Mi perdoni?

Possiamo donare solo ciò che abbiamo ricevuto per primi

Meditazione di don Paolo Pietroluongo per gli Incontri di Casa Santa Giulia del 22 febbraio 2025, sul tema del perdono.

0. Introduzione

Arrivati al penultimo incontro di Casa Santa Giulia, dopo gli incontri precedenti su Fraternità e Amicizia, grazie soprattutto al bellissimo intervento di Madre Monica, mi sono domandato: cosa altro possiamo dirci su questi temi che sono così ampi e su cui potremmo parlare per giorni? Ho capito questo: se non introduciamo nelle nostre vite quotidiane, almeno come possibilità, il tema del perdono, rischiamo sempre di arrovellarci in questioni, meccanismi, dinamiche che alla fine ci ingolfano.

1. Gesù non è un buon CFO

Dio non è un buon amministratore. Anzi, più precisamente, Gesù non è un buon CFO. Il CFO nelle aziende è quello che tiene a posto i conti, i bilanci, entrate, uscite, debiti e crediti. Ecco, Gesù in tema di economia ha qualche difetto, non è molto esperto e fa anche un po’ di confusione; confusione che però torna a nostro vantaggio. Perché dico questo? Perché leggendo alcune parabole vedo che Gesù tratta la questione dei debiti e dei crediti in un modo assolutamente irragionevole: nessun amministratore, nessun padre di famiglia farebbe i conti come li fa Lui. Se Gesù fosse a capo dell’agenzia delle entrate, questa andrebbe in crisi e chissà quanti contribuenti più felici ci sarebbero!

Proviamo a commentare una di queste parabole (Mt 18,21-35). Gesù prende spunto da una domanda di Pietro:

Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?

E badate che a Pietro, un simile numero, sembra già eccessivo!

E Gesù gli rispose: Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.

Già qui abbiamo un primo indizio: gli ordini di grandezza di Gesù sono completamente diversi dai nostri, soprattutto quando si parla di perdono: 70 volte 7 vuol dire sempre. A noi sembra già tanto perdonare 7 volte; Gesù invece, fonte del bene, dell’amore, amore Egli stesso, non può che usare ordini di grandezza diversi. Siamo chiamati, perciò, ad entrare in una nuova esperienza che non ha misura, deve essere come il respiro.

E poi Gesù inizia a raccontare la parabola.

Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi.

C’è un re, Gesù, che regola conti con tutti i servi: tutti abbiamo dei conti in sospeso con Dio, di dare/avere direbbero gli economisti. A volte, noi pensiamo erroneamente che è Dio ad avere dei conti in sospeso con noi (al contrario, siamo noi ad avere i conti in sospeso con Dio) e tutti siamo in sospeso, anche coloro che non sembra siano debitori.

Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito.

Un tale gli doveva diecimila talenti. Un talento, all’epoca di Gesù, equivaleva circa a 30/40 kg di metallo prezioso, di solito oro o argento. Quindi, diciamo che il debito di questo tale si aggirava circa a 340 tonnellate d’oro, pari a circa 20 miliardi di euro. La cifra, dunque, lo capite da soli, è esorbitante. Tenendo presente che la paga media ai tempi di Gesù è di circa 1 denaro al giorno, vuol dire che questa persona, non sarebbe mai riuscita a saldare il suo debito. Eppure, coraggioso, forse a causa della famiglia che non voleva perdere, supplica il re, e lo fa mentendo spudoratamente: Ti restituirò ogni cosa. È una falsità, non avrebbe mai potuto saldare questo debito. Il Re lo sa perfettamente, ma nonostante il debito enorme, nonostante la bugia grossa come una casa: il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Gesù sarà pure un pessimo CFO, ma per fortuna nostra fa prevalere i sentimenti sui conti: ebbe compassione. Cosa stanno a significare questi diecimila talenti? E cosa significa che non possiamo ripagarli? Non ci basterebbe lavorare una vita intera per ripagare i doni che Dio ci ha fatto. Si tratta, cioè, di quei doni che non abbiamo fatto nulla per avere e per cui non è stato richiesto un pagamento: ad esempio il dono della vita – noi in questo momento stiamo vivendo, il cuore batte, il sangue circola nelle vene – ci rendiamo conto di ciò che ci sta intorno. Stiamo facendo qualcosa che meritarci tutto questo? Oppure la bellezza e anche la drammaticità dei nostri sentimenti, l’aria che respiriamo, i colori della natura, i sorrisi dei bambini, la bellezza dell’arte e della musica, la diversità dei colori, ma anche più semplicemente un albero. Oppure il dono dei figli o dell’amore dato e ricevuto. Tutto questo ci è stato dato e condonato. E non ci è stato chiesto nulla in cambio, se non accettarlo, accoglierlo.

