Sono forse il custode di mio fratello?

La fraternità strada della gioia

Fraternità: il terreno dell’amicizia

Riprendiamo il nostro cammino dentro quello che Atta ha chiamato il fuoco dell’amore ecclesiale, cioè le relazioni che viviamo. L’altra volta abbiamo parlato dell’amicizia come quel colore particolare che prendono certe relazioni, che diventano a noi più vicine e che ci aiutano ad entrare in rapporto con tutta la realtà, con le cose e con le altre persone. È come una porta, l’amicizia, che ci introduce nella comunione: attraverso un particolare entro in rapporto con tutto e con tutti. Quel particolare rapporto, quell’amicizia, mi introduce in qualcosa di più grande e, come un seme, feconda tutta la comunità.

Oggi parliamo di fraternità – o di comunione, utilizzerò queste due parole come sinonimi – e la definiamo come il terreno dove fioriscono le nostre amicizie. La fraternità cristiana è, cioè, la comunità di tutti i battezzati. Riprendendo una domanda della scorsa volta, possiamo dire che ogni amico è fratello ma non tutti i fratelli sono amici. L’esempio più chiaro di questo è quando partecipiamo alla liturgia la domenica: in quel momento siamo tutti fratelli in maniera evidente, chiara, tant’è vero che si dice che noi la domenica a messa “facciamo la comunione”. Ma non sono amico con tutti. Durante la Santa Messa ci sono gradazioni diverse di amicizia. L’amicizia ha bisogno di questo terreno della comunità, ha bisogno della comunione e della fraternità, di un luogo più ampio per respirare, per nutrirsi, per non chiudersi in se stessa, ma vivere sempre aperta.

Tutti gli amici che entrano in casa parrocchiale, che è un luogo di comunità, entrano dentro una certa liturgia. Ci sono degli orari, ci sono dei momenti in cui si può mangiare assieme, c’è una preghiera comune, e questa liturgia aiuta il crescere delle amicizie. Se non ci fosse, le nostre amicizie diventerebbero autoreferenziali, anche in casa parrocchiale.

Oggi, dunque, approfondiamo questo tema della fraternità, questo secondo fuoco dell’amore ecclesiale. Da dove nasce questa centralità della comunione? Perché è così importante per noi cristiani riflettere su questo tema della comunione e della fraternità? Per capire dobbiamo fare un enorme salto indietro nel passato.

Siamo fatti per la comunione

Partiamo dall’inizio, dal Libro della Genesi. Dopo aver creato l’uomo, Dio dice Non è bene che l’uomo sia da solo (Gen 2,18). Immaginiamo la scena, Dio e l’uomo camminano nel giardino terrestre e Dio presenta all’uomo la creazione, tutti gli animali selvatici, gli uccelli del cielo, per vedere come li avrebbe chiamati. E l’uomo dà un nome alle cose insieme a Dio: è una scena bellissima. Nonostante il bene che viene all’uomo da questo rapporto con il creato, niente però è capace di soddisfare fino in fondo il bisogno di comunione iscritto dentro lui; fin quando Dio non presenta all’uomo la donna. Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso delle mie ossa (Gen 2,23). Solo quando l’uomo trova un “tu” adeguato, allora esulta di gioia. Ci compiamo veramente soltanto in un “tu”, nel “tu” della comunione. Questa esperienza di Adamo e di Eva, al di là della storia raccontata dalla Genesi, ci dice che fin dall’origine siamo fatti per la comunione, il nostro compimento è possibile solo dentro una relazione. La cultura moderna ci spinge a pensare l’esatto contrario, lo vedo tantissimo nei giovani che incontro. Quanto è lontana in loro questa percezione per cui la comunione è il nostro destino! L’individualismo è, per questo, una schizofrenia: da una parte ti dicono di non chiedere mai aiuto, di non fidarti, di imparare a fare tutto da te; ma dentro di noi sappiamo, percepiamo che il nostro essere è di per se stesso relazione.

Siamo nati dalla comunione

Questo lo vediamo sempre dal libro della Genesi, quando Dio dice Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza (Gen 1,26). Già il verbo, usato al plurale, dice qualcosa. Evidentemente è un riverbero della Trinità di amore che vivono il Padre, il Verbo e lo Spirito Santo. Non solo siamo fatti per la comunione, cioè ci realizziamo dentro una relazione, ma siamo fatti di comunione, siamo fatti di amore. Dentro di noi c’è un principio ontologico che è l’amore, siamo fatti a immagine di Dio, all’inizio della nostra vita c’è un atto di comunione. Ma non solo noi, anche le stelle più lontane delle galassie più lontane sono fatte di questo amore.

