Abbiamo bisogno di essere salvati e amati
Meditazione di don Dennis per gli Universitari
1) Gettare via il mantello
Iniziamo con un brano dal Vangelo di Marco che tanti di noi dovrebbero avere ancora bene in mente:
Mentre [Gesù] partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”. Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: “Figlio di Davide, abbi pietà di me!”.
Gesù si fermò e disse: “Chiamatelo!”. Chiamarono il cieco, dicendogli: “Coraggio! Alzati, ti chiama!”. Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: “Che cosa vuoi che io faccia per te?”. E il cieco gli rispose: “Rabbunì, che io veda di nuovo!”.
E Gesù gli disse: “Va’, la tua fede ti ha salvato”. E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada. (Mc 10,46-52)
Un presentimento, un grido, un riconoscimento del proprio bisogno, una guarigione e l’inizio di un cammino di liberazione: sono questi gli aspetti che segnano l’incontro fra Gesù e Bartimeo, il cieco che mendicava davanti alle porte di Gerico; un’intuizione, una provocazione, un invito che ci porta di nuovo a camminare, cioè a credere, ad amare e a sperare che la propria vita è fatta per qualcosa di grande. Tutto questo lo possiamo vedere in atto in questo gesto liberante, compiuto da Bartimeo: gettare via il proprio mantello (cf. Mc 10,50), gettare via tutto ciò che ci dà sicurezza senza Dio. Questo brano del Vangelo descrive esattamente che cosa accade durante la Quaresima, il tempo che ci prepara alla Pasqua, il tempo in cui siamo chiamati a gettare via il mantello delle nostre sicurezze, dei nostri egoismi, dei nostri tentativi di farci da soli.
Ma la Quaresima, prima di essere uno sforzo nostro, è un’iniziativa di Dio: è il tempo che la Chiesa ci offre tutti gli anni per rientrare in noi stessi, per tornare a guardare in faccia a ciò che ci portiamo nel cuore. Non si tratta di una parentesi triste durante l’anno, ma è un tempo che prende sul serio la nostra vita, le nostre domande, le nostre ferite. Dove sto andando? Le tante cose che vivo e faccio: che cosa c’entrano con Cristo, che cosa c’entrano con il mio rapporto con Dio? Che cosa conta davvero nella mia vita?
La Quaresima nasce da una consapevolezza molto reale: da soli non ci bastiamo, abbiamo bisogno di essere salvati e amati. La Quaresima è il tempo favorevole, Gesù lo chiamava kairós, in cui Dio si rende particolarmente vicino a chi accetta di fermarsi e di ascoltare; a chi accetta di far entrare Dio nel proprio cuore per lasciarsi amare ed educare da Lui attraverso la nostra compagnia, attraverso la compagnia della Chiesa.
2) Tutto nasce da un amore gratuito
Dio non ci ama perché siamo coerenti, perché abbiamo capito tutto o perché ci comportiamo bene. Dio ci ama prima! Il Suo amore precede ogni nostro sforzo. Dio ci ama così come siamo: non aspetta che diventiamo perfetti, ma entra nella nostra vita e nella nostra storia, proprio quando essa è fragile, confusa e infedele.
Pensiamo solo al popolo d’Israele nel deserto, dopo esser fuggito dalla schiavitù in Egitto: mormora, si lamenta, tradisce. Eppure, Dio resta con esso e gli dà il compito di essere custode della Sua presenza nel mondo: prima nella tenda nel deserto e poi nel tempio a Gerusalemme. Oppure pensiamo a Pietro: anche lui è infedele e tradisce Gesù per salvarsi la pelle. Eppure, Gesù lo ama di un amore infinito e gli dà il compito di essere il primo papa della storia.