2. La memoria del bene ricevuto

Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Cento denari sono una cifra irrisoria rispetto ai diecimila talenti. Sarebbero bastati 100 giorni di lavoro. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”.

È incredibile. Per molto meno di quanto è stato donato e perdonato a noi, siamo pronti a strozzare i nostri fratelli, a sottolineare i loro debiti nei nostri confronti. Noi sì che siamo bravissimi CFO, teniamo bene i conti di quanto ci è dovuto. E badate, questo secondo servo usa le stesse parole che il primo aveva usato con il re. E questo primo servo non ha memoria, non ricorda nulla, ma guarda solo quello che gli è dovuto. Non è cosciente di quanto è stato dato per la sua salvezza e per la sua felicità. Non si ricorda della compassione che è stata usata con lui. Non si tratta, dunque, solo di saper imitare esteriormente il re, nelle parole e nei fatti, ma, come ci ricordava Madre Monica, di avere in noi il perdono di Dio: se l’abbiamo in noi, allora possiamo scambiarcelo. Ti amo, e ti perdono, con quell’amore con cui io sono amato e perdonato. Se è in noi questa memoria positiva del bene che abbiamo ricevuto allora è più facile scambiarcelo. Se in noi c’è questa memoria di quanto la nostra miseria è abbracciata continuamente da Dio, allora potremo avere in noi questo sguardo di bene e consegnarlo anche agli altri. Se invece in noi c’è questo sguardo di calcolo, di recriminazione sulla nostra vita, lo avremo anche sugli altri. Allora, una strada che voglio segnalarvi è quella di questa memoria del bene ricevuto, la memoria dei diecimila talenti che ci sono stati donati. Quanto è importante questo nella vita comune, nel matrimonio, nel rapporto con i figli: la memoria del bene che abbiamo ricercato insieme; la memoria di quanto posso fare io grazie alla presenza del fratello; la memoria di quanto fa bene il fratello; di quanto fa bene il figlio! Certo, poi ci correggiamo, se necessario, ci lanciamo anche i piatti – può capitare – ma poi dobbiamo tornare a questa memoria.

Una di voi mi ha scritto:

“Io devo fare l’inventario di quello che ho ricevuto. Nel senso di elencare i doni che abbiamo già tra le mani. Con i figli a volte puoi permetterti di correggerli 2-3 volte in una giornata altre volte sono in difficoltà e non è opportuno muovere nessun rimprovero. Sarebbe troppo gravoso. In quei momenti è vitale sottolineare il bello che c’è, invece di soffermarsi su quello che manca ancora.”

