23 gennaio 2022 (appunti non rivisti dall’autore)
Introduzione
Oggi continuiamo il tema delle virtù teologali. Come sapete, ho deciso di affrontare questi temi, quello della fede, speranza e carità, perché queste virtù teologali sono quelle su cui si innestano tutte le altre virtù umane. In altre parole, amici miei, non si può parlare di questioni relative al matrimonio, come il dialogo, il perdono, il lavoro, gli affetti, gli amici, eccetera, pensando che lavorare su questi aspetti possa garantire un matrimonio riuscito. Tutte questi aspetti, per quanto importanti, restano delle nostre capacità, che se non sono sostenute da qualcosa di più grande prima o poi si consumano, perdono di intensità, ci stancano, rischiano di diventare solo dei tecnicismi e dei tatticismi. Occorre lavorare su ciò che non passa, sul fondamento, per poter poi lavorare su tutto il resto. Quanto più coltiveremo gli aspetti fondamentali della vita cristiana, tanto più riscopriremo le ragioni profonde per prendere certe scelte pratiche per la vita matrimoniale. Perché, come vi dicevo, la soluzione ai nostri problemi non è mai qualcosa, è sempre Qualcuno.
Una speranza certa, e non una certa speranza
Oggi affrontiamo il tema della speranza, la seconda virtù teologale. Quando dico la parola speranza, ovviamente, ci viene in mente subito qualcosa di futuro, ma anche qualcosa che ora non c’è, non è in nostro possesso. Ricordate che l’altra volta ci eravamo serviti dell’esempio della Sacra Famiglia per spiegare cosa volesse dire vivere la fede nel matrimonio. Maria e Giuseppe, accogliendo Gesù al centro della loro vita famigliare, scoprono che tutto era come calamitato da quel bambino e che la sua presenza, in un certo modo li univa ancora di più. Tante volte Maria e Giuseppe si trovavano a guardare quel bambino e a pensare al futuro: cosa avrebbe chiesto Dio a questi genitori? Come sarebbe stata la loro vita? Sapevano qualcosa, perché gli angeli avevano descritto qualche particolare, ma ovviamente non potevano sapere tutto. E man mano che la loro vita andava avanti, man mano che accadevano degli episodi, il loro cuore si riempiva di silenzio. In particolare, per ben due volte, quando Gesù è ancora fanciullo, nel vangelo si legge che Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore (Lc 2,19 e cfr. Lc 2,51). Una meditazione che si colorava di immagini, di desideri, di aspettative, e forse anche di paure. Ma non poteva esserci solo questo nel cuore della Madonna, altrimenti non sarebbe la piena di grazia, l’immacolata! Evidentemente, in Maria c’era la piena certezza che Dio avrebbe compiuto ciò che aveva iniziato. La speranza cristiana è la speranza di una certezza che si compirà. Non è un dire: “speriamo!”, come se ci potesse essere l’eventualità che qualcosa di buono accada; ma è una certezza.
Questa speranza futura cambia il modo con cui noi concepiamo e viviamo il presente. Provate a pensarci: senza la certezza dell’aldilà, della vita eterna, del Paradiso, che senso avrebbe mettere al mondo dei figli, educarli, fare sacrifici? Che senso avrebbe amare ed essere amati? Che senso avrebbe tutta questa nostra vita se tutto andrà a finire nel nulla? È la certezza dell’aldilà che dà senso all’aldiqua, è la certezza della vita eterna che dà profondità al nostro presente. Mettetevi nei panni di questa giovane coppia. Avevano dovuto vivere tutta una serie di accadimenti, gioiosi, misteriosi, anche difficili. Provate ad immaginare a come si guardavano, singolarmente come uomo e donna, come coppia e come guardavano tutti gli avvenimenti della loro vita. Oltretutto, avvenimenti che svelavano il disegno di Dio solo a poco a poco, perché, come dicevo, conoscevano qualcosa del disegno di Dio, ma non tutto. Si saranno domandati: cosa ci sta chiedendo Dio? Saremo in grado di svolgere la nostra missione, il nostro compito? Cosa ci riserverà la vita? Saremo in grado di sostenerci? Cosa sarà mai di questo bambino?
Tutte domande, che in un modo o nell’altro, sono nate e nascono dentro ciascuno di noi quando ci troviamo davanti agli eventi importanti, direi traumatici, della nostra vita. Li chiamerei “eventi”, perché carichi di significato, e non solo “fatti”, che si registrano e basta; traumatici, perché segnano un cambiamento, positivo o negativo. Eventi che ci spalancano in un certo senso il nostro futuro davanti come un disegno di cui però non conosciamo veramente i contorni.
Per sperare occorre aver ricevuto una grande grazia
Maria ha affrontato queste domande e questi eventi con una grande certezza, la certezza che Dio avrebbe compiuto ciò che Ella aveva nel cuore e il suo cammino su questa terra assieme a Giuseppe e Gesù. Da dove nasceva questa speranza certa di Maria? Dalla grazia che aveva ricevuto. Dice infatti una bella frase di Péguy: per sperare occorre aver ricevuto una grande grazia.
