Ascensione del Signore
16 maggio 2026 – S.Messa prefestiva
At 1,1-11
Sal 46
1Pt 2,4-9
Mt 28,16-20
È una comunità ubbidiente quella che si raduna attorno a Cristo risorto, secondo le ultime parole che ci consegna l’evangelista Matteo. È una comunità ubbidiente perché va in Galilea, sul monte che Gesù aveva a suo tempo indicato.
E tuttavia è una comunità anche ferita ed è una comunità fragile. È ferita perché non è più la comunità delle origini, la comunità dei Dodici. Matteo ci tiene a ricordare che, in quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea. È una comunità che è stata amputata dal tradimento, dal peccato di Giuda.
Ed è nello stesso tempo una comunità fragile perché è capace di prostrarsi davanti al Signore risorto, in un gesto che dice la fede, l’abbandono, ma nello stesso tempo è attraversata dal dubbio.
È di difficile traduzione questo versetto nel testo originale. Si potrebbe rendere così: «Quando lo videro, si prostrarono; alcuni però dubitavano», oppure, come è stato tradotto: «Si prostrarono, però dubitavano». In ogni caso è una comunità attraversata dalla divisione: o una divisione esterna, perché alcuni credono, alcuni dubitano, oppure una divisione interiore, nel senso che i credenti sono attraversati essi stessi dal dubbio.
E tuttavia, a questa comunità ferita e fragile Gesù si rivela, si manifesta, consegna una missione specifica e fa una promessa. Si manifesta come colui che è davvero il Risorto, e cioè il Signore di tutto e di tutti. E consegna una missione: la missione di fare discepoli in tutte le parti della terra. Non smettendo di essere la comunità dei seguaci, dei discepoli di Cristo, ma proprio perché seguaci e discepoli di Cristo, capaci di trasmettere ad altri il Vangelo, di insegnare ciò che si è ricevuto.
E poi fa una promessa, quella con cui si chiude tutto il Vangelo di Matteo, nel modo stesso in cui è iniziato. «Ecco, io sono con voi» dice il Risorto «tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
È questo il senso profondo dell’Ascensione del Signore Gesù che stiamo vivendo.
Lui ascende al cielo, va al Padre, ma questo andare al Padre significa venire qui, in mezzo a noi, nella comunità ferita e fragile dei suoi discepoli, fino alla fine dei giorni, in qualunque stagione della storia dell’umanità, ma anche in qualunque stagione della nostra storia personale. Ed è presente ovunque questa comunità ferita e fragile si trova a vivere.
È di grande consolazione la festa dell’Ascensione. Ci permette di riconoscerci per quello che siamo, come questi undici: una comunità ferita dal tradimento, dal peccato; una comunità fragile, che crede e tuttavia dubita, ma che può vivere nella pace, nella serenità, perché è una comunità che non è fatta soltanto dai discepoli, ma è fatta dai discepoli nella compagnia perenne, sicura, del Risorto. Ci siamo noi e c’è lui, qui in mezzo. Ed è questo che ci dà forza, è questo che ci dà sicurezza, è questo che ci consente di non nasconderci ma di vederci per quello che siamo.
Quando abbiamo la tentazione di vivere in assenza di Cristo risorto, allora dobbiamo mettere sotto il tappeto la polvere delle nostre ferite e della nostra fragilità. Quando siamo con lui possiamo stare tranquilli: siamo quello che siamo.
La nostra forza però sta in quella promessa: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Ed è bello pensare che, nella nostra fragilità, nella ferita del nostro peccato, tuttavia si consegni la missione di Cristo: di andare ovunque, in qualunque posto, anche nella nostra città, per annunciare il Vangelo rimanendo semplicemente quello che siamo, dei discepoli del Risorto.
Non ci possono essere dei discepoli del Risorto che non annuncino il Vangelo, che non siano missionari. Ma vale anche il contrario: non si può essere autenticamente missionari se non si rimane per tutta la vita discepoli del Risorto. Perché ciò che possiamo insegnare ad altri, ciò che possiamo trasmettere ad altri, è semplicemente quello che viviamo e quello che ci fa vivere. Se non troviamo vita nell’essere discepoli di Cristo risorto, non c’è niente che possiamo offrire ad altri. Se troviamo vita, questa è una vita così sovrabbondante che, attraverso di noi, può raggiungere e dissetare tutte le donne e gli uomini che incontriamo.
Leggi la liturgia – S.Messa prefestiva 16/5/2026
