Omelia di don Atta – XII Domenica T.O. Anno A
L’unità del genere umano
21 giugno 2026
Don Gianluca Attanasio
Ger 20,10-13
Sal 68
Rm 5,12-15
Mt 10,26-33
San Paolo scrive: «Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così in tutti gli uomini si è propagata la morte perché tutti hanno peccato» (Rm 5,12). Il brano della Lettera ai Romani può apparire, a una prima lettura, difficile. Eppure, racchiude una grande luminosità e aiuta a comprendere qualcosa di essenziale sulla condizione umana e sulla salvezza portata da Cristo.
L’apostolo richiama qui la figura di Adamo. Con il suo peccato entra nel mondo una ferita che non rimane circoscritta alla sua persona. Il peccato genera la morte e questa morte si diffonde a tutti gli uomini. Nessuno ne rimane immune. Tutta l’umanità porta in sé il segno di questa ferita originaria.
A prima vista tutto questo può apparire profondamente ingiusto. Perché le conseguenze del peccato di uno dovrebbero ricadere su tutti? È una domanda che nasce spontaneamente e che non riguarda soltanto Adamo, ma tutta la storia umana. Lo si vede continuamente nella vita degli uomini. Interi popoli hanno sofferto per la follia e la malvagità di pochi. Milioni di ebrei furono deportati e uccisi nei campi di concentramento senza aver commesso alcuna colpa. Subirono le conseguenze delle decisioni di altri. Lo stesso si può dire di quanti furono mandati nei gulag sovietici, costretti a vivere e morire in condizioni disumane a causa dell’ambizione e della violenza di chi deteneva il potere. Gli esempi potrebbero moltiplicarsi. Anche eventi più vicini mostrano come gli errori e le responsabilità di pochi possano ricadere su molti. Il disastro di Chernobyl ne è un esempio. Decisioni sbagliate e gravi negligenze hanno provocato conseguenze che hanno colpito persone innocenti. La storia mostra continuamente che il male di uno può ferire molti.
San Paolo, però, aggiunge un elemento decisivo. Questa comunione nel male, per cui il male compiuto da uno ricade sugli altri e il male degli altri ricade su di noi, non è l’ultima parola. Esiste una comunione ancora più profonda e più forte, quella che nasce dalla grazia. L’apostolo scrive: «Se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo si sono riversati in abbondanza su tutti» (Rm 5,15).
L’esperienza mostra che gli uomini sono uniti tra loro. Il male di uno può ferire molti. Ma proprio perché esiste questa profonda unità tra gli uomini, il bene di uno può raggiungere molti. E questo vale in modo unico per Gesù Cristo, il Figlio di Dio, che è entrato nella nostra umanità e si è unito a tutti gli uomini. Per questo la sua grazia si diffonde a tutta la famiglia umana. Là dove il peccato aveva portato la morte, Cristo introduce una possibilità nuova di salvezza per tutti. La grazia che viene da Cristo continua a raggiungere la vita degli uomini. Spesso ciò avviene senza che ce ne rendiamo pienamente conto. Attraverso la preghiera, i sacramenti, la comunione fraterna e la parola del Vangelo, scorre come un fiume di grazia che attraversa la Chiesa e raggiunge ogni persona. Questo fiume di grazia nasce dal fatto che Cristo si è fatto uomo. Entrando nella storia, si è unito all’umanità e ha reso possibile una comunione nuova, capace di diffondere il bene con una forza ancora più grande di quella con cui il male si diffonde nel mondo.
Questo si può osservare anche nella vita dei santi. Se negli uomini malvagi si vede come il male di uno possa ricadere su molti, e se ciascuno fa esperienza di come i propri errori possano ferire le persone che ama, molto più il bene generato dalla grazia si diffonde ben oltre la persona che lo compie. Pensiamo a madre Teresa di Calcutta. Una donna povera di mezzi materiali, apparentemente fragile, che attraverso la preghiera e l’unione con Cristo ha portato consolazione, speranza e dignità a innumerevoli persone abbandonate. O pensiamo a santa Teresa di Gesù Bambino. Muore a ventitré anni, senza aver compiuto opere straordinarie agli occhi del mondo. Eppure, offrendo la propria vita in unione al sacrificio di Cristo per la salvezza delle anime, ha esercitato un’influenza immensa nella vita della Chiesa. In queste figure si manifesta la forza della grazia. Il bene compiuto in unione con Cristo non rimane circoscritto a chi lo compie, ma si riversa su molti e continua a portare frutto nel tempo.
Il rischio è quello di soffermarsi soltanto sulla potenza del male. San Paolo, invece, invita a guardare più in profondità. Il dono della grazia è molto più grande della caduta. Quando una vita viene offerta in unione al sacrificio di Cristo per la salvezza degli uomini, ogni gesto acquista un valore nuovo. Le opere di carità più semplici, il lavoro quotidiano, la cura della casa, la fatica di una notte trascorsa accanto a un figlio, il servizio reso agli altri, la gioia condivisa con gli amici, tutto può diventare partecipazione all’opera di Cristo.
Nulla va perduto. Unito al suo sacrificio, anche il gesto più nascosto si riversa sugli altri come una sorgente di bene. La grazia opera con una forza che supera quella del male e raggiunge luoghi che l’uomo non è in grado di vedere. Per questo san Paolo afferma: «Il dono di grazia non è come la caduta. Se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia di un solo uomo, Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti» (Rm 5,15). Queste parole rivelano qualcosa del mistero della storia umana. Mostrano che il male non ha l’ultima parola e che la grazia di Cristo continua a operare nel mondo attraverso la preghiera, la carità e l’offerta della vita di coloro che si uniscono a lui.
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