Omelie agli universitari nel tempo di Pasqua

Omelie agli universitari durante il tempo di Pasqua 2026

don Dennis

15 aprile 2026 (II settimana di Pasqua)

At 5,17-26; Sal 33; Gv 3,16-21

La Pasqua ci mette davanti a una domanda che noi cristiani non possiamo evitare mai: ma la fede regge oppure no davanti alla realtà, davanti al buio del peccato, della morte, di guerre, ecc.? San Paolo lo dice chiaramente: “Se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede!” Non dice incompleta o fragile, ma vana, cioè vuota, inconsistente, incapace di reggere davanti alla vita.

Allora, dobbiamo avere il coraggio di guardare in faccia questa possibilità: ma se Cristo non fosse davvero risorto? Se così fosse, Gesù resterebbe una figura straordinaria, certo: un uomo capace di parole inaudite e di gesti commoventi; uno che ha accarezzato i bambini, che si è fermato davanti al dolore dei malati, che ha parlato di perdono e di amore. Ma in fondo, non sarebbe diverso da Socrate, da Confucio, da Buddha o da tanti altri grandi della storia? Sarebbe un maestro, forse anche il più grande, ma sempre solo un maestro tra tanti.

Invece, la fede cristiana non nasce dall’ammirazione per un maestro, ma da un fatto, da qualcosa che è accaduto. Se apriamo gli Atti degli Apostoli, che ci raccontano la storia della Chiesa nascente, vediamo uomini impauriti, chiusi e disorientati dopo la morte di Gesù. Non sono eroi, ma persone come noi, pieni di dubbi e di paure. Eppure, a un certo punto, tutto cambia. Da dove viene questo cambiamento? Da un incontro: “Noi siamo testimoni”: questa è la parola che ritorna continuamente negli Atti. Testimoni di che cosa? Di un fatto! La Chiesa nasce da uomini e donne che affermano una cosa inaudita: Colui che è stato crocifisso è vivo, realmente, storicamente vivo.

Se questo non fosse accaduto, come si spiegherebbe tutto il resto? Come si spiega il coraggio di quei pescatori che sfidano il potere religioso e politico del loro tempo? Come si spiega una comunità che cresce così in fretta, che si espande e che resiste alla persecuzione fino al martirio? Non si muore per un’idea che si sa essere falsa. Non si dà la vita per una consolazione psicologica o filosofica.

Se Cristo è risorto, allora cambia tutto. Allora la morte non è più l’ultima parola. Allora, il desiderio di felicità, che ci abita, non è un inganno. Allora, la nostra sete di giustizia, di verità e di amore trova una risposta reale. Capiamo, allora, perché il cristianesimo è così radicale: perché non si accontenta di essere solo utile o consolante. Il fatto cristiano – la passione, morte e risurrezione di Cristo – o è vero o non è niente! E qui si gioca tutto, anche oggi: la Risurrezione è un fatto presente. Quegli uomini non hanno semplicemente visto qualcosa, ma hanno incontrato Qualcuno che ha cambiato la loro vita per sempre!

La domanda è: ma c’è una compagnia, una realtà in cui Cristo Risorto si rende percepibile oggi? Ecco, la Chiesa esiste proprio per questo: per essere il luogo in cui quel fatto continua a rendersi presente nella storia. Se Cristo è davvero risorto, allora è contemporaneo a noi. E se è contemporaneo, allora può essere incontrato. E se può essere incontrato, allora la vita cambia: allora ognuno di noi diventa missionario, strumento con cui Cristo Risorto vuole incontrare tutto il mondo!

21 aprile 2026 (III settimana di Pasqua)

At 7,51-8,1; Sal 30; Gv 6,30-35

Nella nostra vita ci sono parole, tendenzialmente tiepide, che piacciono a tutti. E, invece, ce ne sono altre che, se dette con verità, mettono in gioco tutto: noi stessi e tutto ciò che viviamo. Stefano, di cui abbiamo sentito parlare nella lettura, appartiene a questa seconda categoria. Non è morto per un’idea astratta o per una fissa ideologica: è morto perché ha detto la verità su ciò che aveva visto accadere nella sua vita! Ha riconosciuto Cristo risorto, cioè vivo, presente e operante. E non ha potuto tacere.

