La grazia dei Sacramenti
Don Gianluca Attanasio
Sir 24,1-4.12-16
Sal 147
Ef 1,3-6.15-18
Gv 1,1-18
La meditazione del prologo del Vangelo secondo Giovanni è un testo di grande bellezza, che meriterebbe di essere imparato a memoria, tanto è capace di rapire l’animo. Inizia con l’affermare che: «In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio» (Gv 1,1). San Bonaventura scrive che Dio ha creato tutte le cose non per accrescere la propria gloria, ma per manifestarla e comunicarla. In Dio non vi è nulla di orgoglioso o di egoistico. Egli non crea l’universo per dimostrare qualcosa a se stesso, ma per puro amore.
«In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio» (Gv 1,1). Dio è Trinità. È Trinità in comunione e che si comunica. Per questo è Verbo. È amore che si comunica. Questo Verbo era in principio presso Dio. All’origine di tutto, nel Padre, vi è il desiderio di comunicarsi.
Il Vangelo prosegue dicendo che: «Tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste» (Gv 1,3). Questa affermazione è di grande importanza, perché rivela che ogni uomo, ogni creatura, ogni realtà è stata creata buona da Dio, nel Verbo. La tentazione di pensare che una persona o una realtà siano radicalmente malvagie è una tentazione che prima o poi attraversa ciascuno. Lo sguardo con cui San Giovanni apre il suo Vangelo è invece uno sguardo profondamente positivo.
Il cammino proposto dal Vangelo, che potrebbe essere lungamente approfondito per la sua grande profondità, mostra che il Verbo, pur manifestandosi nella luce e nella bellezza delle creature, rimane in parte nascosto e si rivela pienamente solo con la venuta di Gesù nel mondo: «Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1,9). È la luce della verità e dell’amore.
In questo modo il centro e il significato di tutto si manifestano. Colui per mezzo del quale tutto è stato fatto si rivela e si fa carne. Nell’uomo Gesù risplende in modo unico ciò che Dio è veramente. «Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui. Eppure il mondo non lo ha riconosciuto» (Gv 1,9-10).
Qui emerge un elemento decisivo della storia. Dio crea l’uomo libero. Accanto all’iniziativa di Dio vi è la libertà dell’uomo, che nel peccato può rifiutare il dono. «Eppure il mondo non lo ha riconosciuto» (Gv 1,10). In questa affermazione ciascuno può riconoscere le proprie cadute, quando di fronte al Figlio di Dio che si dona senza riserve si risponde con un amore ripiegato su di sé, orgoglioso ed egoistico. Il peccato sembra allora cancellare l’amore, la fede e la speranza. Questo si vede negli altri e si riconosce anche in se stessi. Sembra che la libertà dell’uomo renda vana l’opera di Dio e la stravolga fino a distruggerla.
Ma la libertà dell’uomo non è solo libertà che rifiuta. È anche libertà che accoglie. Il Vangelo afferma: «A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio, a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati» (Gv 1,12-13).
È qui che nella storia dell’uomo che usa male la libertà, cadendo nel peccato, penetra la vita dei Sacramenti. Gesù Cristo è Figlio di Dio per natura, mentre l’uomo diventa figlio di Dio per partecipazione. Questo avviene perché «A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12). Questo accoglimento si realizza attraverso i sacramenti. I sacramenti sono la vita stessa di Dio che viene comunicata. Sono come una corrente viva che scende da Dio verso l’uomo e ritorna a Dio. In essi vi sono momenti concreti in cui la grazia può raggiungere l’uomo e sostenerlo. Essi diventano così punti fermi. Andiamo a Messa, ci confessiamo, veniamo battezzati, facciamo la comunione. Sono i punti nei quali la grazia può penetrare, e sui quali noi, nello smarrimento del peccato, ci possiamo appoggiare. Adrienne von Speyr scrive che i sacramenti sono come una ringhiera alla quale ci si può aggrappare per rimettersi in piedi. Sono gli aiuti attraverso i quali possiamo passare dalla perdizione del mondo [cioè, l’uomo che non sa più perché sta al mondo, perché si è allontanato da Dio] alla vita di Dio.
E dice sempre Adrienne von Speyr che i sacramenti sono un vaso traboccante. La grazia che viene donata è sempre più grande della capacità di accoglierla. Per questo l’uomo avverte spesso un senso di indegnità. L’amore cresce con l’amore. Quanto più si partecipa ai sacramenti, tanto più la vita divina rifluisce nell’uomo. Si realizza allora ciò che afferma San Giovanni. Accogliendo Gesù nel sacramento, si riceve il potere di diventare figli di Dio, di essere generati alla vita divina.
Ogni sacramento supera il momento in cui viene ricevuto. I suoi effetti si estendono nel corso della vita e talvolta oltre, raggiungendo le generazioni successive e le persone incontrate. Questa sovrabbondanza fa sì che le grazie sacramentali si preparino e si rafforzino a vicenda. Senza perdere la loro semplicità, confluiscono in una vita sacramentale totale, che è la vita stessa di Dio. Questo rivela che i sacramenti sono amore, perché l’amore è sempre qualcosa di concreto e particolare, ma anche infinitamente eccedente. Questo vale per ogni amore umano. Quando un innamorato dona una rosa, in quel gesto è racchiuso un amore che supera infinitamente il dono stesso. Così avviene nei sacramenti.
Il Vangelo invita dunque a non fermarsi davanti alle tenebre del peccato, ma a guardare alla promessa che: «La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta» (Gv 1,5). Questa luce continua a vincere nella misura in cui apriamo la nostra vita alla grazia sacramentale che piove dal cielo.
Leggi la liturgia – Domenica 4/1/2026
