Omelia di don Atta – XXX domenica T.O. Anno C

“O Dio, abbi pietà di me peccatore”

Orgoglio e umiltà

Don Gianluca Attanasio

Sir 35,15-17.20-22
Sal 33
2Tm 3,14-4,2
Lc 18,9-14

Il Vangelo di questa domenica ci presenta due figure: quella del fariseo e quella del pubblicano. Il fariseo, all’apparenza, non commette alcun male, anzi. Si reca al tempio, prega, ringrazia Dio, ricorda di digiunare due volte alla settimana e di versare la decima di ciò che possiede. Occorre subito precisare che Gesù non critica le opere sante del fariseo. L’elemosina, la preghiera e il digiuno costituiscono il fondamento della vita religiosa. Si tratta di azioni buone, che ci avvicinano a Dio e ai fratelli; non possono dunque essere considerate qualcosa di negativo, e Gesù si guarda bene dal condannarle.

Da un punto di vista esterno, dunque, il fariseo appare impeccabile. Tuttavia, mentre compie opere buone, interiormente si gonfia d’orgoglio. Qual è il male del fariseo? Egli non ringrazia Dio per il bene che compie, ma si compiace di non essere come gli altri: «O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini». Attenzione: «gli altri uomini». Come se tutti fossero ladri, ingiusti, adulteri, o perfino come quel pubblicano. Facendo il bene, il fariseo non si accorge che dentro di sé cresce l’orgoglio, che si manifesta nel ritenersi superiore agli altri.

Questa tentazione è molto forte in ciascuno di noi. Ad esempio, io mi dedico alla parrocchia, mi alzo presto la mattina per recitare le Lodi con i confratelli, e magari guardo l’altro confratello che non si è alzato, non ha sentito la sveglia, e penso di essere migliore di lui. Oppure una moglie o un marito si dedicano alla famiglia, al lavoro, ai figli – realtà buone e sante – ma nel cuore può insinuarsi l’orgoglio, fino al punto di giudicare il coniuge un incapace. E, nei casi più gravi, questo può perfino condurre alla separazione o al divorzio. Lo stesso accade anche all’interno delle comunità. Può capitare che qualcuno si spenda con generosità per la propria parrocchia, ma poi arrivi a pensare, con orgoglio: «Faccio tutto io, gli altri non fanno niente». E così, inizia a paragonarsi agli altri, e a sentirsi migliore. Vediamo allora che l’orgoglio genera divisione, rabbia, conflitti. I Padri della Chiesa ci insegnano che è la radice di tutti i mali.

Il pubblicano, invece, rimane a distanza, non osa nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batte il petto dicendo: «O Dio, abbi pietà di me, peccatore».

L’orgoglio rappresenta un pericolo reale per chi è incamminato sulla via del bene. San Gregorio Magno lo paragona a un ladro che segue il viandante lungo la strada del bene e, quando meno se lo aspetta, lo colpisce alle spalle. Se l’orgoglio è un pericolo tanto insidioso, qual è la cura? L’umiltà.

Il pubblicano, pubblico peccatore e collaboratore dei Romani nella riscossione delle tasse, sale al tempio, resta a distanza, non osa alzare gli occhi e si batte il petto dicendo: «Dio, abbi pietà di me, peccatore». Questa è una preghiera stupenda, che ciascuno di noi può ripetere. Il pellegrino russo la recitava incessantemente: «Gesù Cristo, abbi pietà di me, peccatore». Proprio così, divenne santo.

Dunque, è necessario diventare consapevoli di quanto l’orgoglio sia pericoloso nella nostra vita e chiedere allo Spirito Santo che ci illumini, ci aiuti a riconoscere i semi dell’orgoglio dentro di noi e ci insegni ad amare l’umiltà.

Vorrei concludere questa riflessione con una citazione di sant’Antonio Abate, il grande monaco eremita egiziano di cui sant’Atanasio il Grande scrisse la vita. Fu proprio diffondendo questa opera a Roma che diede inizio al monachesimo occidentale. Sant’Antonio racconta: «Vidi tutte le reti del maligno distese sulla terra e, gemendo, dissi: “Chi mai potrà scamparne?”. E udii una voce che rispose: “L’umiltà”». Sant’Antonio – che lottò contro i demoni per tutta la vita – aveva una profonda esperienza della battaglia contro il male e sintetizza tutto il combattimento spirituale nell’orgoglio. «Vidi tutte le reti del maligno distese sulla terra». Queste reti si trovano anche nelle nostre famiglie, nelle comunità religiose, nelle parrocchie, nei movimenti: ovunque ci sia divisione. Chiediamoci allora: «Chi mai potrà scamparne?».

«L’umiltà» risponde la voce. L’umiltà genera comunione e fraternità. L’umiltà ci riconcilia con Dio: «Dio, abbi pietà di me, peccatore». E ci riconcilia con i fratelli: «Ti ho ferito, ti chiedo scusa». E con il coniuge: «Ti ho ferito, ti chiedo scusa». Con tutti. Quante volte, invece, per orgoglio, lasciamo ferite aperte che alimentano la divisione.

San Giovanni Climaco, nella Scala del Paradiso, scrive: «L’umiltà è l’unica virtù che i demoni non possono imitare». I demoni, infatti, possono replicare molte virtù – almeno esteriormente – ma non l’umiltà. Essa è una forza che ci permette di vincere tutte le insidie del nemico.

La parabola di Gesù insegna a superare la tentazione di paragonarsi agli altri. Questo confronto può portare alcuni a sentirsi superiori – pensando di essere migliori perché non commettono certi peccati – oppure, al contrario, può generare scoraggiamento in chi si ritiene meno capace o meno virtuoso degli altri. Anche quest’ultima è una forma di orgoglio.

L’umiltà conduce alla pace con Dio, alla comunione autentica con Lui e apre il cuore a una fraternità vera con gli altri. Solo rinunciando al giudizio possiamo entrare in una comunione profonda, imparare dagli altri e costruire insieme. E possiamo arrivare a questo, umilmente, con la preghiera del pubblicano: «Dio, abbi pietà di me, peccatore».

 

 

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