Omelia di don Atta – Prima domenica di Avvento
«Vegliate perché non sapete in quale giorno il Signore verrà»
Lo sposo e la sposa
Don Gianluca Attanasio
Is 2,1-5
Sal 121
Rm 13,11-14
Mt 24,37-44
L’inizio del tempo di Avvento è l’inizio del tempo di attesa di Gesù. Ed è Gesù stesso che ci insegna come vivere questo tempo. Egli ci parla di Noè. Al tempo di Noè le persone prendevano moglie, prendevano marito, mangiavano e bevevano, facevano una vita normale. Ci si può chiedere cosa ci fosse di male in tutto questo. Perché furono così duramente punite dal diluvio che le ha annegate tutte? In quelle azioni non vi era nulla di male. Ma Gesù osserva: «Non si accorsero di nulla». Non si accorsero che Noè stava costruendo l’arca, anzi lo deridevano. Non si accorsero dell’inconsistenza delle cose materiali, ma avevano riposto la speranza in realtà destinate a svanire. Non avevano cercato le cose che durano. La soddisfazione della loro anima era riposta soltanto in ciò che passa.
Invece dobbiamo imparare da ciò che accade nella storia. Nei giorni scorsi un’immagine drammatica, riportata dai giornali, mostrava i grattacieli di Hong Kong in fiamme e di un uomo che, disperato, gridava perché la moglie era rimasta intrappolata nell’incendio. Insieme a questa scena, continuano a giungerci immagini di guerra che lasciano sgomenti, o a cui purtroppo ci si abitua.
Di fronte a tutto questo, Gesù invita a guardare più in profondità, a non fermarsi solo all’emozione o al dolore immediato. Ci invita a considerare che questa vita è passeggera. Di fronte all’incendio, un giornale osservava: «Bisognerà capire se la causa è stato un corto circuito, o le impalcature di bambù». Questo sguardo è limitato alle spiegazioni materiali. La domanda che dovremmo porci è: «Che cosa questo ci insegna dal punto di vista più profondo?».
Gesù ci insegna che gli avvenimenti della vita indicano che il tempo sulla terra è passeggero e che si deve imparare da ciò che accade nel mondo, perché prima o poi ciascuno incontrerà la morte e non è possibile vivere dimenticando questo. È ciò che insegnano coloro che vivevano ai tempi di Noè. È irragionevole vivere come se non si morisse.
Ma che cos’è la morte per Gesù? La morte è l’avvenuta di Cristo, la sua venuta definitiva. Ecco allora il significato dell’Avvento: avvenuta, che deriva dal verbo avvenire, ed è proprio la venuta di Cristo. Il tempo di Avvento è il tempo in cui la liturgia invita a prepararci alla sua venuta. Questa venuta può essere percepita già in questa vita come l’arrivo di un ladro, e lo sarà in pienezza nel momento della morte. È un ladro che toglie ciò a cui ci siamo attaccati. Se si vive inconsapevoli del fatto che la vita è mortale, che i beni materiali passano, se si ripone la speranza nella stima degli altri, nella fama, nei piaceri passeggeri o perfino negli affetti non vissuti in Dio, allora tutto ciò – inevitabilmente – svanirà. E l’avvenuta di Cristo sarà percepita come l’arrivo di un ladro, un ladro che per di più arriva quando noi non ce lo aspettiamo. Gesù lo dice chiaramente: «Se il padrone di casa sapesse a che ora della notte viene il ladro, non si farebbe scassinare la casa».
Ma un modo diverso di vivere la venuta di Cristo – e quindi anche la morte, i lutti, la perdita di ciò a cui ci si attacca in modo disordinato – è farlo come l’arrivo dello sposo. Arrivo per il quale è importante essere pronti. Una ragazza che si è di recente sposata ha descritto il giorno del matrimonio come il giorno più bello della sua vita. E si è preparata: per questo. È andata dal parrucchiere, ha scelto il vestito, ha preparato la festa. E più di tutte queste cose esteriori, che potrebbero anche non esserci, ha fatto un cammino con il suo fidanzato che le potesse far vivere questo momento come il giorno più bello della sua vita.
Allo stesso modo, preparandoci per la sua venuta, noi possiamo vivere la nostra morte come il giorno più bello della nostra vita, come il giorno in cui incontreremo lo sposo della nostra anima. Questo potrà avvenire solo se abbiamo già fatto un cammino di intima conoscenza di lui. Se conosciamo lo Sposo, allora la sua venuta non ci apparirà come quella di un ladro, ma come un giorno di festa, il giorno atteso dell’incontro con lui.
Come possiamo essere preparati all’incontro con lo sposo? Ce lo indica Gesù: «Vegliate, tenetevi pronti». In che cosa consiste questa veglia? La veglia è la preghiera. È la meditazione della scrittura, che apre gli occhi sul senso profondo della storia, dell’esistenza, degli eventi che accadono. «Alla tua luce vediamo la luce», dice il Salmo. Senza questa luce di Dio, i fatti della storia restano opachi e incomprensibili, sia nella vita personale sia nella vita del mondo.
Vegliare e tenersi pronti significa anche vivere la carità fraterna, vivere un amore vero, riconoscere e amare Cristo nel fratello. Come ricordava Madre Teresa, incontriamo Cristo nelle persone che incontriamo. Lui è nel marito, nella moglie, nei figli, in chiunque la vita ci mette accanto.
Se si comincia a conoscere Cristo nella preghiera, nella scrittura, nei fratelli, quando Egli verrà – in un tempo che resta ignoto – non sarà per noi uno sconosciuto né un ladro nella notte, ma lo sposo dell’anima. L’intera storia tende a questo incontro finale tra la sposa e lo sposo, e la scrittura lo attesta con parole che la concludono: «Lo Spirito e la sposa dicono: Vieni». È lo Spirito che dà la forza di pregare, ed è la sposa che prega in ciascuno, unita alla preghiera della Chiesa.
«Lo Spirito e la sposa dicono: Vieni». È una preghiera semplice e bellissima: «Vieni». E chi ascolta ripeta: «Vieni». E Gesù risponde – così si chiude la scrittura -: «Sì, verrò presto. Amen». Questa è la nostra certezza: il Signore verrà. «Vieni, Signore Gesù» è la preghiera che conclude l’Apocalisse, l’ultimo libro della Bibbia.
Domandiamo di vivere questo tempo di Avvento entrando più profondamente nell’esperienza dell’invocazione del Signore, dicendo: «Vieni nella nostra vita», e cercandolo ogni giorno, per vivere con lui quella comunione che unisce la sposa allo sposo.
Leggi la liturgia – domenica 30/11/2025
