Non perfetti ma chiamati

Non perfetti ma chiamati, copertina quaderno

Riflessioni e domande sui vangeli del giorno

Vacanze dei giovani a Sperlonga, 9 – 23 agosto 2026
don Gianluca Attanasio

Gli spunti di riflessione e le meditazione basati sui Vangeli del giorno, proposti durante le vacanze dei giovani a Sperlonga dal 9 al 23 agosto 2026; un aiuto per la preghiera personale, il confronto e la riflessione sulla propria esperienza.

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9 agosto – Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 14,22-33)

 [Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

La fede di Pietro non è l’assenza di paura, ma il grido che nasce proprio mentre affonda. Pietro trova il coraggio di scendere dalla barca, di fidarsi, ma appena si accorge della forza del vento la paura riprende il sopravvento e comincia a sprofondare. Eppure è proprio in quell’istante di massima fragilità, quando ogni sicurezza sembra venir meno, che nasce la preghiera più vera e più essenziale di tutto il Vangelo: «Signore, salvami!».
Ed è lì, nel punto più basso, che la mano di Gesù si tende e lo afferra, senza prima rimproverarlo, senza attese: subito. Solo dopo, una volta al sicuro, viene la domanda «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?» — non come condanna, ma quasi come un invito a comprendere che la mano di Gesù era già lì, pronta, anche mentre Pietro dubitava e affondava. È forse questa la buona notizia più consolante del brano: non dobbiamo avere una fede perfetta per essere salvati, basta gridare, anche affondando.

  • Anche Gesù, pur essendo Figlio di Dio, sente il bisogno di ritirarsi in preghiera, da solo. Nella tua vita, trovi dei momenti per raccoglierti così, in disparte?
  • Talvolta, come Pietro, abbiamo un grande coraggio e ci buttiamo, ma poi ci prende la paura — ed è proprio mentre si impaurisce e comincia ad affondare che Pietro grida al Signore di salvarlo. Le nostre paure non sono una debolezza, ma, vissute nella fede, possono diventare una strada per entrare in un rapporto più profondo con Gesù. Cosa fai normalmente, tu, quando ti trovi in difficoltà? Hai l’umiltà di chiedere aiuto a Dio e agli amici?

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10 agosto – Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi (2Cor 9,6-10)

 Fratelli, tenete presente questo: chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà e chi semina con larghezza, con larghezza raccoglierà. Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia.
Del resto, Dio ha potere di far abbondare in voi ogni grazia perché, avendo sempre il necessario in tutto, possiate compiere generosamente tutte le opere di bene. Sta scritto infatti: «Ha largheggiato, ha dato ai poveri, la sua giustizia dura in eterno».
Colui che dà il seme al seminatore e il pane per il nutrimento, darà e moltiplicherà anche la vostra semente e farà crescere i frutti della vostra giustizia.

San Paolo scrive: chi dona con larghezza non si impoverisce. È un’immagine che ribalta la logica comune, secondo cui dare significa perdere qualcosa: nella prospettiva di Paolo, invece, il dono è la condizione stessa perché la vita cresca e porti frutto, così come il seme deve essere gettato nella terra, apparentemente “perso”, perché possa germogliare.
Ma ci dice anche che non basta donare, occorre farlo “secondo quanto ciascuno ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza”. La vera misura del dono, allora, non è la quantità offerta, ma la libertà interiore e la gioia con cui viene fatto. Un dono estorto, dato per obbligo o per timore, non porta la stessa fecondità di un dono liberamente scelto, perché è lo spirito con cui doniamo — più ancora del gesto in sé — a renderci partecipi della logica di Dio, che è Colui che dà per primo e senza misura, e che promette di far abbondare in noi ogni grazia perché possiamo, a nostra volta, essere generosi senza timore di “impoverirci”.

  • San Paolo ci parla della semina e del raccolto: chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà, chi semina con larghezza, con larghezza raccoglierà. Ripensando a quest’anno appena trascorso, come descriveresti la tua semina? Quando o dove ti è capitato di sperimentare la gioia di donarti? Hai mai fatto esperienza di una donazione gratuita, fatta con gioia, che ti ha reso davvero felice?
  •  San Paolo ci dice che Dio ci chiede di donare con larghezza, ma di farlo con libertà del cuore, non con tristezza né per forza. Quest’anno ti è capitato di donare qualcosa sentendoti in qualche modo costretto, per dovere o per timore del giudizio altrui? Pensa magari alle relazioni con gli amici, alle attività che vivi a Santa Giulia o al tuo rapporto di coppia.

