello che è di Dio non muore mai. Quello che abbiamo costruito con Dio non muore mai.
Ecco perché sono entrata in monastero: semplicemente perché il Signore mi ha detto: “La tua vita nascosta in me è quello che per te è l’espressione dell’amore”. Non ho scelto io di entrare in monastero, ha scelto Dio per me.
La missione parte dall’essere non dal fare
Ciascuno di voi si deve chiedere: che cosa non può mancare nella mia vita? Non può mancare l’amore. E qual è l’espressione dell’amore per me? Perché da qui parte la missione: non dal fare, ma dall’essere di Dio. Quindi anche una persona ammalata tetraplegica è in missione. La persona in carrozzina, o ammalata di tumore, è in missione, vive la missione dell’amore.
Dobbiamo allora imparare ad amare, e l’amore non consiste solo in un primo grande momento di trasporto. L’amore consiste nel reciproco accettarsi, nel sopportarsi, che vuol dire “portarsi a vicenda”, sempre più in profondità e non in superficie. Consiste nella fedeltà di ogni giorno, e il frutto della fedeltà è la libertà, la libertà di amare. Il frutto della fedeltà è la capacità di rimanere nella situazione, anche difficile, per amare.
Amare è dare la vita, e dare la vita vuol dire avere un cuore di carne, non un cuore di pietra. Un cuore di carne vuol dire che può essere toccato, strizzato, sanguinante, può essere plasmato. Un cuore di pietra può solo essere gettato. E quante pietre hanno gettato contro Gesù! Quante volte quando parlava lo volevano lapidare? Ma chiediamoci se non siamo così anche noi, se anche noi non vogliamo lapidare il Signore quando le cose non vanno come vogliamo noi. Chiediamoci se abbiamo un cuore di carne che si lascia ferire, che si lascia abbracciare, consolare, amare, o se invece abbiamo un cuore di pietra, dove la parola di Dio rimbalza e torna indietro.
Bisogna imparare ad amare. Suor Maria della Trinità, una carmelitana di Gerusalemme, diceva che il Signore le aveva dato questo pensiero, che ritroviamo in tanti santi:
“La vera carità è avere un pensiero benevolo nei confronti dell’altro. Un pensiero che comprenda l’altro, che non si fermi davanti alla bruttezza dell’altro e neanche davanti alla tua bruttezza, ma avere un pensiero benevolo che viene dalla grazia di Dio e non dall’Accusatore”.
Nell’Apocalisse troviamo scritto che il diavolo ci accusa davanti a Dio e agli uomini giorno e notte. (Ap 12,10).
Chiediamoci: quale pensiero ho io? Il pensiero di Cristo o il pensiero del tentatore? Un pensiero benevolo vuol dire far sì che nascano dentro di me i sentimenti di Cristo anche quando non sento niente, quando non ho trasporto, anche quando non mi va, quando non ho tempo: il pensiero di Cristo e non il pensiero del mio io.
Gli oratoriani raccontano che san Filippo Neri soleva spesso dire:
“La santità sta nello spazio di tre dita. E nell’atto di dir così, si toccava la fronte con tre dita della mano, volendo significare che tutta la santità consiste nel mortificare l’intelletto, cioè nel superare il proprio giudizio e la propria opinione, sottomettendosi umilmente a Dio e alla guida del prossimo.”
Bisogna mortificare la propria opinione, toccandosi la fronte con tre dita: mortificare l’opinione, perché l’opinione è il luogo dell’io, dell’esaltazione di quello che si pensa a discapito degli altri e di Dio. Quando vediamo solo noi stessi e le nostre opinioni andiamo dietro a Satana. Bisogna mortificare il proprio giudizio per dare spazio a Dio, che non vuol dire non usare la ragione, ma vuol dire far passare il pensiero nel cuore, dove si impasta di sentimenti, di preghiera, e comincia a guardare l’altro con uno sguardo diverso.
Non con lo sguardo che dice: “Ah, io capisco tutto, faccio tutto, tu invece…”. No, questo è il pensiero diabolico. Per avere il pensiero di Cristo bisogna farlo passare nel cuore, nella preghiera. Allora ritorna su diverso, con quella benevolenza che da te non riesci a darti.