Il fiore che nessuno vede in montagna è fatto di questo amore. È vero che ci portiamo dentro le conseguenze del peccato originale, ma ci portiamo dentro anche una memoria spirituale che va a pescare nella Genesi. Ecco perché il nostro cuore esulta di gioia quando troviamo un “tu” capace di accoglierci, di ascoltarci. Io mi accorgo che dentro di me abita questa comunione, che oggi prende il volto innanzitutto dei fratelli con cui vivo, e poi anche il volto di voi che fate parte della nostra vita. Io non sono semplicemente un certo insieme di doni e difetti, dentro di me abitano i doni e i difetti di tutti i miei fratelli. E adesso che vi sto parlando, le parole che dico non sono semplicemente il frutto di una mia più o meno elevata intelligenza, ma sono il frutto dell’amore che vivo con i miei fratelli e che vivo con voi.

Luoghi di comunione in atto

Se abbiamo questa memoria, è altrettanto vero che ce ne dimentichiamo spessissimo. È abbastanza evidente ai nostri occhi che tante volte ci concepiamo da soli, non riusciamo a fare dei passi verso il fratello che è posto al nostro fianco, lo consideriamo spesso un nemico che è venuto a turbare la nostra tranquillità. A volte, la presenza stessa del fratello ci infastidisce, ci turba. Infatti, il primo peccato ad essere commesso, dopo quello di Adamo ed Eva, è un fratricidio: Caino che uccide Abele. Sono forse il custode di mio fratello? La prima conseguenza del peccato originale è proprio la distanza dai fratelli che Dio ci ha messo accanto. Si rompe la comunione con Dio e si rompe dunque anche la comunione tra fratelli, se neghiamo un Padre non siamo neanche più fratelli. Proprio perché c’è un rapporto inscindibile tra la nostra natura più profonda – siamo fatti della comunione – e il nostro compimento – siamo destinati alla comunione.

Per aiutarci a vivere questa comunione, perché noi imparassimo a viverla, Dio stesso è venuto a ristabilirla, a educarci a viverla nel profondo. Cristo nel suo insegnamento terreno durato tre anni, non ha fatto altro che dirci che la comunione è possibile. Tutti i miracoli che Gesù compie nel Vangelo, tutte le parole che lui dice nel Vangelo sono fatti e detti per farci capire che la comunione con Dio e tra di noi è possibile. Andate a rileggere i capitoli 4 e 5 del Vangelo di Matteo, in cui Gesù parla delle relazioni tra gli uomini – non tra gli amici, ma con tutti i fratelli.

Gesù ha fondato la prima comunità apostolica. Gesù non ha fatto solo un insegnamento, ha anche creato una comunità di persone che vivessero assieme, e più si univano a Cristo più vivevano in comunione tra di loro.

Cristo poi ci ha affidato, fin dall’inizio della nostra vita, ad una comunità. Ci sono le famiglie, ci sono i monasteri, i conventi, le parrocchie, i movimenti, le piccole fraternità cristiane: delle realtà terrene, stabili, contro la fluidità delle relazioni, in cui gli uomini sono educati a vivere nella comunione, tra fratelli e con Dio. Magari in quella fraternità non saremo tutti amici allo stesso modo, proprio come io non sono amico di tutti i parrocchiani che partecipano alla messa; ma tutti insieme formiamo la fraternità della nostra parrocchia e in senso più largo della Chiesa. La fraternità, dunque, è l’unione di tutti i battezzati in Cristo: dei fratelli che Dio ci mette accanto nella Chiesa.

Tutta la nostra vita dentro la Chiesa è una vita che è legata in maniera inscindibile, ha dei luoghi, ha delle comunità, ha delle realtà terrene stabili in cui gli uomini possano essere aiutati a vivere tra di loro e con Dio. Nell’abbazia di Montecassino sono raffigurati i quattro voti che i monaci emettono. Il quarto voto, oltre a povertà, castità e obbedienza, è la stabilitas loci – i monaci giurano davanti a Dio di essere legati sempre a un posto – ed è raffigurato da un monaco che lancia l’ancora sul terreno. Vi domando: dove avete lanciato voi l’ancora? Qual è quel posto a cui voi siete legati, a cui avete deciso di lanciare l’ancora?