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11 agosto – Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 18,1-5.10.12-14)

In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?».
Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse:
«In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me.
Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli.
Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita? In verità io vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. Così è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda».

I discepoli chiedono chi sia il più grande, e Gesù risponde non con un discorso, ma con un gesto: prende un bambino e lo mette in mezzo a loro. Nel mondo di allora il bambino non era un simbolo di innocenza o tenerezza, come spesso lo intendiamo noi, ma la figura di chi non conta nulla, chi non ha potere né voce in capitolo. Ed è proprio questa piccolezza, questa condizione di totale dipendenza e mancanza di pretese, che Gesù indica come la via della grandezza vera.
Farsi piccoli, allora, non significa disprezzare sé stessi, ma deporre la logica del primeggiare, dell’affermarsi sugli altri, per assumere invece uno sguardo di gratuità e di accoglienza. E proprio per questo chi accoglie un piccolo — chi si china su chi non può ricambiare, su chi è fragile e indifeso — accoglie Cristo stesso, perché è lì, in quella piccolezza, che Dio ha scelto di rendersi presente.
L’immagine della pecora smarrita, poi, allarga ancora di più lo sguardo: non è la quantità che conta per Dio, ma ogni singola persona, fosse anche una sola su cento. La gioia del pastore che ritrova la pecora perduta è più grande di quella per le novantanove rimaste al sicuro — segno di un amore che non fa calcoli, ma cerca, instancabilmente, chi si è perso, perché nessuno vada perduto.

  • Gesù ci dice che chi accoglie un bambino nel suo nome accoglie lui stesso. Quest’anno hai fatto un’esperienza vera di accoglienza verso qualcuno? Verso una persona fragile o indifesa? E sei consapevole che accogliendo l’altro stai in realtà accogliendo Cristo stesso?
  •  Ciascuno di noi, dentro di sé, desidera essere grande, contare, essere riconosciuto. Ma Gesù ci dice che per essere grandi bisogna farsi piccoli. Ti è mai capitato di farti piccolo — di fare un passo indietro, di rinunciare a mettere te stesso (o le tue idee) al centro — per lasciare spazio a qualcun altro? Hai degli esempi concreti, delle occasioni pratiche in cui questo ti è successo?

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12 agosto – Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 18,15-20)

 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità, e, se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».

Gesù non ci lascia soli davanti all’errore altrui, ma ci indica un metodo fatto di gradualità e rispetto. Il primo passo è sempre il più discreto e delicato: parlare da soli, senza testimoni, senza esporre l’altro al giudizio della comunità. È un gesto che nasce dall’amore, non dal desiderio di avere ragione: si tratta di “guadagnare il fratello”, cioè di custodirne la dignità mentre lo si aiuta a riconoscere lo sbaglio. Solo se questo primo passo fallisce si allarga il cerchio, prima con pochi testimoni, poi con la comunità intera — mai per umiliare, ma per offrire ancora una possibilità di ascolto e di ritorno.
In questo brano possiamo anche cogliere la dimensione comunitaria della fede: ciò che i discepoli legano e sciolgono sulla terra ha un’eco in cielo, e la preghiera fatta insieme, anche solo da due o tre persone unite nel nome di Gesù, ha una forza particolare, perché lì Cristo stesso è presente. La correzione fraterna, letta in questa luce, non è un atto isolato di uno verso l’altro, ma un gesto che coinvolge tutta la comunità e che, quando è vissuto con verità e mitezza, diventa esso stesso segno della presenza di Gesù in mezzo a noi.