Vivere l’invisibile per vivere il visibile
Oggi sono venuta a parlare dell’amore di Cristo, dell’amore come esperienza mistica, sapendo che l’esperienza mistica è di tutti. Noi dobbiamo diventare sempre di più uomini e donne che vivono l’invisibile per vivere il visibile. Siamo chiamati a diventare uomini e donne che sanno vivere l’esperienza di Cristo come un’esperienza che ti cambia il cuore, dove Cristo entra in tutte le cose che tu fai, che tu dici, che tu sei.
Non ci può essere “la mia vita” e “la vita spirituale”. Non esiste una cosa così. È una presa in giro. Esiste la mia vita con la vita di Cristo che si è incarnato: Cristo è entrato nella mia vita. E se Cristo entra nella mia vita, c’è un’unica vita, non due strati paralleli: un’unica vita in cui Lui vive la mia vita, vive la mia gioia, vive la mia sofferenza, vive l’opportunità di dare, di consegnarmi, di essere, di fare.
Questa è la vita mistica: avere un rapporto con Cristo che mi rende più umano. Perché chi prega, come diceva Papa Francesco, si umanizza. Diventi umano perché finalmente sposti il tuo io, le tue esigenze, e le metti nelle mani di Dio. Questa è la cosa principale: fare vivere Cristo dentro di noi. Ma se Cristo è l’amore, allora vive l’amore dentro di noi.
L’amore dove vive? Qual è il terreno in cui vive? È il terreno dell’umiltà, un terreno molto fecondo, ma molto difficile perché va dissodato. Il mondo non parla di umiltà, non parla di obbedienza, non parla di preghiera. Ma è il mondo dell’umiltà, dell’obbedienza, della preghiera, che è fecondo.
Tutti i giorni dobbiamo chiederci: per chi sto lavorando, per il Signore o per me? Per chi sto attuando tutto questo, per il Signore o per me? Per chi mi alzo, per chi fatico, per il Signore o per me?
L’amore sa ricominciare sempre
Vi assicuro che anche se all’inizio sarà faticoso, quando si inizia a camminare con Gesù si può solo continuare a camminare con Lui: in tutto quello che fai Lui è presente, puoi anche avere sbagliato delle cose, non averle fatte giuste per debolezza, per stanchezza, per carattere, per temperamento, ma quando arrivi alla sera le consegnerai a Colui che è morto per te.
E come potrà giudicarti uno che è morto per te? Come potrà alzare il dito uno che è morto per te? Ti prenderà tra le braccia e ti dirà: “Ricomincia, ricominciamo”. Ecco l’altra formula dell’amore: l’amore sa sempre ricominciare. Sempre.
Guardate come ha fatto Gesù con i discepoli. All’inizio non capivano: capivano un po’ e poi tornavano a sbagliare, capivano ancora e poi tornavano a sbagliare. E tu dici: “Ma io quasi quasi li butterei a mare”. E invece no, Lui non li butta a mare. Noi uomini li buttiamo a mare, ma Lui no, Lui allunga la mano e dice: “Pietro, vieni, vieni. Vuoi camminare sulle acque? Vieni” (Mt 14,28-31).
Che cosa vuol dire questo “vieni”? Che io ci sono sempre per te, ma ho bisogno della tua fede, ho bisogno del tuo atto d’amore perché io possa prendere la tua mano e possa tirarti su.
Gesù sta andando a Gerusalemme con i discepoli e dice: “Io sto andando a Gerusalemme; il Figlio dell’uomo sarà disonorato, imprigionato, flagellato, crocifisso, morirà, però il terzo giorno risorgerà… Voi che cosa stavate pensando lungo la via?”. E loro: “Eh, se possiamo sedere alla tua destra o alla tua sinistra…” (Mc 9,30-37). Umanamente uno avrebbe detto: “Ma chi siete e cosa volete?”. E invece lui si siede, li riprende e dice: «Vedete questo bambino? Ecco, noi dobbiamo essere così, piccoli, perché i potenti del mondo non servono, ma i bambini sì».
