Omelia di don Atta – Santissima Trinità Anno A

Icona della Santissima Trinità con i tre angeli, stile Rublev

La nube luminosissima

31 maggio 2026

Don Gianluca Attanasio

Es 34,4-6.8-9
Dn 3,52-56
2Cor 13,11-13
Gv 3,16-18

La solennità della Santissima Trinità celebra il mistero nel cui nome i cristiani si segnano con il segno della croce, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. La croce è la forma stessa della vita cristiana. Unisce la terra e il cielo, riconcilia l’uomo con Dio e apre alla comunione tra gli uomini. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo si riceve il battesimo e si rinasce a una vita nuova. In questo nome è racchiuso il mistero della fede cristiana. Il mistero di Dio che è comunione di amore e che chiama l’uomo a partecipare alla sua stessa vita.

Accostandosi al mistero della Santissima Trinità, la prima esperienza è quella di essere sovrastati. Lo mostra bene il racconto dell’Esodo, quando il Signore si manifesta a Mosè, il grande mistico dell’Antico Testamento. «Allora il Signore scese nella nube» (Es 34,5). Dio si rivela, ma rimane avvolto nella nube. È vicino e, nello stesso tempo, rimane infinitamente più grande di noi. Siamo davanti a un mistero che ci sovrasta.

Questa consapevolezza non appartiene soltanto ai credenti. Norberto Bobbio, filosofo del diritto e della politica, tra i maggiori interpreti del pensiero laico italiano, si dichiarò sempre non credente. Poco prima della sua morte affidò a un giornale una lettera da pubblicare il giorno successivo alla sua scomparsa. Bobbio morì a Torino il 9 gennaio 2004 e quella lettera, poi conosciuta come le sue ultime volontà, conteneva parole molto significative: «Non mi considero né ateo né agnostico. Come uomo di ragione, non di fede, so di essere immerso nel mistero che la ragione non riesce a penetrare sino in fondo e che le varie religioni interpretano in vari modi». Queste parole esprimono qualcosa che il racconto biblico aveva già intuito. Anche Mosè fa esperienza di un Dio che si manifesta e, nello stesso tempo, rimane avvolto nella nube. «Allora il Signore scese nella nube» (Es 34,5). Di fronte al mistero di Dio, la ragione può arrivare molto lontano, ma non può esaurirlo.

La fede nasce proprio da questa percezione del mistero. L’uomo si accorge di trovarsi davanti a una realtà che supera la sua ragione e la sua capacità di comprendere. Dionigi l’Areopagita, uno dei grandi maestri della tradizione cristiana, insegna che il cammino spirituale raggiunge il suo vertice nelle tenebre, là dove Dio si nasconde e l’uomo accetta di trovarsi davanti a qualcuno infinitamente più grande di lui. I bambini aiutano a comprendere qualcosa di questa esperienza. Sono capaci di stupirsi e di gioire della realtà proprio perché vivono affidandosi a qualcuno di più grande. Anche nella vita spirituale accade qualcosa di simile. Quanto più cresce la conoscenza di Dio, tanto più ci si accorge che le parole diventano insufficienti. Lo stesso Dionigi insiste su questo punto.

Si è dunque immersi in un grande mistero. La Trinità è il grande mistero della fede cristiana. Come può Dio essere uno e trino? L’uno non è tre e il tre non è uno. Questo, però, non significa che la Trinità rimanga qualcosa di estraneo all’esperienza dell’uomo. Pur rimanendo un mistero che supera ogni comprensione, essa può essere conosciuta attraverso una reale esperienza di vita.

Ecco che san Paolo indica una strada concreta per entrare nel mistero della Trinità. «Fratelli, salutatevi a vicenda con il bacio santo» (2Cor 13,12). Un gesto semplice come una stretta di mano, un abbraccio o un saluto non è qualcosa di banale. Significa riconoscere nell’altro l’immagine di Dio. San Giovanni Damasceno osserva che ci si toglieva il cappello davanti a una persona conosciuta come segno del rispetto dovuto all’immagine divina presente nell’uomo. Questa è una via per accostarsi al mistero della Trinità. L’uomo è immagine di Dio. È come un’icona che rimanda al suo Creatore. Per questo il rispetto, il saluto e l’accoglienza dell’altro possiedono una profondità che va oltre la semplice cortesia. Un tempo ci si inchinava o ci si toglieva il cappello. Oggi ci si stringe la mano, ci si saluta, ci si abbraccia. In tutti questi gesti è custodita una verità profonda. Riconoscere nell’altro l’immagine di Dio significa già entrare nel mistero della Trinità.

«Salutatevi a vicenda con il bacio santo» (2Cor 13,12). Anche un gesto semplice come il bacio sulle guance può essere vissuto in modo superficiale, ma può anche diventare il riconoscimento della presenza di Dio nell’altro. In quel gesto si onora il mistero che abita il fratello.

«Fratelli, fatevi coraggio a vicenda» (2Cor 13,11). Le parole possono sostenere il cammino di chi ci è accanto. Possono incoraggiare, consolare, aiutare a perseverare.

«Abbiate gli stessi sentimenti» (2Cor 13,11). Questo non significa diventare identici, ma imparare a condividere la vita degli altri. Significa piangere con chi piange e gioire con chi gioisce. In questo modo si cresce nella comunione. Si rimane persone distinte, ma si diventa una cosa sola nell’amore.

«Vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi» (2Cor 13,11). Ogni volta che si costruisce la pace, ogni volta che si vive riconciliati con Dio e con i fratelli, si entra più profondamente nel mistero della sua presenza.

La ragione non può esaurire il mistero di Dio. Egli rimane sempre più grande di ciò che l’uomo può comprendere. Eppure, questo mistero non è lontano. Si lascia incontrare nell’amore fraterno e nella preghiera. Il cammino della fede consiste allora nell’entrare sempre più profondamente in questa nube divina. Una nube che nasconde e insieme rivela. Una nube che, come insegna Dionigi l’Areopagita, non è tenebra priva di luce, ma una luce così intensa da superare la capacità dello sguardo umano.

 

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