La Quaresima, allora, non è il tempo per meritarci l’amore di Dio, ma per lasciarci amare da Lui, smettendo di difendere le immagini che ci siamo costruiti noi, così come ci si costruisce un account sui social; sono, infatti, immagini che prima o poi ci deludono. Dio, invece, desidera educarci affinché possiamo accettare che Egli ci conosca nel profondo, che Egli ci guardi così come siamo.
La Quaresima è il tempo in cui tutto ciò che facciamo è chiamato a diventare strumento di memoria dell’evento salvifico compiuto da Cristo più di 2000 anni fa: Dio ti ama! È morto e risorto per te! A questo Dio ti puoi rivolgere, ci puoi litigare. Ti ascolta sempre! Ascolta il tuo dolore, la tua fatica, perdona il tuo peccato. Anzi, lo prende su di Sé e lo sconfigge morendo in croce per te! Ecco perché per noi cristiani il simbolo del Crocifisso è così importante! Esso dovrebbe avere un luogo centrale e ben visibile in ogni nostra casa, in ogni appartamento di universitari. Il Crocifisso è l’immagine di un Dio che ti ama, un Dio che soffre e che muore per te!
Questa è una rivoluzione totale! In nessun’altra religione o filosofia si può contemplare un Dio così vicino all’uomo! Solo nel cristianesimo c’è un Dio così pieno di passione per noi. Questo fatto è profondamente liberante: io posso guardare la mia vita senza paura, perché sono già stato perdonato, amato e salvato; perché Qualcuno ha preso su di Sé il mio male.
Amandoci come un Padre che ama i Suoi figli, amandoci con questo amore immenso, così inimmaginabilmente grande, Dio ci affida un compito, una vocazione, una strada per il nostro compimento e per la nostra felicità: esattamente come l’ha fatto con il popolo d’Israele nel deserto o con san Pietro sulla riva del lago di Tiberiade. Dio non chiama i migliori o i perfetti, ma i pescatori, la gente semplice, i peccatori, i malati che riconoscono di aver bisogno del medico per essere guariti.
3) Quaranta giorni… ma di che cosa?!
La parola Quaresima significa quaranta giorni.
E, come tutti gli anni, nella Messa della prima domenica di Quaresima ascolteremo nel Vangelo l’episodio in cui Gesù va a pregare nel deserto per quaranta giorni (cf. Mt 4,1-11). Nel deserto, Gesù cerca il rapporto con il Padre prima di iniziare la Sua missione. Poi, Gesù viene tentato dal diavolo che tenta anche noi: cerca di piantare in noi la tristezza profonda di non essere amati, neanche da Dio. Il diavolo cerca di fare confusione in noi: cerca costantemente di farci confondere la gioia con la tristezza, il bene con il male.
Il numero quaranta è un numero simbolico che attraversa tutta la Scrittura: i quaranta giorni del diluvio universale; i quaranta giorni passati da Mosè sul monte Sinai, prima di proclamare i dieci comandamenti; i quarant’anni che il popolo d’Israele ha trascorso nel deserto; i quaranta giorni che Giona ha predicato nella città di Ninive; i quaranta giorni di Gesù nel deserto; i quaranta giorni in cui Gesù si è manifestato ai Suoi discepoli dopo la Sua risurrezione, prima di ascendere al Padre.
Che cosa accomuna tutti questi eventi? Si tratta sempre di un passaggio, di un momento di cambiamento e di conversione: dal caos delle tribù primitive all’alleanza fra Dio e il Suo popolo, dalla schiavitù in Egitto alla libertà nella terra promessa, dal peccato al perdono, dalla vita privata di Gesù alla Sua missione, ecc. Ecco perché il numero quaranta è il simbolo della Quaresima: anch’essa è un cammino di conversione, una strada sulla quale siamo chiamati ad aprire il nostro cuore a Cristo, facendoLo entrare dentro di noi, come un vero amico.