Gesù ricomincia. Non ci mette al muro, non ci condanna secondo i nostri peccati. Gesù ricomincia sempre. Fatelo anche voi con le persone che vi stanno vicino: non vi capiscono, non vi danno ascolto, vi ridono dietro? Voi continuate a ricominciare sempre, come se fosse la prima volta, non per la vostra forza, ma per la forza e l’amore che vi vengono dal rapporto con Gesù.
Questa sera io sono qui per dire: abbiate un rapporto vero, fecondo con il Signore e nulla vi farà paura, nulla, perché sarete capaci di ricominciare ogni giorno ad amare. Cadete? Ci rialziamo. Sant’Atanasio diceva: “Cosa fanno i monaci? Cadono e si rialzano”.
È la nostra fortuna, perché il nemico vorrebbe solo vederci per terra e, una volta caduti, ci calpesta, ci fa la fossa. Invece noi siamo figli di Dio e, in virtù della sua morte e risurrezione, del suo perdono, della sua misericordia, ci rialziamo e ricominciamo. Questa è la forza dei figli di Dio. Non in virtù della mia forza, ma in virtù del tuo amore io ricomincio. Questa è la forza dell’amore.
L’umiltà
Ma chi è che ricomincia? Chi è umile, cioè chi accetta davvero di riconoscere che senza il Signore non può fare, che ha bisogno di pregare per stare in piedi, che ha bisogno dell’aiuto del fratello per stare in piedi, che ha bisogno dell’Eucaristia per stare in piedi, che ha bisogno della confessione per stare in piedi.
Abbiamo bisogno della confessione non perché Gesù non conosca i nostri peccati, ma perché i peccati mettono una divisione tra noi e il Signore, mettono un velo. Abbiamo bisogno della grazia di Dio per camminare tutti i giorni, per avere gli occhi puliti e vedere dove Dio agisce. Abbiamo bisogno di confessarci per depositare quello che non va, per ricevere la grazia per ricominciare e possibilmente ricominciare in una maniera diversa da quella con cui siamo entrati. “Ma io non ho fatto grandi peccati…”. San Carlo, grande vescovo, andava spesso a confessarsi, don Orione tutte le sere si confessava. Non erano pazzi, erano santi. Più ti avvicini al Signore, più ti rendi conto della distanza che c’è tra te e Lui. Più ti avvicini al Signore, più vedi che c’è tanta miseria in te, ma c’è tanta miseria amata. C’è tanta miseria, ma lui è morto per te.
Allora io posso andare a ricevere Gesù, a ricevere l’Eucaristia. Posso andare a confessarmi per dire: “Signore, io ho bisogno della tua grazia, ho bisogno di Te”. E quale gioia da parte del Signore! Noi abbiamo bisogno dell’amore di Dio come della vita, come del respiro.
La vita monastica che io vivo è una via d’amore, è una via di martirio, è il martirio dell’amore. È il martirio anche della coscienza: non si può fare quello che fa il mondo, non si può scegliere quello che propone il mondo. È un martirio della coscienza: si rimane puri, a volte si rimane soli, ma è necessario. È il martirio di chi riconosce che il Signore può tutto e può dare tutto. È il martirio di chi apparentemente non fa niente per il mondo, ma salva il mondo dal di dentro.
E invece di essere una cosa negativa diventa una cosa esplosiva. Dobbiamo diventare uomini e donne che camminano e lavorano interiormente e si muovono interiormente con Dio per cambiare l’esterno. Questa è la grande vittoria: cambiare interiormente per cambiare l’esterno.
Ecco perché sono in monastero: perché il Signore ha bisogno di uomini e donne che, nel nascondimento, nell’apparente inutilità, nell’eroico quotidiano, iniziano dal mattino presto a presentare tutti i fratelli a Dio come unico e vero lavoro. Voi siete presentati tutte le mattine davanti a Dio. Io non conosco i vostri nomi, non so le vostre situazioni familiari, non so la vostra vita, ma so che da giorni e giorni, da quando ho saputo che sarei venuta qua, le mie monache tutte le mattine hanno pregato per voi. So che i vostri nomi, i vostri volti, ben presenti a Dio, sono presentati tutti i giorni al Signore. Andrà bene, andrà male questa mia testimonianza? Io sono venuta per il Signore. La cosa più importante l’ho fatta: pregare per voi. A casa stanno continuando a pregare per voi. Quindi, male che vada, siete portati in paradiso lo stesso. E non dipende da quello che dico, dipende da quello che credo, da come credo in Gesù Cristo.