3. Il combattimento spirituale – Un cammino verso l’unità

Coltivare questi pensieri di bene, nella strada del perdono, è un cammino. Si tratta di quel combattimento spirituale di cui ci parlava Madre Monica l’altra volta. Dobbiamo essere sinceri e dirci che non siamo ancora dei buoni cristiani che sanno perdonare. Facciamo fatica anche solo a sopportare le molestie di chi ci sta accanto, i loro difetti e le loro debolezze. Anche solo non parlare male di alcuni a volte è una grande fatica. E ancor prima della parola, c’è il pensiero che inquina il nostro cuore. Magari fuori siamo persone silenziose, e sembra quasi che sappiamo sopportare pazientemente. Ma poi nel nostro cuore abbiamo la guerra. Quando Madre Monica parlava della maldicenza, non parlava solo delle parole che, come spade, possiamo usare gli uni contro gli altri; ma, come ha fatto notare una di voi, si tratta di qualcosa di più profondo. C’è come un tribunale interiore, tanto più severo perché più nascosto, che ognuno di noi coltiva interiormente. Ed è su questo tribunale, la nostra anima, che noi dobbiamo vigilare. Si tratta di quel lavoro di custodia del cuore su cui noi sacerdoti, ma molto meglio e prima di noi, i padri della Chiesa hanno scritto e lavorato. Custodire il nostro cuore, come sorgente da cui poi escono pensieri e parole.

Dunque, senza volerci dire subito se siamo capaci o meno di perdonare, dobbiamo esaminare il nostro cuore, la nostra anima, e domandarci: lo custodisco veramente dai pensieri di male e dagli assalti del maligno? Questa custodia è come la preparazione atletica per camminare poi la maratona del perdono. Spesso mi capita di sentirmi dire: “io ci provo a custodire il mio cuore, ma poi quando prego o semplicemente vivo la mia giornata, non riesco a scacciare il ricordo o il pensiero di chi mi ha fatto del male, delle persone che mi irritano, o di situazioni faticose che mi spaventano.”

Una di voi mi ha scritto:

“Come si fa a non essere assaliti e assillati da pensieri angoscianti rispetto a ciò che potrebbe succedere?”

Penso che sia importante ricordare una cosa che noi spesso dimentichiamo: Satana, il maligno, ci mette i bastoni tra le ruote. Se c’è un combattimento è perché c’è un nemico. Come possiamo combattere questa lotta? Per aiutarci voglio leggere un passo del Vangelo di Luca (Lc 11,15-23). Gesù sta parlando delle insidie di Satana che cerca di rovinare la nostra casa interiore. E dice:

Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, ciò che possiede è al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via le armi nelle quali confidava e ne spartisce il bottino.

L’uomo forte ben armato, ad una prima lettura, possiamo essere noi armati di tutte le nostre buone intenzioni. E ciascuno di noi fa la guardia al proprio palazzo, ovvero alla propria anima. E pensiamo che il nostro cuore sia al sicuro. Partiamo dunque dal presupposto che noi sappiamo proteggere noi stessi da soli, con le nostre forze. Ma poi avviene che un solo pensiero malvagio, demoniaco, più forte di noi, prenda il sopravvento e ci faccia vedere tutto nero intorno a noi: tutti sono cattivi e tutti ce l’hanno con noi: insultiamo interiormente i nostri fratelli, nostra moglie, nostro marito, i nostri figli. Satana è l’uomo più forte di noi che ci strappa le armi, le nostre difese, e prende possesso di noi. Questa potrebbe essere una lettura spirituale. Ma ce ne può essere un’altra, che a me piace di più.

L’uomo forte è Satana che fa la guardia al nostro palazzo. Vuol dire che noi siamo già sotto assedio. Satana ci fa nascere dei pensieri malvagi contro i nostri fratelli: quello sbaglia sempre, quello mi ha ferito, quello non mi considera, quello si fa i fatti suoi, nessuno vede i miei sacrifici. Questi pensieri sono come le frecce di Satana che vengono scagliate nel nostro cuore. Ma, per fortuna, c’è un uomo più forte di lui, che è Cristo, che strappa le armi in cui Satana confidava e ne spartisce il bottino, cioè le usa contro Satana stesso. Cosa vuol dire in pratica? Quando ti senti assalito da pensieri di ira, irritazione, maldicenza, lamentela, disperazione e tu non vorresti averne perché vedi che inquinano la tua anima, usa – con l’aiuto di Cristo, invocandolo, nel momento di coscienza che il Signore ti da – questi pensieri offrendoli al Signore: Gesù, ti offro questo pensiero negativo su questa persona per la sua felicità, perché si converta, perché si migliori, eccetera. In questo modo noi prendiamo i dardi di Satana e li rimandiamo al mittente: le armi che Satana usava per dividerci dai fratelli, con l’aiuto di Cristo li usiamo per la loro e nostra Salvezza. E una pace nuova, inaspettata, una prospettiva nuova si apre nella nostra anima. Scopriamo che è possibile, se non ancora perdonare, pregare per chi ci affligge e perseguita, e tutto diventa occasione di amore, anche i nostri momenti di grave difficoltà.