Molto spesso la Quaresima viene rappresentata dall’immagine del deserto, ed è vero: la Quaresima è un cammino, a volte anche faticoso; come i pellegrini ebrei che dovevano camminare sotto il sole del deserto per salire a Gerusalemme, come il popolo d’Israele che doveva camminare per decenni nel deserto per giungere alla terra promessa. E non si esce dal deserto come si è entrato: camminare nel deserto ti cambia, ti converte; è un momento di passaggio che ti rende più vero e libero.
Penso che ognuno di noi abbia ben presenti gli aspetti della propria vita in cui sente un bisogno profondo di essere salvato: tristezza, paura di non essere all’altezza, ansia, sconforto, egoismo, superbia, gelosia, momenti in cui cloroformizziamo il nostro desiderio: a volte con l’alcool, a volte con dei video su TikTok; oppure ci sono anche dei momenti in cui nell’altro vediamo soltanto un nemico da sconfiggere, anche se si tratta di un nostro amico. Ecco, ciascuno di noi ha realmente bisogno di convertirsi continuamente. Abbiamo bisogno di essere salvati da tutto ciò che ci rende schiavi, che rende la nostra vita piccola e tiepida. Lasciarsi convertire da Dio non è un dovere morale, ma il riconoscimento del nostro bisogno, il desiderio di poter guardare tutto, non senza dramma e fatica, ma con una nuova libertà; non perché siamo dei grandi, non perché siamo performanti, ma perché siamo stati amati gratuitamente, perché crediamo in un Dio che è morto e risorto per noi.
La Quaresima ci prepara alla Pasqua e la parola Pasqua, pesach in ebraico, significa proprio passaggio. Dalla morte alla vita: ecco il passaggio per eccellenza compiuto da Cristo stesso, ecco il passaggio che dà speranza a noi e che dà speranza anche al mondo ferito in cui viviamo. Durante la Quaresima siamo chiamati a partecipare a questa Pasqua, a questo passaggio: siamo chiamati a parteciparne con la nostra conversione personale. Ecco perché la Quaresima è un cammino di libertà.
4) La Confessione: rinascere è possibile
La Confessione è il sacramento che la Chiesa ci propone di scoprire, di riscoprire o di approfondire durante la Quaresima. Essa è l’unico dei sette sacramenti che viene istituito da Gesù Risorto. Egli appare agli apostoli, radunati nel Cenacolo per paura dei romani e dice: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati.” (cf. Gv 20,19- 23). Il sacramento della Confessione è stata la cosa più importante e preziosa che Cristo Risorto aveva da dare: per sperimentare la Sua risurrezione e per poter donarla agli altri.
La Confessione è un atto profondamente umano: è il luogo in cui una persona smette di scappare dalla propria vita e accetta di guardarla in faccia. La parabola del Figlio prodigo (cf. Lc 15,11-32) ci insegna che la conversione non comincia con un atto di volontà eroico, ma con un risveglio interiore: “si accorse dove si trovava”, dice l’evangelista Luca (cf. Lc 15,16-17).
Il figlio prodigo non è cattivo, ma è disorientato. Chiede l’eredità perché vuole vivere, ma confonde la vita con il possesso e confonde la libertà con l’assenza di regole e di legami. Finché ha risorse, va avanti. Ma quando queste risorse finiscono, emerge la verità: una vita vissuta senza relazioni e senza regole diventa presto una vita senza casa. La Confessione è questo momento di lucidità in cui smettiamo di anestetizzare il vuoto e accettiamo di nominarlo.