  • Gesù ci insegna che la correzione fraterna è un atto di carità: lasciare un fratello nel suo errore, senza dirgli nulla, non è un gesto di rispetto ma di indifferenza. Al tempo stesso Gesù ci indica una modalità precisa, che parte sempre dal parlarne prima privatamente, a tu per tu. Ti senti libero di correggere le persone della tua comunità quando vedi che sbagliano? E, soprattutto, quando lo fai, riesci a farlo con vera carità e misericordia, senza giudizio, o rischi di farlo con durezza e superiorità?
  • La correzione fraterna, però, è un cammino a due direzioni: non riguarda solo il correggere, ma anche l’accettare di essere corretti. Accetti che qualcuno ti faccia notare un tuo errore, un tuo sbaglio? Ripensando a quest’anno, ci sono stati momenti in cui hai accolto una correzione, magari con fatica, ma con apertura di cuore? Riesci a fare qualche esempio concreto?

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13 agosto – Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 18,21-19,1)

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
Terminati questi discorsi, Gesù lasciò la Galilea e andò nella regione della Giudea, al di là del Giordano.

La domanda di Pietro, da un punto di vista umano, è più che comprensibile: che limite, per quanto generoso, mettere al perdono? Sette volte sembra già un numero enorme di fronte a un torto ripetuto. Ma Gesù risponde con un’iperbole che rovescia ogni logica del conteggio: settanta volte sette non è un numero da raggiungere e poi fermarsi, ma un modo per dire che il perdono cristiano non si misura, non si contabilizza.
La parabola che segue chiarisce il perché di questa gratuità radicale: il primo servo riceve il condono di un debito così enorme (diecimila talenti, una cifra letteralmente impagabile) da renderlo simbolo di ogni colpa umana davanti a Dio. Eppure, appena ricevuto quel dono immenso, non riesce a riconoscerne il valore quando si trova davanti a un debito minimo, cento denari, dovuto da un suo pari. Il contrasto è quasi comico nella sua assurdità, ma rivela una verità profonda: chi non riconosce quanto gli è stato perdonato, non riesce a perdonare.
Il perdono, allora, è il frutto di un riconoscimento: essere stati, per primi, oggetto di una misericordia sproporzionata. È solo riconoscendo questa grazia e restando dentro questo ricordo — sapersi perdonati — che diventa possibile, pian piano, perdonare “di cuore”, come chiede Gesù, e non semplicemente a parole.

  • Pietro chiede a Gesù quante volte debba perdonare, e Gesù gli risponde di non mettere limiti al perdono. Ti è mai capitato di dover perdonare qualcuno che ti ha ferito davvero? Come hai vissuto quel periodo? E, soprattutto, per te è possibile pensare a un perdono senza limiti, senza un “fino a qui e non oltre”, oppure senti che ci sono ferite per cui il perdono è più difficile da concedere?
  • Il servo della parabola riceve un condono enorme, ma non riesce a fare lo stesso con chi gli deve molto meno. Ti è mai capitato, nella tua vita, di sentirti perdonato — da una persona, o da Dio stesso — per qualcosa che hai fatto? Che effetto ti ha fatto? Hai vissuto quel perdono come un’esperienza di vera liberazione, di gioia, di leggerezza ritrovata?

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14 agosto – Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 19,3-12)

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: «È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?».
Egli rispose: «Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina e disse: “Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne”? Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto».
Gli domandarono: «Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e di ripudiarla?».
Rispose loro: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all’inizio però non fu così. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un’altra, commette adulterio».
Gli dissero i suoi discepoli: «Se questa è la situazione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi».
Egli rispose loro: «Non tutti capiscono questa parola, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Infatti, vi sono eunuchi che sono nati così dal grembo della madre, e ve ne sono altri che sono stati resi tali dagli uomini, e ve ne sono altri ancora che si sono resi tali per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca».

I farisei pongono a Gesù una domanda giuridica, cercando margini ed eccezioni, ma Gesù risponde riportando tutto all’origine, al disegno di Dio “da principio”. Non parte dalla legge di Mosè, che pure riconosce, ma dalla creazione stessa: l’uomo e la donna non sono due realtà giustapposte, ma sono chiamati a diventare “una sola carne”, un’unità così profonda da riflettere, nella loro comunione, qualcosa della comunione che è in Dio stesso.
È per questo che Gesù richiama la legge di Mosè come una concessione dovuta “alla durezza del cuore”, non come l’ideale originario: la possibilità del ripudio nasce da un cuore che si è indurito, che non riesce più a vivere la fedeltà come dono totale. Il disegno di Dio, invece, resta quello di un’unione che nessuno dovrebbe dividere, perché è Dio stesso ad averla voluta. La reazione dei discepoli mostra quanto questa parola sia esigente. Gesù non ammorbidisce la richiesta, ma riconosce che si tratta di un dono, di una “parola” che non tutti riescono a comprendere e ad accogliere pienamente: sia chi vive il matrimonio come segno di questa comunione fedele, sia chi si dona “per il regno dei cieli” in un’altra forma di vita, sono chiamati a una stessa radicalità d’amore, vissuta secondo la vocazione che a ciascuno è donata.

