Omelia di don Atta – XI Domenica T.O. Anno A

Miniatura medievale di Gesù che scaccia i demoni da un uomo indemoniato

Omelia di don Atta – XI Domenica T.O. Anno A

Scacciare i demoni

14 giugno 2026

Don Gianluca Attanasio

Es 19,2-6
Sal 99
Rm 5,6-11
Mt 9,36-10,8

I Vangeli parlano spesso di un aspetto che spesso riceve poca attenzione, ma che occupa un posto importante nella missione di Gesù. Egli scaccia gli spiriti impuri, libera gli uomini dal potere del male e trasmette ai suoi discepoli la stessa autorità. Il Vangelo racconta che Gesù «diede loro il potere sugli spiriti impuri» (Mt 10,1). Chiama i dodici apostoli e li invia a guarire gli infermi e a scacciare i demoni.

Bisogna scacciare i demoni. Finché l’uomo vive sulla terra, deve combattere una dura lotta contro il male, contro il potere di Satana. Qual è la condizione perché questa lotta possa essere combattuta e vinta? Gesù indica agli apostoli di vivere dentro un collegio, una comunione. È all’interno di questa comunione che viene affidato loro il compito di combattere il male. La vittoria non nasce dall’isolamento, ma dalla fraternità.

I Vangeli mostrano inoltre che gli apostoli sono presentati a coppie: «Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni, Filippo e Bartolomeo, Tommaso e Matteo, Giacomo e Taddeo, Simone e Giuda» (Mt 10,2-4). Questo particolare non è privo di significato. Nell’unità tra persone si manifesta una forza che si oppone al male. Il demonio divide, separa, isola. La comunione, al contrario, unisce. Per questo Gesù indica la fraternità come luogo dove viene vinto il male, che consiste proprio nella divisione.

«Due» – Giacomo e Giovanni, Simone e Andrea – suggerisce proprio che il cammino cristiano non è pensato per essere vissuto da soli. Anche noi mettiamo il nostro nome accanto a quello delle persone a cui siamo più legati, di coloro con cui condividiamo l’amicizia e la fede.

Quando due persone vivono una vera comunione, accade qualcosa di nuovo. Non si tratta semplicemente di uno più uno. Nasce una realtà diversa, una unità che supera la semplice somma delle parti.

Per questo Gesù dice: «In verità io vi dico: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà» (Mt 18,19). Mettersi d’accordo non significa semplicemente condividere un’opinione. Significa imparare a umiliarsi l’uno davanti all’altro, rinunciando ad affermare il proprio punto di vista come assoluto. Significa cercare insieme la verità fino a raggiungere una reale comunione di pensiero e di cuore.

Quando questo accade, nasce qualcosa di nuovo. I due non sono più semplicemente uno accanto all’altro, ma partecipano di una unità più profonda. Per questo la loro preghiera possiede una forza particolare. In questa comunione si manifesta qualcosa del corpo di Cristo, una presenza viva della Chiesa in mezzo al mondo.

Ecco, dunque, che diventa possibile combattere il male. Nel Vangelo si parla esplicitamente dell’autorità sugli spiriti impuri e dell’esorcismo. Nella Chiesa questo ministero è affidato in modo particolare ad alcuni sacerdoti incaricati dal vescovo. Tuttavia, la lotta contro il male riguarda ogni battezzato. Tutti sono chiamati a opporsi a ciò che divide e distrugge.

Il Vangelo indica una strada precisa. La comunione, l’amicizia, la fraternità. Quando si vive una vera unità con i fratelli, il male trova meno spazio per insinuarsi nel cuore. Al contrario, quando la divisione comincia a entrare nelle relazioni, allora si fanno strada i pensieri negativi. Può accadere tra marito e moglie, tra amici, tra fratelli. Il sospetto, il risentimento e il giudizio iniziano a occupare il posto della comunione. È proprio in queste fratture che il male cerca di inserirsi.

Bisogna però riconoscere che questa amicizia, questa comunione fraterna, questo miracolo per cui due persone diventano una realtà nuova capace di opporsi al male, non è mai compiuto una volta per tutte durante la vita terrena. È un cammino che richiede continuamente conversione. Per questo è così importante imparare a perdonarsi. È così importante quell’umiltà che permette di perdonare il fratello.

Gli stessi apostoli non sono stati esenti da tensioni e cadute. Tra loro vi sono stati contrasti, incomprensioni, rivalità. Hanno cercato di prevalere gli uni sugli altri e di essere considerati più importanti degli altri. Tutto questo è accaduto mentre Gesù era ancora con loro. La loro grandezza non è consistita nell’essere perfetti – il Vangelo mostra chiaramente che non lo erano – ma nell’accettare di umiliarsi e di perdonarsi reciprocamente. Per questo Pietro domanda a Gesù quante volte si debba perdonare il fratello, se fino a sette volte. E Gesù risponde fino a settanta volte sette. Dove non esiste una disponibilità senza misura al perdono, la comunione si spezza. E dove la comunione si spezza, il male trova facilmente spazio per agire.

Per questo Satana cerca sempre di allontanare l’uomo dal perdono. Nascono mille ragioni per rimandare la confessione, per evitare di riconoscere il proprio peccato, per non chiedere scusa a chi è stato ferito. Ci si convince di avere altro da fare, ci si lascia bloccare dalla vergogna o dal timore di non essere compresi. Eppure, è proprio nell’umiltà del perdono che si manifesta una forza capace di vincere il male. È lì che si esercita quell’autorità sugli spiriti impuri di cui parla il Vangelo. Una forza che nasce dalla comunione e dalla fraternità.

A conferma di questo, il Vangelo mostra che tale missione non riguarda soltanto i dodici apostoli. Gesù la estende anche ai settanta discepoli. «Dopo averli designati, il Signore li mandò a due a due» (Lc 10,1). Anche a loro affida il dono delle guarigioni e l’autorità sui demoni.

Per entrare nella vita di Dio, nella gioia della comunione trinitaria e della comunione fraterna, è necessario essere liberati dal male. Questa liberazione non avviene da soli. Avviene nell’incontro con persone che stanno percorrendo lo stesso cammino e che, a loro volta, hanno sperimentato la forza del perdono e della comunione.

 

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