La fraternità, come dicevo prima, è l’unione di tutti i battezzati in Cristo, dei fratelli che Dio ci mette accanto. Senza la fraternità, senza la comunione, non potremmo vivere le parole che Gesù ci ha detto. Se noi non avessimo fratelli e decidessimo di vivere da soli il Vangelo, non potremmo mettere in pratica la maggior parte delle parole di Gesù. Riporto un testo di san Basilio, da riprendere quando viene la tentazione di pensare “ma perché devo vivere con dell’altra gente?”, “Perché devo far lo sforzo di vivere dentro una comunità?”, “Perché non posso semplicemente andare a messa la domenica da solo, ricevere la Comunione e basta?” Perché vivere in comunità è difficile. Vivere in famiglia si fa fatica.

Tu che vivi da solo con te stesso, a chi laverai i piedi? Di chi ti prenderai cura? Di chi ti farai ultimo? Come si potrà realizzare, nella vita solitaria, la bellezza e la gioia dell’abitare insieme tra i fratelli, gioia che lo Spirito santo paragona al profumo che emana dalla testa del sommo sacerdote? L’abitare insieme tra fratelli è dunque uno stadio ove lottare, una via sicura di progresso, un continuo esercizio e un’ininterrotta meditazione dei comandamenti del Signore.

Nel Vangelo non ci viene chiesto di compiere miracoli. Gesù non ti dice che per essere suo discepolo devi imparare a compiere dei miracoli, trasformare l’acqua in vino, moltiplicare i pesci, i pani. No, per essere discepolo del Signore ti è chiesta una cosa sola: amare tuo fratello.

La dinamica dell’incarnazione

Senza fratelli non potremmo mettere in pratica i comandamenti del Signore, ma visto che noi siamo duri di comprendonio, siamo testardi, le Sue parole non ci sono bastate. Egli ci ha donato il Suo corpo. È questo il motivo dell’incarnazione. Il Verbo che ha creato tutto è diventato carne. È diventato uomo per dirci non solo con le parole, ma con i fatti, che la comunione è possibile. Con l’incarnazione, Dio ci ha detto che ogni uomo è degno e ogni uomo ha un valore infinito. San Giovanni Paolo II dice nella Redemptor Hominis che con l’incarnazione Cristo, il Figlio di Dio, si è unito in certo modo a tutti gli uomini (RH 46). Nel fratello che abbiamo accanto è nascosto il volto stesso di Cristo, dunque, che chiede di essere accolto, ascoltato e che vuole accoglierci e ascoltarci. Come in ogni ostia del mondo è presente Cristo stesso, così in ogni fratello che abbiamo accanto, in virtù dell’incarnazione, è nascosto Cristo. Don Massimo amava ripeterci che il fratello è sacramento di Cristo, ci rivela qualcosa di Cristo affinché noi possiamo camminare verso la Salvezza. È questo, me ne rendo conto, un giudizio di fede che deve maturare continuamente, e ogni giorno deve alimentare le nostre vite, che non è banale, assolutamente. Perché a volte questo riconoscimento sarà esaltante e la comunione una vera avventura: è più facile e immediato riconoscere Cristo presente in un uomo Santo. Altre volte sarà drammatico, pesante, scomodo: è difficile riconoscere Cristo nel fratello che tu hai accanto e che vedi tutti i giorni, di cui conosci i limiti e difetti.

Accogliere Cristo nel fratello e il fratello come segno di Cristo è sempre un cammino, fatto a volte di sangue, oltre che di gioia. I capitoli 4 e 5 del Vangelo di Matteo ci dicono della drammaticità del fratello che ti è posto accanto, di chi disturba la tua preghiera, chiede di fare un miglio in più insieme a te, ti percuote la guancia. Eppure, senza i fratelli non potremo giungere alla salvezza. Senza l’umanità che ci è posta accanto la salvezza sarebbe impossibile: è stato Gesù stesso a dircelo con la sua incarnazione. E questo non è un di meno! Accogliere così il fratello, fare il sacrificio di accoglierlo, non è un di meno per la nostra vita, per il nostro compimento. Il fratello ci offre l’opportunità di vivere costantemente orientati all’amore, alla pazienza, alla conversione di noi stessi, a Cristo stesso.

