Luce e ombra: il mistero del Giovedì Santo nella nostra vita

Luce e ombra: il mistero del Giovedì Santo nella nostra vita

Meditazioni sul Giovedì Santo per gli Universitari

don Dennis Bensiek

Introduzione:

Canto: Se tu sapessi (Antonio Anastasio)

Siamo qui, dentro un tempo sottratto al flusso abituale delle cose, un tempo favorevole in cui la nostra vita può emergere con più verità, un luogo in cui possiamo permetterci di guardare senza difese ciò che siamo. E ciò che siamo, se siamo sinceri con noi stessi, è una strana mescolanza di luce e ombra. Da un lato, c’è in noi un desiderio grande e, perfino, luminoso: il desiderio di essere felici, amati, di vivere qualcosa di grande e vero. Ma insieme a questo, inevitabilmente, facciamo anche esperienza di qualcosa che contraddice questo desiderio del nostro cuore: paure, incoerenze, chiusure, ferite, sofferenze, compromessi, in una parola: peccato.

Luce e ombra: il punto è capire quale dei due ha l’ultima parola. Il Giovedì Santo è forse il momento in cui questa tensione appare nella sua forma più drammatica e, insieme, più rivelativa: è una notte in cui la luce più grande, il dono totale di Cristo, convive con l’ombra più profonda: il tradimento, la paura, l’abbandono.

“Se tu sapessi quanto ti ho aspettato”: è una frase che rimane quasi un po’ sospesa: non è innanzitutto qualcosa da capire, ma da scoprire con tutto il nostro cuore e con tutto il nostro essere. Il Giovedì Santo è proprio questo: il momento in cui Cristo decide di restare, il momento in cui la luce decide di illuminare l’ombra: non imponendosi, ma consegnandosi fino alla fine!

E, allora, la domanda per noi è decisiva: siamo disponibili a lasciarci guardare? Siamo disponibili a stare, almeno per un attimo, davanti a questa Presenza senza scappare, senza ridurla, senza difenderci? Chiediamo di poter essere qui davvero, con tutto quello che siamo. Consegniamo le nostre stanchezze e le nostre distrazioni, ma consegniamo soprattutto le nostre domande e il nostro desiderio di felicità e di compimento. Per iniziare basta solo questo: accorgerci che Qualcuno ci sta già aspettando.

Meditazione

Dentro una soglia

Il Giovedì Santo è una soglia reale, non simbolica. Era notte quando Giuda esce dal Cenacolo. E nello stesso momento, dentro quella stanza, Gesù prende il pane e dice: “Questo è il mio corpo”. La notte fuori, la consegna totale dentro: non sono due momenti separati, ma accadono insieme.

E questo è decisivo per noi: la luce di Cristo non arriva quando la notte finisce, ma mentre la notte accade. Il problema non è eliminare l’ombra dalla nostra vita, ma domandarci se ci lasciamo raggiungere da una luce dentro l’ombra.

Vorrei percorrere con voi tre incontri che Gesù fa nel Vangelo:

La Samaritana: una sete immensa

“Dammi da bere”. Gesù inizia così il rapporto con la donna samaritana al pozzo: espone sé stesso con una semplice domanda. E la donna resta spiazzata: “Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me?”. Si tratta di una distanza che Gesù desidera attraversare.

Poi arriva il punto decisivo: “Va’ a chiamare tuo marito”. È una frase stranissima, apparentemente fuori contesto. Ma è esattamente il punto dove la vita della donna è ferita. “Non ho marito”. È una risposta vera e difensiva insieme: dice il giusto, ma non dice tutto. E Gesù le risponde: “Hai detto bene, ne hai avuti cinque”. Qui accade qualcosa di impressionante: la donna si scopre conosciuta fino in fondo; conosciuta da uno sguardo e da un giudizio che salva! Questa è la prima esperienza della luce: essere guardati in un punto dove normalmente ci nascondiamo.

Anche noi, quante zone della nostra vita non vogliamo far vedere a nessuno: relazioni ambigue, compromessi, dipendenze sottili (soprattutto dai social), bisogno di conferma, paura di non valere abbastanza. Viviamo spesso come la Samaritana: andiamo al “pozzo” nelle ore più vuote, evitando lo sguardo degli altri, ritirandoci nella nostra solitudine. Eppure, Gesù ci aspetta proprio lì: non quando siamo a posto, ma quando siamo veri, anche se forse incompleti.

E le dice: “Se tu conoscessi il dono di Dio!” Come dire: tu hai sete, ma non sai ancora di che cosa. Ecco l’ombra: una sete confusa. Ecco la luce: qualcuno che la prende sul serio, più di lei stessa.

Il cieco nato: il dramma di vedere davvero

“Chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?” La domanda dei discepoli è anche la nostra. Davanti al male, cerchiamo subito una spiegazione o almeno un colpevole. Ma Gesù non risponde come ci aspetteremmo: “È perché in lui siano manifestate le opere di Dio!”