Il Vangelo dice che il figlio “rientrò in sé stesso” (Lc 15,17). È un passaggio decisivo: prima di tornare dal padre, torna dentro il proprio cuore. La Confessione è questo rientrare nella stanza più profonda della nostra anima, del nostro “castello interiore”, come lo chiamava santa Teresa d’Avila. Lì non si entra per accusarsi, ma per ritrovarsi. Finché restiamo fuori da noi stessi, siamo preda delle giustificazioni, dei confronti, delle lamentele. Ma quando rientriamo in noi in modo vero, nasce anche una domanda vera: che cosa sto facendo della mia vita? Il figlio prepara un discorso, come facciamo tutti. Vuole controllare l’esito del ritorno, gestire la relazione, meritarsi un posto. Ma il padre interrompe ogni sua strategia: gli corre incontro, lo abbraccia e gli restituisce la sua dignità prima ancora che il figlio finisca di parlare. Questa è la bellezza della Confessione: Dio non aspetta una spiegazione perfetta, ma un cuore che smette di difendersi.
La Confessione ci educa alla verità senza disperazione. Ci insegna che riconoscere il nostro peccato non significa definirsi sbagliati, ma accettare di essere amati proprio lì dove siamo fragili. Quando elenchiamo i nostri peccati nel confessionale, facciamo memoria non di quanto siamo sbagliati, ma di quanto siamo amati!
Per prepararmi alla Confessione, siamo chiamati a fare l’esame di coscienza: riconoscere il mio peccato e formularlo in modo sintetico e chiaro. Ma la Confessione è molto di più: è il luogo di un incontro reale con Cristo che mi raggiunge dentro la mia fragilità, senza censurare nulla, senza scandalizzarsi di nulla. Il mio peccato è una ferita reale, incide sulla mia libertà, ferisce il mio rapporto con me stesso, con gli altri e con Dio. Ma, dal momento in cui Cristo è morto in croce per me, il mio male non ha più l’ultima parola sulla mia vita; dal momento in cui Cristo è morto in croce per me posso sempre ritornare nelle braccia del Padre che mi aspetta a casa, posso sempre “nascere di nuovo” (cf. Gv 3,3-7).
Perché conviene confessarsi spesso? Perché la vita è un cammino. La misericordia e il perdono sono il respiro quotidiano della nostra fede. Chi si confessa con frequenza scopre pian piano che il centro non è più il proprio sforzo, ma l’iniziativa di Cristo. Così, iniziamo davvero a fare esperienza del perdono, del fatto di poter sempre tornare di nuovo a casa dopo esserci allontanati.
5) I tre gesti quaresimali: strumenti di verità e di libertà
La Quaresima è, quindi, una preparazione alla Pasqua, una strada di conversione, un cammino di verità e di libertà. E la Chiesa, come una vera mamma, ci propone tre gesti concreti per camminare su questa strada:
a) La preghiera: rimettere Dio al centro
Pregare significa innanzitutto riconoscere una Presenza. È il gesto di chi ammette di non essere autosufficiente. Nel tempo, la preghiera può diventare il luogo in cui impariamo a stare davanti a Dio senza maschere, portando quello che siamo: stanchezza, desideri, domande, paure, ecc. La Quaresima ci mette davanti a questa domanda: ma Dio ha davvero spazio nella mia giornata?
Cerchiamo durante questa Quaresima di essere innanzitutto fedeli ai gesti di preghiera e di liturgia che ci proponiamo: alle lodi in università, all’Angelus, alla Messa domenicale e alla Messa del CLU. Poi, cerchiamo di dedicare ogni giorno qualche minuto di silenzio e di preghiera personale al nostro rapporto con Dio. Vi consiglio in particolare la recita quotidiana della bellissima preghiera del Padre Le once de Grandmaison che fu molto cara a don Giussani. Inoltre, cerchiamo di far entrare dentro di noi la Parola di Dio, cercando di rispondere sempre alla seguente domanda: che cosa, Signore, mi vuoi comunicare oggi? Quale strada di libertà mi indichi per la giornata di oggi?
b) Il digiuno: fare spazio dentro di noi
Il digiuno non è disprezzo delle cose o del corpo, ma educazione del desiderio: non tutto ciò che posso fare o avere mi serve davvero. Digiunare significa smascherare le nostre dipendenze e il nostro bisogno di controllo, di approvazione e di prestazione. È un gesto che ci rende liberi e che ci rende più attenti a ciò che conta davvero. Mortificando qualcosa di noi, di cui non abbiamo strettamente bisogno, il digiuno ci porta a crescere sempre di più nella memoria e nella carità.
