Omelia di don Atta – III domenica di Pasqua Anno A
I discepoli di Emmaus
Don Gianluca Attanasio
At 2,14.22-33
Sal 15
1Pt 1,17-21
Lc 24,13-35
La lettura di alcune vite di santi può far nascere una certa distanza, quasi una forma di ripugnanza. Non vengono raccontate debolezze, né peccati, né cadute. Appaiono come figure poste su un piedistallo, difficili da raggiungere e da comprendere. Non è così nei Vangeli e nella scrittura, dove emergono anche le fragilità di coloro che hanno seguito Dio e che poi sono diventati santi. Proprio per questo queste figure risultano più vicine. Ci si può riconoscere in loro, si possono sentire come parte della propria esperienza. Parlano con verità e diventano una grande consolazione.
Così accade anche per i discepoli di Emmaus, di cui parla il Vangelo. Essi hanno perso la speranza e la fiducia in Gesù. Dicono: «Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute» (Lc 24,21). La loro attesa sembra finita. In realtà essi avevano già ricevuto una testimonianza: «Alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo» (Lc 24,22-23). La notizia è stata loro annunciata, ma non è ancora diventata fede.
Infatti, essi non credono alla testimonianza delle donne. È un atteggiamento profondamente umano. Anche l’uomo può perdere la fede e la speranza e, pur avendo davanti a sé testimoni credibili della risurrezione, non dare loro ascolto. Accade così di lasciarsi cadere nella sfiducia e nello smarrimento. Eppure, Cristo rimane vicino anche quando non viene riconosciuto. È risorto e cammina accanto all’uomo, anche quando l’uomo non se ne accorge.
Ci si può allora chiedere dove sia possibile riconoscere questa presenza. Il Vangelo indica una via precisa: «E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le scritture ciò che si riferiva a lui» (Lc 24,27). La scrittura, e in modo particolare il Vangelo, è luogo reale della presenza di Gesù. Non è soltanto memoria di ciò che è accaduto, ma parola viva che continua a parlare. Se l’uomo potesse comprendere pienamente le scritture, entrerebbe nella visione di Dio. Vedrebbe Cristo, vedrebbe il volto del Padre.
I discepoli di Emmaus si chiedono: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le scritture?» (Lc 24,32). Quando si ascolta la parola del Vangelo, è Cristo stesso che parla. Non è semplicemente una lettura, ma una presenza che si comunica. Per questo, nella messa, al termine della proclamazione del Vangelo, si dice «Parola del Signore» e si risponde «Lode a te, o Cristo». Questo gesto è accompagnato da un segno. Il libro del Vangelo viene baciato. Non si tratta di un gesto formale. Esprime la consapevolezza che quella parola è viva, è la presenza di Cristo che continua a parlare.
È una gioia profonda accorgersi che Gesù vivo e risorto parla attraverso le scritture. Il cuore si riscalda quando una parola ci tocca in modo particolare. Si può partire proprio partire dalle parole che colpiscono di più e ci rimangono dentro. Più si apre il proprio cuore e più si dedica tempo all’ascolto della scrittura, più questa presenza si fa percepire. Si scopre una dolcezza che non ha paragoni.
I padri della Chiesa ne sono una testimonianza. Nei loro scritti si avverte come la scrittura abitasse la loro memoria e la loro vita. Non era per loro un testo esterno, ma una presenza interiore che li accompagnava e che diventava sorgente di gioia.
I discepoli di Emmaus, tuttavia, mentre Gesù spiega le scritture, non lo riconoscono ancora. Questo può accadere anche a noi. Si ascolta, si comprende qualcosa, ma la presenza di Gesù non è colta. Essi però gli rivolgono un invito: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto» (Lc 24,29). Questo invito può diventare un atteggiamento interiore. È il desiderio di trattenere la parola ascoltata, di custodirla. È la meditazione, il raccoglimento, il riprendere le parole della scrittura che hanno colpito e lasciarle scendere nel cuore. Così la parola non passa, ma si deposita. Con il tempo mette radici, cresce, porta frutto.
I discepoli di Emmaus riconoscono davvero il Signore solo «quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero» (Lc 24,30-31). Il riconoscimento avviene nello spezzare il pane. Qui si manifesta in modo pieno la presenza di Gesù risorto. L’eucaristia è il luogo in cui Cristo si rende presente. È un nutrimento per l’anima, che sostiene nella debolezza della fede e nella fragilità della speranza. Può essere paragonato a un farmaco per la poca fede. Come durante la sua vita terrena Gesù apriva gli occhi ai ciechi, così continua ad aprire gli occhi di tutti noi, rendendo possibile riconoscere la sua presenza, anche quando essa sfugge allo sguardo umano.
Egli apre gli occhi attraverso l’eucaristia. I padri della Chiesa per primi la chiamano un farmaco, un farmaco di immortalità. Quando si riconosce Cristo risorto, si apre l’orizzonte dell’immortalità. In quel pane, che non si distingue esteriormente da ogni altro pane, è presente in modo misterioso il Signore risorto. Accostandosi alla comunione, si sperimenta che la fede cresce e lo sguardo si trasforma. Si comprende allora che il ritrovarsi nella comunità ecclesiale non è semplicemente un incontro umano, non è condivisione di idee o adesione a una parola. È un radunarsi attorno a Cristo. Egli, donando il suo corpo e il suo sangue, apre gli occhi e si rende presente. Viene ad abitare in noi e ci unisce a sé in una sola carne e un solo sangue.
«Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero» (Lc 24,30‑31). In questo episodio dei discepoli di Emmaus si vedono i discepoli un cammino. Anche l’uomo è chiamato a mettersi in cammino. Ci si mette in cammino per la messa. Ci si dirige verso l’ascolto della parola, dove Cristo risorto si manifesta nelle scritture. Questa parola è viva ed efficace, capace di illuminare la vita e di riempire il nostro cuore di gioia. Nell’eucarestia, il Signore si dona in modo ancora più profondo. Viene ad abitare nel nostro cuore. Non si ferma davanti alla debolezza della fede o alla fragilità della speranza. Non misura, ma si dona. E nel dono spalanca i nostri cuori, perché possiamo riconoscerlo.
Leggi la liturgia – 19/4/2026