  • Gesù ci ricorda che fin dal principio Dio ha creato l’uomo e la donna, e che i due, unendosi, diventano “una sola carne”. Se il principio è Dio stesso, l’uomo e la donna che si uniscono diventano immagine viva della Trinità, della comunione divina — una bellezza donata a loro stessi e a chi li guarda. Quali sono stati quest’anno i momenti più belli che hai vissuto nel matrimonio o nel fidanzamento?
  • A volte stare insieme con la stessa persona, giorno dopo giorno, è faticoso, e può nascere la tentazione di mollare, di lasciare. Ripensando a quest’anno, cosa ti ha aiutato ad attraversare i momenti di fatica, le prove, le tentazioni nel rapporto con la tua fidanzata o tua moglie? C’è stato qualcosa o qualcuno che ti ha sostenuto in quei passaggi difficili?

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15 agosto – Dall’Apocalisse di san Giovanni apostolo (Ap 11,19a; 12,1-6a.10ab)

Si aprì il tempio di Dio che è nel cielo e apparve nel tempio l’arca della sua alleanza.
Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto.
Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra.
Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito.
Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e verso il suo trono. La donna invece fuggì nel deserto, dove Dio le aveva preparato un rifugio.
Allora udii una voce potente nel cielo che diceva:
«Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo».

Questo brano dell’Apocalisse si apre con un’immagine di grande potenza simbolica: una donna vestita di sole, incoronata di stelle, che sta per partorire, e un enorme drago pronto a divorare il bambino appena nato. È un’immagine che racconta lo scontro tra il bene e il male, tra il progetto di salvezza di Dio e le forze che vi si oppongono fin dalle origini.
La donna, che la tradizione cristiana ha sempre letto anche come figura di Maria e insieme della Chiesa, non è risparmiata dal dolore — grida per le doglie del parto — ma è protetta e sostenuta da Dio stesso, che le prepara un rifugio nel deserto quando il pericolo si fa più grande. Il figlio che partorisce, “rapito verso Dio e verso il suo trono”, è Cristo stesso, che il drago non riesce a distruggere: la vittoria del male è solo apparente, temporanea, destinata a infrangersi contro la potenza di Dio.
Questo testo, che leggiamo nella solennità dell’Assunzione, ci parla anche del destino di Maria: colei che ha generato il Salvatore ed è stata associata pienamente alla sua vittoria sul male e sulla morte, viene assunta in cielo, corpo e anima, come primizia e segno di speranza per tutti noi. La lotta tra bene e male continua nella storia e nella vita di ciascuno, ma la parola finale, come annuncia la voce potente del cielo, è già stata pronunciata: la salvezza, la forza e il regno di Dio si sono compiuti in Cristo, e Maria ci accompagna in questo cammino come madre e sostegno nella battaglia quotidiana.

  • La vita è un combattimento tra bene e male. Riesci a riconoscere, nella tua vita concreta, delle tentazioni che senti provenire dal maligno? Hai consapevolezza che il demonio esiste realmente, e sai riconoscerne l’azione nelle situazioni che vivi?
  •  La donna vestita di sole, che la tradizione della Chiesa identifica con Maria, ci ricorda che non siamo soli in questa battaglia. Nella tua vita, ti rivolgi alla Madonna come sostegno, come forza per affrontare il male e le difficoltà spirituali? Hai l’abitudine di pregarla, magari con il Rosario o con una preghiera più semplice e personale, chiedendole di accompagnarti nei momenti di lotta?