Così facendo, la nostra vita inizia a diventare più unita davanti a Dio.

4. Gesù vuole che ci distraiamo

Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. (Mt 5,23-26)

Quante volte, durante la messa o dentro le nostre preghiere, il pensiero del fratello che è irritato con noi o con cui abbiamo un problema, inquina la nostra preghiera! Magari sei pronto a donare la tua anima a Dio, a consegnarti a Lui con un dono reale, vero, di te stesso, e poi nasce in te il ricordo di quella situazione faticosa che disturba la preghiera. Quante volte diciamo che ci distraiamo nella preghiera, per colpa di quelle difficoltà relazionali che viviamo. Come una contrizione, un rimorso, che ci mette a disagio davanti a Dio. E capiamo che deve succedere qualcosa con il nostro fratello, che non basta ignorare il problema. Proprio perché vogliamo questa unità profonda della vita; proprio perché come abbiamo più volte detto, non si può scindere, nel cristianesimo, il cammino verso Dio e l’amore fraterno.

Ecco, dunque, che Gesù stesso ci dice di distrarci, di ricordarci di quella persona con cui abbiamo difficoltà relazionali, perché la nostra offerta, la nostra preghiera sia compiuta. La riconciliazione fa parte della preghiera e dell’offerta. Anche se l’altro non vuole questa riconciliazione, o sembra troppo gravoso a noi percorrere questa strada, innanzitutto possiamo dare la nostra anima a Dio, anima nel senso di psiche, di giudizi, di reazioni incontrollate e immediate, per uscire da un ripiegamento su noi stessi e ricevere in cambio lo Spirito Santo, che viene a donarci carità, sguardi nuovi, sentimenti nuovi, per abbracciare con pazienza le avversità. Donare a Dio la nostra umanità ferita per ricevere, con il dono dello Spirito, un’umanità nuova. Questo è il vero culto, la vera offerta di noi stessi. E questo ci donerà anche la forza di abbracciare, almeno nella coscienza, i nostri fratelli, invece di strozzarli.

Voglio concludere leggendovi una cosa che mi ha scritto una di voi, come invito a tornare all’essenziale:

“Riscoprire ciascuno per sé la grazia di avere incontrato Gesù, questo è essenziale.”

I diecimila talenti, questo tesoro che ci è stato donato, è l’incontro con Gesù Cristo: questo è il tesoro più prezioso. Ricordiamoci sempre di averlo incontrato.

“Proporrò al nostro gruppetto di famiglie di vedersi più spesso anche solo per dire il rosario insieme. Pregare insieme rinvigorisce la speranza e rende certi della resurrezione.”

Domande e risposte

Domanda Perdonare per me significa che l’altro è un mistero e che va bene così com’è. La maggior parte delle volte però non riesco a smettere di controllare l’altro. Questo non mi fa perdonare ed essere in pace perché non riconosco più il mistero. Come faccio a mollare e smettere di pensare di sapere tutto dell’altro?

