Omelia di don Atta – Cristo re dell’universo
“Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”
Il timore di Dio e la misericordia
Don Gianluca Attanasio
2Sam 5,1-3
Sal 121
Col 1,12-20
Lc 23,35-43
La Chiesa invita a contemplare un mistero d’amore grandissimo. Tutte le menti della storia messe insieme non potranno mai comprendere il mistero della sofferenza e il mistero dell’amore che alla sofferenza è legato. E tuttavia, poiché Dio si rivela a coloro che lo amano e lo invocano con umiltà, è possibile chiedere una luce per comprendere almeno in parte il Vangelo di questa domenica. La tradizione della Chiesa ci ha insegnato a tornare più volte a contemplare l’immagine della crocifissione, e non a caso ha posto croci nei luoghi più significativi della vita quotidiana, come segni che richiamano alla memoria questo mistero di amore e di salvezza. Siamo invitati a sostare davanti alla croce, a riguardarla ancora e ancora, perché solo così il suo significato può a poco a poco aprirsi ai nostri occhi e al nostro cuore.
Contempliamo i soldati, i magistrati, i capi del popolo che deridono Gesù. Di fronte alle loro beffe, Egli non risponde nulla. Poco prima aveva detto: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». Ma quando lo scherniscono, mettendo in dubbio che sia l’eletto di Dio, il Cristo, rimane in silenzio. Eppure, basterebbe una sola sua parola per fulminarli. È la stessa parola che ha calmato le acque in tempesta, che ha ridato la vista ai ciechi, fatto camminare gli zoppi, purificato i lebbrosi; la parola davanti alla quale i suoi avversari restavano ammutoliti, incapaci di replicare; la parola che ha creato l’universo. E tuttavia, di fronte al male, questa parola onnipotente tace. Gesù sceglie liberamente di disarmarsi, di non rispondere al male con il male.
Contempliamo questo grande mistero e chiediamo la grazia di usare anche noi le nostre parole in questo modo. Le parole possono ferire e quasi uccidere l’anima, oppure possono ridare vita. Guardiamo Gesù: non utilizza mai la parola come un’arma, ma sempre come strumento di amore. E quando non è possibile parlare senza ferire, rimane in un silenzio misterioso, un silenzio che è anch’esso rivelazione.
Poi contempliamo i due malfattori. Uno di loro deride Gesù insieme agli altri, mentre l’altro – pur nella sofferenza della croce – compie un atto di carità e lo rimprovera: «Non hai nemmeno timore di Dio, tu che ti trovi nello stesso supplizio?». Questa parola, in questa festa di Cristo Re, è rivolta a ciascuno di noi: «Non hai nemmeno timore di Dio?» Oggi si parla poco del timore di Dio, del timore del giudizio divino. Non è un tema di moda. Si preferisce piuttosto parlare della misericordia di Dio, E va bene. Gesù stesso dice poco prima «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». Tuttavia, il Vangelo, come tutta la Scrittura e la tradizione dei Padri della Chiesa, ricorda anche l’importanza del salutare timore di Dio, del salutare timore del giudizio.
Perché è salutare? Si può comprendere con un esempio semplice. Talvolta, quando si è inclini alla golosità – come chi ama particolarmente il cioccolato fondente – si può soffrire di gastrite o mal di stomaco. Ebbene, il timore del dolore che ne deriva diventa un aiuto a non eccedere. Se la ragione fosse sempre sufficiente a guidare, non servirebbe alcun timore. Ma poiché le passioni sono ancora forti, quel timore diventa un freno benefico, che preserva dal male. Così è il timore di Dio: non contraddice la misericordia, ma aiuta a non cadere e a camminare verso il bene.
San Giovanni, nella sua prima lettera, afferma: «Nell’amore non c’è timore». Nel vero amore, nel perfetto amore verso Dio, il timore scompare. Ma nessuno può dire di amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente, e il prossimo come se stesso, così come il Vangelo comanda. E se il nostro amore è ancora imperfetto, comprendiamo perché il timore del giudizio divino sia salutare. È un timore che preserva dal male, perché ricorda che alla fine della vita ciascuno comparirà davanti al tribunale di Cristo. E quel tribunale non sarà altro che il suo amore infinito, un amore che metterà in luce tutto ciò che, in noi, non è stato amore.
Per questo anche il bene compiuto con timore di Dio – l’elemosina, che non è solo materiale, ogni gesto di aiuto, ogni attenzione verso il prossimo – non è un bene di valore minore. È anzi un motivo più che valido per agire rettamente, perché avverrà il giorno in cui saremo posti davanti a Colui che ha dato la vita per noi. Certo, nell’orazione e nella vita sacramentale si deve chiedere la grazia di fare il bene per amore, per pura gratitudine verso l’amore infinito di Cristo. Ma quando l’amore ancora non è pieno, il timore, come un freno che salva, può guidare verso il bene e proteggere dal male.
Soffermiamoci spesso sotto la croce di Gesù. Tante volte, ci si può soffermare solo per un breve momento ai piedi della croce, ma è un luogo a cui tornare spesso. Molte volte ci si domanda perché il Signore permetta certi dolori, perché esistano prove così pesanti, perché nel mondo vi siano sofferenze che la ragione non riesce a comprendere. La contemplazione della croce non offre spiegazioni razionali, ma dona una consolazione profonda. Le braccia di Cristo distese sul legno accompagnano ogni prova, e tutto ciò che Egli ha vissuto è orientato alla salvezza del mondo, alla salvezza delle anime.
Risuona allora la domanda del malfattore pentito: «Non hai nemmeno timore di Dio, tu che ti trovi nel medesimo supplizio?». E subito dopo la sua preghiera: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». È una supplica semplice e grandiosa, colma di pentimento e di fiducia, che la Chiesa fa propria in ogni sacramento della riconciliazione. Alla preghiera del ladrone Gesù risponde con una promessa che apre l’eternità: «In verità io ti dico: oggi sarai con me nel paradiso». Qui la misericordia si manifesta in tutta la sua ampiezza. L’umiltà del riconoscere il proprio peccato – come fa il ladrone, contemplando l’amore crocifisso – apre immediatamente lo spazio del perdono.
Per questo, quando si contempla l’ostia consacrata nell’adorazione, quando si fissa lo sguardo su una croce o si rilegge la passione nel Vangelo, si è invitati a riconoscere con sincerità quanto l’amore umano sia ancora fragile, freddo, ferito dall’egoismo. E proprio questo sguardo umile può diventare la stessa invocazione del malfattore: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Allora anche nel cuore del credente può risuonare la parola dolcissima del Signore: «Oggi sarai con me nel paradiso».