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16 agosto – Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 15,21-28)

In quel tempo, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidone. Ed ecco, una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola.
 Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele».
Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

Questo episodio colpisce per la sua durezza apparente: Gesù, di fronte al grido disperato di una madre, prima tace, poi sembra respingerla, richiamando i confini della sua missione “alle pecore perdute della casa d’Israele”. È una scena che mette a disagio, ma che rivela, proprio nel suo procedere per gradi, la grandezza della fede della donna cananea.
Lei non si arrende davanti al silenzio, non si offende davanti alle parole che sembrano escluderla, ma trova persino nell’immagine dei “cagnolini” un varco per la sua supplica: anche solo le briciole, dice, le bastano. È una fede umile e insieme tenace, capace di insistere senza pretendere, di supplicare senza arrendersi. Ed è proprio questa perseveranza a spingere Gesù a riconoscere in lei una fede “grande”.
Questo brano ci insegna che la preghiera di intercessione — pregare per un altro, portare davanti a Dio il bisogno di chi amiamo — è spesso segnata da tempi che non controlliamo e che possono mettere alla prova la nostra fiducia. Ma la storia della donna cananea ci consegna una promessa: la perseveranza nella preghiera, unita a un cuore umile e fiducioso, apre sempre, prima o poi, alla risposta di Dio, anche quando questa sembra tardare o addirittura non arrivare mai.

  • La donna cananea non si scoraggia davanti al silenzio iniziale di Gesù, né davanti alle parole che sembrano escluderla. Insiste, prega, si prostra, continua a chiedere. Dio ci esaudisce secondo tempi e modalità che spesso non sono i nostri, e che possono metterci alla prova. Ti è mai capitato di pregare per qualcosa a lungo, senza vedere una risposta immediata? Come hai vissuto quell’attesa? Sei riuscito a perseverare nella fede, oppure ti sei scoraggiato e hai smesso di chiedere?
  •  La donna cananea prega e intercede per sua figlia, non per se stessa: è il suo amore di madre a renderla così audace e insistente davanti a Gesù. Ti capita di pregare per altre persone — familiari, amici, persone che soffrono — portando le loro necessità davanti a Dio? Che esperienza fai dell’intercessione, del farti voce e sostegno, nella preghiera, per chi ami?

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17 agosto – Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 19,16-22)

In quel tempo, un tale si avvicinò e gli disse: «Maestro, che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?». Gli rispose: «Perché mi interroghi su ciò che è buono? Buono è uno solo. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». Gli chiese: «Quali?».
Gesù rispose: «Non ucciderai, non commetterai adulterio, non ruberai, non testimonierai il falso, onora il padre e la madre e amerai il prossimo tuo come te stesso». Il giovane gli disse: «Tutte queste cose le ho osservate; che altro mi manca?». Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!».
Udita questa parola, il giovane se ne andò, triste; possedeva infatti molte ricchezze.

Rimanere chiusi in noi stessi ci rende tristi, aprirsi agli altri ci spalanca all’amore. Questo brano ci mostra come rimanere aggrappati alle nostre idee, ai nostri beni, alle nostre abitudini, per quanto legittimi in sé, possa diventare un ostacolo a un amore più grande. Aprirsi, invece — lasciare andare qualcosa di ciò che crediamo essere la nostra sicurezza — è la condizione perché l’amore, quello vero, gratuito, verso Dio e verso gli altri, possa davvero entrare nella nostra vita e trasformarla.
Il giovane ricco è una figura che ci somiglia più di quanto pensiamo: osserva i comandamenti, fa tutto ciò che è richiesto, eppure sente che qualcosa manca, tanto da porre a Gesù la domanda più radicale che si possa fare: “che cosa devo fare per avere la vita eterna?”. Gesù non aggiunge una regola in più alla lista, ma gli chiede un salto qualitativo: non un fare di più, ma un lasciare, uno svuotarsi, per fare spazio a una sequela piena, libera, gratuita.
È qui che il giovane si blocca. Le sue ricchezze (che potrebbero essere anche le nostre certezze, le nostre sicurezze, il nostro modo consolidato di vedere noi stessi, gli altri e il mondo…) gli impediscono di fare quel passo. E se ne va triste — una tristezza che nasce proprio dal restare chiuso in ciò che già possiede, invece di aprirsi al di più che gli viene offerto.

