Omelia di don Atta – V domenica di Pasqua Anno A

Dipinto gotico dei santi in Paradiso con aureole che si abbracciano con gioia

Omelia di don Atta – V domenica di Pasqua Anno A

Non abbiate timore

Don Gianluca Attanasio

At 6,1-7
Sal 32
1Pt 2,4-9
Gv 14,1-12

Una delle parole di Gesù più belle, più consolanti, che si trovano nel Vangelo, è «Non sia turbato il vostro cuore». Il cuore non è chiamato a vivere nella paura.

Perché non dovremmo avere paura? Perché Gesù dice «nella casa del Padre mio vi sono molte dimore». Vi è spazio per ciascuno. Non si tratta di un’immagine generica, ma di una promessa. Se così non fosse, non avrebbe detto «Vado a prepararvi un posto». La sua morte è proprio un andare avanti, un aprire la strada. Gesù prepara un posto e intercede per l’uomo. Tutta la preghiera della Chiesa si conclude richiamando questa mediazione con la formula «per Cristo nostro Signore».

Egli è il sacerdote, colui che prega per noi presso il Padre perché veniamo accolti nella sua casa. Questo luogo non è generico. È un posto adatto a ciascuno, pensato singolarmente e personalmente. «Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore». Ciascuno di noi è unico e irripetibile. Esiste un posto pensato per noi così come siamo fatti, con i nostri difetti, i nostri limiti, le nostre debolezze. La storia personale di ciascuno, segnata anche dal peccato, non impedisce a Gesù di prepararci una casa. Quando Gesù pronuncia queste parole, poco prima di morire, conosce ciò che sta per accadere. Sa che i discepoli lo abbandoneranno e che Pietro lo tradirà. Eppure, afferma con certezza «Vado a prepararvi un posto».

C’è in noi un’ancestrale paura di essere esclusi. Che cosa ci fa più timore del non avere una casa, del pensare che non ci sia un posto per noi? Pensiamo alla favola di Cenerentola, con cui un’infinità di generazioni di bambini, e soprattutto bambine, si sono identificati. Non c’era posto per lei alla festa. Gesù risponde a questa paura profonda di essere esclusi. Risponde al desiderio di avere un posto nella casa del Padre. Non si tratta di un posto guadagnato per merito, ma preparato da lui. Non dipende dall’essere senza errori, ma dal suo amore che ci precede e accoglie.

Tuttavia, le parole di Gesù spesso non ci bastano. Tommaso gli risponde: «Signore, non sappiamo dove vai, come possiamo conoscere la via?». In questa domanda si riflette la fatica dell’uomo di andare oltre la nostra vita concreta, fatta di gioie e di dolori. Dov’è il paradiso? Cos’è il paradiso?  Può apparire come qualcosa di indefinito, un concetto vuoto.

Gesù risponde «Io sono la via». Con queste parole indica che il paradiso non è un luogo astratto, ma è legato alla sua persona. Egli sa che, dopo la sua morte, entrerà nella casa del Padre per preparare un posto per ciascuno. La certezza di ciò che c’è oltre la morte nasce dalla sua relazione con il Padre. L’uomo può entrare in questa conoscenza non con le proprie forze, ma solo attraverso una relazione con lui, attraverso una comunione sempre più profonda.

L’intimità con Cristo cresce nel tempo e si scopre nei luoghi in cui egli si rende presente. «Io sono la via» indica un cammino concreto. Dove si incontra questa via che conduce alla certezza del paradiso? Tre luoghi dove cercarlo e incontrarlo.

Cristo si manifesta in primo luogo nelle Scritture. Quando, nel racconto di Emmaus, spiega le Scritture ai discepoli, il loro cuore si accende. Provano gioia e riconoscono che tutto, nella Scrittura, rimanda a lui, alla sua morte e alla sua risurrezione.

In secondo luogo, Cristo è presente nell’Eucaristia, che fa cadere dai nostri occhi le squame che ci impediscono di riconoscere Gesù. Egli è presente nel profondo del nostro cuore quando ci dona lo Spirito e, in virtù dello Spirito che abita nel nostro cuore, possiamo gridargli: «Abbà, Padre» (Rm 8,15). Possiamo fermarci un attimo nel mezzo delle cose che stiamo facendo, anche nel mezzo delle nostre preghiere. Ci fermiamo un attimo, facciamo silenzio e lo ringraziamo. Questo stare davanti a Dio ci viene dato dallo Spirito Santo, e lo possiamo fare tutti. Lo può fare anche una persona che è piena di attività, piena di cose da fare. Per un momento fermarsi e ringraziare Dio di tutto quello che sta ricevendo.

In terzo luogo, Cristo è presente in chi lo segue. È presente in chi testimonia Gesù, in tutti coloro che vivono in comunione con lui. Vi sono storie che lo mostrano con chiarezza. Una giovane donna russa, a ventidue anni, ha chiesto di ricevere il battesimo. Proveniva da un contesto completamente ateo e non conosceva Cristo. Tuttavia, iniziando a interrogarsi sulla vita, ha scoperto che una visione puramente materialista non dava senso all’esistenza. Ha iniziato a leggere, tra gli altri, anche Chesterton, trovando in lui un invito a prendere sul serio l’ipotesi di Dio. Ha iniziato a cercare, a frequentare la comunità, fino a partecipare alla Messa, a pregare, a leggere le vite dei santi. Poco alla volta ha fatto esperienza di essere amata e ha compreso che nulla è casuale, che la vita non è il risultato di un meccanismo senza senso. In questo cammino ha incontrato Cristo. Così il Signore continua a mandare i suoi testimoni. Occorre aprire gli occhi e l’ascolto per riconoscerli.

Dunque, la domanda di Tommaso è anche la nostra domanda. «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?» (Gv 14,5). Di fronte a questa domanda, Gesù risponde «Io sono la via». Chiediamo allora che la nostra intimità con Cristo cresca, che possa crescere la certezza del paradiso e la certezza che Gesù è morto e risorto per prepararci un posto nella sua casa. Un posto dove siamo attesi, dove c’è una casa per ciascuno di noi.

 

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