Nel Vangelo Gesù insiste su un punto semplice, ma scandaloso: “Io sono il pane della vita!” Si tratta di una pretesa enorme: io sono ciò che ti nutre davvero, ciò senza cui la tua vita si svuota! Ecco, Stefano ha preso sul serio questa parola. Che cosa vuol dire prendere sul serio? Verificare. E quando uno verifica se Cristo è il pane della vita, cioè ciò che sostiene realmente la propria esistenza, allora cambia il modo di stare al mondo: cambia il rapporto con la paura, con il giudizio degli altri, perfino con la morte. Ma, attenzione: verificare la presenza di Cristo, verificare la proposta che Egli ci fa attraverso la Chiesa e attraverso il CLU, non è un fatto individualista, ma accade dentro una comunione vissuta. Verificare la pretesa cristiana significa certamente pregare e fare silenzio, ma significa anche lasciarsi educare dalla compagnia e dai propri amici per dare un nome sempre più maturo a ciò che si vive.

Per questo, mentre lo lapidano, Stefano non si difende, ma guarda: “Contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo alla destra di Dio”. È stupendo: nel momento in cui Stefano sta per essere ucciso, è attratto da Cristo Risorto, dalla bellezza della vita eterna che sta per abbracciarlo e per accoglierlo per sempre. In questo senso, Cristo Risorto ha davvero vinto la morte per sempre!

Stefano è un uomo afferrato: la verità, che ha detto fino a quel momento, si compie in uno sguardo: Cristo è vivo ora! E qui si gioca tutto anche per noi. Possiamo facilmente ridurre la fede a un discorso o a una tradizione. Ma la domanda decisiva è: Cristo è vivo per me adesso? Il rapporto con Lui mi apre all’eternità? Ecco, la risurrezione non è un fatto del passato da ricordare, ma è una presenza da incontrare: se Cristo è risorto, allora è contemporaneo a noi. E questo significa che dentro la vita di tutti i giorni è possibile un rapporto reale con Lui: non un’aggiunta devota, ma una compagnia che cambia tutto.

Stefano è il primo martire della storia. Egli ha amato e vissuto fino in fondo ciò che anche a noi è offerto: un rapporto vivo con Cristo. La sua libertà nasce da lì. E allora la questione non è se anche noi saremo chiamati a un martirio così evidente, ma se siamo disposti ad amare e a vivere testimoniando la verità: che Cristo è presente e che Egli cambia la vita, quella mia e quella tua.

Chiediamo la grazia di non censurare questa possibilità; di non accontentarci di meno. Perché solo Cristo risorto e vivo può rendere la nostra vita vera. E solo una vita resa vera può generare uomini liberi, come Stefano.

28 aprile 2026 (IV settimana di Pasqua)

At 11,19-26; Sal 86; Gv 10,22-30

C’è una domanda che attraversa questo Vangelo e, in fondo, attraversa anche la nostra vita: di chi mi posso fidare davvero? I Giudei chiedono a Gesù: “Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente!” Ma Gesù risponde in modo sorprendente: “Le mie pecore ascoltano la mia voce e mi seguono.” Ecco, la fede non nasce da un discorso o da una dimostrazione perfetta, ma da un riconoscimento: una voce che mi raggiunge, che mi incuriosisce e a cui pian piano mi posso affidare.

Per noi, questo è decisivo: siamo immersi in mille voci: aspettative, ansie, prestazioni, confronti, ecc. Tutto sembra chiederci una sicurezza costruita da noi. Ma sotto sotto rimane una fragilità: alla fine, basta poco perché tutto vacilli. E allora torna la domanda: di chi mi posso fidare? Gesù non ci promette una vita senza fatica e difficoltà, ma dice qualcosa di molto più grande: “Io do loro la vita eterna e nessuno le strapperà dalla mia mano.” La fiducia cristiana non è ottimismo, né ingenuità, ma è la scoperta che la nostra anima è fatta per l’eternità, che c’è una voce nella nostra vita che ci vuole, che ci custodisce e che ci manda. Non siamo nelle mani del caso e non siamo solo nelle nostre mani, ma siamo nelle mani di Dio!