Tante volte pensiamo “se non ci fosse quel fratello allora sarebbe molto più facile camminare verso la via della salvezza” o “se quel fratello non avesse quei difetti, allora camminerei spedito come su un’autostrada sulla via della salvezza”. Questa è una tentazione, perché il fratello che ti è posto accanto, con i suoi doni, con i suoi limiti, con i suoi difetti, ti chiede di metterti in cammino perché interpella la tua pazienza, interpella il tuo amore, interpella la tua comprensione, interpella il tuo ascolto, la tua conversione. Nei casi peggiori, quand’anche tu non riuscissi a dare questo giudizio di fede, ti chiederà di metterti in ginocchio e allora dentro di te lo ringrazierai. Magari non ce la farai a dirgli “grazie perché mi hai convertito”, però dentro di noi gli saremo grati perché ci ha obbligato a ritornare davanti a Dio. San Massimo il confessore diceva, “vita comune, massima penitenza”, ma penitenza intesa nel senso di conversione – vita comune, massima conversione.

Lo zelo per i fratelli

Cosa produce la consapevolezza che Gesù si è unito ad ogni uomo? Tra le varie scoperte fatte in questi anni, ho conosciuto un vero cantore della bellezza della Fraternità: san Benedetto. Nella sua regola, il monaco di Montecassino ha descritto e aiutato i suoi monaci a vivere questa dimensione della Fraternità come unica strada per il compimento, proprio in un momento della storia in cui crollavano le certezze di allora. Anche noi, in questo tempo, possiamo rifarci a lui ed essere aiutati. San Benedetto descrive otto beatitudini che i monaci sono chiamati a vivere, e cinque di esse riguardano proprio l’amore fraterno:

  • Si prevengano l’un l’altro nel rendersi onore;
  • Sopportino con grande pazienza le loro debolezze, fisiche e morali;
  • Facciano a gara nell’obbedirsi a vicenda;
  • Nessuno cerchi il proprio interesse, ma quello dell’altro;
  • Si accordino un amore casto e fraterno.

Non possiamo analizzarli tutti, ma ci soffermeremo su tre di essi.

Si prevengano l’un l’altro nel rendersi onore

Qui si parla di onore, parola caduta in disuso. Ma potremmo dire anche stima, dignità. Proviamo a pensare: guardo il fratello che ho accanto, la moglie o il marito, il collega di lavoro, lo studente, il figlio, con stima? Oppure lo disprezzo interiormente e credo che debba essere diverso? Mormoro interiormente? Prevenirsi l’un l’altro vuol dire che non sto ad aspettare che tu mi dia stima e io, come ricambio, ti onoro. Questo è un darsi gloria gli uni gli altri che Gesù, nel Vangelo, contesta apertamente ai farisei (cfr. Gv 5,44). Da dove nasce allora la nostra stima per il fratello che abbiamo accanto? Dalla percezione che siamo tempio di Dio, fatti a sua immagine e somiglianza. Non sono io che do valore alla persona che ho accanto, ma il suo valore, e dunque la stima e l’onore che ne riceve, è da ricercare nel fatto che siamo esseri voluti, creati da Dio. E anche se si trattasse di un “ultimo”, di un “piccolo” secondo i criteri del mondo, alla fine l’onore e la stima che gli dobbiamo nasce proprio da questa consapevolezza che ogni misero abita nel cuore di Dio.

Prevenirsi l’un l’altro nell’onore, vuol dire che io mi presento da te con le mani piene di stima nei tuoi confronti, perché tu sei tempio di Dio, perché tu porti inscritto dentro di te l’immagine di Dio; quindi, non sono io che devo dare stima a te, ma devo riconoscerla. È un giudizio di fede. Se dentro i miei occhi, dentro il mio cuore c’è questo giudizio, allora io riconosco la stima, riconosco l’onore che ti devo. L’applicazione pratica di questo è stata per tanti anni una caratteristica della nostra comunità di Santa Giulia che noi dobbiamo recuperare, vivere ancora più a fondo, cioè prediligere sempre i rapporti personali, uno a uno. Perché non è possibile stimare le folle, io stimo la persona. Tante volte noi ci perdiamo nelle folle, nei gruppi e anche nei gruppetti di amici, invece occorre iniziare a stimare la persona che incontro, riconoscere il valore della persona, della vecchietta che incontro a messa, della persona che incontro una volta in parrocchia. Questo rapporto uno a uno ci permette di coltivare questo onore e la stima reciproca. Madre Teresa diceva:

“Per poter amare una persona, dobbiamo entrare in stretto contatto con lei. Se aspettassimo di raggiungere molta gente, non ci raccapezzeremmo più e non saremmo mai in grado di manifestare amore e rispetto per la singola persona. Credo nel rapporto a tu per tu: per me ogni persona rappresenta Cristo e poiché c’è un solo Gesù quella persona in quel momento è l’unica al mondo”.