L’altra sera ero fuori a cena con un ragazzo di 24 anni. Aveva subìto una delusione d’amore durante l’estate, dopo anni di fidanzamento. Durante il mese di novembre ha però conosciuto una ragazza, di cui si è innamorato. Pare che questo amore sia ricambiato, anche se non sono ancora ufficialmente insieme. Dopo la cena in cui traspirava euforia da tutti i pori, gli chiedo se ha speranza di iniziare una relazione stabile con lei. Mi risponde di sì e mi dice: «In questi due mesi sono successe troppe cose belle tra di noi, e non ho mai visto una compatibilità così grande con un’altra persona. Questo mi fa ben sperare». Silenzio. Poi aggiunge: «Sai, in altre circostanze avrei toccato ferro nel dire queste parole, ora invece sono fiducioso».
Per sperare occorre aver ricevuto una grazie grande. L’esperienza di questo ragazzo penso descriva bene ciò che sto dicendo. Solo chi ha ricevuto una grazia grande, come l’amore, può guardare al futuro con speranza. E così anche la Madonna: poteva essere certa che Dio l’avrebbe guidata, sostenuta, accompagnata, come anche che avrebbe compiuto il suo disegno su di lei, sulla sua vita, sul suo matrimonio, e infine sul mondo intero, perché la sua anima era come piena di ciò che le era accaduto. Dice infatti san Paolo: una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione (Ef 4,4), vocazione intesa come chiamata. L’evento dell’annunciazione era stata la grande grazia che le aveva cambiato la vita, e che la poteva spingere a guardare al futuro con speranza. Non erano poi mancati altri eventi di grazia, come l’essere di nuovo accolta da Giuseppe, il momento della nascita, gli angeli, i magi. Tutti eventi di grazia che l’avevano investita, le facevano guardare il futuro con speranza, le avevano svelato le promesse di Dio. Non solo. Questa speranza le permetteva di vivere il presente con fiducia, anche in mezzo alle difficoltà che incontravano lei e Giuseppe. Ecco perché la speranza è un futuro buono nascosto nel presente e che ha radici nel passato, dove ci sono le grazie ricevute. La certezza del compimento futuro ci fa vivere meglio il presente, con fiducia, leggerezza d’animo, capacità di abbandono e di affidamento.
Le strade per crescere nella speranza
Ora, è ovvio che noi dobbiamo fare il lavoro di calare questa esperienza di Maria nella nostra vita, nel vostro matrimonio, nella mia vita sacerdotale. E ognuno di noi deve chiedersi quali sono le grazie che ha ricevuto, tali per cui può guardare se stesso, il proprio matrimonio e il mondo attorno a noi, con speranza e non con disperazione. Ma soprattutto, occorre che ci domandiamo quali sono le strade che possiamo percorrere per coltivare uno sguardo di speranza. Perché, vedete, la speranza, proprio come disposizione d’animo, cioè come virtù stabile, può essere educata. Vi propongo qui tre strade:
1. La prima strada, la strada maestra che non mi stancherò mai di ripetere, è il silenzio, la preghiera. Non voglio essere pesante con questi richiami, ma lo ritengo un atto di carità nei miei e vostri confronti, quello di ricordarvi che senza momenti adeguati di silenzio e di preghiera non è che sia difficile vivere certe verità: è impossibile. In quale senso la preghiera aiuta la speranza? Nel senso che, nel dialogo con Dio, ognuno di noi può scoprire le proprie giuste dimensioni. Tante volte noi pensiamo a noi stessi o svalutandoci troppo, oppure esaltandoci eccessivamente. Questo ci fa cadere nella disperazione o nell’orgoglio, che è anch’esso disperazione. Nel silenzio invece possiamo pensare a noi stessi in modo equilibrato perché davanti a Dio riscopriamo chi siamo veramente, i nostri doni e i nostri difetti, i nostri desideri più profondi vengono di nuovo a galla, e davanti a Dio nostro padre ci ricordiamo che saranno compiuti, magari con modalità e tempi a noi sconosciuti, magari nell’aldilà, ma facciamo memoria che tutto di noi sarà compiuto. In altre parole, dice don Massimo Camisasca: «La preghiera è un modo per entrare nello sguardo di Dio su di noi e sul mondo. Dobbiamo chiedere a Dio di guardare le cose come le guarda Lui, di giudicare ciò che accade come lo giudica Lui, di vedere in ciò che accade ciò che vede Lui, di introdurci nel movimento con cui Lui raccoglie la nostra vita in unità attraverso ciò che a noi sembrerebbe dispersione». E inoltre, sempre nel silenzio, possiamo capire quali sono i veri eventi, cioè quelle grazie che alimentano la mia speranza, quali sono quelle trame che compongono l’esistenza. E così scopriremo che c’è un disegno buono preparato per noi e che ci attende e che non si tratta solo di punti sconnessi. Questo modo di vivere la preghiera è per me un alimento alla speranza.