Cerchiamo durante questa Quaresima di seguire le indicazioni della Chiesa a proposito del digiuno: il Mercoledì delle Ceneri e il Venerdì Santo sono giorni di digiuno e di astinenza: si salta uno dei due pasti principali della giornata e anche l’altro pasto dovrebbe essere di magro. Inoltre, non si mangia carne in tutti i venerdì di Quaresima. E, infine, la Chiesa ci propone di scegliere un fioretto a cui rimanere fedele lungo tutto il periodo di Quaresima: si può provare a rinunciare a un cibo o a una bevanda: il dolce dopo cena, il gelato, la birra, la coca cola, lo spritz, l’amaro, ecc. Tuttavia, il fioretto non si limita solo all’ambito culinario, ma potrebbe coinvolgere anche l’ambito delle tecnologie: ci si potrebbe, per esempio, disiscrivere da Instagram o da un altro social per tutto il periodo di Quaresima o si potrebbe togliere dallo smartphone un’applicazione dalla quale ci sentiamo un po’ troppo dipendenti.
c) L’elemosina: uscire da sé
L’elemosina non è nient’altro che carità: non si tratta solo di dare qualcosa, ma di dare spazio all’altro. È riconoscere che la mia vita è legata a quella degli altri. In un mondo che ci propone l’individualismo come unico ideale da seguire, l’elemosina educa il nostro sguardo a un modo nuovo di guardare: mi accorgo di chi ho davanti, del bisogno reale che mi circonda, del volto concreto delle persone. Insomma, mi accorgo che sono fatto per la comunione.
Cerchiamo durante questa Quaresima di riscoprire il senso profondo del fondo comune: rinunciamo ogni settimana a un caffè, una merenda, una birra, uno spritz, ecc. e doniamo ciò che risparmiamo per i bisogni del CLU e della Chiesa.
6) La Quaresima è da vivere, non da subire
Infine, mi sembra importante ricordare che tutti questi strumenti non li facciamo per complicarci la vita, ma per vivere appieno una strada di essenzializzazione, di libertà e di verità; una strada che ci aiuta sempre di più a fare memoria di quanto siamo amati da Dio.
La Pasqua non è lontana: è la promessa che il cammino della Quaresima, e quindi anche il cammino della nostra vita, ha un senso: perché Dio è fedele e non smette mai di ricominciare con noi.
Omelia durante la Santa Messa delle Ceneri
Il Mercoledì delle Ceneri ci mette davanti a una verità scomoda: siamo polvere. Non vivremo per sempre su questa terra, non siamo autosufficienti, non siamo il centro del mondo. Ma non si tratta di una condanna, ma dell’inizio di una strada buona, di una promessa!
Le ceneri non umiliano, ma liberano: smascherano la nostra superbia e ci ricordano che la vita non si regge sulle nostre prestazioni, ma su un amore che ci precede. Non devi salvarti da solo! Dentro i tuoi limiti, dentro le tue fragilità e dentro le tue incoerenze Dio continua a guardarti con tenerezza.
La Quaresima è questo passaggio: dalle ceneri al fuoco, dal riconoscerci peccatori al lasciarci incendiare dall’amore di Cristo. Il fuoco di Pasqua è già nascosto nelle ceneri che oggi riceviamo. Esso non brucia ciò che siamo, ma lo trasfigura, lo rende più grande e più vero. Possiamo camminare verso quella luce come figli, come amici che non hanno niente da difendere, come persone vere che desiderano una vita vera.
Accogliere le ceneri, allora, è un gesto di fiducia: significa dire sì a un cammino in cui la nostra umanità limitata diventa un vero luogo di incontro con Dio.