Ma questo è possibile solo se matura in noi questo giudizio di fede, per cui l’altro è tempio di Dio. Solo così possiamo prevenirci l’un l’altro nel darci onore e stima. Meditiamo su come guardiamo il marito, la moglie e i fratelli, se c’è questa stima, se riconosciamo che il marito è tempio di Dio, che la moglie è tempio di Dio.

Sopportino le debolezze dei propri fratelli

La seconda caratteristica del buon zelo è sopportare le debolezze fisiche e morali dei propri fratelli. Qui ci addentriamo dentro uno dei misteri della nostra comunione. San Benedetto invita i suoi monaci a vivere di questa forza interiore, misteriosa, che si fa carico delle debolezze degli altri. Si tratta dunque di rinunciare al lamento interiore e alla mormorazione, per abbracciare lietamente – e non in modo passivo e vittimistico – con silenzio e pazienza, le infermità degli altri fratelli. Questa sopportazione non è un di meno per la nostra realizzazione personale o della nostra comunità o della famiglia. Quante volte abbiamo la tentazione di pensare che, se non ci fossero certe difficoltà da portare, allora potremmo essere veramente lieti e felici!

Invece questa dinamica che propone san Benedetto ci fa vivere la vita stessa di Cristo. Perché Cristo ha portato le nostre debolezze, ha sopportato le nostre infermità fisiche e morali, quindi quando noi sopportiamo le infermità fisiche e morali diventiamo un po’ più simili a Gesù. Quindi, cara moglie, caro marito, se ti è pesante portare le infermità di tuo marito, di tua moglie, pensa che Cristo ha portato le tue. Pensa che in quel momento stai assomigliando un po’ di più a Gesù. Infatti san Paolo dice ai Galati Portate i pesi gli uni degli altri: così adempirete la legge di Cristo (Gal 6,2) che è la legge dell’amore.

Questo mistero della nostra comunione è grande, perché ci dice dell’unità profonda che viviamo proprio perché membra dello stesso corpo, che è il corpo di Cristo, in virtù del Battesimo. Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme (1 Cor 12,26). Pensando a ciò che la nostra comunità sta vivendo, queste parole di san Benedetto e di san Paolo ci illuminano. Nessuno di noi vive la propria santità di vita solo per sé stesso; nessuno vive la propria malattia solo per sé stesso; nessuno vive i propri sacrifici solo per sé stesso. Il cammino di mio fratello verso Dio, la sua vita di fede, i suoi sacrifici nascosti, mi edificano: siamo un corpo reale, legati dal battesimo, e il suo cammino personale in modo misterioso genera e sostiene anche il mio.

Obbedirsi a vicenda

L’ultimo aspetto del buon zelo che voglio trattare è questo: facciano a gara nell’obbedirsi a vicenda.

Uno, normalmente, fa a gara per arrivare primo. Invece qui san Benedetto dice che vinci quando perdi, cioè, vinci quando sei sottomesso, quando consideri l’altro superiore a te. Questo ti permette di crescere, di salire. Se sei il primo puoi solo crollare all’ultimo posto, ma, se ti consideri ultimo allora puoi camminare e crescere nell’amore. Mi rendo conto che dire queste cose è assolutamente fuori dal coro, nel contesto sociale di oggi. Non solo di oggi, perché la competizione per essere primo c’era già ai tempi di Gesù tra gli apostoli (cfr Mt 20,20-21), ma oggi c’è decisamente di più.