Risposta Nel Vangelo che ascolteremo questa sera Gesù chiede di perdonare ai nemici. Il nemico non è solo chi ti fa il male, il nemico è anche chi è diverso da te, ciò che è altro da te, perché con la sua alterità viene a disturbare la tua vita. Avere sempre questa coscienza dell’alterità dell’altra persona – che è diversa da come la immagini tu e che quindi è più grande dei tuoi pensieri e dei tuoi progetti, seppur di bene, che tu hai – coltivare sempre questi pensieri è possibile solo se insieme, o anche singolarmente, ci mettiamo davanti a Dio, che è totalmente altro da noi. Io non potrei voler bene ai miei fratelli, noi non potremmo volerci bene se non ci mettessimo davanti a Colui che è più grande di noi. Tu pensi di saper tutto dell’altro perché, in fin dei conti con orgoglio, pensi di essere Dio. Ad esempio, pensi di sapere sempre quale sia il bene dei figli, invece di accettare che il figlio sia un mistero molto più grande di quello che tu hai già capito di lui. Io questo riesco a farlo solo quando mi metto davanti a Dio, che è Mistero per eccellenza. Quindi è questo il consiglio che io do, molto umilmente: solo se ti metti davanti a Dio, che è molto più grande di te, allora acquisisci tu una posizione di umiltà che ti rimette in ascolto dell’altro, te lo fa guardare senza progetti. Se invece tu sei sempre davanti solo a te stesso è ovvio che prima o poi anche dell’altro penserai di conoscere tutto. Però mi piace ricordare una cosa che ha detto Madre Monica l’altra volta: non dobbiamo scandalizzarci di questo. Come faccio a mollare tutto e smettere di pensare di sapere tutto dell’altro? È normale che accada, soprattutto quando si vive assieme. Senza scandalo, facciamo questa fatica di rimetterci davanti a Dio. Adesso ci sarà la messa, non bisogna aspettare domani mattina, lo posso fare adesso. Ci mettiamo davanti all’Eucarestia e diciamo “Signore, aiutami guardare l’altro nella sua interezza”.

Domanda Cosa può aiutare durante il cammino del perdono? Di fronte a un dolore grande, quali sono gli strumenti che possono aiutare a fare il passo di abbracciare l’altro, almeno con la coscienza?

Risposta Innanzitutto, come dicevo prima, la memoria del bene ricevuto. La memoria del bene ricevuto sembrerà una cosa banale, ma provate a farla. Io ho iniziato in queste settimane, perché davanti a certe situazioni che non riesco a cambiare, di me stesso e degli altri, ho solo due possibilità: o continuo a lamentarmi e a inquinare la mia anima – ma dopo un po’ mi stanco – o inizio a far memoria dei talenti che Dio a poco a poco mi concede. Coltivare questa memoria del bene cambia lo sguardo: la memoria del dono della vita, la memoria del battesimo, della fede, la memoria della vocazione, del sì che abbiamo detto. Israele per andare avanti nel cammino e uscire dalla terra d’Egitto, quando non capiva dove stava andando, in mezzo a mille contraddizioni, e poi quando c’è stata la deportazione a Babilonia, in tutti questi secoli, Israele per avere speranza si è sempre ricordato del bene che aveva ricevuto da Dio. “Il Signore ci ha fatto uscire dalla terra d’Egitto con mano potente e braccio teso”. “Il Signore non ci ha fatto mancare la sua vicinanza mentre camminavamo nel deserto”, “ci ha dato le quaglie, ci ha dato la manna, l’acqua che sgorgava dalla roccia”. Se tu non fai memoria di quanto hai ricevuto, non puoi avere speranza nel guardare l’altro, il figlio, il matrimonio. È questo che ti dà la forza di affrontare le contraddizioni: la memoria della paternità di Dio.

Il secondo strumento che mi sta aiutando è l’Adorazione Eucaristica. Nell’adorazione eucaristica sei aiutato a ricevere, non devi fare performance, non ti devi sforzare, l’adorazione è Gesù che ti guarda, non c’è altro da aggiungere. E questo aiuta, ti educa a ricevere e non sempre a dare.