E questo vale anche per voi: bisogna imparare ad essere più che a fare. E invece noi continuiamo a fare e a fare, per dimostrare che siamo vivi, per dimostrare che ci siamo. Dimostratelo con l’amore che ci siete. Dimostratelo con la preghiera che ci siete. Dimostratelo con l’unione con Dio che ci siete. Questa è la cosa principale.
Si possono fare grandi cose per orgoglio; si possono costruire ospedali, sanatori, orfanotrofi, ma per orgoglio, non per amore di Cristo, infatti appena ti tolgono una pietra, una pagliuzza, subito vai dall’avvocato, fai questioni. Per chi l’hai fatto?
Sono i santi che costruiscono, sono le persone semplici, sono i padri e le madri di famiglia che nessuno conosce, ma che tutti i giorni, con umiltà e obbedienza, ricominciano nel nome del Signore.
Il Santo Padre ci ha fatto conoscere fra Lorenzo della Risurrezione, che noi monache, grazie a Dio, già conoscevamo.
“Quello della presenza di Dio è un esercizio paziente che bisogna ricominciare ogni giorno. Non stupisce allora che passino anni prima di aver pensieri solo per Dio. […]
Nel trambusto della mia cucina, dove a volte le persone mi parlano insieme di cose diverse, possiedo Dio in maniera così tranquilla come fossi in ginocchio davanti al Santissimo Sacramento”. Lui ha fatto il cuoco per quindici anni, e diceva: “Non è necessario avere grandi cose da fare; io giro la mia frittata nella padella per amore di Dio e, una volta fatta, se non mi rimane altro da fare, mi chino a terra e adoro Dio che mi ha concesso la grazia di farla, dopodiché mi rialzo più felice di un re”. Si va in cerca di metodi per imparare ad amare Dio e si vorrebbe giungere a lui attraverso non so quali e quante pratiche diverse. Ma non sarebbe molto più breve e diretto fare tutto per amore di Dio e servirsi di tutte le azioni che dobbiamo compiere per dimostrarglielo e nel contempo tenere in noi la sua presenza in uno scambio continuo tra lui e il nostro cuore? Non c’è bisogno di cose complicate. Non bisogna far altro che iniziare con bontà e semplicità[3]”.
“Un briciolo d’amore puro è più prezioso davanti a Dio e all’anima e giova tantissimo alla Chiesa che tutte le altre opere messe insieme anche se a volte sembrano contare nulla[4]”.
Fra Lorenzo girava la frittata nella padella per amore di Dio. Però, quando lui era stanco – nel suo monastero i monaci erano centocinquanta – a volte l’angelo custode lo aiutava a friggere le uova. Perché quando uno è umile, gli angeli vengono in soccorso. Gli angeli sono delle persone che ci stanno accanto, ci guardano, ci capiscono e colgono il nostro bisogno, magari vanno in chiesa a pregare per noi e neanche lo sappiamo.
Non c’è bisogno di fare grandi cose: c’è bisogno di essere e di fare spazio a Dio dentro il proprio cuore. Questa è la cosa fondamentale: sentire l’amore di Dio riversato nei nostri cuori.
Abbiamo paura della nostra miseria, e Lui ci dice: “Non preoccupatevi, Dio la conosce benissimo”. Per questo Dio è venuto, per chinarsi sulla nostra miseria, per baciare la nostra miseria, come ha baciato i piedi dei discepoli, per asciugare la nostra miseria, per risollevarci e portarci con sé in paradiso.
Cosa ha fatto il buon ladrone per meritarsi il paradiso? Nulla. Ha solo riconosciuto in Gesù il Signore della storia. Finalmente, in quegli occhi pieni di sangue, il buon ladrone ha riconosciuto l’amore (Lc 23,42-43).