E questo cambia tutto! Perché la Provvidenza non è un’idea astratta: è il modo concreto con cui Dio accompagna la nostra storia, anche quando non capiamo, anche quando le cose non vanno come abbiamo in testa noi. Fidarsi della Provvidenza non significa avere già tutte le risposte, ma sapere che la strada ha un senso perché Qualcuno la percorre con noi!

Gesù insiste: “Io e il Padre siamo una cosa sola!” La nostra fiducia non è appoggiata su qualcosa di fragile, ma sull’unità stessa di Dio, che è una roccia! Allora, la vera questione, per noi è imparare a riconoscere quella voce nella nostra vita quotidiana: negli incontri, nelle amicizie, nello studio, nei Sacramenti, nella preghiera, nel silenzio, nella compagnia della Chiesa e nei segni semplici, ma reali, con cui Cristo si rende presente.

Così, nasce una libertà nuova dentro di noi: possiamo studiare, scegliere, sbagliare, ricominciare, senza essere schiacciati dalla paura. Perché sappiamo di appartenere a Lui, di essere Suoi!

Chiediamo oggi insieme questa cosa semplice, ma per niente banale: Signore, insegnami a fidarmi di Te; anche quando non capisco, anche quando ho paura. Fammi riconoscere la Tua voce e seguire Te!

Perché solo da questa fiducia, solo da questo abbandonarsi, nasce una vita veramente nostra.

5 maggio 2026 (V settimana di Pasqua)

At 14,19-28; Sal 144; Gv 14,27-31

“Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi.” Queste parole di Gesù arrivano in un momento di separazione, poco prima della Sua passione, quando tutto sembra sul punto di rompersi. Non sono una frase consolatoria per calmare gli animi dei discepoli, ma sono una consegna. Gesù non ci promette che le cose andranno bene secondo i nostri schemi, ma ci promette una presenza capace di attraversare anche ciò che non capiamo e controlliamo.

Per noi la parola pace spesso coincide con assenza di ansia, con il controllo delle cose: esami che vanno bene, relazioni che funzionano, un futuro che si lascia prevedere. Ma Gesù ci spiazza: la Sua pace non è “come la dà il mondo”. Non è il risultato di un equilibrio fragile che dobbiamo difendere noi. La pace, di cui parla Gesù ha un’origine nuova, qualcosa che accade dentro la realtà, anche quando le circostanze della vita sembrano contraddirci.

“Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.” Non è un comando moralistico, come dire: “forza, non preoccuparti”. È la conseguenza di una scoperta: se Cristo è risorto e vivo, se Egli entra davvero nella mia giornata – nello studio, nelle amicizie, nelle fatiche – allora il mio cuore può non essere dominato dalla paura: non perché siamo più forti, ma perché non siamo più soli.

E poi c’è quel passaggio decisivo: “Vado e tornerò da voi.” Il cristianesimo non è nostalgia di qualcosa che è stato, ma è l’esperienza di un ritorno continuo, di una presenza che si rende riconoscibile ora: dentro una compagnia, dentro volti concreti, dentro delle circostanze che diventano segno. È qui che la fede si incarna nella nostra vita di tutti i giorni: piccole scintille di vita eterna che si manifestano nella nostra esperienza.

Infine, Gesù dice: “Viene il principe del mondo; contro di me non può nulla.” C’è un male reale, c’è una forza che sembra imporsi: il cinismo, il dubbio, la tentazione di ridurre tutto. Ma Gesù afferma una libertà irriducibile: il male non ha l’ultima parola per chi si mette umilmente a seguire Gesù nella propria vita, smettendo di affermare solo sé stesso per diventare davvero figlio.

Allora, la domanda per noi è semplice: dove cerco la pace? La pace di Cristo non si fabbrica: si riconosce. E quando la riconosci, anche solo in un istante, cambia il modo di stare dentro tutto: anche dentro l’università, anche dentro le incertezze sul futuro; non come la dà il mondo, ma proprio per questo, finalmente vera.