Poi, Gesù compie un gesto stranissimo: sputa per terra, fa del fango, lo spalma sugli occhi del cieco. Con questo vuole farci vedere che la luce non è un’idea! È qualcosa che tocca terra, che tocca la nostra umanità. Il cieco obbedisce: va a lavarsi, torna e ci vede. I farisei, che vedono fisicamente questo miracolo, non riconoscono nulla. Al contrario, il cieco, che prima non vedeva, comincia a capire sempre di più.

Qui emerge una verità decisiva: il problema non è essere ciechi, ma quello di pensare di sapere già: chi siamo, che cosa vogliamo, che cosa è giusto. Ed è vero: grazie alla nostra fede, grazie all’incontro con Cristo, abbiamo ricevuto dei criteri con cui vivere la nostra vita, con cui fare delle scelte. Si tratta di un dono che continuamente riceviamo dal rapporto vivo con Cristo. Invece, il sapere già si impossessa di questo dono, rischiando di non vedere più davvero.

La luce, invece, nasce da una disponibilità: lasciarsi aprire gli occhi, anche quando questo implica fatica. Ma noi vogliamo davvero vedere, o preferiamo restare nelle sicurezze costruite da noi? La nostra compagnia nasce dal lasciarci continuamente aprire gli occhi da Cristo.

Lazzaro: il punto in cui tutto sembra finito

“Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto”. È la frase di Marta. È una frase piena di dolore e di accusa. Come dire: dov’eri? Gesù non risponde subito. Prima, si commuove e, poi, piange: “Gesù scoppiò in pianto”. È uno dei versetti più brevi e più profondi del Vangelo. Dio piange! Non spiega il dolore, ma lo condivide.

Poi, Gesù va al sepolcro. “Lazzaro, vieni fuori!” E Lazzaro esce, ancora legato. Questo è impressionante: la vita ritorna, ma c’è ancora qualcosa da sciogliere. “Liberatelo e lasciatelo andare”. La risurrezione non elimina immediatamente tutti i segni della morte, ma introduce una nuova vita che nessuna morte può più bloccare.

Questa è la luce: anche quando tutto sembra chiuso e spento, non è l’ultima parola! Ma questa possibilità passa da un punto preciso: lasciarsi chiamare per nome. “Lazzaro”, una chiamata personale che nel tempo diventa vocazione e comunione. Ecco, la fede è una voce che chiama me personalmente e che mi mette in relazione con delle persone con cui camminare, mi mette dentro una “compagnia guidata al destino”.

Il Giovedì Santo: la compagnia di Dio dentro la notte

E arriviamo al Giovedì Santo: qui accade qualcosa di ancora più grande. Gesù non solo entra nell’ombra, ma Egli si consegna dentro l’ombra. Nell’Eucaristia, si dona come presenza permanente. Nel gesto della lavanda dei piedi, mostra che Dio è carità. E mentre tutto questo accade, c’è Giuda che esce per tradire, nel buio della notte. Questa contemporaneità è sconvolgente: la luce più grande e l’ombra più profonda accadono insieme. È così anche per noi. Possiamo essere dentro una compagnia cristiana, ricevere i Sacramenti, vivere momenti belli e intensi, ma e nello stesso tempo avere dubbi, paure, peccati.

Il Giovedì Santo ci dice che la presenza della luce vince: non eliminando l’ombra in modo magico o automatico. La luce vince l’ombra dall’interno: con un amore che converte i cuori dei potenti, con un amore che converte i nostri cuori: quello mio e quello tuo.

Dove accade oggi questa vittoria?

La vittoria della luce non accade in un’idea e neanche in uno sforzo morale, ma accade in luoghi precisi, quelli che ci indica Gesù stessa attraverso la Chiesa:

Nella compagnia: non siamo soli! La fede accade dentro un popolo. Una compagnia vera è il luogo dove la luce diventa visibile: nei volti, nei gesti, nella pazienza reciproca, nella possibilità di ricominciare, nell’entusiasmo missionario con cui desideriamo invitare tutto il mondo a partecipare a questa storia di salvezza.

Nei Sacramenti: oggi è proprio la festa dell’Eucaristia, che è il Sacramento per eccellenza: Cristo realmente presente in mezzo a noi. Non è un simbolo, ma è una presenza reale che entra nella nostra vita, la presenza da cui nasce la nostra amicizia, la nostra unità e la nostra compagnia. Inoltre, c’è la Confessione che è il luogo sacramentale in cui facciamo esperienza del fatto che l’ombra non ha l’ultima parola sulla nostra vita.

Nel silenzio e nella preghiera: senza un rapporto personale con Cristo, tutto il resto della nostra vita rimane sterile, esterno alla nostra vita di tutti i giorni. Il silenzio non è fuga, ma è lo spazio in cui possiamo lasciar emergere la verità di noi stessi e ascoltare la Parola di vita che è quella di Dio stesso.