E allora vi rifaccio la domanda iniziale: avete mai incontrato Dio? Avete mai incontrato l’amore? Se l’avete incontrato, qual è la strada da percorrere? Una strada insieme al Signore, insieme a Gesù. Il Signore ci aiuterà nella malattia, nella gioia, nelle dispute, nelle sofferenze. Il Signore è con noi, ma noi dobbiamo tenere a Lui.
Termino con una pagina di un testo bellissimo, che è stato scritto da uomini che hanno vissuto sulla propria pelle l’amore di Dio, per cui vale la pena di crederci.
“Noi crediamo più facilmente al nostro amore per Lui che al Suo amore per noi [noi guardiamo quanto riusciamo ad amare Gesù e non comprendiamo quanto Lui ci ama].
Quando ti conoscerai in tutta la tua miseria e con tutta la tua fede crederai di essere preferito da Gesù a tutte le anime perché sei per Lui un oggetto di misericordia, allora sarai vicino al vero amore. Di cosa potrai dubitare? Sarai salvatore con Lui per l’eternità. Tutto ciò supera le tue forze, ma se lo desideri, se ogni giorno fai morire in te l’amor proprio, Gesù te lo dona. Piuttosto che cercare di fare grandi cose per amore, cerca di amare in ogni cosa, specialmente nelle più piccole: così farai morire l’amor proprio. Non temere di vedere il fondo della tua miseria e di accettarla, non scusarti, non turbarti. Credi forse che Egli non la veda meglio di te? Ciò non impedisce nulla; anzi, al contrario, proprio in ragione della tua miseria egli posa su di te la sua misericordia. Credi, è proprio in ragione della tua miseria che egli ti ama[5]”.
Noi dobbiamo credere all’amore che Dio ha per noi. È la strada per ricominciare, rialzarsi ogni giorno e ripartire, non da noi, dall’amore di Dio.
DOMANDE
1 – Passare dallo psicologico alla profondità
Domanda: Se io mi sento arida e non sento l’amore, come fare?
Madre Corradini:
Cerchiamo di passare dallo psicologico alla profondità. Gesù ti ama indipendentemente dal fatto che tu lo senta o non lo senta. Un bambino, quando si fida della sua mamma, le allunga la mano e va, non perché è sicuro di dove lo porta, ma perché sa che è la mamma.
Non dobbiamo sempre mettere alla prova il Signore in base a quello che sento o non sento: dobbiamo staccarci un po’ dal nostro io. Il nostro sentire non toglie nulla al fatto che Gesù mi ama, non toglie nulla al fatto che Gesù è presente nell’Eucarestia. Quindi devo compiere un atto di fede: che Lui c’è indipendentemente da quello che sento o non sento.
Altrimenti siamo sempre sul “mi piace, non mi piace, mi va, non mi va”. Gesù è in profondità, Gesù è dentro, è l’amore che scuote il tuo cuore, che è il cuore del tuo cuore. Ma finché restiamo alla superficie, allora diciamo: “Non sento, sono arida”.
I santi, quando non sentivano, cioè quando erano nel buio, lo cercavano ancora di più e gridavano a Dio. Ma era un grido che era preghiera. È il grido di Gesù sulla croce: «Padre, Padre, perché mi hai abbandonato?» (Sal 22,2; Mt 27,46; Mc 15,34). È la preghiera che ti porta all’unione con Dio, cioè nel colloquio con Lui.
Quindi anche quando non senti niente, tu continua a parlare con Lui, perché devi andare in profondità. Devi togliere tutte quelle radici, quella sporcizia che c’è sopra, anche quella bigiotteria che fa tanta luce ma che non conta niente. Gesù è una luce importante, è diversa dalla bigiotteria.
Non stiamo troppo sul sentire, sulla cute. Diceva lo psichiatra Vittorino Andreoli che la nostra società è una “società della cute”[6]: profumo, non profumo… A volte noi facciamo così anche nelle esperienze spirituali, ma bisogna andare in profondità. Bisogna sentire il dolore.