Ma cosa vuol dire questa obbedienza? Devo obbedire a mio marito e mia moglie in tutto? Sempre a Montecassino il voto di obbedienza è rappresentato attraverso una donna con la mano sull’orecchio nella posizione dell’ascolto. Ascolta, fai a gara con tuo marito nell’ascoltare, nel capire quali sono i suoi desideri, nel prevenirlo nei suoi desideri, nel servire la sua vita. Se tutti facciamo così, il bene aumenta, la carità diventa tangibile. Questa obbedienza reciproca è un ascolto reciproco, questo prevenire l’un l’altro vuol dire mettersi in ascolto. Io prevengo i tuoi desideri, e questo non lo faccio solo con gli amici, lo faccio con tutti.

Sono tre indicazioni di san Benedetto che possiamo fare nostre per una vita più lieta dentro la fraternità in cui viviamo (parrocchia, gruppetto di amici, famiglia): l’onore e la stima, una coscienza che abbracci con pazienza le infermità degli altri, un’obbedienza reciproca. Sono dinamiche che possiamo vivere solo se abbiamo la percezione interiore, che dobbiamo chiedere nella preghiera, che chi abbiamo accanto è il Cristo stesso che vuole entrare in dialogo con noi, il quale vuole conformare la nostra vita alla Sua. Non possiamo dunque vivere una sana dimensione della fraternità e della comunione senza la preghiera. Impegnarsi semplicemente con la nostra volontà prima o poi farà scaricare la batteria sociale, ci rinchiuderemo nell’individualismo e diremo: Ecco, questa compagnia mi ha deluso. Infatti, san Benedetto dice che l’ultima beatitudine è Non anteporre nulla all’amore di Cristo.

Domande e risposte

Domanda Esiste per forza un solo luogo oppure possono esserci più luoghi dove ancorarci? Ad esempio, Santa Giulia, la parrocchia del paese di residenza, il gruppetto di scuola di comunità, gli amici di un gruppo di famiglie, …

Risposta Certo, possono esserci più luoghi in cui si può essere aiutati. Penso però che allo stesso tempo noi dobbiamo sapere qual è “casa nostra”, qual è quel luogo in cui maggiormente il nostro cuore riposa, in cui poter tornare.

Faccio un esempio sui ragazzi: in questi dieci anni ne ho conosciuti tanti, alcuni dei primi che ho conosciuto sono qui, altri non ci sono più, hanno trovato altre strade. Eppure, molti tra quelli che se ne sono andati continuano a sostenersi, ad aiutarsi. E poi succede questa cosa strana, che dopo tanti anni, anche chi se ne andato a un certo punto ti richiama e ti dice “questa comunque sarà sempre casa mia”. Quando tu hai fatto una volta l’esperienza di una casa, veramente, poi non te la scordi più.

Qual è il punto? Secondo me la domanda bella a cui vi invito a pensare è “cosa vuol dire implicarsi di più in una casa, mettersi di più in discussione in un luogo?”. Vuol dire fare attività di volontariato? Non solo… ma non voglio rispondere a questa domanda, voglio che ci pensiate.

Domanda La seconda beatitudine che hai citato è sopportare con pazienza le infermità (fisiche e morali) dei fratelli, come possiamo imparare a sopportare le nostre infermità? Dov’è la beatitudine nell’essere deboli?

Risposta Io sono ancora giovane, ma quello che posso dirvi è che ho imparato, e continuo ad imparare, che per accettare le mie infermità e per sopportarmi ho bisogno di qualcuno che mi sopporti (perché la cosa più difficile non è sopportare il fratello, ma è sopportare sé stessi). Non è che mi auto-sopporto da solo, è solo grazie allo sguardo di un fratello che mi riaccoglie quando sbaglio, e che mi mostra la sua carità e la sua pazienza che posso guardarmi con un po’ più di simpatia. Da soli non ce la si fa. Nella misura in cui abbiamo dei fratelli così allora anche noi riusciamo a sopportarci.

Col tempo sarà più importante non la nostra perfezione morale, ma col passare degli anni sarà più importante l’amicizia con Cristo. Io vi auguro di arrivare presto a questo momento in cui non conterà più la nostra perfezione morale, ma conterà l’amicizia con Cristo. Per cui non stare troppo a pensare al male che fai, ma ti vai a confessare e poi riparti.

Io quando ho intuito che non mi interessa più essere perfetto, che non mi interessa più di essere performante davanti agli occhi vostri, allora mi sono liberato di un peso. Io voglio solo amare ed essere amato da Gesù. Se vivo questo, allora miglioro anche moralmente, perché ciò che ci definisce non è la nostra moralità. Ciò che ci definisce è l’incontro con Gesù. Dal di dentro di questo incontro noi camminiamo anche moralmente. Poi, che la morale ci aiuti è fuori di dubbio.

