“Ecco l’agnello di Dio”
La nostra missione ha senso solo se affidata a Dio, salvezza del mondo
Don Gianluca Attanasio
Is 49,3.5-6
Salmo 39
1Cor 1,1-3
Gv 1,29-34
La figura di Giovanni Battista è una figura dalla quale non si smette mai di imparare. A Giovanni Battista, al quale Gesù viene incontro, è concesso un dono straordinario. Egli vede Gesù nella luce di Dio. Vedendolo avanzare verso di lui proclama: «Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29). Non parla di qualche peccato, ma del peccato del mondo, indicando in Gesù colui che assume e porta via il male radicale che abita la storia dell’umanità.
È come se Giovanni Battista contemplasse la storia del mondo alla luce di Cristo, colui che riconduce ogni cosa al Padre. Egli vede il mondo nella purezza del Figlio. Il Padre, infatti, ha sempre guardato il mondo non anzitutto nel suo peccato, ma nella purezza del Figlio, nell’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo e lo riporta a Dio. Questa prospettiva è decisiva e, allo stesso tempo, molto lontana dal nostro modo abituale di guardare la realtà.
La liturgia ci fa ripetere a ogni Messa le parole di Giovanni Battista: «Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29). Prima di accostarci all’Eucaristia siamo invitati a guardare il mondo e noi stessi non più a partire dal peccato, ma dalla potenza di Dio, che è capace di restituire alla creazione la sua purezza originaria.
Giovanni Battista non contempla soltanto Gesù nella luce del Padre, ma contempla anche lo Spirito Santo che discende come una colomba e rimane su di lui. La colomba è segno di purezza. È simbolo di quella purezza che fino a quel momento era rimasta, per così dire, custodita in Dio e che ora si manifesta in modo più pieno e visibile. Lo Spirito, che aveva parlato in maniera frammentaria e discreta lungo la storia, si rende ora presente in modo chiaro e stabile sul Figlio.
Giovanni Battista aggiunge poi un’affermazione decisiva. Colui che toglie il peccato del mondo viene dopo di lui, ma nello stesso tempo è davanti a lui: «Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me» (Gv 1,30). In queste parole è racchiusa una verità fondamentale. La missione di Giovanni, come ogni missione umana, trova il suo senso solo all’interno della missione di Cristo. Cristo è prima dell’inizio del mondo e si manifesta nella storia in un momento preciso. È lui che dà compimento e significato a ogni vocazione. Senza di lui, ogni missione resterebbe incompleta, segnata dall’inadeguatezza e da un senso di colpa che nasce dal non riuscire a portare a termine ciò che si è chiamati a vivere.
Accade spesso, parlando con molte madri, di cogliere in loro un senso di colpa verso i figli. Avvertono di non aver fatto abbastanza, di non essere state all’altezza in tutto. Questo sentimento può emergere anche in altre forme di responsabilità, ad esempio in chi ha fa un servizio pastorale, quando ci si chiede se si sia fatto davvero tutto il possibile per le persone affidate. Sono sentimenti comprensibili e profondamente umani. Rivelano però una verità decisiva. Nessuno di noi può fare abbastanza. L’unico che compie pienamente l’opera è Cristo.
La nostra missione e il nostro lavoro umano sono collocati tra il principio e il compimento dell’opera di Dio. Possono essere fecondi solo se vengono vissuti come parte di questa azione più grande, che ci precede e ci supera. La rivelazione ci consegna una certezza fondamentale. Questa opera giungerà a compimento, perché Cristo ha la potenza di togliere il peccato del mondo.
Nel Vangelo di Giovanni Gesù afferma: «Non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo» (Gv 12,47). In queste parole è contenuta anche una liberazione per noi. Non siamo noi a controllare né la semina né la mietitura. Non siamo chiamati a garantire i risultati. Siamo invitati piuttosto a consegnare il controllo a Dio, nella fede, nell’amore e nella speranza. È ciò che vive Giovanni Battista quando afferma: «Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me» (Gv 1,30). Giovanni colloca la propria missione all’interno dell’opera infinita di Dio, tra il suo principio e il suo compimento. In questo trova la sua pace. Non nel successo o nell’aver fatto tutto nel modo migliore.
Occorre aggiungere un ulteriore elemento essenziale. Per portare avanti la nostra missione e per essere anche noi purificati da Cristo, che è venuto a togliere il peccato del mondo, abbiamo bisogno di lasciarci lavare dai sacramenti. Giovanni Battista parla anzitutto del Battesimo, che, come un seme, racchiude in sé tutti gli altri sacramenti. In ogni sacramento ci viene donato lo Spirito Santo, rendendo possibile una comunione con Dio che da soli non potremmo mai raggiungere.
Nella testimonianza di Giovanni Battista «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo» (Gv 1,32) si apre anche la rivelazione del mistero trinitario. C’è il Padre che manda il Figlio e c’è lo Spirito Santo che scende e rimane su di lui. Viene così svelata la comunione d’amore dentro la quale è inserita tutta la storia del mondo. È dentro questa comunione che anche noi siamo chiamati a vivere e a portare avanti la missione che lo Spirito affida a ciascuno.
Per rimanere fedeli a questa missione è necessario affidarsi interamente a Dio. Non siamo noi a poterne controllare l’andamento o l’efficacia. Il compimento ultimo dell’opera non dipende da noi, ma è nelle mani di Dio. I sacramenti ci donano la grazia dello Spirito Santo e ci comunicano una forza che non viene dalle nostre capacità. Senza questa grazia, nessuna missione può essere realmente portata avanti.
Per concludere, può essere utile richiamare un’esperienza per capire cosa significhi non avere il controllo sulla propria missione. Durante un pellegrinaggio giubilare a Roma, insieme a un piccolo gruppo di giovani lavoratori della parrocchia, ci siamo fermati a pregare presso la tomba di Giovanni Paolo II. Con lui c’è un forte legame, sia per motivi personali sia ecclesiali: l’ho conosciuto personalmente quando ero seminarista a Roma, poi lo ho rivisto da prete, ed è stato lui a riconoscere la Fraternità San Carlo come società di vita apostolica di diritto pontificio. Tuttavia, ciò che più mi ha colpito maggiormente è stato vedere la folla silenziosa e raccolta che continua ad avvicinarsi a quel luogo di preghiera.
Davanti a quella tomba si comprende come l’azione dei santi non si esaurisca con la loro vita terrena. Giovanni Paolo II non avrebbe potuto immaginare che, a distanza di anni dalla sua morte, tante persone avrebbero continuato a pregare lì, trovando nella sua vita un’ispirazione e una sorgente di fede. La fecondità della sua esistenza ha superato i confini del tempo e delle sue stesse intenzioni.
Questo aiuta a riconoscere che l’esito di ciò che facciamo non è nelle nostre mani. Come Giovanni Battista, siamo chiamati ad affidarci e a riconoscere che c’è qualcuno che viene prima di noi e qualcuno che viene dopo di noi. È Cristo, l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo.
È dentro l’opera del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo che possiamo vivere con fiducia la nostra missione. Anche quando emergono ansia e inquietudine, che accompagnano ogni lavoro umano, resta la certezza che la salvezza del mondo non dipende dai nostri sforzi, ma è opera di Dio. A noi è chiesto di rimanere disponibili, docili e fiduciosi dentro questo disegno che ci precede e ci supera.
Leggi la liturgia – Battesimo di Gesù 18/1/2026