12 maggio 2026 (VI settimana di Pasqua)

At 16,22-34; Sal 137; Gv 16,5-11

Nel Vangelo di oggi, Gesù sta parlando ai Suoi amici più stretti: “La tristezza ha riempito il vostro cuore.” In realtà, Gesù sta parlando di una cosa bellissima, cioè del compimento della Sua missione: la vittoria della Pasqua e il dono dello Spirito Santo. Eppure, i discepoli sono tristi, perché Gesù dice che se ne va.

Questa esperienza dello strappo è esattamente ciò che tante volte viviamo anche noi: viviamo una fede vera, abbiamo partecipato a incontri decisivi, vacanze belle, amicizie grandi, gesti di carità, ecc. Però, arriva sempre un momento in cui sembra che Cristo se ne vada, cioè diventa meno evidente, meno emozionante, meno immediato. E lì emerge la domanda decisiva: ma io seguo Cristo perché mi dà certe sensazioni ed emozioni oppure perché Lui è davvero il significato della mia vita e di quella dei miei amici?

Poi, Gesù dice una frase scandalosa: “È bene per voi che io me ne vada.” Come può essere bene un’assenza? Perché Cristo non vuole tenere i Suoi discepoli in una dipendenza infantile e superficiale, ma vuole uomini e donne liberi, vuole introdurci a una profondità più grande, alla presenza dello Spirito Santo, la modalità con cui Cristo comincia a vivere dentro di ognuno di noi e dentro la nostra compagnia.

Si tratta di una rivoluzione enorme: finché Cristo è solo qualcosa che ci colpisce dall’esterno, nei momenti belli reggiamo. Ma quando arrivano solitudine, esami andati male, paragone con gli altri, dubbi sul futuro, paura di non essere all’altezza, fatiche affettive, allora tutto vacilla. E dentro questo clima si insinua una idea terribile: “io valgo solo se riesco”.

Ma il Vangelo di oggi smaschera questa menzogna. Gesù dice che è proprio lo Spirito Santo che rivela il peccato più grande che è quello di non credere in Lui, di vivere senza fidarsi di Cristo e della compagnia della Chiesa. Il peccato vero non è innanzitutto fare delle cose sbagliate, ma pensare che bastiamo a noi stessi.

E questo produce inevitabilmente ansia davanti alle prove, durezza nei rapporti e stanchezza nella costruzione del CLU: se devo salvarmi da solo, allora ogni errore e ogni limite – mio o degli altri – diventa una condanna e ogni successo non basta mai. Invece, Cristo risorto viene a dirti che tu sei voluto, amato e consegnato a una casa che si chiama Chiesa. Questo cambia tutto: il modo di studiare, di amare, di guardare alle mancanze degli amici, persino il modo di vivere il proprio fallimento.

La promessa dello Spirito Santo è la promessa di un criterio nuovo con cui guardare tutto, illuminando la realtà, illuminando la nostra vita dal di dentro. Lo fa con la preghiera, con il perdono che riceviamo in Confessione, con una parola che ascoltiamo a Messa o durante la Scuola di comunità. Ma innanzitutto lo Spirito Santo, per noi e assieme a noi, costruisce una compagnia, fatta di volti che ci sono dati: non dei volti perfetti, ma dei volti con cui siamo chiamati a camminare verso la vita eterna, verso il vero compimento della nostra vita.

26 maggio 2026 (Memoria di san Filippo Neri)

1Pt 1,10-16; Sal 97; Mc 10,28-31

“Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito.” La domanda di Pietro sembra essere un calcolo, quasi un’accusa. E Gesù risponde in modo sorprendente: chi lascia qualcosa per Lui riceverà “cento volte tanto” già ora, in questa vita. È impressionante: il cristianesimo non promette innanzitutto un premio futuro, ma una pienezza presente: il famoso centuplo, una vita più umana, più vera, più intensa. È ciò che tanti di noi intuiscono tutti i giorni nella vita di fede che viviamo in università: un’amicizia, uno sguardo sulla realtà, una compagnia che rende tutto più vivo; non perché siamo migliori degli altri, ma perché Cristo entra nella nostra vita e la spalanca.

