Omelia di don Atta – 50 anni di sacerdozio di don Massimo Camisasca

Omelia per i 50 anni di sacerdozio di Don Massimo Camisasca

1° novembre 2025 – Ca’ Granda (Milano)

Don Gianluca Attanasio

Carissimo don Massimo,

Ti ringrazio per avermi invitato a questa festa in occasione dei tuoi cinquanta anni di sacerdozio. Sono felice di festeggiare con voi perché un infinito debito di gratitudine mi lega alla tua persona. Desidero affidare il tuo sacerdozio alla protezione di tutti santi, di cui oggi la Chiesa ci esorta a invocare la protezione, in particolare ci affidiamo a san Giuseppe, san Carlo e san Giovanni paolo II nostri patroni.
Nelle parole che dirò il mio desiderio non è fare un’apologia di Don Massimo né pretendere di riassumere in poche parole il significato di una vita sacerdotale così profonda e ampia. Desidero invece dire qualcosa che possa essere utile al cammino di conversione di ciascuno di noi.

1) La prima grande lezione che ho imparato da Don Massimo è la gratitudine verso la propria famiglia d’origine e in generale verso la propria storia. Mi ha parlato spesso di suo papà che ha vissuto in campo di concentramento durante la guerra, delle sofferenze che si portava addosso per quella terribile esperienza. Ho potuto conoscere sua mamma, una donna attraversata da una fede profonda, una fede lombarda molto e concreta. Questo ha permesso a Don Massimo di respirare la fede fin da quando era lattante. Infine, il legame inscindibile con suo fratello gemello Franco, che approfitto per salutare, con cui ha vissuto una comunione fin da quando era nella pancia della mamma. La prima parola che ho voluto sottolineare è perciò gratitudine, una parola quasi scomparsa dal vocabolario odierno e che siamo chiamati a riscoprire.

2) Come tutti sapete, poi, la grande svolta nella vita di Don Massimo è avvenuta nell’incontro con Don Giussani al liceo Berchet. Come lui stesso ha raccontato un’infinità di volte, questo incontro ha coinciso con la scoperta che il cristianesimo è un avvenimento di comunione.

Penso che a Don Massimo sia stato dato un singolare dono dello Spirito per cogliere fin dall’inizio qual è il cuore del carisma di Comunione e Liberazione: la comunione dei fratelli vissuta in Cristo. Questa comunione è stata da lui vissuta non solo all’interno del movimento di CL, ma anche nella chiesa diocesana.
Questo seme, messo in lui quando era più giovane, è potuto fiorire nel lavoro svolto con Papa Giovanni Paolo II, con la Curia Romana e i cardinali italiani che ha portato al felice esito del riconoscimento della Fraternità di Comunione e Liberazione e dei Memores Domini.

3) Certamente però la parola più importante che Don Massimo dice alla Chiesa è la Fraternità San Carlo. Essa costituisce il cuore del suo cuore, il luogo dove ha speso la maggior parte delle sue energie, dove ha avuto le consolazioni più grandi e anche le più grandi sofferenze, che ha sempre offerto al Signore per la fondazione di quest’opera.

Il mio incontro con don Massimo è avvenuto quando la Fraternità san Carlo era appena nata. Gli chiesi di essere accolto come seminarista. Da quel momento è iniziato tra noi un legame profondo che dura ormai da trentaquattro anni. Certamente l’amicizia più significativa della mia vita.

L’intuizione del movimento, “il Verbo si fa carne nella comunione vissuta con i fratelli”, è stato poi il cuore della Fraternità San Carlo, che traduce la vita del movimento per sacerdoti che desiderano vivere la missione, insieme.
Don Massimo ha sempre detto che la Fraternità San Carlo è un dono dello Spirito Santo per la Chiesa. Bisogna però aggiungere che se lui non avesse accolto questo dono, la Fraternità non ci sarebbe.
Quindi va a lui la gratitudine di noi tutti per questa grande opera da lui fondata.
Essa costituisce un insegnamento per la Chiesa di oggi proprio in questa intuizione originale: Cristo abita nella comunione vissuta. Il fratello è perciò sacramento di Cristo. Ciò è vero innanzitutto da un punto di vista oggettivo, siamo messi insieme da Cristo e radunati da lui in un solo battesimo, a prescindere dalle nostre simpatie o antipatie, dalle nostre affinità ideologiche. Tuttavia questa comunione oggettiva è chiamata anche a tradursi in un’amicizia che prende una coloritura soggettiva, una coloritura affettiva.

In tutti gli insegnamenti di Don Massimo si ritrovano questi due pilastri.
Da una parte lo Spirito Santo è donato a noi nell’oggettività sacramentale, perfino nel diritto, che come il sale evita che la vita della Chiesa marcisca in soggettivismi unilaterali.
Dall’altra lo Spirito Santo opera suscitando amicizie, creando affinità elettive che sono come un lievito che fa fermentare, crescere, tutta la vita della Chiesa.

Sono molto grato di aver vissuto quegli anni a Roma: dove ho lavorato a stretto contatto con Don Massimo, vissuto un’amicizia con lui e con Don Paolo, l’attuale superiore.
Amicizia che ha avuto sempre come fine ultimo l’edificazione della Chiesa, l’edificazione del movimento, l’edificazione della fraternità.
Ed è motivo di grande consolazione per me oggi vedere le case che nella Fraternità San Carlo stanno mettendo radici sempre più profonde. Quel seme che avevamo messo alle origini sta diventando un albero, con rami sempre nuovi.

4) Spero di non essermi dilungato troppo, ma vorrei aggiungere un ultimo punto su come ho visto Don Massimo vivere la missione, credo che possa essere utile a ciascuno di noi.

Per lui la missione nasce dall’ascolto. È sempre stato utile e bello osservare come ascoltava i seminaristi, come ascoltava i preti, i vescovi, le persone più svariate che incontrava, nei mondi più lontani dalla Chiesa: persone dello spettacolo, dello sport, ma più di tutte le persone segnate dalle più svariate sofferenze. La missione è innanzitutto apertura all’altro, disponibilità a imparare.

Certo anche consapevolezza profonda (radicata nello studio della storia della Chiesa, dei padri della Chiesa, nello studio di Don Giussani e dei grandi teologi contemporanei) del fatto che Cristo ha una parola da dire all’uomo di oggi. In questo senso va letta la vasta opera di scrittore che don Massimo ha svolto durante il corso di tutto il suo ministero. E questa parola va detta con coraggio, anche se può essere non accolta. D’altronde è stato così anche nella vita di Gesù: alcuni lo accolsero e altri no.

Concludo dicendo che quelli che ho potuto raccontare sono solo degli accenni. Ho tralasciato il suo ministero episcopale che richiederebbe una trattazione a parte e che non conosco così bene. Posso dire però con certezza che anche a Reggio Emili- Guastalla sia è ispirato ai principi della comunione, dell’ascolto e dell’annuncio di Cristo. Spero che questi pochi accenni possano dare un’immagine del dono che è Don Massimo per ciascuno di noi e per la Chiesa.

Carissimo don Massimo, oggi ti auguriamo di poter continuare a parlare alla nostra vita, perché la tua paternità è un punto fondamentale, una luce a cui sempre guarderemo. Ci impegniamo a pregare per te affinché il Signore ti accompagni sempre e sempre ti illumini. Al contempo ti chiediamo, oggi più che mai, di continuare a pregare con forza per tutti noi. Affidiamoci tutti all’intercessione dei santi che hanno già raggiunto il premio celeste perché, una volta attraversate le prove di questa vita, possiamo godere per sempre le gioie della vita celeste.

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