Perché vado a confessarmi? Perché sento dolore, perché ho fatto stare male Gesù offendendo mio fratello, mancando di carità verso un altro, non salutando un altro. Il mio orgoglio mi ha portato a fare questo, ma questo ha fatto soffrire Gesù. Allora è per questo che io mi muovo e vado a confessarmi.
Perché vado all’Eucaristia? Perché io ho bisogno della vita, altrimenti la vita mi viene portata via. Quando i primi cristiani celebravano l’Eucaristia rischiavano di morire, di venire bruciati, decapitati. Negli atti dei martiri rispondevano: “Ma noi non possiamo stare senza l’Eucaristia, non possiamo vivere senza l’Eucaristia”. E sono morti nella carne, ma sono risorti in Cristo.
Io mi chiedo: noi diamo questa importanza a Gesù? Abbiamo questa consapevolezza che vivere per Gesù è questo? Posso vivere senza l’Eucaristia? Posso stare senza l’Eucaristia? Abbiamo sofferto quando non c’era l’Eucaristia per il Covid?
Vedete, facciamo presto a dire: “Non abbiamo vocazioni, non abbiamo miracoli, non abbiamo…”. Ma quanto ci stiamo con Gesù noi? Non servono le cattedrali: la cattedrale di Gesù è il tuo cuore. Ti metti per terra, in ginocchio, anche in bagno, e Gesù ti può parlare. Non ti servono le cattedrali, ti serve il tuo cuore per parlargli.
2 – La parola di Dio
Domanda: Cosa suggerisci per chi ha appena cominciato a conoscere Dio per crescere nel suo amore?
Madre Corradini:
Per prima cosa la parola di Dio, se è possibile con qualche commento che possa aiutare i primi passi per saperla gustare. Se voi vi mettete seriamente davanti alla parola di Dio, la parola di Dio è sempre nuova, sempre efficace, perché la parola di Dio è Lui, quindi sa parlare al tuo cuore, ti sa dire ciò che è necessario.
Ci sono anche tanti testi belli e importanti che la Chiesa ha dato: testi della Chiesa cattolica, la Vita di Gesù di Nazaret di Benedetto XVI, testi di Papa Francesco, di san Giovanni Paolo II, testi sulla vita, la misericordia, il dolore, la famiglia.
Bisogna appassionarsi alla Parola. Io, dopo tanti anni che sono sulla parola di Dio, dico: “Ma quante cose non ho ancora capito!”, e tutti i giorni dico: “Ho tante cose da imparare”, perché sei sempre con Lui, superando tutto ciò che è esteriore.
Bisogna avere sete di Gesù, la sete ti aiuta ad ascoltare la parola di Dio. Mi alzo prima al mattino – non guardo subito il cellulare – mi prendo qualche minuto dicendo “questi dieci minuti sono proprio per noi”, leggo il Vangelo, mi affido al suo amore e parto.
Poi ci sono tante piccole giaculatorie: “Signore, vieni nel mio cuore”, “Signore, abbi pietà di me peccatore”, “Signore, aiutami”, “Signore, manda il tuo angelo davanti a me”, come faceva san Giovanni XXIII. Lui diceva: “Prima di incontrare qualcuno che fa sempre questioni, io mando il mio angelo, perché si metta d’accordo con l’angelo dell’altro, vediamo se ci mettiamo d’accordo…”.
Se ogni giorno iniziamo così e diamo spazio a Gesù, ci verrà sempre più voglia di Lui. Quando passeremo davanti alla chiesa sarà inevitabile che ci fermiamo, anche solo per dare un saluto e dire: “So che tu sei lì e mi aspetti. Aiutami, ho bisogno di te”. E uscendo ci accorgeremo di essere diversi.
3 – Imparare a fermarsi
Domanda: Una domanda da una famiglia giovane: ci sono i bambini a casa malati, il lavoro, il tran-tran, la fatica di preparare tutto. Come ritrovare la strada dell’amore senza far prevalere i litigi tra i genitori o con i figli?