  •  Ti è capitato di lasciare qualche tua idea per seguire Gesù ed entrare nella gioia di un amore totale?
  •  Da cosa fai più fatica a staccarti, nella tua vita, per poter entrare in un amore vero e gratuito, verso Dio e verso gli altri? C’è qualche idea, opinione o modo di vedere le cose a cui fai particolare fatica a rinunciare, anche quando qualcuno ti mostra un punto di vista diverso?

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18 agosto – Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 19,23-30)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «In verità io vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio».
A queste parole i discepoli rimasero molto stupiti e dicevano: «Allora, chi può essere salvato?». Gesù li guardò e disse: «Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile».
Allora Pietro gli rispose: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele. Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna. Molti dei primi saranno ultimi e molti degli ultimi saranno primi».

L’immagine del cammello che passa per la cruna di un ago è volutamente paradossale, quasi comica nella sua impossibilità: Gesù vuole scuotere i suoi discepoli, che vivevano la ricchezza come segno della benedizione di Dio, mostrando come essa possa invece diventare un ostacolo enorme, quasi insormontabile, all’ingresso nel regno. Lo stupore dei discepoli — “allora chi può essere salvato?” — rivela quanto questa parola fosse sconvolgente.
La risposta di Gesù, però, non lascia spazio alla disperazione: “questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile”. La salvezza non dipende dalle nostre forze o dai nostri meriti accumulati, ma è dono, grazia, possibilità che Dio stesso apre là dove noi vediamo solo porte chiuse.
Alla domanda molto umana di Pietro — “noi abbiamo lasciato tutto, che cosa ne avremo?” — Gesù risponde con una promessa sorprendente: chi lascia qualcosa per amore suo non resta con le mani vuote, ma riceve “cento volte tanto”, non in un accumulo di beni, ma in una rete di relazioni, di affetti, di appartenenza che si allarga oltre i legami di sangue. È la scoperta che ciò che sembra una perdita — lasciare una casa, una sicurezza, un legame — può aprirsi, nella logica di Dio, a una ricchezza di rapporti e di vita che nessun calcolo umano avrebbe potuto prevedere.

  • Ripensando all’anno passato, hai fatto esperienza di questa promessa? C’è stato un momento in cui, avendo lasciato o rinunciato a qualcosa per seguire il Signore o per fedeltà a un valore importante, hai poi ricevuto molto di più — in relazioni, in affetti, in una famiglia più grande di quella che avevi immaginato?
  •  Il rapporto con Dio non è separato dagli affetti più intimi della nostra vita, ma li attraversa e li sostiene. Come il tuo rapporto con Dio ti aiuta a vivere meglio i legami più stretti che hai — con la tua famiglia, con la persona che ami, con gli amici più cari? Ti capita di sentire che la fede dà profondità o forza a questi legami, oppure fai fatica a vedere questo collegamento?

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19 agosto – Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 20,1-16)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”.
Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

Questa parabola scardina ogni logica di merito e di calcolo a cui siamo abituati. Il padrone esce più volte durante il giorno, fino all’ultima ora, per cercare lavoratori disoccupati: nessuno è escluso dalla sua chiamata, nemmeno chi sembra ormai dimenticato, lasciato ai margini. È un’immagine di un Dio che continua a cercare, senza stancarsi, chi è rimasto fuori, chi non ha ancora trovato spazio o riconoscimento.
Ma è nella scena finale, quella della paga, che la parabola rivela il suo scandalo più profondo: il padrone dà a tutti lo stesso denaro, indipendentemente dalle ore lavorate. Non è un’ingiustizia verso i primi, che ricevono esattamente quanto pattuito, ma è un eccesso di generosità verso gli ultimi. È qui che nasce la mormorazione: non un vero torto subito, ma il fastidio di vedere che la bontà di Dio non segue le nostre categorie di merito e di giustizia.
La domanda del padrone — “sei invidioso perché io sono buono?” — è rivolta anche a noi. Ci ricorda che la logica del regno di Dio non è quella del guadagno accumulato in proporzione allo sforzo, ma quella di un amore che si dona per intero a ciascuno, senza misurare, senza fare calcoli di convenienza. Accogliere questa logica richiede di lasciar cadere il confronto con gli altri, per riconoscere invece, con gratitudine, il dono che ciascuno di noi ha ricevuto, qualunque sia stata l’ora della nostra chiamata.