Dov’è la beatitudine nell’essere deboli? È nel riconoscersi abbandonati nelle mani del Padre. Perché quanto più sei debole, sei bisognoso e chiedi di essere aiutato, tanto più riconosci i segni che Dio ti manda, riconosci le carezze di Dio. Quanto più sei debole, tanto più sei forte diceva san Paolo, perché non hai altra forza su cui poggiarti che non sia la forza di Cristo. E Dio tante volte ci fa attraversare dei momenti di debolezza per ricordarci che noi dobbiamo stringerci a Lui.

Quello che so è che tutte le volte che noi soffriamo e ci sentiamo deboli Cristo porta la croce con noi. E tu a un certo punto scopri che non sei da solo nella fatica che porti. E se guardi il Crocifisso capisci che in modo misterioso stai partecipando di qualcosa. E allora la fatica resta pur sempre fatica, ma ha un colore diverso.

È paradossale, ma l’ultima cosa che ha detto Gesù in croce (quindi al top del fallimento, della sofferenza e della debolezza) è stata “tutto è compiuto“. Compiuto, cioè tutto è fatto, tutto è realizzato, nel momento di massima debolezza c’è stato il compimento perché donando la vita ha amato fino in fondo, fino alla fine.

Domanda In che modo devo reagire con il fratello molesto che mi provoca rabbia perché tira fuori il peggio di me, quelle mie passioni sbagliate che ben conosco e che talvolta mi appesantiscono?

Risposta Leggiamo insieme questo testo di Doroteo di Gaza nel libro delle Regole di san Basilio. Simpaticissimo, perché siamo tutti descritti qui:

A volte un fratello crede di essere in pace, tranquillo, ma non appena un altro gli rivolge una parola molesta subito ne resta turbato e per questo crede di aver ragione a rattristarsi e dice contro di lui: “se questo fratello non fosse venuto a parlarmi e a turbarmi non avrei peccato”. Illuso, è un ragionamento sbagliato. Ha forse il fratello messo dentro di lui la passione dicendogli quella parola? No, gli ha semplicemente manifestato la passione che già aveva dentro di sé, perché se vuole possa pentirsene. Quel fratello se ne stava in pace come credeva, ma dentro di sé aveva una passione e non lo sapeva, è bastata una sola parola del fratello per scoprire il marciume nascosto dentro di lui. Se dunque vuole ottenere misericordia, faccia penitenza, purifichi il suo cuore e vedrà che deve piuttosto ringraziare il fratello per essergli stato d’aiuto.

Ora, questo non vuol dire che non dobbiamo mai accusare la colpa dei fratelli, ci mancherebbe! Se io mando a quel paese un mio confratello e lui si innervosisce non è che io non ho colpa. Però è bella questa posizione, e io provo ad esercitarla. Dicevo l’altra volta che il fratello è come un medico che fa venir fuori la malattia che è nascosta dentro di te.

Quindi a questa persona che chiede in che modo debba reagire con il fratello molesto che gli provoca rabbia innanzitutto vorrei dire che deve chiedere a Dio la forza di vincere questa rabbia, di riconoscere che dentro di sé c’è questa passione, e che va curata. Se capisci che devi fare tu un cammino, questo ti aiuta a guardare il fratello in un modo diverso.

Domanda Hai detto che gli amici ti aiutano ad entrare in rapporto con la realtà. Possono essere amici non cristiani o questo succede solo tra amici che hanno Cristo in comune? In che senso c’è una differenza tra i fratelli battezzati e i fratelli non battezzati?

Risposta Un vero amico, se è tale, di per sé stesso ti aiuta a entrare in rapporto con la realtà. Un amico che ti indica la verità, la bellezza, la giustizia, non è di meno rispetto a un amico “cristiano”. Uno dei miei più grandi amici quando ero alle superiori e poi all’università non era cristiano, anzi tutt’altro. Eppure, abbiamo vissuto un’apertura e un aiuto reciproco a scegliere la verità, a scegliere il bene. Quindi io penso che sia possibile. Poi il passo in più tra amici “cristiani” è quello di aiutarci a riconoscere Cristo presente e operante nelle nostre vite.