Madre Corradini:
Quando uno conosce Gesù e gli lascia spazio, immancabilmente diventa più buono, diventa più paziente. Noi non siamo capaci di diventare da soli pazienti, buoni e generosi, perché non lo siamo di natura. Ma con il Signore è possibile.
E quando i bambini sentono che c’è questa armonia, quando non si alza la voce, quando si dà spazio per parlare, allora diventa più facile averli vicino a noi.
Quando siamo molto stanchi, quando abbiamo un carico di tensione molto grande, non andiamo subito a casa: fermiamoci cinque minuti, anche in macchina, lungo la strada o in chiesa, e deponiamo tutto davanti a Gesù. Diciamo: “Signore, io questo fardello, questa fatica, questa giornata te la affido”. Vi assicuro che, quando aprirete la porta di casa, accoglierete i vostri figli con uno sguardo diverso. I vostri figli hanno bisogno di essere accolti, hanno bisogno di essere amati, e lo capiscono dai vostri occhi, dalla vostra espressione, dal tono della voce.
Quando la stanchezza prevale, o il dolore per certe cose prevale, rischiamo che tutto questo ricada sugli altri. Questo succede anche a me. Allora mi fermo davanti al Signore cinque minuti, in silenzio: non ho bisogno di spiegare niente, non ho bisogno nemmeno di scusarmi. Ma quando poi vado in comunità, sono pronta per l’amore. Non ho la faccia di chi è tirata, la faccia di chi è scocciata. È la faccia di chi è distrutta ma è pronta ad accogliere l’altro che sta aspettando. E questo, credetemi, cambia, cambia davvero.
Quando ci conosciamo nelle nostre debolezze possiamo trovare soluzioni per non far ricadere sugli altri il nostro nervosismo.
E poi un altro metodo: visto che tutti avete il cellulare, cominciate a registrarvi il rosario con la vostra voce. E quando cominciate a cucinare o a pulire in casa, cominciate ad ascoltare il rosario con la vostra voce. Siamo fatti bene: le tue orecchie cominceranno ad ascoltare la tua voce che prega e, a poco a poco, ti accorgerai che stai pregando anche se pulisci i pavimenti, lavi, stiri o cucini. E questo, pian piano, fa abbassare le altre voci e rimane la voce della preghiera. Ma usate la vostra voce, non quella della televisione che ha una vocina così, o un accento che non ti piace, o delle pause che non ti piacciono. Registrate la vostra voce, il vostro rosario, e cominciate a recitarlo. Piano piano vi accorgerete che, dietro al rosario, la Madonna vi aiuta e le altre voci si attenuano.
4 – L’amore vince il male
Domanda: Come si fa a rialzarsi quando si vede che i propri peccati si ripetono sempre uguali nel tempo e quando si percepisce ogni giorno la propria inettitudine?
Madre Corradini:
Dio è più grande del nostro cuore, della nostra miseria. Proprio perché ho bisogno di Dio vado a confessarmi, proprio perché so che ricado in quel peccato vado a confessarmi, perché avrò la grazia necessaria per non caderci il giorno dopo, ma magari dopo tre giorni. E piano piano il Signore mi aiuterà a comprendere che quel peccato non fa soltanto male a Lui, ma fa tanto male a me, e Lui non può non amarmi, non può non risollevarmi. Quindi, più ci si sente peccatori, più dobbiamo sentirci salvati. Dio è venuto per questo: per salvarci.
Ecco perché è così importante la preghiera per la salvezza delle anime, perché l’inferno c’è. L’inferno c’è, ed è la non conoscenza di Dio, il rifiuto dell’amore di Dio. Quindi non dobbiamo spaventarci davanti ai nostri peccati, dobbiamo solo spaventarci di non amare Dio.
Perché Dio fa festa quando andiamo da Lui e Lui ci fa grazia, altrimenti diamo ragione al nemico, che afferma che il male è più grande dell’amore.
Gesù sarebbe potuto scendere dalla croce, ma non è sceso: ha vinto con la carità.
Il Male sotto la croce gridava: «Scendi, se sei il Figlio di Dio!» (Mt 27,40-42). Invece Lui è rimasto per dimostrare non solo che ha vinto la morte nel suo corpo, ma anche che ha vinto il male con l’amore.