  • Quella dei lavoratori della prima ora è un’invidia sottile, che nasce dal confronto: non tanto dal sentirsi trattati male, ma dal vedere l’altro trattato “troppo bene”. Ti è mai capitato di provare qualcosa di simile — invidia verso qualcuno nella tua comunità, nel lavoro, in famiglia, che ti sembrava ricevere attenzioni o riconoscimenti che tu non hai? E, più in profondità, ti è mai capitato di pensare che Dio ti tratti in modo ingiusto, meno generoso di quanto sia stato con altri?
  •  Quest’anno, quando hai sperimentato il gusto di essere chiamato — da Dio, oppure da qualcun altro — a partecipare a un’opera, a un progetto, a un servizio? Come ti sei sentito nell’essere scelto, coinvolto, non lasciato “in piazza, disoccupato”?

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20 agosto – Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 22,1-14)

In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:
«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.
Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: “Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.
Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.
Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.
Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

Questa parabola racconta un invito che si scontra ripetutamente con il rifiuto: il re prepara una festa di nozze, immagine della gioia piena che Dio desidera condividere con noi, ma gli invitati, uno dopo l’altro, non se ne curano. Non sono spinti da un’ostilità dichiarata: semplicemente hanno altro da fare, altri interessi, altre priorità che sembrano loro più urgenti o più concrete della festa a cui sono chiamati.
È un’immagine che ci interroga da vicino: quante volte anche noi, senza rifiutare esplicitamente Dio, lo rimandiamo, lo mettiamo in secondo piano rispetto al lavoro, agli impegni, alle preoccupazioni quotidiane, che finiscono per occupare tutto lo spazio della nostra attenzione e del nostro cuore?
Di fronte a questo rifiuto, il re non rinuncia alla festa, ma allarga l’invito a chiunque si trovi per strada, “cattivi e buoni”: è un’immagine della gratuità e dell’universalità della chiamata di Dio, che non seleziona per merito, ma accoglie chiunque sia disposto a rispondere.
L’episodio dell’uomo senza abito nuziale, che chiude il brano, ci ricorda però che essere invitati non basta: la festa chiede anche una risposta, un cambiamento, un abito nuovo da indossare, che potremmo leggere come la disponibilità a lasciarsi trasformare dall’incontro con Dio, e non solo a parteciparvi in modo distratto o superficiale. La gioia della festa, allora, è un dono offerto a tutti, ma chiede anche da parte nostra il desiderio vero di viverla e di lasciarci coinvolgere pienamente.

  • Come nella parabola, anche a noi capita che le cose “normali”, della quotidianità, ci tengano lontani da ciò che conta davvero. Oggi, nella tua vita, quali “cose” rischiano di distrarti o di tenerti lontano da ciò che è veramente importante (la relazione con Dio, con gli altri, con te stesso)? Riesci a riconoscerle, o a volte ti accorgi solo dopo di esserti lasciato distrarre?
  • Dio ci invita a una festa di nozze, un’immagine di gioia piena, di bellezza, di comunione. Quando, nella tua vita, hai fatto esperienza concreta di questa gioia e bellezza della vita cristiana? (magari in un momento di preghiera, in un sacramento vissuto con intensità, in un gesto di comunità, in un incontro che ti ha lasciato pieno di gratitudine?)

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21 agosto – Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 22,34-40)

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».
Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

L’amore per Dio, “con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente”, non lascia spazio a mezze misure: è un amore che coinvolge la persona intera, i sentimenti, la volontà, l’intelligenza. Ma Gesù aggiunge subito, con la stessa forza, un secondo comandamento “simile” al primo: amare il prossimo come sé stessi. Non si tratta di due amori paralleli e separati, ma di un unico movimento del cuore che, amando Dio, non può fare a meno di riversarsi anche sull’altro e su sé stessi.
Questo ci ricorda che la fede non può ridursi a un rapporto privato con Dio, slegato dalla vita concreta con gli altri; e, al tempo stesso, che l’amore per il prossimo, se autentico, trova la sua sorgente e il suo respiro più profondo proprio nell’amore per Dio. “Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti”: non sono un precetto tra i tanti, ma la chiave che dà senso e unità a tutto il resto, la misura con cui rileggere ogni altro gesto e ogni altra scelta della vita di fede.