Per questo, il Vangelo di oggi arriva in un momento provvidenziale: due giorni fa abbiamo celebrato la Pentecoste. Ecco, lo Spirito Santo non è una forza religiosa che ci consola un po’. È il fuoco di Dio che rende presente Cristo oggi. Senza lo Spirito Santo, la fede diventa soltanto una morale, una nostalgia, una tradizione o uno sforzo volontaristico. Invece, con lo Spirito Santo, Cristo diventa contemporaneo, uno che puoi incontrare adesso: nello studio, nelle amicizie, nelle domande sul futuro, persino nelle paure che ti porti dentro.

E oggi ricordiamo anche san Filippo Neri: un santo pieno di gioia e libertà; un uomo conquistato da Cristo al punto da diventare padre di tanti giovani. Filippo attirava perché in lui si vedeva una vita accesa, una vita resa giovane dallo Spirito Santo. Diceva sempre in maniera abbastanza ironica: “State buoni, se potete”. Come a dire: la santità non nasce da uno sforzo, ma da un cuore afferrato da un amore più grande, un cuore disponibile a lasciarsi prendere per mano da Dio ed educare dalla compagnia della Chiesa.

Invece, forse la tentazione più forte per noi oggi è pensare che seguire Cristo significhi perdere qualcosa: tempo, libertà, possibilità. Gesù, invece, ribalta tutto: chi trattiene la vita la perde, ma chi la consegna a Lui ottiene il centuplo; non una vita più stretta, ma più grande. “Cristo non toglie nulla, ma dona tutto!”, diceva san Giovanni Paolo II.

E, allora, possiamo formulare la domanda di Pietro in maniera diversa: non “che cosa dobbiamo lasciare?”, ma: “chi stiamo seguendo?”! Solo Cristo Risorto rende ragione al sacrificio e rende desiderabile lasciare le sicurezze costruite da noi! Solo Cristo Risorto può mantenere la promessa del centuplo! Chiediamo oggi a san Filippo Neri e allo Spirito Santo un cuore semplice e libero, capace di riconoscere Cristo presente nella nostra compagnia, nei volti che ci sono dati, perché la fede non diventi un’abitudine religiosa, ma l’avventura più affascinante che possa esserci!

19 maggio 2026 (VII settimana di Pasqua)

At 20,17-27; Sal 67; Gv 17,1-11

È impressionante il Vangelo di oggi in cui Gesù alza gli occhi al cielo e dice: “Padre, è venuta l’ora”. Proviamo a immedesimarci: mentre Gesù sta entrando nella Sua passione, mentre tutto sembra crollare, Egli parla di gloria: dentro il dramma, che deve sopportare, vede già il compimento.

E che cos’è questa gloria? Non il successo e non il potere. La gloria di Dio è che l’uomo viva per sempre dentro il Suo amore. Per questo, l’Ascensione, che abbiamo celebrato l’altro ieri, è il momento in cui Egli ci mostra dove stiamo andando noi. Cristo sale al Padre portando con sé la nostra carne, la nostra umanità e la nostra vita concreta di tutti i giorni. Lo diceva bene don Giussani: “il cristianesimo è l’annuncio di un destino”.

Dentro tutto ciò che viviamo in università, nel rapporto con i nostri genitori, nel rapporto con il nostro fidanzato o con la nostra fidanzata, nell’amicizia tra di noi, emerge una domanda: ma la mia vita dove va? Per che cosa sono fatto? Gesù oggi risponde: tu sei fatto per il Padre! Sei fatto per una pienezza eterna! Non sei definito dai risultati, dai fallimenti, dall’immagine che gli altri hanno di te e neanche dall’immagine che tu hai di te.