Allora noi possiamo andare da Lui dieci volte al giorno, settanta volte sette, sempre, certi che Lui ci accoglie con amore, fino a quando non sentiremo un dolore grandissimo per quel peccato e smetteremo di compierlo, non per il nostro merito, ma per amore di Dio.
C’è una bellissima espressione di sant’Agostino, che commenta l’episodio dell’adultera. Rimangono Gesù e l’adultera, e Gesù le dice: «”Donna, nessuno ti ha condannata?” “Nessuno”. “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”[7]». Sant’Agostino dice: “quella donna si è sentita guardata in un modo così straordinario, pieno di amore, che quando è tornata a casa, al primo che si è avvicinato per avere i suoi favori, non poteva più dire di sì, non in funzione della carne, ma in funzione di quegli occhi pieni di amore. Non poteva più essere come prima”. Quindi non in funzione della mia forza, ma in funzione dell’amore che ho visto negli occhi di Dio posso dire di “no”. Quella donna non ha più peccato perché l’amore di Dio l’ha toccata, non poteva più essere come prima.
Essere toccati dall’amore di Dio: allora certe cose non le commetteremo più per amore.
5 – Una fecondità più grande
Domanda: Davanti a un grande dolore come il non riuscire ad avere figli, mi sembra che la nostra vocazione sia incompiuta.
Madre Corradini:
La nostra vocazione o il nostro io? Perché il matrimonio è Dio, lui e lei. I figli sono un dono, ma il dono può essere anche visto in un altro modo. Quindi, quando i figli non arrivano, non è una maledizione, come pensavano Anna, Sara o altre donne nella Bibbia che erano sterili. Pensiamo a Elisabetta.
L’uomo la vede come una maledizione, Dio la vede come un’opportunità di fecondità maggiore, perché la fecondità non dipende dal numero di figli, dipende dal cuore. Noi in monastero siamo tutte madri pur non avendo figli: se non fossimo madri, avremmo creato solo degli aborti. Io voglio che tutte le mie monache siano madri, e la maternità non è questione di figli, è una questione di amore, di cuore.
Allora, tante volte bisogna dire: se il compimento del nostro matrimonio non è il fatto di avere un figlio, sarà certamente in una fecondità che si apre alla vita in un altro modo.
6 – La nostra conoscenza è imperfetta (1Cor, 13, 9)
Domanda: Mi capita di dubitare dell’amore di Dio di fronte ai grandi dolori della vita. Come si fa a essere certi del suo amore sempre?
Madre Corradini:
Il dubbio ci aiuta ad essere umili e a compiere un atto di fede. Noi non possiamo conoscere tutto, capire tutto. Vorremmo capire tutto per avere noi il controllo. Ma anche Dio è libero, e Dio soprattutto è nell’umiltà, è in fondo, è nell’abbassamento. Noi lo cerchiamo sempre in alto e non lo troviamo.
Il dubbio c’è soprattutto in coloro che vogliono sempre avere una risposta. Ma Gesù ci chiede di credere prima di capire. A tutti i santi, a Maria, a Giuseppe ha chiesto di credere, poi hanno capito.
Credere, compiere un atto di fede: “Signore, io non comprendo, ma credo in te”. Questa è la fede. Ed è per questo che Gesù dice: «La tua fede ti ha salvato», «per la tua fede ti sono rimessi i tuoi peccati», «per la tua fede vedi», «per la tua fede alzati e cammina». Gesù vuol farci fare un passo che vada oltre. Invece noi vogliamo capire e, se non capiamo, vogliamo il segno e poi il segno dell’altro segno. Invece il Signore vuole semplicemente che noi crediamo. E questo vuol dire riconoscere anche che siamo creature e non siamo creatori.
[1] Sal 94
[2] 1Gv 4,7-10
[3] Frate Lorenzo della Resurrezione, La pratica della presenza di Dio, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2025.
[4] San Giovanni della Croce
[5] R. Voillaume Come loro Edizioni Paoline pag 477
[6] V. Andreoli, L’uomo di superficie, Rizzoli, Milano 2012
[7] Gv 8,10-11