  • Per te, concretamente, cosa significa amare Dio in questo modo così totale? In che gesti, momenti o scelte della tua vita quotidiana provi a esprimere e a vivere questo amore per Lui?
  •  Cosa significa, per te, davvero amare il prossimo? Riesci a farlo con la stessa cura e attenzione che riservi a te stesso, oppure fai più fatica a tradurre questo amore in gesti concreti verso chi ti sta accanto?
  •  Come si traduce nella tua vita l’amore a te stesso?

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22 agosto – Dal Vangelo secondo Luca (Lc 1,26-38)

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei. 

L’annuncio dell’angelo a Maria si apre con un turbamento, non con un facile entusiasmo: Maria “fu molto turbata” davanti a un saluto che non comprende del tutto, e chiede spiegazioni concrete su come tutto questo possa avvenire.
Ciò che rende possibile il suo “sì” non è la comprensione piena di ciò che le sta accadendo, ma la fiducia che “nulla è impossibile a Dio”. È un atto di abbandono che nasce dalla fede, non dal controllo della situazione.
Il suo “avvenga per me secondo la tua parola” diventa così il modello di ogni autentico atto di fede: un consenso libero, dato non perché tutto sia chiaro, ma perché ci si fida di Chi parla. È lo stesso spazio che Dio continua a cercare in ognuno di noi, nella vita quotidiana, nelle relazioni che viviamo. Un invito che si ripete ogni giorno, a lasciare che la Parola di Dio prenda carne nelle nostre scelte, nei nostri legami, nel modo concreto in cui viviamo l’amore per chi ci sta accanto.

  • Secondo te, cosa significa davvero fidarsi di Dio, non a parole ma nei fatti? In quali situazioni concrete ti risulta più difficile abbandonarti così, senza sapere in anticipo come andranno le cose, senza avere tutte le risposte prima di dire “sì”?
  •  Il Verbo di Dio non si è fatto carne in Maria una volta per tutte. Dio desidera continuare ad “abitare” nella nostra vita, nelle nostre relazioni concrete — con gli amici, in famiglia, nelle scelte quotidiane. Per te, cosa significa dire di sì a questo desiderio di Dio di abitare nella tua vita e nei tuoi legami? Riesci a fare qualche esempio concreto di quando hai vissuto questo “sì”, magari in una relazione, in una scelta, in un gesto di apertura verso l’altro?

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23 agosto – Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 16,13-20)

In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarea di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

Gesù prima chiede cosa pensi “la gente”, raccogliendo opinioni ed ipotesi diverse, poi si rivolge direttamente ai discepoli, con una domanda personale: prima o poi, la fede chiede una risposta propria, giocata in prima persona.
La risposta di Pietro — “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” — non nasce da un ragionamento umano, ma è riconosciuta da Gesù stesso come una rivelazione che viene dal Padre: “né carne né sangue te lo hanno rivelato”. È il segno che la vera conoscenza di Cristo non è mai solo il frutto di uno sforzo intellettuale, ma un dono che si riceve nella fede, restando aperti all’azione di Dio.
Su questa confessione di fede, apparentemente fragile — Pietro è un pescatore, un uomo con le sue debolezze e le sue cadute — Gesù costruisce la sua Chiesa, affidandogli le chiavi del regno e un potere di legare e sciogliere che la tradizione ha sempre letto anche in riferimento al sacramento della confessione. È un potere che nasce non dal merito umano di Pietro, ma dalla fede in Cristo che egli ha professato: segno che la Chiesa si fonda sulla libera risposta dell’uomo all’iniziativa di Dio. 

  • Se dovessi rispondere tu oggi, con le tue parole e a partire dalla tua esperienza concreta, cosa diresti alla domanda: chi è Gesù per te?
  •  Se siamo convinti che Gesù è davvero il Figlio di Dio, allora possiamo credere che lui abbia il potere di liberarci dai peccati, e che questo dono passi concretamente attraverso il sacramento della confessione. Che rapporto hai con la confessione? Riesci a viverla come un incontro liberante con la misericordia di Dio, oppure fai fatica ad accostartene?
Parrocchia Santa Giulia
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