C’è una fraternità ecclesiale e poi c’è una fraternità umana. La fraternità ecclesiale è quella che stiamo vivendo qua adesso, è l’appartenenza alla Chiesa che ha diverse forme: Casa Santa Giulia, la liturgia domenicale, un movimento cattolico… questa è la fraternità ecclesiale che prende certe forme. Ma poi c’è una fraternità umana: in virtù dell’incarnazione Cristo in un certo modo si è unito ad ogni uomo. Per cui io sento fratello anche uno che sta dall’altra parte del mondo e che magari vedo soltanto una volta nella vita.

Quando mi capita di viaggiare per la missione, o di camminare per strada spesso prego il Rosario. E mentre prego il Rosario incontro la gente, e incontrando le persone mi immedesimo con la vita di quelle persone, sento tutti vicini. Magari loro non ti degnano di uno sguardo, ma tu, proprio in virtù della preghiera che fai, di questa percezione di essere tutti fratelli, in virtù di questo giudizio di fede, li guardi e li tratti in un modo diverso e li accogli in un modo diverso.

Anche il collega di lavoro è tuo fratello, anche l’insegnante che insegna con te a scuola e che tu non puoi sopportare è tuo fratello. Quante volte voi ci raccontate che nascono dei rapporti inaspettati sul posto di lavoro e che i vostri colleghi vi dicono “perché tu mi guardi in un modo diverso, mi tratti in un modo diverso?”. Questo ci succede in virtù di questo giudizio di fede, che ci fa sentire tutti più vicini.

Gli altri continuino a sentirsi lontani, io però in virtù della mia fede e della certezza che Cristo è presente in tutti faccio un passo verso di te.

Domanda Se il punto è radicarsi in Cristo ci ricordi cosa ci aiuta su questa strada, che mi sembra l’essenziale?

Risposta Tante volte noi pensiamo “dovrei fare un’ora di silenzio, oppure dire un mucchio di rosari, fare tante adorazioni eucaristiche: carico la mia batteria spirituale e poi vado e porto la luce…”.

In un certo senso è vero che c’è bisogno di momenti solenni, ma non tutti riescono a farli o possono farli, perché non tutti sono monaci.

Se vi ricordate agli inizi dei nostri incontri abbiamo messo a tema come vivere la fede e la preghiera oggi. Ognuno deve trovare la sua strada per radicarsi in Cristo.

Ci sono però alcune cose che sono essenziali, la Confessione e l’Eucarestia. Queste sono le due da cui non dobbiamo prescindere. Perché attraverso la Confessione noi diciamo “Signore la mia miseria non è di ostacolo nel cammino verso di Te, ma tu sei più importante della mia miseria”. E poi l’Eucarestia, in cui noi ci nutriamo dei sentimenti di Gesù, perché quando mangiamo Gesù noi mangiamo il Suo modo di amare, noi mangiamo i Suoi sentimenti, mangiamo il Suo sguardo, mangiamo il modo con cui Lui trattava le persone. Poi ognuno può e deve trovare altri modi per radicarsi in Cristo.

Vi faccio una proposta, anche in virtù di quello che sta succedendo tra di noi. Molti ci hanno chiamato in questi mesi dicendo “come possiamo aiutarvi?”. Se avessimo trovato volontariato a tutti non c’erano più persone con cui far volontariato ma solo volontari. Io a tutti ho ripetuto questa cosa: volete aiutarci? Tutte le sere dite una decina del Rosario. Questo è un modo per radicarsi in Cristo.

Nel Vangelo di questa sera si dice che tutti quelli che andavano da Giovanni Battista domandavano “cosa dobbiamo fare?”. Alla fine, dobbiamo arrivare a una concretezza e provare, secondo lo stato di vita che ciascuno ha, non posso chiedervi di vivere la vita di un monaco, neanche io posso vivere la vita di un monaco perché sono un missionario.

Però queste parole che ci dice san Benedetto ci aiutano a capire qual è l’essenza che dobbiamo recuperare, poi sta a noi capire come tradurla nella vita di tutti i giorni. Questo è un lavoro che dobbiamo fare noi sacerdoti e aiutarvi a farlo.

Scarica il libretto dell’incontro

Ascolta l’audio dell’incontro

Parrocchia Santa Giulia
Panoramica privacy

Questo sito utilizza i cookie per offrirti la migliore esperienza possibile. Per maggiori informazioni su come trattiamo i tuoi dati personali, consulta la nostra Privacy Policy.