Per questo, Gesù dice: “Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio”. La vita eterna non comincia dopo la morte, ma comincia ora, quando uno incontra Cristo e scopre che tutta la realtà cambia significato. Quando studi sapendo che la tua intelligenza è fatta per la verità. Quando ami senza possedere. Quando affronti la fatica senza disperare. Quando dentro questa nostra strana compagnia sperimenti che non sei solo al mondo e che sei chiamato a fare delle cose grandi assieme ai tuoi amici. E infatti Gesù, pregando il Padre, dice: “Erano tuoi e li hai dati a me”. È bellissimo: noi apparteniamo a Dio prima ancora di appartenere a noi stessi. La nostra vita non è un incidente, ma è voluta, amata e custodita.

L’Ascensione, allora, non ci allontana da Cristo, ma Lo rende ancora più presente. Ora, Lui è nel cuore di Dio e nulla della nostra vita è escluso da questa vita, da questo abbraccio del Padre a Suo figlio, da questo abbraccio del Padre a tutti noi. Questo abbraccio ci sostiene anche nelle giornate più confuse, nelle cadute e nelle domande irrisolte. Tutti noi siamo chiamati a vivere sulla terra con il cuore già attirato dal Cielo: per stare nel mondo davvero, per stare nel mondo senza esserne schiacciato. Possiamo essere testimoni di una vita nuova e piena solo con la certezza che il nostro destino è buono, perché il nostro destino ha il volto di Cristo nella gloria del Cielo.

26 maggio 2026 (Memoria di san Filippo Neri)

1Pt 1,10-16; Sal 97; Mc 10,28-31

“Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito.” La domanda di Pietro sembra essere un calcolo, quasi un’accusa. E Gesù risponde in modo sorprendente: chi lascia qualcosa per Lui riceverà “cento volte tanto” già ora, in questa vita. È impressionante: il cristianesimo non promette innanzitutto un premio futuro, ma una pienezza presente: il famoso centuplo, una vita più umana, più vera, più intensa. È ciò che tanti di noi intuiscono tutti i giorni nella vita di fede che viviamo in università: un’amicizia, uno sguardo sulla realtà, una compagnia che rende tutto più vivo; non perché siamo migliori degli altri, ma perché Cristo entra nella nostra vita e la spalanca.

Per questo, il Vangelo di oggi arriva in un momento provvidenziale: due giorni fa abbiamo celebrato la Pentecoste. Ecco, lo Spirito Santo non è una forza religiosa che ci consola un po’. È il fuoco di Dio che rende presente Cristo oggi. Senza lo Spirito Santo, la fede diventa soltanto una morale, una nostalgia, una tradizione o uno sforzo volontaristico. Invece, con lo Spirito Santo, Cristo diventa contemporaneo, uno che puoi incontrare adesso: nello studio, nelle amicizie, nelle domande sul futuro, persino nelle paure che ti porti dentro.

E oggi ricordiamo anche san Filippo Neri: un santo pieno di gioia e libertà; un uomo conquistato da Cristo al punto da diventare padre di tanti giovani. Filippo attirava perché in lui si vedeva una vita accesa, una vita resa giovane dallo Spirito Santo. Diceva sempre in maniera abbastanza ironica: “State buoni, se potete”. Come a dire: la santità non nasce da uno sforzo, ma da un cuore afferrato da un amore più grande, un cuore disponibile a lasciarsi prendere per mano da Dio ed educare dalla compagnia della Chiesa.

Invece, forse la tentazione più forte per noi oggi è pensare che seguire Cristo significhi perdere qualcosa: tempo, libertà, possibilità. Gesù, invece, ribalta tutto: chi trattiene la vita la perde, ma chi la consegna a Lui ottiene il centuplo; non una vita più stretta, ma più grande. “Cristo non toglie nulla, ma dona tutto!”, diceva san Giovanni Paolo II.

E, allora, possiamo formulare la domanda di Pietro in maniera diversa: non “che cosa dobbiamo lasciare?”, ma: “chi stiamo seguendo?”! Solo Cristo Risorto rende ragione al sacrificio e rende desiderabile lasciare le sicurezze costruite da noi! Solo Cristo Risorto può mantenere la promessa del centuplo! Chiediamo oggi a san Filippo Neri e allo Spirito Santo un cuore semplice e libero, capace di riconoscere Cristo presente nella nostra compagnia, nei volti che ci sono dati, perché la fede non diventi un’abitudine.

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