2. Secondo consiglio: l’uso delle parole. Dice sempre don Massimo: «La parola ha un grande peso nella nostra vita e può essere un peso di alimentazione o un peso di depressione; può essere un peso costruttivo o distruttivo. Il parlare tra noi è una delle strade fondamentali che ci avvicina o ci allontana dalla speranza, che la fa nascere o la distrugge. Penso per esempio al parlare a tavola quando, tornando dal lavoro, una istintività non controllata ci fa rovesciare sugli altri qualcosa che poi occupiamo giorni a recuperare. O l’istintività di certe correzioni che sono, in realtà, nient’altro che uno scaricare sugli altri ciò che noi non riusciamo a vivere nella preghiera». Sono espressioni molto vere. Tante volte c’è tra di noi, nelle nostre case, tra gli amici, in famiglia, un modo di parlare che taglia le gambe, che annulla letteralmente quel pezzo di cammino che abbiamo fatto o che altri fanno. Non si tratta di vivere senza ironia. Ma di prendere coscienza che certi giudizi, affrettati, istintivi, o un rovesciare tutto su chi hai davanti, ti toglie speranza, e la toglie anche al modo con cui guardi e pensi a certe persone o a certe circostanze. Occorre che impariamo sempre più a dare giudizi ponderati e soprattutto assieme, per quanto possibile. E infine le parole vanno usate per chiedersi, quando si è intorno ad un tavolo alla sera assieme al marito o alla moglie: ma cosa Dio ci sta chiedendo? Invece di sprecare parole inutili, o giudizi affrettati, è più opportuno domandarsi quale sia la volontà di Dio su certi accadimenti. Magari anche con giudizi severi o con correzioni necessarie, ma sempre per entrare nell’ottica del disegno di Dio.
3. Ultimo punto: la gestione economica. E questa per me è la parte più interessante. Perché il risvolto più pratico della speranza è l’uso dei soldi e dei beni materiali. Un uomo che ha speranza non attacca il cuore ai soldi. Attaccamento che invece noi viviamo come conseguenza della paura, in particolare della paura della morte. Noi accumuliamo soldi e beni materiali, a volte senza nessun criterio, in fondo perché abbiamo paura che il futuro ci riservi qualcosa di spiacevole. E pensiamo che la nostra sicurezza dipenda dai beni che possediamo: ci sentiamo più tranquilli e rilassati quando abbiamo quel particolare bene, quella determinata somma in banca, eccetera. Ovviamente, non si tratta di non avere una giusta programmazione economica delle proprie spese, ma di domandarsi: qual è il criterio con cui io spendo o non spendo i miei soldi? Perché voglio accumulare? Perché voglio spendere? Su questo secondo me ogni famiglia dovrebbe fare la propria riflessione. Io vi posso dire qual è il criterio di ogni scelta economica: è la propria vocazione. Questa cosa che voglio comprare, questo uso dei soldi che ho in mente, aiuta o no la mia vocazione familiare? È ragionevole la mia preoccupazione oppure è esagerata e mi sto facendo assalire dall’angoscia? Sto riponendo la mia speranza nei beni che ho o nel Padre celeste che provvede ai suoi figli? Siamo sicuri che ciò che voglio acquistare sia così essenziale? Mi serve, cioè è a servizio della mia vocazione matrimoniale oppure ne sono io schiavo? Il tenore di vita che sto vivendo è quello giusto per me e per i miei figli o mi porta sulla cattiva strada? Sono aperto alle necessità dei miei fratelli? E potrei andare avanti all’infinito. Sono queste domande a cui occorre rispondere. Voglio farvi degli esempi: dove sta scritto per risparmiare non si chiami mai una babysitter o non ci si conceda mai un fine settimana fuori? Forse saranno i soldi meglio spesi. Oppure, al contrario, dovremmo imparare a tenere sotto controllo le spese che facciamo, per voci di costo: in questo modo potremo sapere in cosa spendiamo di più i soldi. E se magari ci rendiamo conto che spendiamo più di mille euro al mese di ristorante, anche se i soldi ci sono, questo non è giusto, è contro la povertà (che non è sciatteria, ma è leggerezza, libertà), e magari potremo decidere di investirli sull’asilo o sulla scuola di nostro figlio, oppure aiutare chi è più in difficoltà. Comunque, a parte gli esempi, è importante il criterio: cosa mi aiuta veramente a vivere la mia vocazione e cosa invece mi allontana da essa? In cosa sto riponendo la mia speranza?
Conclusione
Desidero chiudere con un’immagine che mi ha da sempre accompagnato quando penso alla speranza. L’immagine è quella semplice di un padre che prende in braccio suo figlio, lo solleva e lo lancia in aria. Mentre il padre lo alza, il bambino è felice, divertito. Quando, però, è in alto e non sente più le braccia del padre che lo sostengono, un fremito percorre il suo viso assieme però ad un grande sorriso divertito. Sa che il padre lo prenderà al volo. Lo sa, lo spera, ma la sua è una speranza certa. Ecco, la nostra speranza è quel bambino lanciato in aria: siamo chiamati a vivere questa vita con leggerezza e la letizia di chi sa che c’è sempre un Padre pronto a prenderci al volo.