La terza cosa è la confessione. Confessarsi frequentemente, non solo quando si commettono peccati gravi. Quando ci si confessa si dicono i propri peccati – non quelli degli altri – e non ci si deve giustificare. Il Signore ti perdona sempre. Non bisogna far tante riflessioni sulla confessione. Tu vai, lì dici “ho sbagliato questo, questo e questo” e Gesù ti dice “ti perdono”. Dove lo troviamo un altro posto così? E non è solo un’idea. Il perdono vuol dire che la confessione ti riammette nella comunione con Dio e con i fratelli, quella comunione che tu hai rotto. Attraverso la confessione Gesù ti perdona, la ristabilisce. Tant’è vero che tu dopo la confessione vai a fare la Comunione. Quindi andare a confessarsi, non solo quando si fanno i peccati gravi, dire i propri peccati, non quelli degli altri, e poi dirli e basta senza trovare giustificazioni. Anche quando abbiamo commesso solo dei peccati veniali. Che cosa vuol dire peccato veniale? Che indebolisce la comunione. Magari tu non hai strozzato nessuno, letteralmente, però, nella tua mente… non riesci a non andare dietro a quel pensiero malvagio che ti è nato. Mio marito non fa questo, non fa quell’altro, ti nasce e non riesci a scacciarlo subito. Allora lo alimenti. Quello è un peccato veniale che col tempo indebolisce la comunione con tuo marito. Vai a confessarti. “Ho pensato male di mio marito”. Punto. Non so voi, io dopo la confessione sento una leggerezza infinita, ti spuntano le ali.

Quindi questi tre strumenti: la memoria del bene, l’adorazione eucaristica, cioè non stare a pensare a quello che devi dare tu, ma preoccupati di ricevere, e poi la confessione, come accusa dei propri peccati ed esperienza che Dio è venuto a perdonare i peccati del mondo. Come si dice nella messa, “ecco l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”. Gesù è venuto a perdonare i peccati del mondo ma è venuto a perdonare il tuo peccato, quello, quello che fa schifo a te, quello che non sopporti tu di te, è venuto a perdonare proprio quello, proprio quello lì.

Domanda Da tempo, quando dico il “Padre nostro”, quando arrivo a “come noi li rimettiamo ai nostri debitori” faccio l’esercizio di farmi venire in mente una persona che detesto. La cosa bella è che lentamente il numero di persone che detesto … sta diminuendo.

Risposta Grazie a chi ha scritto questa cosa. L’altro giorno mi hanno dato un testo bellissimo di Santa Teresa di Lisieux dove diceva che lei chiedeva alle sue consorelle di andare a disturbarla mentre stava facendo cose pratiche che richiedevano pazienza come dipingere le icone. Quando disturbano noi mentre siamo concentrati, apriti Cielo! Lei proprio desiderava questo. Ma quello che dobbiamo trattenere di questa testimonianza di Teresa di Lisieux è che tutto serve, è a servizio di un amore. Gesù ci dice queste cose per farci crescere nell’amore, per donarci uno sguardo nuovo. Anche la persona che tu detesti può essere oggetto di preghiera per crescere nell’amore.

Domanda Nella coppia come si perdonano i difetti di cui l’altro non ha colpa? Ad esempio, alcune caratteristiche eredite dalla famiglia di provenienza.

Risposta Siccome l’altro è un mistero, non si smette mai di conoscersi. Il fatto che l’altro ha dei difetti che uno scopre durante la vita di coppia, durante la vita comune, ci deve insegnare che noi siamo sempre chiamati a metterci in ascolto dell’altro, per capire il perché di certi comportamenti, di certi atteggiamenti. Il dialogo non finisce dopo i primi dieci anni di matrimonio, e dialogo non vuol dire organizzare l’agenda della casa o l’agenda dei figli, il dialogo è: “come stai? come sto io?”. Sentire dall’altro il perché di certe cose, leggere tra le righe. Quindi un consiglio è non smettere mai di mettersi in ascolto dell’altro, dialogare dentro la casa, fare l’incontro della casa mensile.

