Omelia di don Atta – Sacra Famiglia

Mosaico di Rupnik: la Sacra Famiglia con Maria, Gesù bambino e san Giuseppe in stile bizantino

Il dialogo di Giuseppe con Dio

Don Gianluca Attanasio

Sir 3, 3-7.14-17
Sal 127
Col 3,12-21
Mt 2,13-15.19-23

Nel tempo di Natale, in cui la Chiesa celebra la nascita di Gesù Salvatore, viene proposta anche la contemplazione della Sacra Famiglia. Non ci sarebbe infatti Gesù senza una famiglia che lo abbia accolto, custodito, educato e accompagnato. La nascita del Figlio di Dio è inseparabile da una storia familiare concreta, fragile e insieme sostenuta dalla grazia.

Il Vangelo pone davanti ai nostri occhi la figura di san Giuseppe e il dialogo che egli intrattiene con Dio attraverso gli angeli per portare a compimento la missione che gli è stata affidata. Quando un uomo e una donna pronunciano il loro sì nel giorno delle nozze, entrano in un compito che li supera, che non possono prevedere fino in fondo e che non possono vivere senza un dialogo continuo con Dio. Il Vangelo racconta che: «Un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò. Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo”» (Mt 2,13).

Se ci immedesimiamo in un padre che viene a sapere che qualcuno vuole togliere la vita a suo figlio e che deve comunicarlo alla moglie, è facile intuire l’angoscia che si può provare. A Giuseppe viene chiesto di fuggire in Egitto, un luogo che per un ebreo non era rassicurante. Proprio dall’Egitto il popolo era fuggito e, nella Scrittura, quel paese è spesso associato al luogo dell’oppressione e del male. Per questo ci si può affidare a san Giuseppe nei momenti di ansia per i figli. Egli ha vissuto personalmente questa prova. L’angelo gli chiede di partire subito, ma non gli dice quanto tempo dovrà restare lontano.

A uno sguardo superficiale potrebbe sembrare che l’intervento dell’angelo sollevi Giuseppe dalla responsabilità. In realtà è lui a decidere. Il Vangelo dice che «si alzò nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto» (Mt 2,14). La notte è il tempo delle tenebre. Nel giorno di Natale è risuonata la parola del profeta Isaia che annuncia che «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce» (Is 9,1). Il mondo è attraversato dal male. Giuseppe e Maria, perché ci sia almeno un frammento di mondo sottratto al dominio del male, se ne fanno carico. Lo custodiscono e lo difendono con la loro vita.

Non appena la Chiesa nasce nel mondo, il potere cerca subito di distruggerla. Questo accade nella storia della salvezza, ma riguarda anche la nostra vita. Pensiamo ad esempio quando un figlio si trova in una situazione che gli fa del male, non per sua incapacità o mancanza di impegno, ma perché l’ambiente in cui vive lo danneggia, chi ne è responsabile, i genitori, sono chiamati a intervenire per proteggerlo.

San Giuseppe non comprende fino in fondo il disegno di Dio. Si trova dentro qualcosa di più grande di lui, ma obbedisce alla parola ricevuta. È facile immaginare quanto sia stato difficile per Giuseppe e Maria fuggire in Egitto. Dopo alcuni anni, forse avevano trovato una certa stabilità, ma in Giuseppe doveva essere rimasta la ferita di un figlio che aveva rischiato di essere ucciso. Il timore non scompare con il tempo. È il timore di chi ha visto la vita del proprio figlio minacciata e sa quanto fragile sia la sicurezza.

Il Vangelo racconta che, quando Giuseppe venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di tornarvi: «Quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi» (Mt 2,22). Il fatto che l’angelo gli fosse apparso in sogno non cancella la paura. La prova vissuta lascia il segno.

Si può pensare a una famiglia costretta a fuggire perché il figlio è minacciato di morte. Anche quando sembra che il pericolo sia cessato, la paura non si dissolve facilmente. Rimane il timore che la violenza possa tornare. Giuseppe vive qualcosa di simile. Eppure, avvertito nuovamente in sogno, Giuseppe obbedisce ancora: «Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nazaret» (Mt 2,22-23). Anche nella paura, anche senza comprendere tutto, sceglie di fidarsi della parola ricevuta.

Giuseppe si rifugia in Galilea, in una città chiamata Nazaret. È un luogo poco conosciuto e poco stimato, abitato da gente semplice e povera, lontano dai centri del potere. Il Vangelo di Giovanni lo ricorda quando Filippo annuncia a Natanaele di aver trovato Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret, e Natanaele risponde «Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?» (Gv 1,46). In latri termini, Nazaret è considerato un “postaccio”. Da quella decisione Gesù sarà chiamato per sempre il Nazareno. Perché Giuseppe sceglie Nazaret? Lo fa, perché il Figlio possa avere un futuro. Non un futuro segnato dal prestigio o dalla sicurezza economica, ma un futuro in cui possa salvarsi e non essere ucciso.

Questo racconto evangelico insegna, tra le tante cose, che non è possibile portare avanti la propria vocazione senza un dialogo continuo con Dio nella preghiera. Dio accompagna e sostiene anche attraverso l’aiuto degli angeli, che occorre imparare ad ascoltare. Chiede inoltre di essere disponibili a cambiare i propri progetti e, se necessario, a spostarsi, a prendere altre strade, pur di custodire la vocazione ricevuta. Nel caso di Giuseppe si tratta della vocazione familiare. Egli ha dovuto abitare in luoghi diversi perché la sua famiglia potesse continuare il cammino. Per questo non c’è motivo di spaventarsi davanti a simili prove, se le hanno attraversate anche Maria e Giuseppe, che continuano ad accompagnarci e a sostenerci.

I sacrifici vissuti da san Giuseppe dovevano apparire molto grandi. Egli li ha affrontati con una fede profonda, in totale affidamento a Dio, sostenuto anche dallo sguardo fiducioso e dall’abbandono di Maria. Eppure, questi sacrifici, compiuti nel silenzio e nella fedeltà, hanno portato un frutto immenso per la storia dell’umanità. Hanno custodito la vita di Gesù, il Salvatore.

Anche a ciascuno è affidato un compito di cui non è possibile prevedere con precisione gli sviluppi. Nella vita familiare, educando i figli, si è chiamati in qualche modo a prendersi cura di Gesù stesso. Rimanendo fedeli alla propria vocazione, si partecipa a un disegno di Dio che supera le capacità di comprensione e che riguarda la salvezza del mondo. Infine, resta la certezza che, anche nelle prove più dure, Dio non abbandona. Come per san Giuseppe, che ha vissuto il timore di perdere il Figlio, così così per ogni uomo e ogni donna il Signore invia i suoi angeli e i suoi santi per accompagnarci ogni giorno.

 

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Leggi la liturgia – Sacra Famiglia 28/12/2025

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