La decisione della libertà

Alla fine, rimane un punto cruciale: la nostra libertà. Anche nel Giovedì Santo, davanti a Gesù, le persone reagiscono in modo diverso: Giuda chiude il proprio cuore; Pietro promette, ma poi cade; Giovanni, Maria Maddalena e le altre donne restano. La luce è offerta a tutti, ma non viene imposta con violenza. Anche noi possiamo restare sulla superficie, continuare a riempirci la vita di cose, tenendo alte le nostre difese. Oppure possiamo rischiare: lasciar entrare Cristo davvero in tutti i dettagli e in tutte le pieghe della nostra vita, anche in quelle che cerchiamo addirittura di nascondere da noi stessi! La luce vince dentro di noi sé decidiamo di farlo entrare nel nostro cuore e nella nostra vita.

E il Giovedì Santo è l’inizio di questa vittoria: una vittoria umile, nascosta, fragile in apparenza. Ma si tratta di una vittoria reale! Oggi possiamo chiedere una cosa semplice: non di essere perfetti, ma di lasciarci amare; come la Samaritana, come il cieco e come Lazzaro. Perché la nostra vita, con tutta la sua ombra, è esattamente il luogo in cui Cristo vuole far brillare la Sua luce.

Il Giovedì Santo non toglie la notte, ma introduce in essa una certezza nuova: Cristo sacramentalmente presente nella nostra vita, Cristo sacramentalmente presente nei volti di cui è fatta la nostra compagnia. E questa compagnia di Cristo è più forte dell’ombra: più forte della nostra sete disordinata, più forte della nostra cecità, più forte delle nostre morti interiori. Allora, la domanda finale non è: quanto sono capace? Ma: quanto mi lascio raggiungere? La luce ha già iniziato a vincere e chiede soltanto di poter entrare nella nostra vita.

Omelia durante la Messa dell’Ultima Cena:

Nel cuore dell’Ultima Cena, in cui Gesù istituisce l’Eucaristia e il sacerdozio, le due realtà fondanti della compagnia della Chiesa, Gesù compie un gesto scandaloso: si alza da tavola, si cinge un asciugamano e lava i piedi ai Suoi discepoli. Egli, che è Maestro, Messia, Figlio del Dio che ha creato l’universo, compie un atto da schiavo: un gesto umiliante, ma necessario perché i piedi sono davvero sporchi, segno reale del male commesso da ciascuno di noi.

In questo gesto si gioca tutto: Gesù non fonda la comunione su un sentimento o su una affinità, ma la fonda su una carità che si china, che si mette letteralmente in ginocchio. La comunione nasce da un amore che serve, che prende su di sé la realtà dell’altro, senza condizioni. Ecco perché Pietro resiste: capisce che lasciarsi amare così significa perdere il controllo, che lasciarsi amare così significa mettere la propria vita e il proprio cuore nelle mani di un Altro. E, infatti, Gesù gli dice: “Se non ti laverò, non avrai parte con me.”

Ecco, la comunione comincia da qui: dal lasciarsi amare. Non dal nostro sforzo di essere sul pezzo, ma dall’accogliere un amore che ci precede e ci raggiunge proprio nella nostra povertà. Non siamo un gruppo di persone coerenti o brave, ma siamo un luogo dove ci si lava i piedi a vicenda, dove ciascuno è guardato, amato e servito dagli amici, dai compagni vocazionali che Dio ha messo sulla strada della nostra vita. L’altro non è innanzitutto qualcuno da convincere o da sistemare, ma qualcuno da amare fino in fondo, fino a piegarsi. La misura della nostra comunione non è l’efficacia, ma la disponibilità del nostro cuore a lasciarsi amare. Sant’Agostino dice una cosa bellissima: nella Chiesa ci si corregge e ci si aiuta a vivere secondo l’ideale della fede accogliendo con carità la carne e l’umanità dell’altro, così come Gesù ha accolto e avvolto i piedi degli apostoli con l’asciugamano dopo aver lavato i loro piedi.

Allora, capiamo anche perché Gesù lega questo gesto all’Eucaristia. Perché la comunione con Lui passa attraverso questa forma: un amore che si dona, che si abbassa, che si spezza. Come dice don Giussani: “Non c’è vera comunione senza carità!” Per noi oggi questo è il punto: lasciarci lavare i piedi da Cristo, cioè lasciarci raggiungere dal Suo amore, e imparare da Lui a fare lo stesso: nelle amicizie, nello studio, nei rapporti faticosi, nella nostra missione in università.

Solo così, la nostra compagnia diventa segno: non perfetto, ma vero; un luogo dove Cristo è presente perché si vede all’opera il Suo stesso amore. Poniamoci oggi questa domanda: “Ma io mi lascio amare così?” È proprio da lì che tutto ricomincia, che tutto il resto prende senso.

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