Domanda Come conciliare il desiderio di vedere i figli impiegare il tempo in maniera fruttuosa, sfruttando bene i loro talenti, con la necessità di non risultare oppressivi/rompiscatole? È utile dire al figlio “bravo, hai preso 6” quando con un minimo sforzo avrebbe tranquillamente preso 7?

Risposta Questo dovete accettarlo: per i vostri figli siete dei gran rompiscatole. Non ve la prendete è così, ma anche noi lo siamo per loro per alcune cose. È utile dire al figlio: “Bravo, hai preso sei” quando con un minimo di sforzo avrebbe tranquillamente preso 7? Non si può generalizzare, ovviamente, e non voglio neanche farlo. Il fatto che i figli non mettano a frutto i loro talenti e che perdano tempo dà fastidio anche a noi. Anche se vediamo un adulto che perde tempo e non mette a frutto i suoi talenti ci innervosiamo, e ci innervosiamo ugualmente con i figli. Dobbiamo domandarci perché non sta dando tutto quello che può, che problema ha? Se uno guarda solo la necessità che prenda 7, lo hai già rinchiuso. Può dare di più? Forse sì, ma se non riesce a dare di più bisogna capire il perché piuttosto che ostinarsi sul traguardo del sette. San Giovanni Bosco diceva che un incoraggiamento, uno solo, vale più di dieci richiami. Un incoraggiamento fatto col cuore vale più di dieci oppressioni. In questo non dobbiamo aver paura perché siamo assieme. Parlo soprattutto per chi ha i figli, qua siamo insieme. Il tema della comunità che educa non è passato, non è finito, dobbiamo percepirci di più insieme. Lo sguardo di un genitore dice una cosa, lo sguardo nostro dice un’altra e dobbiamo metterli assieme. Però anche il nostro sguardo è parziale sui vostri figli. C’è un episodio, che secondo me, risponde a questa domanda.

“È il 1859. Un giorno, Thomas Edison, 12 anni, torna a casa da scuola e consegna una lettera a sua madre. La madre, Nancy Matthews Elliott, inizia a leggere e gli occhi le si riempiono di lacrime. Legge a voce alta: “Vostro figlio è un genio, questa scuola è inadatta a lui. Qui non abbiamo insegnanti idonei alla sua formazione. La preghiamo di istruirlo lei personalmente.” Thomas è felice. E la madre da allora questo farà: seguirlo con cura, impegno e amore. A 14 anni Thomas inizia a lavorare come operatore telegrafico, e a 21 deposita la sua prima invenzione. Saranno 1.093 i brevetti registrati a suo nome, in tutto il mondo. Ma lui rimarrà arcinoto per l’invenzione della lampadina e del fonografo. È il 1908. La madre di Thomas muore. E lui, mentre guarda tra i ricordi e le vecchie cose di famiglia, trova una lettera. Quella lettera. La prende e la legge. “Vostro figlio ha problemi nell’apprendere a causa di un ritardo mentale. Rappresenta un problema anche per gli altri alunni. La preghiamo di non mandarlo più nella nostra scuola.””

Allora chiediamoci come stiamo guardando i ragazzi. Li guardiamo perché ci aspettiamo che il loro successo sia la nostra realizzazione come genitori e come educatori? È vero, magari qualcuno può dare di più, non c’è dubbio, ma non è che noi stiamo guardando il successo del ragazzo come un modo per sentirci realizzati come genitori e come educatori? Non è un’accusa, io mi faccio sempre un esame di coscienza perché devo sempre rinunciare al progetto che ho sul ragazzo, per guardare a lui, al suo cuore e alla sua vita. Cos’è bene per questa persona? Anche su questo però non ci scandalizziamo, mi raccomando, quello che vince è il fatto che siamo assieme e il fatto che la nostra è una comunità che educa.

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